di Gustavo Zagrebelsky
(da “la Repubblica”, 23 agosto 2012)
EUGENIO Scalfari, col suo scritto di domenica scorsa, mi offre l’occasione di riprendere, sul nostro giornale, alcuni punti del mio articolo “incriminato”, incriminato per avere invitato il Presidente della Repubblica a riconsiderare l’opportunità del conflitto d’attribuzioni sollevato nei confronti di uffici giudiziari di Palermo. Non nego che quello scritto, tanto più per l’autorevolezza di colui da cui proviene, mi ha toccato nel profondo.
Poiché le ragioni sono sì personali, ma anche generali, tali quindi da poter interessare chi abbia seguito la vicenda, ritorno sull’argomento. Con una necessaria, e ovvia, premessa: siamo, come accennato, nel campo dell’opportunità. I giudizi di opportunità sono sempre discutibili, perché dipendono da molte ragioni e uno dà più peso ad alcune e altri ad altre. Se la ragione fosse una sola, saremmo nel campo della necessità che non si discute. Ma l’opportunità è sempre discutibile. Dunque, affrontiamo gli argomenti, in spirito discorsivo. Qui c’è la forza e la ricchezza del nostro giornale.
Dividerò le considerazioni che seguono in una parte generale e una speciale.
La parte generale è quella che più mi mette in difficoltà. A proposito “di eterogenesi dei fini” – conseguenze non intenzionali di atti compiuti intenzionalmente – nel mio scritto, non vi sarebbe stata nessuna “eterogenesi”, perché le conseguenze – la strumentalizzazione in vista di un “attacco” al Capo dello Stato – sarebbero state non solo da me previste, ma addirittura volute. L’insinuazione è che io faccia parte d’una operazione orchestrata per “delegittimare” il Capo dello Stato. Mi permetto di dire a Scalfari che ho avvertito come una ferita (e spiegherò perché), tanto più ch’egli aggiunge di sperare che il suo dubbio sia dissipato, temendo che questa speranza “si risolva in una delusione”. Le cose non stanno così. Ho condiviso e condivido molte delle cose dette e fatte dal Capo dello Stato, come egli sa per averne ricevuto testimonianza, con calde parole ch’egli certo ricorderà, in una pubblica occasione svoltasi qualche mese fa a Cuneo. Ma su altre cose ho delle riserve. Che cosa c’è di strano? Una cosa approvi e un’altra disapprovi – sì, sì; no, no, il resto è opera del maligno – e lo dici in piena libertà, come si conviene in un Paese libero. Avrei dovuto tacere o dire il contrario?
Sei un ingenuo, perché avresti dovuto sapere che le tue parole sarebbero state strumentalizzate; anzi, sei un falso ingenuo – in sostanza, un ipocrita – perché lo sapevi benissimo. Qui, vorrei essere il più chiaro possibile: la linea di condotta cui mi sono ispirato non è dei falsi, ma dei veri ingenui. Il compito di chi si dedica a una professione intellettuale è d’essere, per l’appunto, un vero, consapevole e intransigente ingenuo (con l’unica riserva che dirò). Non è sempre facile. Talora lo è di più tacere, tergiversare, adeguarsi. È una questione d’integrità professionale, almeno così come la vedo. Vogliamo forse che “per opportunità” si sostengano, con parole o con silenzio, cose diverse da quelle che si pensano vere, opportune, giuste? Dove andrebbe a finire la fiducia?
C’è per me un “libro di formazione”. Non sembri una citazione fuori luogo o fuori misura. Scritto nel 1923, in circostanze più drammatiche delle attuali, contiene una lezione indimenticabile. È Il tradimento dei chierici di Julien Benda (ripubblicato da Einaudi). Non è una citazione esornativa, “da professore”. È un invito. Tratta degli uomini di pensiero che in quel tempo – e in tutti i tempi – si astennero dal prendere posizione, tacendo o dicendo cose che andavano contro le loro stesse convinzioni, e questo fecero “per opportunità”. La loro colpa non fu di avere detto cose sbagliate, ma di non avere detto le cose ch’essi stessi ritenevano giuste. Facciamo le debite proporzioni, ma riflettiamo sul corto-circuito che si verifica quando nel campo del pensiero si insinua l’idea che ciò che pensiamo, per opportunità, o anche per “responsabilità”, si possa o debba tacere.
Forse che l’attività intellettuale non deve anch’essa essere responsabile? Certo che sì. Ma responsabile verso chi o che cosa? Verso la sua natura: una natura diversa da quella politica. Forse che l’attività intellettuale non ha anch’essa una propria valenza politica? Certo che sì, ed elevatissima, ma non nel senso di chi opera nella politica, intesa come la sfera dei partiti, della competizione per il potere, della conquista del consenso: da noi, c’è difficoltà ad ammettere che non tutto è politica in questo senso. Esiste invece una funzione diversa, “ingenua”, non legata al potere e al consenso – la cui esistenza è essenziale alla vita libera della pí³lis. Sarebbe una deviazione, se l’attività intellettuale non tenesse fede a questa sua caratteristica, anzi non ne facesse il suo vanto. Solo così, c’è la sua utilità, la sua funzione civile. Chi ragiona diversamente, che idea ha del rapporto politica-cultura? Scrivendo queste cose, mi ritornano in mente gli anni ’50. Chi appartiene alla mia e alla precedente generazione, comprende facilmente il riferimento. Se ci sarà l’occasione potremo ritornare su quella storia fatta di contrapposte accuse di “defezione”, che nessuno e, di certo meno che mai Eugenio Scalfari, rimpiange.
