Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Il Colle, le procure e la Costituzione

23 Agosto 2012

di Gustavo Zagrebelsky
(da “la Repubblica”, 23 agosto 2012)

EUGENIO Scalfari, col suo scritto di domenica scorsa, mi offre l’occasione di riprendere, sul nostro giornale, alcuni punti del mio articolo “incriminato”, incriminato per avere invitato il Presidente della Repubblica a riconsiderare l’opportunit√† del conflitto d’attribuzioni sollevato nei confronti di uffici giudiziari di Palermo. Non nego che quello scritto, tanto pi√Ļ per l’autorevolezza di colui da cui proviene, mi ha toccato nel profondo.
Poich√© le ragioni sono s√¨ personali, ma anche generali, tali quindi da poter interessare chi abbia seguito la vicenda, ritorno sull’argomento. Con una necessaria, e ovvia, premessa: siamo, come accennato, nel campo dell’opportunit√†. I giudizi di opportunit√† sono sempre discutibili, perch√© dipendono da molte ragioni e uno d√† pi√Ļ peso ad alcune e altri ad altre. Se la ragione fosse una sola, saremmo nel campo della necessit√† che non si discute. Ma l’opportunit√† √® sempre discutibile. Dunque, affrontiamo gli argomenti, in spirito discorsivo. Qui c’√® la forza e la ricchezza del nostro giornale.

Dividerò le considerazioni che seguono in una parte generale e una speciale.

La parte generale √® quella che pi√Ļ mi mette in difficolt√†. A proposito “di eterogenesi dei fini” – conseguenze non intenzionali di atti compiuti intenzionalmente – nel mio scritto, non vi sarebbe stata nessuna “eterogenesi”, perch√© le conseguenze – la strumentalizzazione in vista di un “attacco” al Capo dello Stato – sarebbero state non solo da me previste, ma addirittura volute. L’insinuazione √® che io faccia parte d’una operazione orchestrata per “delegittimare” il Capo dello Stato. Mi permetto di dire a Scalfari che ho avvertito come una ferita (e spiegher√≤ perch√©), tanto pi√Ļ ch’egli aggiunge di sperare che il suo dubbio sia dissipato, temendo che questa speranza “si risolva in una delusione”. Le cose non stanno cos√¨. Ho condiviso e condivido molte delle cose dette e fatte dal Capo dello Stato, come egli sa per averne ricevuto testimonianza, con calde parole ch’egli certo ricorder√†, in una pubblica occasione svoltasi qualche mese fa a Cuneo. Ma su altre cose ho delle riserve. Che cosa c’√® di strano? Una cosa approvi e un’altra disapprovi – s√¨, s√¨; no, no, il resto √® opera del maligno – e lo dici in piena libert√†, come si conviene in un Paese libero. Avrei dovuto tacere o dire il contrario?
Sei un ingenuo, perch√© avresti dovuto sapere che le tue parole sarebbero state strumentalizzate; anzi, sei un falso ingenuo – in sostanza, un ipocrita – perch√© lo sapevi benissimo. Qui, vorrei essere il pi√Ļ chiaro possibile: la linea di condotta cui mi sono ispirato non √® dei falsi, ma dei veri ingenui. Il compito di chi si dedica a una professione intellettuale √® d’essere, per l’appunto, un vero, consapevole e intransigente ingenuo (con l’unica riserva che dir√≤). Non √® sempre facile. Talora lo √® di pi√Ļ tacere, tergiversare, adeguarsi. √ą una questione d’integrit√† professionale, almeno cos√¨ come la vedo. Vogliamo forse che “per opportunit√†” si sostengano, con parole o con silenzio, cose diverse da quelle che si pensano vere, opportune, giuste? Dove andrebbe a finire la fiducia?

C’√® per me un “libro di formazione”. Non sembri una citazione fuori luogo o fuori misura. Scritto nel 1923, in circostanze pi√Ļ drammatiche delle attuali, contiene una lezione indimenticabile. √ą Il tradimento dei chierici di Julien Benda (ripubblicato da Einaudi). Non √® una citazione esornativa, “da professore”. √ą un invito. Tratta degli uomini di pensiero che in quel tempo – e in tutti i tempi – si astennero dal prendere posizione, tacendo o dicendo cose che andavano contro le loro stesse convinzioni, e questo fecero “per opportunit√†”. La loro colpa non fu di avere detto cose sbagliate, ma di non avere detto le cose ch’essi stessi ritenevano giuste. Facciamo le debite proporzioni, ma riflettiamo sul corto-circuito che si verifica quando nel campo del pensiero si insinua l’idea che ci√≤ che pensiamo, per opportunit√†, o anche per “responsabilit√†”, si possa o debba tacere.

Forse che l’attivit√† intellettuale non deve anch’essa essere responsabile? Certo che s√¨. Ma responsabile verso chi o che cosa? Verso la sua natura: una natura diversa da quella politica. Forse che l’attivit√† intellettuale non ha anch’essa una propria valenza politica? Certo che s√¨, ed elevatissima, ma non nel senso di chi opera nella politica, intesa come la sfera dei partiti, della competizione per il potere, della conquista del consenso: da noi, c’√® difficolt√† ad ammettere che non tutto √® politica in questo senso. Esiste invece una funzione diversa, “ingenua”, non legata al potere e al consenso – la cui esistenza √® essenziale alla vita libera della p√≠¬≥lis. Sarebbe una deviazione, se l’attivit√† intellettuale non tenesse fede a questa sua caratteristica, anzi non ne facesse il suo vanto. Solo cos√¨, c’√® la sua utilit√†, la sua funzione civile. Chi ragiona diversamente, che idea ha del rapporto politica-cultura? Scrivendo queste cose, mi ritornano in mente gli anni ’50. Chi appartiene alla mia e alla precedente generazione, comprende facilmente il riferimento. Se ci sar√† l’occasione potremo ritornare su quella storia fatta di contrapposte accuse di “defezione”, che nessuno e, di certo meno che mai Eugenio Scalfari, rimpiange.

