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Il Colle fa litigare i radical chic di “Repubblica”

1 Agosto 2012

di Paolo Bracalini
(dal “Giornale”, 1 agosto 2012)

Roma – Cortocircuito in casa Espresso, con faida allargata al Fatto di Travaglio, collaboratore dell’Espresso, e di Flores D’Arcais, collaboratore del Fatto e direttore nel gruppo Espresso. Di mezzo c’è il Fondatore, Scalfari, che nel cortocircuito ritroviamo nella rubrica delle lettere di Repubblica, da lui fondata, come lettore. Scrive al suo giornale perchè intenda D’Arcais, colpevole di avergli pubblicato su Micromega (rivista del gruppo Espresso) un suo scritto senza chiedere permesso: «Diffido la direzione di Micromega di utilizzare miei scritti senza avermene preventivamente chiesto il permesso; permesso che – lo dico fin d’ora – non sarà mai comunque concesso ».
Poco dopo la lettura della letterina, Micromega (gruppo Espresso) ha risposto al fondatore della Repubblica dell’Espresso, con una lettera allo stesso giornale, anticipata alla agenzie: «Non volendo imbarcarsi in fin troppo facili polemiche, MicroMega si limita a ricordare di aver utilizzato più volte citazioni, anche molto più lunghe, di numerosi autori, in conformità alle vigenti leggi sul diritto d’autore e alla convenzione di Berna, confortata infine anche da un parere legale dello studio Ripa di Meana e associati, chiesto nel 2008 dal Gruppo Espresso a nome di MicroMega, testata del Gruppo. Alle disposizioni vigenti MicroMega continuerà a conformarsi anche in futuro ». Uno scazzo mica male. Dietro c’è la questione Napolitano-D’Ambrosio, rispetto a cui il Fatto e Repubblica, soprattutto Scalfari, si trovano su due fronti opposti, sebbene Repubblica – come ricorda Travaglio – sia stata la prima a pubblicare la notizia delle intercettazioni Mancino-D’Ambrosio. Scalfari ha scritto della «campagna di insinuazioni » su D’Ambrosio, montata da «alcuni giornali e giornalisti », pensando a quelli del Fatto, dove scrive proprio D’Arcais. Scalfari è uno dei principali attori del «partito del Colle ». Quando Napolitano nominò Monti senatore a vita, anticipando l’incarico di premier, Scalfari parlò sobriamente a Otto e mezzo di una mossa di «assoluto genio politico ». Il caso Mancino-D’Ambrosio ha rafforzato la divisione rispetto alla linea del Fatto, acuita dalla presenza di alcune firme di Repubblica sul giornale nemico (che ha tolto lettori a Repubblica), come Barbara Spinelli e Franco Cordero, molto critici sulla vicenda e le omertà del Quirinale, all’opposto di Scalfari. Compreso ovviamente D’Arcais, che è andato giù pesante con Napolitano, scrivendo che sul tema delle intercettazioni «l’inquilino del Quirinale e i maggiorenti della Casta sembrano oggi avvinti in una sinergia di reciproco sostegno ». La Spinelli, poi, che lasciò La Stampa troppo moderata contro Berlusconi per passare a Repubblica, in una intervista al Fatto ha contestato la nota di Napolitano dopo la morte di D’Ambrosio: «È come se dicesse: “Chi ha criticato le telefonate di Mancino col Quirinale ha volutamente ‘rischiato la morte’ del consigliere ”. Come se qualcuno dicesse: siccome ci son stati suicidi connessi a Mani Pulite, Mani Pulite non s’aveva da fare, e fu un teorema criminoso ». Quindi Cordero, anche lui autorevole firma di Repubblica (fu lui, su quelle colonne, a coniare il termine «caimano » per Berlusconi), che sempre al giornale di Padellaro e Travaglio dice: «Sulle intercettazioni il capo dello Stato ha fatto una gaffe ». Troppo, davvero troppo per il fondatore Scalfari. Ci manca pure che gli pubblichino i pezzi a sua insaputa.


Flores d’Arcais – Eugenio Scalfari: due visioni del mondo
di Pierfranco Pellizzetti
(da “il Fatto Quotidiano”, 1 agosto 2012)

Quello tra Paolo Flores d’Arcais ed Eugenio Scalfari – di cui Eduardo di Blasi dà conto sulle pagine odierne de il Fatto Quotidiano – non è (solo) lo scontro di caratteri (e che caratteri!). È la prova provata dell’irriducibilità non negoziabile tra due visioni del mondo. Tra due biografie.
Il tutto celebrato sotto le insegne del comune editore (la debenettiana Editoriale l’Espresso).