Sulla parte speciale credo di muovermi con più facilità. Nel mio scritto, ho sostenuto che questo conflitto, per i suoi caratteri, non ha precedenti. Scalfari dice di no, ma poi spiega: vi sono politici e loro fiancheggiatori che, nel caso in cui la Corte dia ragione al Capo dello Stato, “palpitano” per poter accrescere i loro “attacchi eversivi” all’una e all’altro; nell’improbabile caso contrario, se al Capo dello Stato venisse dato torto, sempre gli stessi gli chiederebbero “immediate e infamanti dimissioni”. Non è questa una situazione eccezionale, drammaticamente difficile? Riflettiamoci seriamente e freddamente. La Corte è un giudice e noi pretendiamo ch’essa giudichi secondo diritto, seguendo “l’etica della convinzione” che le è propria. Ma sappiamo bene che, messa di fronte a un “fiat iustitia, pereat mundus”, nessuna Corte costituzionale indietreggerebbe nell’applicare l’”etica delle conseguenze” che, indubbiamente, interferisce con le ragioni solo giuridiche. Nella specie, il “pereat mundus” è la crisi costituzionale che sia Scalfari sia io paventiamo. Qualunque Corte costituzionale la prenderebbe in considerazione come male supremo da evitare. Per questo dicevo che l’esito del conflitto è scontato. Dire queste cose non è indebita interferenza sulla decisione della Corte, come crede Scalfari, ma è teoria della Costituzione. Leggendo che le Corti hanno il diritto d’essere protette da situazioni siffatte, per poter decidere nella “tranquillità del diritto”, non c’è da essere sconcertato “d’una scorrettezza”, come Scalfari dice d’essere, perché quella espressione viene da lontano, da un dibattito internazionale tra illustri costituzionalisti.
Scalfari, poi, mi fa dire che la Corte non avrebbe i poteri per risolvere il conflitto proposto, perché, dando ragione al Capo dello Stato, introdurrebbe un’innovazione della Costituzione. In verità, non ho detto questo ma che, per quanti danno alla parola “irresponsabilità” un significato più ristretto di “inconoscibilità” o “intoccabilità” – per quelli (e ce ne sono) che pensano così – l’accoglimento del ricorso sarebbe un’innovazione della Costituzione. L’interpretazione che facesse coincidere i significati, sia pure a proposito di una piccola, ma cruciale questione, avrebbe effetti di sistema difficilmente controllabili su tutto l’impianto dei poteri costituzionali, così come si è finora concepito. E, se è vero che, nel caso in questione, la Corte si trova in quel cul de sac di cui dice lo stesso Scalfari, la domanda è se non è sommamente inopportuno che ciò avvenga, e in queste circostanze. Poi, è verissimo, che la Corte dispone di tutti gli strumenti tecnici necessari per decidere come vuole (le sentenze additive e interpretative, però, di per sé non c’entrano: riguardano i giudizi sulle leggi, non i conflitti): dai principi, nel nostro caso il principio d’irresponsabilità presidenziale, si possono trarre regole specifiche per decidere i singoli casi, superando anche (ma qui non è il caso di scendere nei dettagli giuridici) contraddizioni o lacune legislative. Ma la questione non è di strumenti tecnici, ma – ripeto – di prudenza e responsabilità nel chiedere di attivarli.
L’ultima cosa che non ho detto è che il Capo dello Stato avrebbe frapposto “un insormontabile ostacolo alla ricerca della verità”. Ho detto invece che il ricorso, per effetto delle circostanze che non si controllano, è venuto ad assumere il significato d’un tassello in un disegno critico della magistratura, che finisce per indebolirne l’opera. Il che, guardando ciò che succede, mi pare incontestabile.