Sulla parte speciale credo di muovermi con pi√Ļ facilit√†. Nel mio scritto, ho sostenuto che questo conflitto, per i suoi caratteri, non ha precedenti. Scalfari dice di no, ma poi spiega: vi sono politici e loro fiancheggiatori che, nel caso in cui la Corte dia ragione al Capo dello Stato, “palpitano” per poter accrescere i loro “attacchi eversivi” all’una e all’altro; nell’improbabile caso contrario, se al Capo dello Stato venisse dato torto, sempre gli stessi gli chiederebbero “immediate e infamanti dimissioni”. Non √® questa una situazione eccezionale, drammaticamente difficile? Riflettiamoci seriamente e freddamente. La Corte √® un giudice e noi pretendiamo ch’essa giudichi secondo diritto, seguendo “l’etica della convinzione” che le √® propria. Ma sappiamo bene che, messa di fronte a un “fiat iustitia, pereat mundus”, nessuna Corte costituzionale indietreggerebbe nell’applicare l'”etica delle conseguenze” che, indubbiamente, interferisce con le ragioni solo giuridiche. Nella specie, il “pereat mundus” √® la crisi costituzionale che sia Scalfari sia io paventiamo. Qualunque Corte costituzionale la prenderebbe in considerazione come male supremo da evitare. Per questo dicevo che l’esito del conflitto √® scontato. Dire queste cose non √® indebita interferenza sulla decisione della Corte, come crede Scalfari, ma √® teoria della Costituzione. Leggendo che le Corti hanno il diritto d’essere protette da situazioni siffatte, per poter decidere nella “tranquillit√† del diritto”, non c’√® da essere sconcertato “d’una scorrettezza”, come Scalfari dice d’essere, perch√© quella espressione viene da lontano, da un dibattito internazionale tra illustri costituzionalisti.

Scalfari, poi, mi fa dire che la Corte non avrebbe i poteri per risolvere il conflitto proposto, perch√©, dando ragione al Capo dello Stato, introdurrebbe un’innovazione della Costituzione. In verit√†, non ho detto questo ma che, per quanti danno alla parola “irresponsabilit√†” un significato pi√Ļ ristretto di “inconoscibilit√†” o “intoccabilit√†” – per quelli (e ce ne sono) che pensano cos√¨ – l’accoglimento del ricorso sarebbe un’innovazione della Costituzione. L’interpretazione che facesse coincidere i significati, sia pure a proposito di una piccola, ma cruciale questione, avrebbe effetti di sistema difficilmente controllabili su tutto l’impianto dei poteri costituzionali, cos√¨ come si √® finora concepito. E, se √® vero che, nel caso in questione, la Corte si trova in quel cul de sac di cui dice lo stesso Scalfari, la domanda √® se non √® sommamente inopportuno che ci√≤ avvenga, e in queste circostanze. Poi, √® verissimo, che la Corte dispone di tutti gli strumenti tecnici necessari per decidere come vuole (le sentenze additive e interpretative, per√≤, di per s√© non c’entrano: riguardano i giudizi sulle leggi, non i conflitti): dai principi, nel nostro caso il principio d’irresponsabilit√† presidenziale, si possono trarre regole specifiche per decidere i singoli casi, superando anche (ma qui non √® il caso di scendere nei dettagli giuridici) contraddizioni o lacune legislative. Ma la questione non √® di strumenti tecnici, ma – ripeto – di prudenza e responsabilit√† nel chiedere di attivarli.

L’ultima cosa che non ho detto √® che il Capo dello Stato avrebbe frapposto “un insormontabile ostacolo alla ricerca della verit√†”. Ho detto invece che il ricorso, per effetto delle circostanze che non si controllano, √® venuto ad assumere il significato d’un tassello in un disegno critico della magistratura, che finisce per indebolirne l’opera. Il che, guardando ci√≤ che succede, mi pare incontestabile.

Sullo sfondo di tutto ci√≤, c’√® una questione che emerge con chiarezza nelle considerazioni “pertinenti anche se non inerenti” che chiudono l’articolo di Scalfari. Esiste nel nostro Paese uno scontro aperto e, apparentemente, senza mediazioni. Da un lato, coloro che sostengono con convinzione che la magistratura (se non tutta, molte sue parti) esorbiti dai suoi poteri perch√© persegue il fine di sottomettere la democrazia o la politica al processo penale. Dall’altro, quelli che pensano che non si tratti affatto di questo, ma semplicemente di ampi settori del mondo politico che, avendo costruito le proprie fortune sull’illegalit√†, temendo l’azione giudiziaria, vogliono limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. I primi parlano di “guerra” dei magistrati contro la politica, di “giustizialismo”, ora di “populismo giuridico”; i secondi, specularmente, di “guerra” dei politici contro la magistratura, di “assalto” alla giustizia. Se davvero stato di guerra ci fosse (ecco la riserva cui accennavo all’inizio), allora anche le idee dovrebbero schierarsi, perch√© in guerra non solo tacciono le leggi, ma anche suonano le trombe che chiamano i cervelli all’adunata. Ai primi, per√≤, bisognerebbe dire che i secondi non sono affatto tutti “antipolitici”, come vengono definiti con una parola violenta e disonesta, che non fa che creare ostilit√† contro “i politici” che la pronunciano; ai secondi, occorrerebbe dire che la critica distruttiva della politica non sappiamo dove ci potrebbe portare: ma non certo verso il regno della giustizia (e della democrazia). Coloro che sognano rivalse contro i magistrati dovrebbero chiedersi da dove nasce il risentimento contro “la politica” ch’essi impersonano e dovrebbero vedere che molti loro propositi non sono che altrettanti boomerang che alimentano le fila di chi sta dall’altra parte. Credono davvero che i diversi “riequilibri”, in questo clima di scontro, siano saggi propositi e non conati controproducenti? Il ricorso del Capo dello Stato ha aperto un “conflitto” giuridico ma, inevitabilmente, ha finito per essere inglobato, come suo episodio, in questo “conflitto” politico (astuzia perversa delle parole!). L’invito a ricercare una limpida soluzione della questione nella sede processuale ordinaria e a riconsiderare quindi l’opportunit√† di quel conflitto, nasce da qui.