Il fondatore de la Repubblica, più anziano, organizza le proprie analisi in base ai lasciti inestirpabili dell’idea antica che l’unico orizzonte possibile è quello dei Palazzi, nell’identificazione tra politica e partiti. Per cui il problema è solo quello di trovare – di volta in volta – l’interlocutore più affine: vuoi l’umanamente perfido Bruno Vicentini, vuoi “l’intellettuale della Magna Grecia” Ciriaco De Mita o – ancora – il pallido e tormentato Enrico Berlinguer. La ricerca del potente con cui interloquire nella logica del “consigliere del Principe”.

Il direttore di MicroMega ha compiuto un ben più articolato percorso esistenziale: espulso dal Pci (niente meno che per troskismo), leader del Movimento studentesco romano, referente dei dissidenti antistalinisti dell’Est europeo, conquista e mantiene negli anni un profilo da “uomo in rivolta”; come il suo amato Albert Camus. Difatti è sempre disponibile a ospitare tra le pagine della sua prestigiosa rivista contributi eccentrici e magari autori emersi dalla clandestinità (come il sottoscritto).

L’uno veste impettite flanelle grigio perla a fare pendent con la barba candida, l’altro predilige il casual tardo sessantottardo indossato con naturale eleganza.
Niente di strano – dunque – che i due non possano intendersi sull’intoccabilità (verrebbe da dire “sacralità”) di chicchessia nella vita pubblica; appurato che l’uno è un credente e l’altro un miscredente riguardo alla naturalità dello stato delle cose.

Lo stesso motivo per cui, davanti al crollo di credibilità del sistema dei partiti italiani, il conclamato “maestro di giornalismo” propone operazioni cosmetiche dall’alto (anche se i migliori giornalisti della sua scuderia la pensano diversamente; da Spinelli a Maltese, a Bolzoni), il filosofo ipotizza rifondazioni dal basso.
Questo la ragione di fondo del dissenso riguardo alla linea da tenere nei confronti del presidente Napolitano. Anche qui una questione di sintonia/dissintonia.
Giorgio Napolitano, coetaneo di Scalfari, si muove all’interno dell’identico orizzonte mentale: nessuna salvezza al di fuori dei partiti. Di questi partiti, che sono il solo soggetto che conosce.
D’altro canto, un residuato di quell’idea, incistata anche nella vecchia Sinistra, per cui la democrazia va guidata dall’alto. I cui rimasugli – ad esempio – ostruiscono ancora la mente di un vecchio “ragazzo di partito” come Massimo d’Alema. Tesi che veniva esplicitata già negli anni Settanta da un autorevole esponente del PCI d’allora, Paolo Bufalini; il quale – in un’intervista telefonica – alla domanda su che cosa pensasse del pluralismo, rispondeva: «naturalmente pluralismo partitico. Perché altrimenti non capirei di che cosa stiamo discutendo ».
Questa visione partitocentrica e di controllo dell’effervescenza del sociale ci ha regalato, nel tempo, l’omologazione del personale politico in quella mucillagine che qualcuno soprannomina “Casta”.
Ma i vecchi della politica come Scalfari e Napolitano non hanno antenne né strumenti intellettuali neppure per una vaga percezione del degrado. Mantengono altre priorità. Da qui il loro pompierismo ogni volta che l’indignazione rischia di mettere a repentaglio la presa partitocratrica. A fronte della vis incendiaria di Flores.

Tipiche chiusure da anziani impauriti dal cambiamento; immediata disponibilità ai rischi insiti nelle rotture di uno spirito rimasto giovane (e tendenzialmente ribaldo).
Sicché, fermo restando che chi scrive non ha la minima idee di che cosa sia stato scritto nelle famose trascrizioni telefoniche tra Mancino e un consigliere del Quirinale, quando si parla di ipotetici interventi del Presidente della Repubblica a favore di ex colleghi sottoposti a indagini della magistratura (anche per un’operazione mostruosa come quella della trattativa Stato-Mafia) il riflesso condizionato di Scalfari è “sopire e troncare”; quello di Flores il bisogno di vederci più caro, costi quello che costi.
Del resto era proprio Camus a dire «il fine giustifica i mezzi? Che cosa giustificherà i fini? ».

Dunque un problema culturale che diventa politico. Un dissidio non ricomponibile proprio perché produce agende delle priorità impossibilitate a convergere.
Pierre Bourdieu, negli ultimi anni della sua vita, sosteneva che «l’ultima rivoluzione politica, la rivoluzione contro il clero politico e contro l’usurpazione potenzialmente iscritta nella delega, resta ancora tutta da fare ». Parole che farebbero arricciare di sdegno la già citata barba candida scalfariana, musica per le orecchie di Flores.


Salvatore Borsellino teme per la vita del pm Antonio Ingroia. Video. Qui.


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Bart