Sullo sfondo di tutto ciò, c’è una questione che emerge con chiarezza nelle considerazioni “pertinenti anche se non inerenti” che chiudono l’articolo di Scalfari. Esiste nel nostro Paese uno scontro aperto e, apparentemente, senza mediazioni. Da un lato, coloro che sostengono con convinzione che la magistratura (se non tutta, molte sue parti) esorbiti dai suoi poteri perché persegue il fine di sottomettere la democrazia o la politica al processo penale. Dall’altro, quelli che pensano che non si tratti affatto di questo, ma semplicemente di ampi settori del mondo politico che, avendo costruito le proprie fortune sull’illegalità, temendo l’azione giudiziaria, vogliono limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. I primi parlano di “guerra” dei magistrati contro la politica, di “giustizialismo”, ora di “populismo giuridico”; i secondi, specularmente, di “guerra” dei politici contro la magistratura, di “assalto” alla giustizia. Se davvero stato di guerra ci fosse (ecco la riserva cui accennavo all’inizio), allora anche le idee dovrebbero schierarsi, perché in guerra non solo tacciono le leggi, ma anche suonano le trombe che chiamano i cervelli all’adunata. Ai primi, però, bisognerebbe dire che i secondi non sono affatto tutti “antipolitici”, come vengono definiti con una parola violenta e disonesta, che non fa che creare ostilità contro “i politici” che la pronunciano; ai secondi, occorrerebbe dire che la critica distruttiva della politica non sappiamo dove ci potrebbe portare: ma non certo verso il regno della giustizia (e della democrazia). Coloro che sognano rivalse contro i magistrati dovrebbero chiedersi da dove nasce il risentimento contro “la politica” ch’essi impersonano e dovrebbero vedere che molti loro propositi non sono che altrettanti boomerang che alimentano le fila di chi sta dall’altra parte. Credono davvero che i diversi “riequilibri”, in questo clima di scontro, siano saggi propositi e non conati controproducenti? Il ricorso del Capo dello Stato ha aperto un “conflitto” giuridico ma, inevitabilmente, ha finito per essere inglobato, come suo episodio, in questo “conflitto” politico (astuzia perversa delle parole!). L’invito a ricercare una limpida soluzione della questione nella sede processuale ordinaria e a riconsiderare quindi l’opportunità di quel conflitto, nasce da qui.
Firmare a sostegno dei pm anche per dire no al regime
di Gianni Vattimo
(da “il Fatto Quotidiano”, 23 agosto 2012)
Si parla tanto, discutendo dell‘articolo (decisivo, inappuntabile) di Gustavo Zagrebelsky, di eterogenesi dei fini. Ma varrebbe la pena anche, e più, di parlare di eterogenesi delle cause. Spieghiamoci: davvero possiamo pensare che le tante migliaia di cittadini – compreso il sottoscritto – che hanno firmato l’appello del Fatto a difesa dei pm di Palermosotto attacco da parte di quasi tutti i grandi media cosiddetti indipendenti, siano stati motivati dalla preoccupazione per la sorte di quei magistrati, per ora almeno non direttamente minacciati né di licenziamento né di carcere; o dalla irresistibile curiosità di sapere che cosa si dicevano Napolitano e Mancino nelle conversazioni illegalmente, criminalmente ascoltate e addirittura trascritte dalla magistratura palermitana? Ma che cosa davvero ci poteva essere di così decisivo in quei nastri, già per giunta dichiarati irrilevanti ai fini del processo? Confessiamo finalmente che del contenuto di quelle intercettazioni non ci potrebbe importare di meno. Figurarsi se il nostro saggissimo presidente (Giulia Bongiorno docet) si sarebbe mai lasciato andare, anche senza sospettare di essere ascoltato, a dire qualcosa di men che prevedibile, istituzionale, neutrale?
E allora? Perché in tanti avremmo dovuto sentirci così impellentemente spinti a firmare il documento pro pm? Le ragioni, le cause “eterogenee” di cui generalmente si tace nella discussione sullo scritto di Zagrebelsky, sono, appunto, altre. La diffusa e motivatissima insofferenza per il vero e proprio regime che è calato sul Paese per gli sforzi congiunti di Napolitano e Monti, è la ragione principale che spiega la popolarità dell’appello – anche se sia delle sorti dei magistrati palermitani, sia della trattativa Stato-mafia nessuno dei firmatari si era dimenticato. Ciò che si è voluto respingere con la valanga di firme è stato principalmente la progressiva instaurazione del regime, che del resto anche dalla vicenda delle intercettazioni palermitane ha ricevuto una intensificazione senza precedenti. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi, dopo le esternazioni mediatiche degli ultimi giorni, anche e soprattutto da parte di padri della patria come Scalfari, questi dubbi non dovrebbero più esserci. Siamo di fronte non a una campagna di delegittimazione del Capo dello Stato, come vanno predicando ex esponenti della ex-ex-ex sinistra; ma a un generale sforzo di consolidamento del regime; temiamo, in vista di autunni e inverni caldi e caldissimi.