Firmare a sostegno dei pm anche per dire no al regime
di Gianni Vattimo
(da “il Fatto Quotidiano”, 23 agosto 2012)

Si parla tanto, discutendo ¬†dellarticolo ¬†(decisivo, inappuntabile) di ¬†Gustavo Zagrebelsky, di eterogenesi dei fini. Ma varrebbe la pena anche, e pi√Ļ, di parlare di eterogenesi delle cause. Spieghiamoci: davvero possiamo pensare che le tante migliaia di cittadini √Ę‚ā¨‚Äú compreso il sottoscritto √Ę‚ā¨‚Äú che hanno firmato ¬†l’appello del Fatto a difesa dei pm di Palermosotto attacco da parte di quasi tutti i grandi media cosiddetti indipendenti, siano stati motivati dalla preoccupazione per la sorte di quei magistrati, per ora almeno non direttamente minacciati n√© di licenziamento n√© di carcere; o dalla irresistibile curiosit√† di sapere che cosa si dicevano Napolitano e Mancino nelle conversazioni illegalmente, criminalmente ascoltate e addirittura trascritte dalla magistratura palermitana? Ma che cosa davvero ci poteva essere di cos√¨ ¬†decisivo in quei nastri, gi√† per giunta dichiarati irrilevanti ai fini del processo? Confessiamo finalmente che del contenuto di quelle intercettazioni non ci potrebbe importare di meno. Figurarsi se il nostro saggissimo presidente (Giulia Bongiorno docet) si sarebbe mai lasciato andare, anche senza sospettare di essere ascoltato, a dire qualcosa di men che prevedibile, istituzionale, neutrale?

E allora? Perch√© in tanti avremmo dovuto sentirci cos√¨ impellentemente spinti a firmare il documento pro pm? Le ragioni, le cause ‚Äúeterogenee‚ÄĚ di cui generalmente si tace nella discussione sullo scritto di Zagrebelsky, sono, appunto, altre. La diffusa e motivatissima insofferenza per il vero e proprio regime che √® calato sul Paese per gli sforzi congiunti di Napolitano e Monti, √® la ragione principale che spiega la popolarit√† dell’appello √Ę‚ā¨‚Äú anche se sia delle sorti dei magistrati palermitani, sia della ¬†trattativa Stato-mafia nessuno dei firmatari si era dimenticato. Ci√≤ che si √® voluto respingere con la valanga di firme √® stato principalmente la progressiva instaurazione del regime, che del resto anche dalla vicenda delle intercettazioni palermitane ha ricevuto una intensificazione senza precedenti. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, dopo le esternazioni mediatiche degli ultimi giorni, anche e soprattutto da parte di padri della patria come ¬†Scalfari, questi dubbi non dovrebbero pi√Ļ esserci. Siamo di fronte non a una campagna di delegittimazione del Capo dello Stato, come vanno predicando ex esponenti della ex-ex-ex sinistra; ma a un generale sforzo di consolidamento del regime; temiamo, in vista di autunni e inverni caldi e caldissimi.

Le poche voci dissonanti, anzitutto quella di ¬†Antonio Di Pietro, accanto a quella di ¬†Grillo ¬†e all’altra √Ę‚ā¨‚Äú un po’ arrochita dal vecchio e nuovo berlusconismo, della ¬†Lega, sono ormai tacitate e demonizzate in tutti i modi, fino a dire esplicitamente che chi non sta con Napolitano o si permette di criticarlo non potr√† appartenere al centrosinistra Bersanian-Casinista verso cui Quirinale e establishment ci stanno spingendo. Non solo c’√® la luce in fondo al tunnel, ne siamo ormai fuori per merito di questo governo. Domandare conferma di tutto ci√≤ agli esodati senza pensione, ai licenziati di tutte le fabbriche che hanno chiuso i battenti, ai tarantini presi in giro dalla compagnia di giro dei ministri inviati prontamente sul luogo da Monti. Quasi ¬†tutti i giorni la stampa ‚Äúindipendente‚ÄĚ ci informa che Monti ci √® invidiato da tutti i paesi d’Europa e forse anche da Obama. Sar√† anche vero che lo spread √® un poco sceso, e che le borse hanno guadagnato qualche punto: gi√†, le borse e le banche, pupilla degli occhi del premier. Ma per il resto, i costi della vita per le famiglie, ci sar√† forse da aspettare un po’ di pi√Ļ, e cos√¨ per avere un qualche recupero dell’occupazione. Ma intanto noi vediamo la luce in fondo al tunnel con gli occhi dei media; che del resto, insieme a Napolitano sono i creatori delle fortune politico-tecniche di Monti. Nessuno si √® accorto che qualcosa sia migliorato in Italia negli ultimi mesi, anzi ¬†il contrario √® sotto gli occhi di tutti. √ą anche questo clima di untuosa accettazione della menzogna ufficiale, quirinalizia o no che sia, ci√≤ che (correggetemi se sbaglio) i firmatari dell’appello pro pm di Palermo vogliono combattere. Forse sarebbe ora di smettere di giocare tutti ai costituzionalisti dibattendo sulle prerogative del Presidente. Ne usasse finalmente una, decisiva: sciogliere le inutili Camere e mandarci finalmente a votare e restaurando quel poco di democrazia che ancora ci resta.