Le poche voci dissonanti, anzitutto quella di Antonio Di Pietro, accanto a quella di Grillo e all’altra – un po’ arrochita dal vecchio e nuovo berlusconismo, della Lega, sono ormai tacitate e demonizzate in tutti i modi, fino a dire esplicitamente che chi non sta con Napolitano o si permette di criticarlo non potrà appartenere al centrosinistra Bersanian-Casinista verso cui Quirinale e establishment ci stanno spingendo. Non solo c’è la luce in fondo al tunnel, ne siamo ormai fuori per merito di questo governo. Domandare conferma di tutto ciò agli esodati senza pensione, ai licenziati di tutte le fabbriche che hanno chiuso i battenti, ai tarantini presi in giro dalla compagnia di giro dei ministri inviati prontamente sul luogo da Monti. Quasi tutti i giorni la stampa “indipendente” ci informa che Monti ci è invidiato da tutti i paesi d’Europa e forse anche da Obama. Sarà anche vero che lo spread è un poco sceso, e che le borse hanno guadagnato qualche punto: già, le borse e le banche, pupilla degli occhi del premier. Ma per il resto, i costi della vita per le famiglie, ci sarà forse da aspettare un po’ di più, e così per avere un qualche recupero dell’occupazione. Ma intanto noi vediamo la luce in fondo al tunnel con gli occhi dei media; che del resto, insieme a Napolitano sono i creatori delle fortune politico-tecniche di Monti. Nessuno si è accorto che qualcosa sia migliorato in Italia negli ultimi mesi, anzi il contrario è sotto gli occhi di tutti. È anche questo clima di untuosa accettazione della menzogna ufficiale, quirinalizia o no che sia, ciò che (correggetemi se sbaglio) i firmatari dell’appello pro pm di Palermo vogliono combattere. Forse sarebbe ora di smettere di giocare tutti ai costituzionalisti dibattendo sulle prerogative del Presidente. Ne usasse finalmente una, decisiva: sciogliere le inutili Camere e mandarci finalmente a votare e restaurando quel poco di democrazia che ancora ci resta.
Stato e mafia, la trattativa spiegata al mondo: “Nessun complotto del Fatto”
di Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano”, 23 agosto 2012)
Non è bastato il caldo agostano né il periodo di ferie per scoraggiare i giornalisti stranieri che, ieri pomeriggio, hanno riempito la saletta della Stampa estera di via dell’Umiltà, a Roma, per assistere alla conferenza stampa del Fatto Quotidiano. Il Telegraph, France 24, l’Observer. Colleghi danesi, tedeschi, persino Josephine McKenna, giornalista australiana, tutti incuriositi “dall’oscuro partito formato dal Fatto, Idv e Grillo che – accusano alcuni – vuole rovesciare il governo e forse addirittura far dimettere il capo dello Stato”. “La realtà – sorride il direttore del Fatto Antonio Padellaro, mentre annuncia che le firme raccolte a sostegno dei magistrati sfiorano quota 130 mila – è molto meno suggestiva di così: stiamo solo facendo il nostro mestiere”.
Basta un’oretta perché il procuratore aggiunto della Dda di Palermo Vittorio Teresi, Padellaro e il vicedirettore Marco Travaglio mettano in ordine i fatti: i 12 nuovi indagati nella trattativa tra Stato e mafia (guarda il video del Fatto “Vent’anni di trattativa”); le telefonate intercettate tra l’ex vicepresidente del Csm Nicola Mancino, il consigliere, recentemente scomparso, del Quirinale Loris D’Ambrosio e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano; la decisione del Colle di sollevare il conflitto di attribuzione per paura che il contenuto di quelle telefonate diventasse di dominio pubblico e la questione sempreverde della stampa italiana che, come dice Padellaro, “depista, essendo troppo distratta o addirittura connivente”.
Faccenda, questa, spiegata nitidamente da Teresi, che si appella alla stampa estera perché “colmi i vuoti drammatici dei colleghi italiani”. “Il fatto fondamentale – secondo il pm palermitano – è che “si sta raccontando di una guerra tra il Colle e la Procura di Palermo che, in realtà, non esiste. Il motivo è semplice: il conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale non interferisce in alcun modo con le indagini. L’inchiesta condotta dalla Procura di Palermo, infatti, è solida. E non potendo attaccarla nei contenuti, stanno cercando di indebolirne la forza con una pesante campagna farcita di attacchi politici”.
Così, senza mezze parole, Teresi conferma la lettura di Padellaro, secondo cui la procura siciliana è “isolata” e “accerchiata”, ed elenca uno per uno tutti gli atti “tesi a minare la serenità dei magistrati di Palermo”. A partire dalle iniziative contro i singoli magistrati, come il procedimento avviato dal Csm nei confronti di Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la corte d’Appello della procura di Caltanissetta. La sua colpa? “Aver letto una lettera, simbolicamente indirizzata a Paolo Borsellino, durante l’anniversario della strage di via d’Amelio. Certo, non mancavano critiche al potere politico e a quella parte della classe dirigente connivente e infiltrata dalla mafia: un intervento applaudito da centinaia di persone, sulle orme di accuse già sollevate da molti altri magistrati in passato. Ma quest’anno, per la prima volta, è scattato il procedimento per incompatibilità ambientale”.
MAGISTRATI NEL MIRINO. Oppure l’iniziativa, firmata dal Pg della Cassazione, contro il capo della Dda di Palermo Francesco Messineo e il collega Nino di Matteo, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo, nel mirino per un’intervista rilasciata a Repubblica in cui Di Matteo confermava l’esistenza delle intercettazioni telefoniche che coinvolgono il Colle, notizia per altro già pubblicata qualche giorno prima dal settimanale Panorama. “Nino si è limitato a rispondere alla domanda di una giornalista, dicendo che negli atti depositati non c’è traccia di queste telefonate, e che le intercettazioni, se esistenti, verranno trattate secondo la legge. Ora il collega viene accusato di aver rivelato notizie alla stampa senza chiedere il permesso del suo capo, Messineo, come prevede la procedura. Ma essendo la storia già stata pubblicata da Panorama, il problema non si pone”.
C’è un filo rosso che unisce le azioni intraprese contro i magistrati Scarpinato e Di Matteo: “Entrambi – spiega Teresi – sono in corsa per il posto di procuratore generale a Palermo, che è il massimo vertice della magistratura a cui possono aspirare in Sicilia. In un colpo solo, così, hanno azzerato tutte e due le candidature . Non sono casuali neanche le pressioni su Di Matteo, che sta terminando il processo, già molto teso, sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano da parte del generale Mario Mori, processo che costituisce la premessa logica a quello sulla trattativa tra Stato e mafia”. La stampa, in sostanza – sostengono il pm e il Fatto Quotidiano – sta spostando l’attenzione dalla gravità di queste inchieste alle presunte lesioni delle prerogative del Quirinale da parte della Procura di Palermo. E, per rispondere a Francoise Kadri di France Press che domanda se c’è un complotto, Travaglio ripesca i quotidiani usciti quest’estate: “Ci sono, in molti giornali, bravissimi cronisti che, nei loro pezzi, hanno raccontato i fatti. Ma dalla metà di giugno in poi, quando questa storia è diventata centrale, agli articoli di cronaca venivano affiancati commenti scritti da gente che diceva l’esatto opposto, o perché non sapeva, o perché preferiva non sapere”.
Non è tutto, aggiunge Teresi. Di iniziative “inquietanti e sospette, perché esagerate, ce ne sono altre: noi facciamo le inchieste grazie alla Dia, ai Carabinieri e alla Polizia: sono loro che trovano le prove per ottenere le condanne. Questi vertici investigativi ora stanno per essere azzerati, disarmati, con le risorse economiche tagliate e i migliori uomini trasferiti. Noi leggiamo questa somma di fatti come non casuali, inquietanti e francamente pericolosi”. Fatti che hanno, dice Travaglio, un mandante (la politica) e un obiettivo (fermare le indagini sulla trattativa Stato-mafia). Ancora più tranchant Padellaro: “In Italia ci sono le tre mafie globalmente più potenti e liquide, ‘ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra. Medaglia d’oro, d’argento e di bronzo. Come mai, di fronte alla potenza economica senza pari al mondo che ha questo potere criminale, che infatti tiene in mano mezzo Paese, quando i magistrati tentano di perseguire i reati, la politica – invece di aiutarli – li combatte, li indebolisce e costringe pm come Antonio Ingroia a emigrare in Guatemala?”. “Bisogna anche smetterla di parlare di ‘presunta’ trattativa – aggiunge Travaglio – visto che non solo è confermata da sentenze definitive, ma soprattutto si sa che è cominciata nella primavera del 1992, subito dopo Capaci, e non si sa se sia mai finita”.
E anche se la faccenda dura da vent’anni, la novità c’è e risale a giugno: quella di 12 persone imputate nell’ambito della trattativa. “Il reato – spiega Travaglio – non è trattare con Cosa Nostra, scelta comunque alquanto discutibile. Ma è quello di aver costretto lo Stato a trattare con la mafia, dopo che Cosa Nostra ha compiuto le stragi proprio per forzare, per estorcere la trattativa. L’imputazione è quella di ‘violenza o minaccia a organi dello Stato’ e tra i rinviati a giudizio per questo reato ci sono la cupola mafiosa (Provenzano, Riina, Bagarella e Brusca) con i suoi postini (Cinà e Ciancimino jr), e cinque uomini dello Stato, tra cui tre alti ufficiali del Ros (Mori, De Donno e Subranni ), l’ex ministro Mannino e il co-fondatore di Forza Italia Dell’Utri. Poi c’è Nicola Mancino, che in questo stesso processo è imputato per falsa testimonianza, accusato di aver mentito proprio durante il processo al generale Mori. Ecco, questa notizia è stata abilmente scalzata dalla falsa notizia secondo cui Napolitano sarebbe stato intercettato”.
INTERCETTATO È MANCINO. Silenzio in sala, con sguardi perplessi di chi si chiede se, alla fine, il capo dello Stato sia stato effettivamente intercettato oppure no, come hanno scritto molti quotidiani italiani. Chiarisce Teresi: “Solo il telefono di Mancino era sotto controllo. È chiaro che se lo chiama Napolitano viene ascoltato pure lui”. “È stato dunque il presidente ad alzare la cornetta?”, domandano in coro alcuni giornalisti francesi. “Non posso dirlo”, si schermisce Teresi. “Non possiamo saperlo – spiega Travaglio – ma se chiami uno che ha il telefono sotto controllo finisci nell’intercettazione anche tu. Senza contare che, mentre la legge tutela deputati e senatori, che non possono essere intercettati, non dice che il capo dello Stato non possa essere intercettato. Nulla di esplicito. E il telefono, tra il 1946 e il 1948, c’era già, segno che i padri costituenti hanno lasciato apposta un’area grigia. Comunque sia, i pm hanno specificato immediatamente che queste intercettazioni non sono rilevanti per l’inchiesta”.