Stato e mafia, la trattativa spiegata al mondo: ‚ÄúNessun complotto del Fatto‚ÄĚ
di Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano”, 23 agosto 2012)

Non √® bastato il caldo agostano n√© il periodo di ferie per scoraggiare i giornalisti stranieri che, ieri pomeriggio, hanno riempito la saletta della Stampa estera di via dell’Umilt√†, a ¬†Roma, per assistere alla conferenza stampa del ¬†Fatto Quotidiano. Il ¬†Telegraph, ¬†France 24, l’Observer. Colleghi danesi, tedeschi, persino ¬†Josephine McKenna, giornalista australiana, tutti incuriositi ‚Äúdall’oscuro partito formato dal Fatto, Idv e ¬†Grillo ¬†che √Ę‚ā¨‚Äú accusano alcuni √Ę‚ā¨‚Äú vuole rovesciare il governo e forse addirittura far dimettere il capo dello Stato‚ÄĚ. ¬†‚ÄúLa realt√† √Ę‚ā¨‚Äú sorride il direttore del Fatto ¬†Antonio Padellaro, mentre annuncia che ¬†le ¬†firme ¬†raccolte a sostegno dei magistrati sfiorano quota ¬†130 mila ¬†√Ę‚ā¨‚Äú √® molto meno suggestiva di cos√¨: stiamo solo facendo il nostro mestiere‚ÄĚ.

Basta un’oretta perch√© il procuratore aggiunto della ¬†Dda ¬†di ¬†Palermo ¬†Vittorio Teresi, Padellaro e il vicedirettore ¬†Marco Travaglio ¬†mettano in ordine i fatti: i 12 nuovi indagati nella ¬†trattativa tra Stato e mafia ¬†(guarda il video del Fatto ‚ÄúVent’anni di trattativa‚ÄĚ); le ¬†telefonate ¬†intercettate ¬†tra l’ex vicepresidente del Csm ¬†Nicola Mancino, il consigliere, recentemente scomparso, del Quirinale ¬†Loris D’Ambrosio ¬†e il presidente della Repubblica ¬†Giorgio Napolitano; la decisione del Colle di sollevare il conflitto di attribuzione per paura che il contenuto di quelle telefonate diventasse di dominio pubblico e la questione sempreverde della ¬†stampa italiana ¬†che, come dice Padellaro, ‚Äúdepista, essendo troppo distratta o addirittura connivente‚ÄĚ.

Faccenda, questa, spiegata nitidamente da Teresi, che si appella alla stampa estera perch√© ‚Äúcolmi i vuoti drammatici dei colleghi italiani‚ÄĚ. ‚ÄúIl fatto fondamentale √Ę‚ā¨‚Äú secondo il pm palermitano √Ę‚ā¨‚Äú √® che ‚Äúsi sta raccontando di una guerra tra il Colle e la Procura di Palermo che, in realt√†, non esiste. Il motivo √® semplice: il conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale non interferisce in alcun modo con le indagini. L’inchiesta condotta dalla Procura di Palermo, infatti, √® solida. E non potendo attaccarla nei contenuti, stanno cercando di indebolirne la forza con una pesante campagna farcita di attacchi politici‚ÄĚ.

Cos√¨, senza mezze parole, Teresi conferma ¬†la lettura di Padellaro, secondo cui la procura siciliana √® ‚Äúisolata‚ÄĚ e ‚Äúaccerchiata‚ÄĚ, ed elenca uno per uno tutti gli atti ‚Äútesi a minare la serenit√† dei magistrati di Palermo‚ÄĚ. A partire dalle iniziative contro i singoli magistrati, come il procedimento avviato dal ¬†Csm ¬†nei confronti di ¬†Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la corte d’Appello della procura di Caltanissetta. La sua colpa? ‚ÄúAver letto una ¬†lettera, simbolicamente indirizzata a ¬†Paolo Borsellino, durante l’anniversario della strage di via d’Amelio. Certo, non mancavano critiche al potere politico e a quella parte della classe dirigente connivente e infiltrata dalla mafia: un intervento applaudito da centinaia di persone, sulle orme di accuse gi√† sollevate da molti altri magistrati in passato. Ma quest’anno, per la prima volta, √® scattato il procedimento per incompatibilit√† ambientale‚ÄĚ.

MAGISTRATI NEL MIRINO. ¬†Oppure l’iniziativa, firmata dal Pg della ¬†Cassazione, contro il capo della Dda di Palermo ¬†Francesco Messineo ¬†e il collega ¬†Nino di Matteo, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ¬†di Palermo, nel mirino per un’intervista rilasciata a Repubblica in cui Di Matteo confermava l’esistenza delle intercettazioni telefoniche che coinvolgono il Colle, notizia per altro gi√† pubblicata qualche giorno prima dal settimanale ¬†Panorama. ‚ÄúNino si √® limitato a rispondere alla domanda di una giornalista, dicendo che negli atti depositati non c’√® traccia di queste telefonate, e che le intercettazioni, se esistenti, verranno trattate secondo la legge. Ora il collega viene accusato di aver rivelato notizie alla stampa senza chiedere il permesso del suo capo, Messineo, come prevede la procedura. Ma essendo la storia gi√† stata pubblicata da Panorama, il problema non si pone‚ÄĚ.