Qual è dunque il problema? “Che gli avvocati dei 12 imputati hanno il diritto di ascoltare quelle telefonate perché, anche se ai pm non interessano, potrebbero servire ai legali per scagionare i loro clienti. E una volta che le ascoltano, nulla impedisce loro di raccontarne il contenuto ai giornalisti: è questo che terrorizza Napolitano”. C’è un aspetto anche più profondo di cui parla Padellaro: “Stamattina (ieri, ndr), il Fatto ha pubblicato una bellissima lettera di Vittorio Occorsio, nipote del giudice ammazzato dai terroristi. Nel ringraziare Napolitano per tutto quello che ha fatto finora a salvaguardia della memoria storica, Occorsio si chiede: ‘Perché non chiudere, ora, la pagina dei misteri diffondendo quelle telefonate?’. Noi rilanciamo l’appello, sapendo benissimo che cadrà nel vuoto: il Colle sostiene che non ci sia nulla di compromettente in quelle telefonate, e anche i pm le ritengono ininfluenti. Perché il presidente non ne chiede la pubblicazione?”.
La domanda che domina nella stanza però la pone il presidente della Stampa estera (e moderatore dell’incontro) Tobias Piller: “In un Paese con le istituzioni così deboli come l’Italia, vale davvero la pena di prendersela con Napolitano?”. Risponde Padellaro: “Non solo, in quanto giornalisti, abbiamo il dovere di raccontare i fatti. Ma, grattando la superficie, la parola chiave che emerge è una: intercettazioni. Si tratta di uno strumento fondamentale senza il quale le indagini non si possono fare, e sollevando il conflitto di attribuzioni, il presidente Napolitano ha ridato fiato a chi le vuole eliminare. Tant’è che anche il premier Mario Monti ha sollevato la questione proprio in seguito alle azioni di Napolitano”.
“Tutto bene, ma non si tratta comunque di archeologia?” si chiede un cronista danese, uno dei pochi scettici rimasti in sala. “Se si tratta di archeologia, perché il presidente Napolitano reagisce così?”. E poi “la classe politica – aggiunge Travaglio- è la stessa da vent’anni. Chi era invischiato allora, in certi casi è ancora al potere. La seconda Repubblica sta finendo, che strada prenderemo ora? E che ruolo giocherà la mafia in vista delle prossime elezioni?”.
Le conseguenze del conflitto
di Maurizio Viroli
(da “il Fatto Quotidiano”, 23 agosto 2012)
Si rende conto il Capo dello Stato – e con lui il presidente del Consiglio e tutti i commentatori che hanno sostenuto il suo operato – di che cosa vuol dire lasciare soli o an che soltanto indebolire l’auto revolezza dei magistrati clic in dagano sulla trattativa fra Stato e mafia, a Palermo? Quando que sti magistrati non hanno il pie no e completo sostegno di tutto lo Stato, e dell’opinione pubbli ca, la loro vita è ancora più in pericolo. Lo ha spiegato nel mo do più chiaro possibile Giovan ni Falcone: “Si muore quando si e lasciati soli”. Queste parole si sono rivelate una tragica profe zia e impongono di chiedere se era davvero così necessario sol levare un conflitto costituzio nale nei confronti degli uffici giudiziari di Palermo. Nel suo magistrale e coraggioso artico lo su Repubblica del 17 agosto, Gustavo Zagrebelsky ha sottoli neato che se la Corte Costituzio nale desse torto al Capo della Stato, si aprirebbe un conflitto devastante “al limite della crisi costituzionale” fra due istituzio ni fondamentali dello Stato.
SI TRATTA di un’eventualità molto remota, ma la semplice possibilità che si possa verificare avrebbe dovuto dissuadere il capo dello Stato dal suo proposito. non fosse altro perché suo pri mo e più importante dovere, è rappresentare l’unità nazionale (art. 87). Se invece la Corte co stituzionale darà ragione al capo dello Stato, com’è pressoché certo che farà, riconoscerà non solo che il presidente della Re pubblica “non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni” (art. 90), ma decreterà anche la sua “inconoscibilità” e “intoccabilità” asso luta, da cui conseguirebbero “obblighi particolari di compor tamento degli uffici giudiziari, fuori dalle regole e dalle garanzie ordinarie del processo penale”. Immaginiamo che al Colle sia eletto – ipotesi tutt’altro che in fondata – uno dei tanti politici corrotti che popolano il nostro panorama politico, reso inconoscibile e intoccabile da una de cisione della Corte Costituziona le: c’è da rabbrividire.