C’√® un filo rosso che unisce le azioni intraprese contro i magistrati Scarpinato e Di Matteo: ‚ÄúEntrambi √Ę‚ā¨‚Äú spiega Teresi √Ę‚ā¨‚Äú sono in corsa per il posto di ¬†procuratore generale a Palermo, che √® il massimo vertice della magistratura a cui possono aspirare in Sicilia. In un colpo solo, cos√¨, hanno azzerato tutte e due le candidature ¬†. Non sono casuali neanche le pressioni su Di Matteo, che sta terminando il processo, gi√† molto teso, sulla ¬†mancata cattura di Bernardo Provenzano ¬†da parte del generale ¬†Mario Mori, processo che costituisce la premessa logica a quello sulla trattativa tra Stato e mafia‚ÄĚ. La stampa, in sostanza √Ę‚ā¨‚Äú sostengono il pm e il Fatto Quotidiano √Ę‚ā¨‚Äú sta spostando l’attenzione dalla gravit√† di queste inchieste alle presunte lesioni delle prerogative del Quirinale da parte della Procura di Palermo. E, per rispondere a ¬†Francoise Kadri ¬†di ¬†France Press ¬†che domanda se c’√® un complotto, Travaglio ripesca i quotidiani usciti quest’estate: ‚ÄúCi sono, in molti giornali, bravissimi cronisti che, nei loro pezzi, hanno raccontato i fatti. Ma dalla met√† ¬†di giugno in poi, quando questa storia √® diventata centrale, agli articoli di cronaca venivano affiancati commenti scritti ¬†da gente che diceva l’esatto opposto, o perch√© non sapeva, o perch√© preferiva non sapere‚ÄĚ.

Non √® tutto, aggiunge Teresi. Di iniziative ‚Äúinquietanti e sospette, perch√© esagerate, ce ne sono altre: noi facciamo le inchieste grazie alla Dia, ai Carabinieri e alla Polizia: sono loro che trovano le prove per ottenere le condanne. ¬†Questi vertici investigativi ora stanno per essere azzerati, disarmati, con le risorse economiche tagliate e i migliori uomini trasferiti. Noi leggiamo questa somma di fatti come non casuali, inquietanti e francamente pericolosi‚ÄĚ. Fatti che hanno, dice Travaglio, un mandante (la politica) e un obiettivo (fermare le indagini ¬†sulla trattativa Stato-mafia). Ancora pi√Ļ tranchant Padellaro: ‚ÄúIn Italia ci sono le tre mafie globalmente pi√Ļ potenti e liquide, ‘ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra. Medaglia d’oro, d’argento e di bronzo. Come mai, di fronte alla potenza economica senza pari al mondo che ha questo potere criminale, che infatti tiene in mano mezzo Paese, quando i magistrati tentano di perseguire i reati, la politica √Ę‚ā¨‚Äú invece di aiutarli √Ę‚ā¨‚Äú li combatte, li indebolisce e costringe pm come Antonio Ingroia a emigrare in Guatemala?‚ÄĚ. ‚ÄúBisogna anche smetterla di parlare di ‚Äėpresunta’ trattativa √Ę‚ā¨‚Äú aggiunge Travaglio √Ę‚ā¨‚Äú visto che non solo √® confermata da sentenze definitive, ma soprattutto si sa che √® cominciata nella primavera del 1992, subito ¬†dopo Capaci, e non si sa se sia mai finita‚ÄĚ.

E anche se la faccenda dura da vent’anni, la novit√† c’√® e risale a giugno: ¬†quella di 12 persone imputate nell’ambito della trattativa. ‚ÄúIl reato √Ę‚ā¨‚Äú spiega Travaglio √Ę‚ā¨‚Äú non √® trattare con Cosa Nostra, scelta comunque alquanto discutibile. Ma √® quello di aver costretto lo Stato a trattare con la mafia, dopo che Cosa Nostra ha compiuto le stragi proprio per forzare, per estorcere la trattativa. L’imputazione √® quella di ‚Äėviolenza o minaccia a organi dello Stato’ e tra i rinviati a giudizio per questo reato ci sono la cupola mafiosa (Provenzano, ¬†Riina, ¬†Bagarella ¬†e ¬†Brusca) con i suoi postini (Cin√† ¬†e ¬†Ciancimino jr), e cinque uomini dello Stato, tra cui tre alti ufficiali del Ros (Mori, ¬†De Donno ¬†e ¬†Subranni ¬†), l’ex ministro ¬†Mannino ¬†e il co-fondatore di ¬†Forza Italia ¬†Dell’Utri. Poi c’√® Nicola Mancino, che in questo stesso processo √® imputato per falsa testimonianza, accusato di aver mentito proprio durante il processo al generale Mori. Ecco, questa notizia √® stata abilmente scalzata dalla falsa notizia secondo cui Napolitano sarebbe stato intercettato‚ÄĚ.

INTERCETTATO ¬†√ą MANCINO. ¬†Silenzio in sala, con sguardi perplessi di chi si chiede se, alla fine, il capo dello Stato sia stato effettivamente intercettato oppure no, come hanno scritto ¬†molti quotidiani italiani. Chiarisce Teresi: ‚ÄúSolo il telefono di Mancino era sotto controllo. √ą chiaro che se lo chiama Napolitano viene ascoltato pure lui‚ÄĚ. ‚Äú√ą stato dunque il presidente ad alzare la cornetta?‚ÄĚ, domandano in coro alcuni giornalisti francesi. ‚ÄúNon posso dirlo‚ÄĚ, si schermisce Teresi. ‚ÄúNon possiamo saperlo √Ę‚ā¨‚Äú spiega Travaglio √Ę‚ā¨‚Äú ma se chiami uno che ha il telefono sotto controllo finisci nell’intercettazione anche tu. Senza contare che, mentre la legge tutela deputati e senatori, che non possono essere intercettati, non dice che il capo dello Stato non possa essere intercettato. Nulla di esplicito. E il telefono, tra il 1946 e il 1948, c’era gi√†, segno che i padri costituenti ¬†hanno lasciato apposta un’area grigia. Comunque sia, i pm hanno specificato immediatamente che queste intercettazioni non sono rilevanti per l’inchiesta‚ÄĚ.