Ma le conseguenze del conflitto aperto dal capo dello Stato nei riguardi dei magistrati di Paler mo potrebbero essere ancora più tragiche perché potrebbero coinvolgere la sicurezza dei servitori dello Stato. Una Repubbli ca che si rispetti deve avere qua le prima preoccupazione la tute la della sicurezza dei. cittadini e in particolare quella dei suoi magistrati e delle sue forze dell’or dine. Da questo principio discende che deve essere cura precipua di chi la rappresenta fare capire ai criminali di qualsiasi specie, con le parole e con gli at ti, che se toccano un magistrato dovranno vedersela con tutto la forza dello Stato, unito in tutte le sue componenti, nella determi nazione di punirli secondo le leggi. Orbene, dei magistrati chiamati a rispondere davanti al la Corte costituzionale del loro operato sono inevitabilmente più deboli rispetto alla mafia che combattono. E poiché sono es seri umani è tutt’altro che im possibile che alcuni di loro si sentano meno motivati a dedica re le proprie migliori energie e a rischiare la vita nella lotta alla. mafia.
NON DOVREBBE essere ne cessario, ma è meglio precisare, che quanto ho fin qui sostenuto non implica che i magistrati, per la sola ragione che combattono la mafia, possano violare i diritti dei cittadini o interferire con gli altri poteri dello Stato. Se abusa no, tocca al Consiglio Superiore della Magistratura (art. 105) pro cedere per via disciplinare. Poi ché il Consiglio non ha trovato nulla da eccepire, non si vede motivo per sollevare il conflitto di attribuzioni. E ancora meno
giustificato appare l’appello del capo dello Stato ad approvare una più restrittiva legge sulle intercettazioni telefoniche per via di larghe intese parlamentari, vale a dire con il contributo di for ze, quali i berlusconiani, che, co me tutti sappiamo, hanno sem pre dimostrato un encomiabile senso dello Stato!
Per prendere una decisione che comporta i rischi reali e gravi che ho menzionato, ci vuole una ragione molto forte, anzi un vero e proprio stato di necessità. Or bene, nel suo decreto del 16 lu glio il capo dello Stato ha invo cato, a sostegno della sua deci sione, il dovere di impedire che si formino precedenti tali da in taccare la figura presidenziale (“lesione delle prerogative costi tuzionali del presidente della Re pubblica, quantomeno sotto il. profilo della loro menomazio ne”) per lasciarla ai suoi succes sori così come l’ha ricevuta dai predecessori. No, non basta. L’armonia e la cooperazione fra i poteri dello Stato, il diritto dei cittadini di conoscere l’operato dei suoi rappresentanti e in primis di chi rappresenta l’unità nazio nale, e soprattutto l’autorevolez za e la sicurezza dei magistrati so no, in regime repubblicano, più importanti delle incrinature, per altro opinabili, delle prero gative del presidente della Re pubblica.
Una guerra di carta manda in tilt la sinistra
di Giampaolo Pansa
(da “Libero”, 23 agosto 2012)
Esiste davvero un duello tra Il Fatto quotidiano e Repubblica?
In apparenza no. C’è una grande disparità di forze tra il giornale della ditta Antonio Pa dellaro & Marco Travaglio e quello guidato con mano ferrea da Ezio Mauro. Tuttavia è indubbio che stia accadendo qualcosa alle due testate. Costrette a un confronto senza precedenti.
Non varrebbe la pena di par larne se la faccenda riguardasse soltanto il Fatto e Repubblica. I giornali si occupano troppo di giornali, un argomento di bot tega che di solito annoiai lettori. Ma in questo caso l’affare è as sai più complesso. E rischia di provocare effetti sorprendenti nel caos della sinistra italiana. Con la discesa in campo di forze inedite. Come il Movimento 5 Stelle e la Fiom, il sindacato dei meccanici Cgil.
Il Fatto nasce alla fine del set tembre 2009 per iniziativa di un gruppo di giornalisti che voglio no conquistarsi un posto nel teatro dei media italiani. Il suc cesso è immediato. Lo spazio viene trovato, non grandissimo, però stabile: fra le 70 e le 80 mila copie vendute. Il direttore è Pa dellaro, ex di testate diverse: Corriere della sera, Espresso, Unità. Ma la star del giornale è Travaglio. È un giornalista gio vane, classe 1964, con una mo struosa capacità di lavoro e de dito a un giustizialismo totalita rio.
Il suo motto recita che i magi strati hanno sempre ragione. Se poi sono magistrati d’accusa la loro ragione raddoppia. La teo ria di Marco ha un connotato religioso. E lui la predica ovun que. Nei suoi editoriali quoti diani, nella rubrica che l’Espres so gli ha offerto, nelle trasmis‑sioni televisive di Michele Santoro.
Qualcuno si domanda se al Fatto conti più Padellaro o Tra vaglio. Però è un quesito acca demico perché fra i due esiste un’intesa senza incrinature ap parenti. Tuttavia il potere di Marco non ha rivali. Ne sa qual cosa uno dei fondatori del quo tidiano, Luca Telese, costretto a levare le tende perché ha osato mettersi contro la star del Fatto. Del resto se Travaglio decidesse di emigrare al New York Times, per Padellaro sarebbero cavoli amari.