Qual √® dunque il problema? ‚ÄúChe gli avvocati dei 12 imputati hanno il diritto di ascoltare quelle telefonate perch√©, anche se ai pm non interessano, potrebbero servire ai legali per scagionare i loro clienti. E una volta che le ascoltano, nulla impedisce loro di raccontarne il contenuto ai giornalisti: √® questo che terrorizza Napolitano‚ÄĚ. C’√® un aspetto anche pi√Ļ profondo di cui parla Padellaro: ‚ÄúStamattina (ieri, ndr), il Fatto ha pubblicato una bellissima lettera di ¬†Vittorio Occorsio, nipote del giudice ammazzato dai terroristi. Nel ringraziare Napolitano per tutto quello che ha fatto finora a salvaguardia della memoria storica, Occorsio si chiede: ‚ÄėPerch√© non chiudere, ora, la pagina dei misteri diffondendo quelle telefonate?’. Noi rilanciamo l’appello, sapendo benissimo che cadr√† nel vuoto: il Colle sostiene che non ci sia nulla di compromettente in quelle telefonate, e anche i pm le ritengono ininfluenti. Perch√© il presidente non ne chiede la pubblicazione?‚ÄĚ.

La domanda che domina nella stanza per√≤ la pone il presidente della Stampa estera (e moderatore dell’incontro) ¬†Tobias Piller: ‚ÄúIn un Paese con le istituzioni cos√¨ deboli come l’Italia, vale davvero la pena di prendersela con Napolitano?‚ÄĚ. ¬†Risponde Padellaro: ‚ÄúNon solo, in quanto giornalisti, abbiamo il dovere di raccontare i fatti. Ma, grattando la superficie, la parola chiave che emerge √® una: intercettazioni. Si tratta di uno strumento fondamentale senza il quale le indagini non si possono fare, e sollevando il conflitto di attribuzioni, il presidente Napolitano ha ridato fiato a chi le vuole eliminare. Tant’√® che anche il premier ¬†Mario Monti ¬†ha sollevato la questione proprio in seguito alle azioni di Napolitano‚ÄĚ.

‚ÄúTutto bene, ma non si tratta comunque di archeologia?‚ÄĚ si chiede un cronista danese, uno dei pochi scettici rimasti in sala. ‚ÄúSe si tratta di archeologia, perch√© il presidente Napolitano reagisce cos√¨?‚ÄĚ. E poi ‚Äúla classe politica √Ę‚ā¨‚Äú aggiunge Travaglio√Ę‚ā¨‚Äú √® la stessa da vent’anni. Chi era invischiato allora, in certi casi √® ancora al potere. La seconda Repubblica sta finendo, che strada prenderemo ora? E che ruolo giocher√† la mafia in vista delle prossime elezioni?‚ÄĚ.


Le conseguenze del conflitto
di Maurizio Viroli
(da ‚Äúil Fatto Quotidiano‚ÄĚ, 23 agosto 2012)

Si rende conto il Capo dello Stato – e con lui il presidente del Consiglio e tutti i commentatori che hanno sostenuto il suo operato – di che cosa vuol dire lasciare soli o an ¬≠che soltanto indebolire l’auto ¬≠revolezza dei magistrati clic in ¬≠dagano sulla trattativa fra Stato e mafia, a Palermo? Quando que ¬≠sti magistrati non hanno il pie ¬≠no e completo sostegno di tutto lo Stato, e dell’opinione pubbli ¬≠ca, la loro vita √® ancora pi√Ļ in pericolo. Lo ha spiegato nel mo ¬≠do pi√Ļ chiaro possibile Giovan ¬≠ni Falcone: “Si muore quando si e lasciati soli”. Queste parole si sono rivelate una tragica profe ¬≠zia e impongono di chiedere se era davvero cos√¨ necessario sol ¬≠levare un conflitto costituzio ¬≠nale nei confronti degli uffici giudiziari di Palermo. Nel suo magistrale e coraggioso artico ¬≠lo su Repubblica del 17 agosto, Gustavo Zagrebelsky ha sottoli ¬≠neato che se la Corte Costituzio ¬≠nale desse torto al Capo della Stato, si aprirebbe un conflitto devastante “al limite della crisi costituzionale” fra due istituzio ¬≠ni fondamentali dello Stato.

SI TRATTA di un’eventualit√† molto remota, ma la semplice possibilit√† che si possa verificare avrebbe dovuto dissuadere il capo dello Stato dal suo proposito. non fosse altro perch√© suo pri ¬≠mo e pi√Ļ importante dovere, √® rappresentare l’unit√† nazionale (art. 87). Se invece la Corte co ¬≠stituzionale dar√† ragione al capo dello Stato, com’√® pressoch√© certo che far√†, riconoscer√† non solo che il presidente della Re ¬≠pubblica “non √® responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni” (art. 90), ma decreter√† anche la sua “inconoscibilit√†” e “intoccabilit√†” asso ¬≠luta, da cui conseguirebbero “obblighi particolari di compor ¬≠tamento degli uffici giudiziari, fuori dalle regole e dalle garanzie ordinarie del processo penale”. Immaginiamo che al Colle sia eletto – ipotesi tutt’altro che in ¬≠fondata – uno dei tanti politici corrotti che popolano il nostro panorama politico, reso inconoscibile e intoccabile da una de ¬≠cisione della Corte Costituziona ¬≠le: c’√® da rabbrividire.