Ma siamo in presenza di un rischio molto teorico. Antonio e Marco filano d’amore e d’ac cordo. La stagione iniziale del Fatto si rivela fortunata. È un ca so unico in Italia di un giornale nato per compiere una sola missione: mandare a casa Silvio Berlusconi. L’assalto di Trava glio è senza quartiere. Il leader del centrodestra viene straziato anche con il ricorso a sopran nomi corrosivi: Cainano, Bellachioma, Banana, Al Tappone, BerlusGheddafi. Alla fine il Ca valiere è disarcionato, non tan to dal Fatto, bensì dai suoi infi niti errori, pubblici e privati.
Siamo nel novembre 2011. Aquel punto il destino vuole che, insieme al Cainano, cada anche la vendita del Fatto. Quante co pie perde dopo la scomparsa del nemico? Difficile saperlo con certezza, ma pare che non si tratti di quisquiglie. Urge in ventarsi un altro avversario da distruggere. Il Fatto prende di mira il nuovo premier, Mario Monti, e il suo governo tecnico. Ma è un bersaglio sul quale tira no anche altri giornali. Inoltre risulta difficile mobilitare con tro i professori le stesse folle che volevano il Berlusca appeso a piazzale Loreto.
A questo punto entra in scena l’intelligenza strategica di Antonio & Marco. Senza ricorrere a nessun mago del marketing, mettono nel mirino il bersaglio numero uno in Italia: Giorgio Napolitano. È il presidente della Repubblica, ma viene subito in dicato come il fellone che pro tegge i segreti della presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. E per questo losco obiettivo ha deciso di mandare al tappeto i pubblici ministeri di Palermo. A cominciare dall’eroe che li rap presenta tutti: Antonio Ingroia, buon amico e compagno di va canze di Travaglio.
Arrivati a questo punto, qual cuno si domanderà: ma che co sa c’entra Repubblica nella guerra del Fatto contro Napoli tano? La connessione appare in tutta evidenza domenica 19 agosto. Quando Eugenio Scal fari si scatena da par suo contro un articolo pubblicato due gior ni prima dalla stessa Repubbli ca. Scritto da un illustre collabo ratore del giornale di Ezio Mau ro e cocco del Fatto: Gustavo Zagrebelsky, presidente emeri to della Corte costituzionale. Un’eccellenza che rinfaccia a Napolitano di essere diventato «il perno di un’intera operazio ne di discredito, di isolamento morale e intimidazione di ma gistrati ».
È su questa diatriba tra grossi calibri sino a ieri della stessa parrocchia che va in frantumi il mito di Repubblica come gior nale partito della sinistra, l’uni co autorizzato a parlare al po polo laico, democratico e anti fascista. A testimoniarlo non c’è soltanto la veemenza di Barba-papà contro uno dei santoni del neo-azionismo subalpino, la stessa congrega di Mauro. C’è anche la subdola manovra del Fatto che scava il terreno sotto i piedi di Repubblica. Mobilitan do tutta la bella anzianità che si no a ieri stava agli ordini del giornale dell’ingegner De Bene detti.
Lo documentano gli appelli affidati al Fatto anche da illustri predicatori repubblicani. Come la Barbara Spinelli, per citare la pasionaria più titolata. Ma per lei c’è un’attenuante: è sempre stata in adorazione di Travaglio. Di lui ha detto: «Senza Marco ci sarebbe molto buio nella storia italiana che si sta facendo in questi anni. Molti lo sanno: in Italia, in Europa, negli Stati Uni ti. Alcuni non lo sanno ancora, ma se vogliono una lampada cominceranno a leggerlo pre sto ».
Adesso che cosa accadrà? Proviamo a immaginarlo. Scal fari, che con l’età è diventato sempre più cocciuto e vendica tivo, seguiterà a difendere Na politano, e di questo come cit tadino sono contento. Altri emi nenti cervelloni di Repubblica daranno a Eugenio repliche fe roci. Ezio Mauro avrà un arduo rientro dalle ferie perché dovrà mediare fra gli opposti estremi smi che si ritrova in casa. Tutta via non gli risulterà facile per ché la guerra di corsa scatenata dal Fatto non gli darà tregua.
Morale della favola? La spoc chia di Repubblica era arrivata alle stelle. Ma le stelle talvolta cadono. E non soltanto nella notte di San Lorenzo. Che un giornale di media portata osi rubare il mestiere al gigante di largo Fochetti, strappandogli qualche copia, Mauro non lo accetterà mai. Non è da esclu dere che decida di far scorrere il sangue. Sarà quello di Scalfari? Penso di no, però non si sa mai come si concludono certe guerre di carta.
Commenti
Una risposta a “Il Colle, le procure e la Costituzione”
http://www.ilcittadinox.com/blog/lo-stato-ed-il-popolo-italiano-sono-traditi-svenduti-ed-asserviti-alle-mafie.html
Gustavo Gesualdo
alias
Il Cittadino X