Ma le conseguenze del conflitto aperto dal capo dello Stato nei riguardi dei magistrati di Paler ¬≠mo potrebbero essere ancora pi√Ļ tragiche perch√© potrebbero coinvolgere la sicurezza dei servitori dello Stato. Una Repubbli ¬≠ca che si rispetti deve avere qua ¬≠le prima preoccupazione la tute ¬≠la della sicurezza dei. cittadini e in particolare quella dei suoi magistrati e delle sue forze ¬† dell’or ¬≠dine. Da questo principio discende che deve essere cura precipua di chi la rappresenta fare capire ai criminali di qualsiasi specie, con le parole e con gli at ¬≠ti, che se toccano un magistrato dovranno vedersela con tutto la forza dello Stato, unito in tutte le sue componenti, nella determi ¬≠nazione di punirli secondo le leggi. Orbene, dei magistrati chiamati a rispondere davanti al ¬≠la Corte costituzionale del loro operato sono inevitabilmente pi√Ļ deboli rispetto alla mafia che combattono. E poich√© sono es ¬≠seri umani √® tutt’altro che im ¬≠possibile che alcuni di loro si sentano meno motivati a dedica ¬≠re le proprie migliori energie e a rischiare la vita nella lotta alla. mafia.

NON DOVREBBE essere ne ­cessario, ma è meglio precisare, che quanto ho fin qui sostenuto non implica che i magistrati, per la sola ragione che combattono la mafia, possano violare i diritti dei cittadini o interferire con gli altri poteri dello Stato. Se abusa ­no, tocca al Consiglio Superiore della Magistratura (art. 105) pro ­cedere per via disciplinare. Poi ­ché il Consiglio non ha trovato nulla da eccepire, non si vede motivo per sollevare il conflitto di attribuzioni. E ancora meno
giustificato appare l’appello del capo dello Stato ad approvare una pi√Ļ restrittiva legge sulle intercettazioni telefoniche per via di larghe intese parlamentari, vale a dire con il contributo di for ¬≠ze, quali i berlusconiani, che, co ¬≠me tutti sappiamo, hanno sem ¬≠pre dimostrato un encomiabile senso dello Stato!

Per prendere una decisione che comporta i rischi reali e gravi che ho menzionato, ci vuole una ragione molto forte, anzi un vero e proprio stato di necessit√†. Or ¬≠bene, nel suo decreto del 16 lu ¬≠glio il capo dello Stato ha invo ¬≠cato, a sostegno della sua deci ¬≠sione, il dovere di impedire che si formino precedenti tali da in ¬≠taccare la figura presidenziale (“lesione delle prerogative costi ¬≠tuzionali del presidente della Re ¬≠pubblica, quantomeno sotto il. profilo della loro menomazio ¬≠ne”) per lasciarla ai suoi succes ¬≠sori cos√¨ come l’ha ricevuta dai predecessori. No, non basta. L’armonia e la cooperazione fra i poteri dello Stato, il diritto dei cittadini di conoscere l’operato dei suoi rappresentanti e in primis di chi rappresenta l’unit√† nazio ¬≠nale, e soprattutto l’autorevolez ¬≠za e la sicurezza dei magistrati so ¬≠no, in regime repubblicano, pi√Ļ importanti delle incrinature, per altro opinabili, delle prero ¬≠gative del presidente della Re ¬≠pubblica.


Una guerra di carta manda in tilt la sinistra
di Giampaolo Pansa
(da ‚ÄúLibero‚ÄĚ, 23 agosto 2012)

Esiste davvero un duello tra Il Fatto quotidiano e Repubblica?
In apparenza no. C’√® una grande disparit√† di forze tra il giornale della ditta Antonio Pa ¬≠dellaro & Marco Travaglio e quello guidato con mano ferrea da Ezio Mauro. Tuttavia √® indubbio che stia accadendo qualcosa alle due testate. Costrette a un confronto senza precedenti.

Non varrebbe la pena di par ¬≠larne se la faccenda riguardasse soltanto il Fatto e Repubblica. I giornali si occupano troppo di giornali, un argomento di bot ¬≠tega che di solito annoiai lettori. Ma in questo caso l’affare √® as ¬≠sai pi√Ļ complesso. E rischia di provocare effetti sorprendenti nel caos della sinistra italiana. Con la discesa in campo di forze inedite. Come il Movimento 5 Stelle e la Fiom, il sindacato dei meccanici Cgil.

Il Fatto nasce alla fine del set ¬≠tembre 2009 per iniziativa di un gruppo di giornalisti che voglio ¬≠no conquistarsi un posto nel teatro dei media italiani. Il suc ¬≠cesso √® immediato. Lo spazio viene trovato, non grandissimo, per√≤ stabile: fra le 70 e le 80 mila copie vendute. Il direttore √® Pa ¬≠dellaro, ex di testate diverse: Corriere della sera, Espresso, Unit√†. Ma la star del giornale √® Travaglio. √ą un giornalista gio ¬≠vane, classe 1964, con una mo ¬≠struosa capacit√† di lavoro e de ¬≠dito a un giustizialismo totalita ¬≠rio.

Il suo motto recita che i magi ¬≠strati hanno sempre ragione. Se poi sono magistrati d’accusa la loro ragione raddoppia. La teo ¬≠ria di Marco ha un connotato religioso. E lui la predica ovun ¬≠que. Nei suoi editoriali quoti ¬≠diani, nella rubrica che l’Espres ¬≠so gli ha offerto, nelle trasmis√Ę‚ā¨‚Äėsioni televisive di Michele Santoro.

Qualcuno si domanda se al Fatto conti pi√Ļ Padellaro o Tra ¬≠vaglio. Per√≤ √® un quesito acca ¬≠demico perch√© fra i due esiste un’intesa senza incrinature ap ¬≠parenti. Tuttavia il potere di Marco non ha rivali. Ne sa qual ¬≠cosa uno dei fondatori del quo ¬≠tidiano, Luca Telese, costretto a levare le tende perch√© ha osato mettersi contro la star del Fatto. Del resto se Travaglio decidesse di emigrare al New York Times, per Padellaro sarebbero cavoli amari.

Ma siamo in presenza di un rischio molto teorico. Antonio e Marco filano d’amore e d’ac ¬≠cordo. La stagione iniziale del Fatto si rivela fortunata. √ą un ca ¬≠so unico in Italia di un giornale nato per compiere una sola missione: mandare a casa Silvio Berlusconi. L’assalto di Trava ¬≠glio √® senza quartiere. Il leader del centrodestra viene straziato anche con il ricorso a sopran ¬≠nomi corrosivi: Cainano, Bellachioma, Banana, Al Tappone, BerlusGheddafi. Alla fine il Ca ¬≠valiere √® disarcionato, non tan ¬≠to dal Fatto, bens√¨ dai suoi infi ¬≠niti errori, pubblici e privati.

Siamo nel novembre 2011. Aquel punto il destino vuole che, insieme al Cainano, cada anche la vendita del Fatto. Quante co ­pie perde dopo la scomparsa del nemico? Difficile saperlo con certezza, ma pare che non si tratti di quisquiglie. Urge in ­ventarsi un altro avversario da distruggere. Il Fatto prende di mira il nuovo premier, Mario Monti, e il suo governo tecnico. Ma è un bersaglio sul quale tira ­no anche altri giornali. Inoltre risulta difficile mobilitare con ­tro i professori le stesse folle che volevano il Berlusca appeso a piazzale Loreto.

A questo punto entra in scena l’intelligenza strategica di Antonio & Marco. Senza ricorrere a nessun mago del marketing, mettono nel mirino il bersaglio numero uno in Italia: Giorgio Napolitano. √ą il presidente della Repubblica, ma viene subito in ¬≠dicato come il fellone che pro ¬≠tegge i segreti della presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. E per questo losco obiettivo ha deciso di mandare al tappeto i pubblici ministeri di Palermo. A cominciare dall’eroe che li rap ¬≠presenta tutti: Antonio Ingroia, buon amico e compagno di va ¬≠canze di Travaglio.

Arrivati a questo punto, qual ¬≠cuno si domander√†: ma che co ¬≠sa c’entra Repubblica nella guerra del Fatto contro Napoli ¬≠tano? La connessione appare in tutta evidenza domenica 19 agosto. Quando Eugenio Scal ¬≠fari si scatena da par suo contro un articolo pubblicato due gior ¬≠ni prima dalla stessa Repubbli ¬≠ca. Scritto da un illustre collabo ¬≠ratore del giornale di Ezio Mau ¬≠ro e cocco del Fatto: Gustavo Zagrebelsky, presidente emeri ¬≠to della Corte costituzionale. Un’eccellenza che rinfaccia a Napolitano di essere diventato ¬ęil perno di un’intera operazio ¬≠ne di discredito, di isolamento morale e intimidazione di ma ¬≠gistrati ¬Ľ.

√ą su questa diatriba tra grossi calibri sino a ieri della stessa parrocchia che va in frantumi il mito di Repubblica come gior ¬≠nale partito della sinistra, l’uni ¬≠co autorizzato a parlare al po ¬≠polo laico, democratico e anti ¬≠fascista. A testimoniarlo non c’√® soltanto la veemenza di Barba-pap√† contro uno dei santoni del neo-azionismo subalpino, la stessa congrega di Mauro. C’√® anche la subdola manovra del Fatto che scava il terreno sotto i piedi di Repubblica. Mobilitan ¬≠do tutta la bella anzianit√† che si ¬≠no a ieri stava agli ordini del giornale dell’ingegner De Bene ¬≠detti.

Lo documentano gli appelli affidati al Fatto anche da illustri predicatori repubblicani. Come la Barbara Spinelli, per citare la pasionaria pi√Ļ titolata. Ma per lei c’√® un’attenuante: √® sempre stata in adorazione di Travaglio. Di lui ha detto: ¬ęSenza Marco ci sarebbe molto buio nella storia italiana che si sta facendo in questi anni. Molti lo sanno: in Italia, in Europa, negli Stati Uni ¬≠ti. Alcuni non lo sanno ancora, ma se vogliono una lampada cominceranno a leggerlo pre ¬≠sto ¬Ľ.

Adesso che cosa accadr√†? Proviamo a immaginarlo. Scal ¬≠fari, che con l’et√† √® diventato sempre pi√Ļ cocciuto e vendica ¬≠tivo, seguiter√† a difendere Na ¬≠politano, e di questo come cit ¬≠tadino sono contento. Altri emi ¬≠nenti cervelloni di Repubblica daranno a Eugenio repliche fe ¬≠roci. Ezio Mauro avr√† un arduo rientro dalle ferie perch√© dovr√† mediare fra gli opposti estremi ¬≠smi che si ritrova in casa. Tutta ¬≠via non gli risulter√† facile per ¬≠ch√© la guerra di corsa scatenata dal Fatto non gli dar√† tregua.

Morale della favola? La spoc ­chia di Repubblica era arrivata alle stelle. Ma le stelle talvolta cadono. E non soltanto nella notte di San Lorenzo. Che un giornale di media portata osi rubare il mestiere al gigante di largo Fochetti, strappandogli qualche copia, Mauro non lo accetterà mai. Non è da esclu ­dere che decida di far scorrere il sangue. Sarà quello di Scalfari? Penso di no, però non si sa mai come si concludono certe guerre di carta.


Letto 1748 volte.
ÔĽŅ

1 commento

  1. Commento by Gustavo GESUALDO — 25 Agosto 2012 @ 08:58

    http://www.ilcittadinox.com/blog/lo-stato-ed-il-popolo-italiano-sono-traditi-svenduti-ed-asserviti-alle-mafie.html

    Gustavo Gesualdo

    alias

    Il Cittadino X

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart