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Il contatto con la realtà

26 Aprile 2013

di Beppe Severgnini
(dal “Corriere della Sera”, 26 aprile 2013)

Omissioni, guasti, irresponsabilità, lentezze, esitazioni, calcoli strumentali, tatticismi, sperimentalismi, sterilità, autoindulgenza, nulla di fatto, corruzione, sordità e dispute banali. Sono le precise parole usate da Giorgio Napolitano per definire l’operato della classe politica, nell’ordine in cui sono state pronunciate. Davanti a lui, i parlamentari applaudivano freneticamente. Delle due l’una: o avevano capito, e si concedevano un applauso liberatorio; oppure non avevano capito, e si esibivano in un applauso di circostanza.
Esiste, a dire il vero, una terza possibilità: che avessero capito, e abbiano già dimenticato. L’incarico a Enrico Letta non ha ancora 48 ore, e già si sentono i soliti commenti bellicosi, le consuete dichiarazioni stentoree, i proclami con le condizioni irrinunciabili per aderire a un governo che – lo sappiamo – non ha alternative. A sinistra e a destra, molti sono intenti a piantare paletti, come in un film di vampiri.

La pazienza degli italiani è antica, e la nostra saggezza è spesso preterintenzionale. Ma la pazienza, prima o poi, finisce; e la saggezza rischia di diventare rassegnazione. In febbraio, il voto massiccio al Movimento 5 Stelle è stato un urlo, un monito e una richiesta di aiuto. Molti elettori capivano che una moderna democrazia non può affidarsi alle idee, ai metodi e al personale politico messo in campo da Beppe Grillo. Eppure lo hanno votato. Ma quando una democrazia è costretta a scegliere l’incompetenza come antidoto all’inefficienza è messa male. Molto male.

Questa è l’ultima spiaggia della Penisola: più in là c’è solo il mare in tempesta. Il voto – in queste condizioni sociali ed economiche, con questa legge elettorale – è un azzardo pericoloso. Ci sono molte cose da fare molto in fretta: la storia non aspetta i dibattiti ideologici sul come tagliare le tasse. Lavoro per i più giovani, cassa integrazione, crediti per le imprese, l’Iva che il 1 ° luglio – in assenza d’iniziative – salirà d’un punto, affossando definitivamente i consumi. Sono cose che sappiamo tutti, eletti ed elettori. Quindi, avanti: si cambia.
I saggi nominati dal presidente Napolitano si sono rivelati concreti. In poco tempo hanno prodotto poche pagine di buone idee: nel Paese pleonastico, una piccola rivoluzione. Se siamo tutti d’accordo, cosa ci vuole per sostituire questo Senato-fotocopia con un Senato delle Regioni, più utile e agile? Per ridurre e regolare il finanziamento pubblico ai partiti? Per abolire le inutili Province? Sono riforme sostanziali, simboliche e salutari. L’Italia ha voglia di novità. È primavera: bisogna cambiare aria nelle stanze del cervello.

Capiranno, i partiti, che hanno un’opportunità e nessuna alternativa? Il recente passato induce alla cautela. La grottesca irriconoscenza verso Mario Monti – che ha sbagliato a candidarsi, ma era stato chiamato al governo d’urgenza, come un medico al pronto soccorso – s’è mescolata infatti con una furbesca amnesia (chi aveva ridotto l’Italia così, se non l’inefficienza dei partiti e dell’amministrazione?). Ora hanno l’opportunità di giudicare e decidere: non la sprechino.
Enrico Letta è un uomo competente, calmo e relativamente giovane. Le prime due qualità gli serviranno per navigare; la terza caratteristica è stata valutata con favore dall’Europa, che non può smettere di guardarci. Ma non vuole vedere un altro film di vampiri. Roba vecchia: e non c’è mai il lieto fine.


Il vantaggio del “velo d’ignoranza”
di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 26 aprile 2013)

Non sappiamo se Enrico Letta riuscirà a formare un governo, né se il nuovo governo sarà messo in condizione di governare. Ma facciamo per una volta gli ottimisti, e immaginiamo che tutto vada per il meglio, e che il futuro governo non sia paralizzato dalle forze politiche che lo sostengono.

Che cosa sarebbe ragionevole aspettarsi dal nuovo governo?
Credo che la maggioranza degli italiani risponderebbe: che affronti l’emergenza economico-sociale, a partire dal dramma occupazionale. Dopo tutto, è per questo che ci stiamo negando il lusso di tornare immediatamente al voto.

Anch’io la vedo così, e non da oggi. E tuttavia penso che, in questo preciso momento, ci siano anche due altre priorità, non strettamente economiche ma vitali per il futuro dell’Italia. La prima è ovvia: il nuovo governo, se vuole partire con il piede giusto, deve abolire il finanziamento pubblico dei partiti, e deve farlo senza se e senza ma (o meglio, con un unico «ma »: la completa defiscalizzazione delle donazioni private). So benissimo che c’è anche un po’ di semplicismo e di demagogia in questa richiesta, ma ci sono anche due argomenti fortissimi a suo favore. Primo: l’abolizione del finanziamento pubblico è già stata decisa venti anni fa con un referendum popolare, dunque si tratta solo di rispettarne l’esito. Secondo: comunque sia, i partiti hanno dimostrato ampiamente di non saper usare in modo corretto il fiume di denaro che, aggirando il risultato referendario, si sono continuati ad autoattribuire per due decenni. Detto in altri termini: si possono nutrire le opinioni più diverse sulla giustezza del finanziamento pubblico considerato in astratto, ma arrivati a questo punto – dopo un referendum disatteso e venti anni di cattivo uso del denaro pubblico – non c’è più alcuna scelta.

C’è però anche un secondo tema che meriterebbe di essere affrontato subito, in parallelo rispetto ai temi economico-sociali: il cambiamento delle regole del gioco, a partire dalla legge elettorale. Questo tema non è solo importante in sé (perché le regole attuali non funzionano), è anche assolutamente urgente. E lo è per una ragione elementare: questo è il momento migliore per cambiare le regole, anzi è l’unico momento per farlo con qualche speranza di riuscita. Passato questo momento, potremmo non farcela più.

Perché?
Perché adesso, solo adesso e per poco tempo ancora, le forze politiche si trovano relativamente prossime a quella condizione ideale che, quasi mezzo secolo fa, nella sua «Teoria della giustizia », John Rawls descrisse con l’espressione «velo d’ignoranza ». In che senso l’ignoranza può aiutare a prendere decisioni giuste? Nel senso che, per scegliere una regola in modo disinteressato, e quindi equo, è bene che tu non sappia in anticipo se, per la posizione che potrai trovarti ad occupare domani, quella regola ti avvantaggerà o ti danneggerà. Ignorare le convenienze future aiuta a fissare le regole del gioco nel modo più equo e bilanciato possibile, proprio perché ognuno tenderà a proteggersi dal rischio di un sistema di regole che, a posteriori, potrebbe risultare dannoso o catastrofico per lui stesso.

È questa, oggi, la situazione dei partiti. I partiti possono anche credere di sapere quali regole li avvantaggerebbero e quali no, e proprio per questo non riuscire a trovare un accordo fra loro (è precisamente quanto è successo durante il governo Monti). Ma, se non riescono a lasciar perdere i calcoli egoistici neppure oggi, non ci riusciranno mai. Perché oggi la possibilità di fare calcoli e previsioni è al minimo storico, probabilmente ancora più giù di quanto fosse scesa nel 1992-1994, durante le convulsioni della prima Repubblica. Oggi infatti, oltre a non sapere quando si voterà, nemmeno si sa quali forze politiche saranno in campo alle prossime elezioni. E non mi sto riferendo alle forze minori, che come in un caleidoscopio cambiano da elezione ad elezione, ma alle forze maggiori, ivi comprese quelle che siamo abituati a considerare punti fermi e stabili del panorama politico.

Ci sarà ancora il Pd alle prossime elezioni? O ci saranno due Pd, uno guidato da Renzi, l’altro guidato da Barca? O addirittura ce ne saranno tre, uno fatto dalla vecchia nomenklatura, l’altro diviso fra i «nuovi di sinistra » e i «nuovi di destra »?
Ci sarà ancora Berlusconi alla guida del Pdl? Che faranno Monti e Casini? Si decideranno a creare un secondo raggruppamento moderato, in concorrenza con quello berlusconiano, o persevereranno nel tentativo di fare l’ago della bilancia?
E Grillo? Che ne sarà del movimento di Grillo ora che la sua natura «di sinistra » (una strana sinistra, per la verità) è risultata evidente?

Le previsioni ragionevoli oscillano fra il 5 e il 55% dei voti. Se a Grillo riuscisse la cosiddetta OPA sul Pd (siete morti! i veri progressisti siamo noi!), il suo movimento potrebbe puntare al 30-35% dei voti, ovvero la quota che dal 1948 tocca alla sinistra in questo paese. Difficile, perché anche l’autolesionismo del Pd ha (forse) un limite, e prima di arrendersi D’Alema e compagni venderanno cara la pelle.

Se il governo Letta fallisse, e i partiti maggiori rimandassero in scena il mortificante spettacolo di questi anni, Grillo potrebbe anche puntare al 51%, naturalmente dopo essersi trasformato in un partito di governo, con un programma e una squadra credibili. Se invece il governo Letta dovesse avere successo, e il Pd trovasse il modo di restare sulla scena (magari con due partiti), al movimento di Grillo potrebbe toccare un destino non molto migliore di quello dell’Uomo Qualunque, una meteora improvvisamente apparsa nel cielo della politica italiana e poi inabissatasi per sempre.

Insomma, come direbbe il presidente Mao: «grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente ». No, la situazione non è eccellente in nessun campo, ma forse per cambiare le regole del gioco lo è davvero.


Vi racconto la “Gina”, candidata “First sciura”
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 26 aprile 2013)

Complimenti Gina, al secolo Gianna Fregonara, candidata first sciura del Paese. Per l’incarico al marito, ovvio, ma soprattutto perché sono certo che se oggi Enrico Letta è sulla soglia di Palazzo Chigi dietro c’è lo zampino della moglie, la Gina appunto.

E senza presunzione, mi prendo un piccolo, assolutamente casuale merito per averla spinta con qualche sotterfugio a Roma tra le braccia del suo futuro marito che all’epoca dei fatti né io né lei conoscevamo.

Erano i primi anni novanta, io ero fresco capo della cronaca di Milano del Corriere della Sera. In squadra avevo due veri talenti, giovani e carine. Una, Elisabetta Soglio, strappata da Avvenire dove l’avevo conosciuta anni prima. La seconda, Gianna Fregonara, che avevo trovato sepolta e dimenticata con contratto precario nella redazione hinterland, quella che si occupava dei paesini della cintura milanese. Dei colleghi che la conoscevano me l’avevano segnalata: dagli un occhio, non ti pentirai. Così feci e la affiancai alla Soglio che già si occupava della politica milanese, allora dominata dalla Lega. Le due, sveglie e intelligenti, si presero, cosa rara tra donne, e fu la loro fortuna. Non c’era notizia o pettegolezzo che sfuggisse al duo, gli altri giornali impazzivano per i buchi quotidiani. Il mio vice, Ugo Savoia, oggi capocronista del Corriere, uno che oltre al gusto del giornalismo ha anche quello dell’ironia spinta all’eccesso, le aveva soprannominate le portinaie di Milano, la Pina (Elisabetta) e la Gina (Gianna) appunto, come si usa dire sotto la Madonnina. Le adorava, ma non c’era giorno che non le sodomizzasse verbalmente in un gioco accettato che era diventato il divertimento della redazione.

Strano tipo la Gina. Una bellezza volutamente non esibita, una ambizione celata per potere farsi largo senza attirare l’invidia e l’ostilità di una redazione sospettosa come era quella del Corriere. Insomma, una vera paracula piemontese (veniva, se non sbaglio, da Novara o giù di lì). Ma brava, molto brava, tanto che nonostante le sue precauzioni attirò troppe attenzioni. Dai vertici della Lega, che non ne sopportavano l’indipendenza e mi perseguitavano per fargli cambiare incarico. Anche i colleghi anziani, i famosi senatori, cominciarono a mettersi di traverso lamentando un suo eccessivo attivismo, invasioni di campo non gradite.

Col passare dei mesi la Lega spostò il baricentro della sua attività da Milano a Roma, dove il Corriere aveva una redazione enorme quanto seduta. Alla Gina, che le notizie le raccattava non so come anche dalla capitale, Milano cominciava ad andare stretta. Proposi ai miei capi, per il bene del giornale, di trasferire Gianna Fregonara a Roma ma la risposta fu negativa. Troppe invidie, troppi problemi, anche nelle aziende private i bravi a volte sono visti con sospetto. Così, di mia iniziativa, autorizzai alla Gina incursioni segrete nella capitale, inventando ogni volta sotterfugi e scuse diverse e spesso ridicole. Tornava sempre con la notizia giusta e si aprì la strada con le sue capacità. Anni dopo non tornò più, aveva trovato la notizia del fidanzato giusto. Tale Enrico Letta. E dopo non poca sofferenza, come nelle favole, vissero felici e contenti e con tre figli. Brava Gina, non ci deludi mai.


Altro che auto privata: la Fiat con cui Letta è salito al Colle è del Corriere
di G.Z.
(da “Libero”, 26 aprile 2013)

«Quella telefonata alle 8 del mattino, poi da solo in macchina al Colle ». Era questo il titolo di pagina 3 di ieri del Corriere della Sera. Più importante dell’incarico, insomma, sembra essere il mezzo usato dal vicesegretario uscente del Pd per salire al Quirinale, ovvero una Fiat Ulysse. Con tanto di seggiolino dietro per i bambini. Un eroe anti-Casta? Beh, mica tanto. Se è vero quello che scrive il sito Dagospia, la macchina non sarebbe «sua », «privata ». Pare infatti che sia il veicolo aziendale della moglie, Gianna Fregonara, capo della redazione romana del Corriere della Sera. Tutto legittimo, niente da dire. Certo è che questa notizia ci fa nascere qualche domanda. Il Quirinale, se non andiamo errati, si trova in zona a traffico limitato. Per cui per arrivarci, con la propria auto «privata », bisogna avere il pass. Altrimenti si paga o si rischiano multe a più non posso. È immaginabile che la moglie di Letta, in qualità di giornalista parlamentare di uno dei principali quotidiani italiani, abbia il permesso per girare fra i Palazzi della politica: ma può utilizzarlo il marito per fare i suoi interessi? Portare o andare a prendere i figli a scuola è un comportamento meritorio per un politico di peso, ma non sfruttando un pass rilasciato per altri scopi. Così come andare al Colle per diventare presidente del Consiglio. L’incaricato Enrico poteva prendere un taxi, un mezzo pubblico qualsiasi, no? Scorrazzare per la Capitale a bordo dell’auto del Corriere si può fare, ma non farsi beatificare.


Ora chi comanda? I dolori del giovane Renzi alla prova del governo Letta
di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 26 aprile 2013)

Mercoledì pomeriggio, poche ore dopo l’incarico offerto dal presidente del Consiglio, pardon, della Repubblica Giorgio Napolitano all’ormai prossimo presidente del Consiglio Enrico Letta, Matteo Renzi ha convocato nel suo ufficio al primo piano di Palazzo Vecchio alcuni storici amici fiorentini per provare a fare il punto della situazione e immaginare il percorso che potrebbe aprirsi con l’arrivo a Palazzo Chigi del “caro amico Enrico”, come tiene sempre a ricordare in queste ore il Rottamatore quasi a voler rimarcare una novità nella natura dei rapporti fra il sindaco e quello che di fatto oggi è il vero successore di Bersani. La sintesi dei ragionamenti di Renzi con gli amici fiorentini è che la “Letta via” apre una bella partita che consente anche nel Pd molti riposizionamenti e costringe tutti a mettere in atto un grande salto generazionale.

Renzi sa che la figura di Letta in realtà è tutto tranne che un simbolo della rottamazione, e al sindaco non sfugge che il vicesegretario sarà costretto a tenere conto (anche nella formazione del governo, che sarà pronto entro domenica mattina) dei vecchi equilibri e dei vecchi campioni del Pd. Nonostante questo però il sindaco è convinto che la nuova direzione imboccata dal Pd a trazione napolitaniana spingerà il centrosinistra su un binario in cui il ruolo del Rottamatore sarà sempre più centrale e in cui per forza di cose si verrà a creare uno scenario simile a quello vissuto tra il 2006 e il 2007 da un altro predestinato come Walter Veltroni, da tutti allora considerato nel centrosinistra come il successore naturale alla premiership dell’allora presidente del Consiglio Romano Prodi. Ieri Veltroni, oggi Renzi. Veltroni, già. Perché se è vero che il consenso ricevuto nelle ore in cui il Pd stava discutendo della sua candidatura a Palazzo Chigi ha rafforzato la posizione del sindaco all’interno del partito; è anche vero che il percorso che si apre per il Rottamatore è simile a quello che aveva di fronte a sé Veltroni nel 2007. Ed è proprio per questo che il sindaco, per non ritrovarsi nelle stesse condizioni dell’ex primo cittadino di Roma, non ha intenzione di candidarsi alla segreteria del Pd: e nel weekend vorrebbe annunciarlo ufficialmente. Ragionamento di Renzi: fare il segretario in un partito dove il segretario corrisponde alla figura del candidato premier costringe il segretario a essere una figura antagonista a quella del premier; e in questo senso guidare il Pd equivarrebbe a diventare un rivale del nostro presidente del Consiglio, rischiando davvero di fare la fine di Veltroni del 2007: che dopo essere diventato segretario e dopo essere stato costretto a dimettersi da sindaco c’ha messo del suo (sostiene Renzi) per far cadere Prodi ritrovandosi poi travolto dalla stessa caduta del Prof.

Dunque, che fare? E come evitare che l’arrivo a Palazzo Chigi di Letta possa frenare la galoppata del Rottamatore? Renzi ha due strade. Quella più naturale sarebbe la sua candidatura alla segreteria, cosa che gli permetterebbe di avere un peso maggiore sul governo e di controllare il partito rivoltandolo come un calzino e costruendo da una posizione di forza il suo percorso a candidato premier. Renzi conta di evitare questo tragitto e per questo il prossimo 4 maggio proporrà all’assemblea del Pd una modifica all’articolo tre dello statuto: una separazione netta tra ruolo di segretario e quello di candidato alla presidenza del consiglio (cosa che porterebbe Renzi a sostenere un candidato della “gauche” alla segreteria). La seconda strada è quella del percorso dall’esterno, con una ricandidatura a sindaco nel giugno 2014 e una scalata a quei vertici dell’Anci che si libereranno nelle prossime ore: quando Letta, annunciando la sua squadra di governo, dovrebbe inserire nella rosa l’attuale presidente Graziano Delrio (Renzi lo vuole all’Istruzione). Il percorso è questo. Ma paradossalmente un minuto dopo che partirà il governo potrebbero cominciare, per una ragione inconfessabile, i dolori del giovane Renzi.

Il problema è il seguente, anche se Renzi non potrà mai confessarlo. Per il destino personale del sindaco un clamoroso successo del governo Letta (e una sua lunga durata) potrebbe complicare il percorso. E più il governo guidato dal vicesegretario sarà diverso dal governo Goria (governo a lungo evocato in questi giorni per essere stato quello guidato dall’unico presidente del Consiglio incaricato a un’età minore rispetto a quella di Letta, che fu “costituente” ma durò 260 giorni) più il sindaco dovrà evitare di farsi logorare e di farsi anche rubare la scena da qualche nuovo rottamatore che potrebbe spuntare all’interno del prossimo governo. O magari anche dallo stesso Enrico Letta, che già ieri nel suo primo appuntamento pubblico da presidente incaricato ha dato prova di notevole abilità, mettendo a nudo le contraddizioni dei Cinque stelle (“scongelatevi!”) e trasformando lo streaming con i grillini (che non hanno avuto neppure il tempo di dire “non voteremo la fiducia” e che hanno addirittura aperto alla possibilità di votare i provvedimenti del futuro governo) in un piccolo capolavoro di scouting politico.

“Il punto – spiega al Foglio un importante renziano – è che oggi vale la metafora del treno: Napolitano, come è noto, ha deviato il percorso del Partito democratico su un nuovo binario e a guidare questo treno c’ha messo Enrico. Se lui lo guiderà a lungo, sarà un successo per il paese e anche per il Pd, che in quel modo eviterà di deragliare. Ma se lo guiderà per troppo tempo è evidente che per noi bisognerà ricominciare da capo. Ed è vero che Matteo in fondo avrà l’età di Enrico nel 2022 ma è anche vero che da qui a tre anni chissà cosa potrà accadere”.

La durata, già. Renzi è convinto che la miscela composta di veti del Pdl, debolezze del Pd e peripezie giudiziarie di Berlusconi alla fine rischia di trasformare il viaggio del futuro governo in una passeggiata sulle uova. Ma sotto sotto anche il sindaco è consapevole del fatto che il presidente del Consiglio incaricato (che dovrebbe chiedere lunedì la fiducia in Parlamento) ha dalla sua parte un alleato che non mancherà di offrire il suo ombrello al prossimo inquilino di Palazzo Chigi. E se ieri durante le consultazioni si sono gradualmente abbassate (“Passi avanti”, ha detto Alfano; “L’ipotesi di un fallimento? Non voglio nemmeno pensarci”, ha detto Berlusconi dall’America) la ragione è semplice. La spiega al Foglio un importante esponente di Scelta civica: “Nessuno dei partiti può tirare la corda. Tutti sanno che se non si fa un governo Napolitano tirerà le sue conseguenze. E tutti sanno che le conseguenze non corrispondono necessariamente allo scioglimento delle Camere”.

I problemi, semmai, ancora una volta per Letta più che dal centrodestra potrebbero arrivare dal suo stesso partito. La pentola a pressione del Pd è ancora in ebollizione ma la presenza di un uomo del Pd a Palazzo Chigi (prima volta) avrà l’effetto di abbassare la temperatura: e saranno pochi i democratici che non voteranno la fiducia al governo. Letta nelle prossime ore chiuderà la questione ministri (oggi Berlusconi tornerà dall’America) e la rosa rappresenterà un punto di equilibrio non solo tra le coalizioni ma anche tra i due patti di sindacato del Pd (vecchie generazioni e nuove generazioni). Ci saranno dunque ministri renziani e ci saranno anche alcune piccole rottamazioni. Il governo che ha in mente Letta, come ricordato ieri dallo stesso futuro primo ministro, sarà naturalmente vincolato ad alcuni scopi precisi ma è un governo che vuole durare più dei 260 giorni di Goria. Renzi lo sa ma nonostante con il “caro amico Enrico” ci sia un ottimo rapporto la lunga durata dell’esecutivo un po’ la teme. Non ci saranno pugnalate alle spalle e Renzi promette anzi sinceramente di impegnarsi in prima persona per far funzionare gli ingranaggi del governo.

Ma alla lunga il rischio di ritrovarsi nelle stesse condizioni di Veltroni del 2007 esiste. E va bene l’amicizia con Enrico, ma per evitare di avere tentazioni Renzi sa che più lontano sta dalla segreteria e meglio sarà. Anche perché il sindaco sa che se il treno deraglia stavolta non finisce fuori pista solo il macchinista, ma rischia di finirci anche l’intero Pd.


Che cosa farà Berlusconi
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 26 aprile 2013)

Statista o venditore? Silvio Berlusconi si trova in una di quelle situazioni che in genere mal sopporta, uno di quei momenti che forse lo infastidiscono, Giulio Tremonti lo definirebbe con enfasi letteraria “un tornante della storia”, anche se in questo caso è di una storia personale, e di una biografia politica, per quanto ingombranti, che si parla. Statista o venditore? E’ partito per gli Stati Uniti d’America senza ancora avere scelto, il Cavaliere. Torna domani senza aver deciso se il governo che sta per nascere intorno a Enrico Letta è uno di quegli investimenti duraturi, come per lui sono stati il Milan o le televisioni, o se invece questo governuzzo, con la svolta voluta da Giorgio Napolitano, sono soltanto il preludio rilassato di una nuova rottura, di un ritorno alle antiche abitudini, alle vecchie danze un po’ folli e un po’ logore: la pugna con i magistrati, le condanne, le elezioni, le prescrizioni, i muscoli, la piazza, il livore, il consenso. Tanti cerchi di fuoco nei quali far saltare l’Italia e saltare lui stesso, ma ormai all’età non più tenera di settantasette anni.

I processi di Milano precipitano rapidamente verso la conclusione, malgrado la speranza che vengano trasferiti a Brescia, malgrado il miraggio della prescrizione che alimenta l’indecisione e pure l’incertezza su quali siano le mosse migliori. Tutto si gonfia in una gravida suspense. Potrebbero esserci delle spaventose condanne: frode fiscale in Appello nel caso Mediaset, prostituzione minorile in primo grado nel caso Ruby… Che fare? Uomo politico o imputato a vita? Statista o venditore? Afferrare la mano di Napolitano e Letta o far precipitare tutto ancora una volta? La Corte di cassazione si prepara a decidere sul trasferimento dei processi da Milano, dove stanno arrivando a sentenza, a Brescia, dove dovrebbero ricominciare davanti a nuovi giudici. E già si agita lo spettro della condanna e della decadenza dal mandato parlamentare, paura vera.
Ma per la prima volta Berlusconi non è presidente del Consiglio, non è nemmeno personalmente al governo, ma è l’alleato, il secondo pilastro responsabile, il socio necessario di un’operazione politica benedetta dal presidente della Repubblica, un governo sobrio e perbene che ha l’obiettivo unico di salvare l’Italia dal pozzo nero della crisi economica e della regressione civile, un esecutivo di prospettiva e d’indirizzo costituente. L’attacco giudiziario nei suoi confronti, adesso, in questo contesto di pacificazione, risulterebbe incongruo, persino beffardo, agli occhi di tutti. Le eventuali condanne sarebbero un fatto minore anche sui quotidiani, sui mezzi di informazione, per strada, tra la gente. E fuori dal governo, senza responsabilità dirette, il Cavaliere potrebbe dunque infischiarsene delle condanne e tirare dritto, legittimato dall’opera di un esecutivo responsabile, voluto dal presidente della Repubblica, coccolato dall’establishment europeo e non solo. Il conflitto con la magistratura e tutto il carico d’accuse, udienze, avvocati, tribunali e sentenze sarebbero soltanto il rugginoso residuato bellico di un’epoca ormai conclusa, archiviata dalla storia. Dunque ecco il dubbio che turbina nella testa di Berlusconi, ma anche dei suoi amici come Fedele Confalonieri, il presidente di Mediaset, l’uomo dei consigli più assennati: statista o venditore? Questo è il problema. Al Cavaliere cinico e fantasioso, all’uomo che interpreta la politica come uno sport agonistico, o una rischiosa avventura imprenditoriale, non piace scegliere. Lui non sa decidere, è doppio, secondo alcuni persino bipolare. Lo statista vuole investire nel governo di Enrico Letta, il nipote del suo amico Gianni. Il venditore vuole sfasciare tutto e imporre ancora se stesso in un’anomalia senza fine.

Il Berlusconi statista in questi giorni è quello convincente, e forse persino convinto, che in televisione dice: “Serve un governo forte, solido e duraturo, che resista nel tempo”. Quello che poi aggiunge, compunto: “Un governo capace di fare subito i provvedimenti che servono al paese”. L’altro Berlusconi, il venditore, è invece quello dell’Imu “che si può restituire perché sono appena quattro miliardi”, quello che intervistato in America dove si trova da qualche giorno dice che “bisogna cambiare Equitalia”, quello che vorrebbe giocare al rialzo sui nuovi ministeri, che allude alle elezioni anticipate, che organizza una piazza alla settimana, e che, più da imputato che da uomo politico, insegue l’orizzonte del voto perché immagina una prospettiva diversa, alternativa, e per lui fantasiosamente dolce: quella che lo porta direttamente al Quirinale, che lo consegna alla massima carica istituzionale a bordo della Lancia Thesis e scortato dai corazzieri in motocicletta.
Un presidente condannato per prostituzione minorile, possibile? Quantomeno difficile. Così il dubbio si infittisce e si fa tormento amletico: fare lo statista o tornare venditore? Sembra strano, è vero, ma lui che ha scoperto il funzionalismo in politica, e ha semplificato a modo suo i meccanismi del Palazzo e della partitocrazia polverosa della Prima Repubblica, lui che ha inventato il centralismo carismatico, in genere sfugge al momento della decisione. Il Cavaliere non sa scegliere. Per assurdo che possa apparire, Berlusconi, anarchico monarca, lascia che sia sempre l’incastrarsi degli eventi a determinare, alla fine, in un pazzotico caos creativo, le sue comunque sempre mutevoli inclinazioni. “Decide solo quando ha un’autostrada sgombra davanti”, dice Fabrizio Cicchitto, che lo conosce da tanto di quel tempo da potersi anche permettere un sorriso d’ambigua ironia mentre pronuncia queste parole. “E finché non ha deciso, finché gli è caratterialmente impossibile di prendere una decisione, percorre contemporaneamente tutte le strade possibili, tutte insieme, anche se evidentemente non portano nello stesso posto”, aggiunge Daniela Santanchè, la pasionaria che lo adora, la donna ormai ammessa fin dentro le riunioni più esclusive e segrete del Castello. Statista o venditore?
“Siamo in testa nei sondaggi”, dice ogni tanto ai suoi uomini. E mentre pronuncia queste parole, nei momenti di più assoluta sincerità, Berlusconi ha indosso il suo sguardo più vero. D’altra parte non si può guarire da se stessi, svolte, trasformazioni, fughe, paure e grandi cambiamenti non servono che a questo: ritornare all’origine, al punto di partenza. Così il Cavaliere indossa, talvolta, un’aderente maschera da statista compassato: “E’ il momento delle larghe intese”, dice ai giornalisti che lo intervistano, ed è convincente, persino convinto, quando dice che “con il Pd abbiamo parecchi punti in comune”.

Nel folto delle sue parole le larghe intese si rivelano un orizzonte già conquistato e il “Tutti per l’Italia” non è più soltanto un miraggio (“una bella idea di Giuliano Ferrara”): basta stendere il braccio per afferrarlo. Eppure, improvvisamente, quando parla del governo e del suo, personale, futuro, il Cavaliere ha come un lampo che gli attraversa lo sguardo. “Matteo Renzi? Il rinnovamento generazionale? Le nuove elezioni? Abbiamo appena eletto un presidente che ha ottantotto anni, mi sembra”. “Ci vuole esperienza per risolvere i problemi dell’Italia”. E si scorge la tentazione di alzare subito la posta, di riprendere quel balletto ambiguo e talvolta vincente che è il suo modo anomalo e ribaldo di stare nella politica: la voglia matta di contrattare al rialzo, di pretendere dei ministeri chiave nel nuovo governo, di insistere con la restituzione dell’Imu e con le promesse, anche quelle irrealizzabili, della campagna elettorale. “I miei nove milioni di voti non li tradirò mai”, anche a rischio di far saltare tutto. Statista o venditore?
E’ stato a un millimetro dalla morte. Prigioniero d’un lugubre isolamento politico ha rischiato di vedere il peggiore dei suoi incubi diventare realtà, ha quasi assistito all’incoronazione quirinalizia del nemico giurato Romano Prodi e di Stefano Rodotà, e negli ultimi due anni ha vissuto pericolosamente, in altalena, galleggiando tra fortune e rovesci comunque sempre sterili: dalla baruffa con Gianfranco Fini al cedimento di schianto del suo governo, alla nascita di quella tecnocrazia montiana che per lui non è stata Piazzale Loreto ma un letto di fiori e d’organza, al tradimento serpigno di una parte del suo Pdl, fino a quella capriola imbarazzante con la quale il Cavaliere ha fatto cadere il professor Monti agitando la bandiera grottesca della restituzione dell’Imu (“anche con i miei soldi se necessario”).
Alterno statista e venditore, il 12 novembre del 2011 Berlusconi si è dimesso dalla presidenza del Consiglio “per senso di responsabilità” e per paura di fronte allo spread che sfiorava la quota di non ritorno dei 600 punti. E da allora è rimasto immobile sul pelo dell’acqua, grazie a Mario Monti che lo ha parificato al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: l’unico, Monti, che non lo ha mai isolato. Berlusconi ha nel suo animo entrambe le corde ed entrambe le sa suonare, sia quella (compiaciuta) dello statista che parlò di pacificazione nazionale a Onna, in Abruzzo, il 25 aprile del 2009, sia quella (furba) del venditore che adesso vorrebbe eliminare l’Imu e la Tares e non farle pagare agli italiani – chissà come – già dal giugno prossimo. Ma ora, con il governo di Enrico Letta che si appresta a nascere, il Cavaliere deve decidere, può scegliere: ha forse l’ultima occasione per trovare pace con se stesso e con il mondo che lo circonda, ha l’opportunità fortunosa di aprire una nuova fase nella storia della Seconda Repubblica che volge drammaticamente al declino: la sua Repubblica, il suo Ventennio. Un leader, un’epoca, un solo destino.

Statista o venditore? Il 24 ottobre 2012, in un famoso e rapidamente dimenticato discorso pubblico, Berlusconi disse che usciva dalla scena attiva della lotta per il potere, che investiva volentieri una nuova generazione del compito di crearsi una legittimazione (elezioni primarie) e di combattere nel solco di una tradizione popolare e liberale ormai quasi ventennale, con una nuova leadership. Sosteneva che bisognasse bloccare la sinistra dell’asse Vendola-Bersani, con le sue velleità veterolaburiste e neocollettiviste, con il benecomunismo che voleva ribaltare l’agenda Monti. Era una posizione politica realistica, che prendeva atto del già fatto e cercava, in condizioni dure, partendo da una sconfitta strategica del berlusconismo già consumata, di prefigurare un cammino futuro per un centrodestra che era sfasciatissimo: il Pdl impazziva e dentro il partito s’agitavano nell’ombra i coltelli più affilati, nasceva un partito nel partito chiamato “Italia Popolare”, con Beppe Pisanu elevato al rango di grande riserva della Repubblica, un mondo in subbuglio e a un passo dal complotto, dal regicidio, dalla destituzione cruenta del Cavaliere: come in tutti i momenti dissolutivi, anche nel mondo di Berlusconi, prima delle elezioni anticipate di febbraio, prima della sua violentissima repressione interna per via elettorale, erano infatti saltati i vincoli d’appartenenza, i rapporti anche più antichi e sedimentati, le coperture e le complicità.
Due giorni dopo il discorso del suo ritiro, Berlusconi si è poi presentato a Villa Gernetto, che non è sul lago di Garda e non è Salò, e ha cambiato posizione: dichiarazione di guerra alla Germania di Angela Merkel e al feldmaresciallo Monti, alla sinistra e a tutto il resto del mondo. Con questo senso: “Fanculo la solennità del passo indietro, io qui sto, comando io, e le nuove generazioni del centrodestra facciano un po’ di ammuina ma sulla mia linea che è quella di un ritorno in campo per sfasciare ogni cosa”. Risultato: Berlusconi s’indebolì in apparenza, quel che restava del Pdl cercò (senza successo) di metterlo in minoranza, ma poi siccome il Cavaliere è un grandissimo venditore riuscì funambolicamente, quasi per magia, a non perdere le elezioni e ha reincatenare al giogo tutti i suoi cavalli indisciplinati, i tanti che erano pronti a tradirlo dall’interno del Palazzo e del partito. Anzi, per un pelo non le ha vinte quelle incredibili elezioni di febbraio 2013 (“per uno 0,4 per cento”, ricorda sempre Denis Verdini, l’architetto di retrovia del berlusconismo). Così adesso il Cavaliere ha ricominciato a giocare, a bagolare, come un pendolo, tra tribunali e manifestazioni di piazza, aperture al dialogo e improvvise rotture, furbizie, calcoli e contorsioni che gli vengono naturali.

Fino a oggi, a queste ore in cui si forma – forse – il governo della salvezza nazionale voluto da quel Napolitano che Berlusconi è riuscito a fare eleggere dopo aver rischiato di vedere i suoi nemici Prodi o Rodotà assisi sul trono del Quirinale. Ha attraversato i primi cinquantacinque giorni di questa fragile legislatura nella perfezione tattica, il Partito democratico si è schiantato sulle sue contraddizioni e lui, il Cavaliere folle e fortunato, è tornato centrale come ai tempi d’oro. Un miracolo. E quasi non ci crede nemmeno lui. “Adesso ci vuole un comportamento opportuno”, tende a dirgli Gianni Letta, il gran visir, l’uomo dai consigli sempre pettinati. Occorre non gettare via tutto, non alzare la posta per eccesso di spavalderia: è necessario – viene detto a Berlusconi – non correre il rischio di essere di nuovo sospinti nell’angolo, nell’isolamento che prelude al disastro e alla fine ingloriosa. Riuscirà Berlusconi ad aprire una fase nuova? “La restituzione dell’Imu è una cosa facilissima, sono appena quattro miliardi”, è tornato a ripetere il Cavaliere dei manifesti elettorali, quello dei famosi e giganteschi 6×3. “Abbiamo un programma di otto disegni di legge già depositati in Parlamento. Le trattative per il nuovo governo dovranno partire da lì”, dice il Cavaliere immaginifico e azzardoso, quello che si gioca tutto, quello che o vinco tutto o perdo tutto, ma intanto tratto. “Non voglio nemmeno pensare all’ipotesi del fallimento di Enrico Letta”. Ecco, appunto, ma cosa farà il Cavaliere alla fine, il venditore o lo statista?


L’impegno cattolico dei politici non è mai un generico “sentimento”
di Gaetano Quagliariello
(da “L’Occidentaale”, 26 aprile 2013)

Caro Direttore,

giorni fa Matteo Renzi, in piena campagna per l’elezione del capo dello Stato, ha scritto su ‘Repubblica’ una lettera sul rapporto tra fede e politica. Sul momento, quello scritto era finalizzato a contestare la candidatura di un autorevole esponente del suo partito. Ma nel far questo ha investito il tema del rapporto stesso tra religione e politica nell’odierna realtà italiana. I due aspetti non vanno confusi. Mi permetto dunque di intervenire solo oggi per evitare che una polemica contingente possa offuscare una discussione seria che vale la pena continuare.

La tesi di Renzi è più o meno questa: oggi non si può rivendicare una identità politica o uno spazio nell’agone pubblico in nome del proprio essere cattolici; tantomeno si può tradurre l’aspirazione cristiana, in politica, nella difesa di alcuni precetti e di una visione etica che viene vista come arcigna e molto rigida. A me pare che questa tesi, da un canto, banalizzi la nostra storia e, dall’altro, semplifichi eccessivamente il significato del voler essere oggi cristiani in politica. Non si può infatti ignorare che lo Stato italiano è l’unico nato ‘contro’ la Chiesa, negando così una parte di quella tradizione che preesisteva allo stesso Stato unitario. Né si possono dimenticare o banalizzare i percorsi contorti attraverso i quali i cattolici si sono integrati nella vita politica.

Anche da questa peculiarità italiana è scaturito, nel secondo dopoguerra, il partito unico dei cattolici. Quando poi l’esperienza della Dc è stata superata, sono nati, a destra come a sinistra, partiti nei quali laici e cattolici hanno convissuto, e col nuovo millennio – anziché affermarsi una progressiva secolarizzazione come tanti profeti del laicismo avevano preconizzato – i princìpi cristiani sono diventati addirittura una bussola anche per tanti non credenti. È in questo contesto che l’allora cardinale Ratzinger, alla vigilia dell’ascesa al soglio pontificio, da Subiaco rinnovò l’appello pascaliano a chi non crede a vivere come se Dio esistesse.

Per il mio percorso politico, non posso certo essere sospettato di agognare un ritorno al partito dei cattolici. E nemmeno di voler rivendicare una posizione in nome di una fede scoperta in tarda età. Ma forse proprio per questo nelle argomentazioni del sindaco di Firenze scorgo due gravi rischi. Il primo è quello di ridurre il cristianesimo a un sentimento tanto entusiastico quanto generico, che implicitamente relativizza alcuni princìpi di fondo essenziali per orientarci di fronte alle sfide del nostro tempo. Il secondo è che ci si limiti a rivendicare un’appartenenza senza riconoscere a un’identità, che è parte viva della nostra tradizione nazionale, la forza di orientare i comportamenti politici. In questo caso l’ostentazione gioiosa della propria fede non farebbe venir meno il rischio di relegarla nel ghetto della coscienza individuale e di negare ai princìpi cristiani rilevanza nello spazio pubblico: proprio come vorrebbero i laicisti.

L’appartenenza a una fede certamente non può essere motivo per rivendicare un posto di responsabilità. Attenzione, però, a non banalizzare in nome del ‘politicamente corretto’ il significato dell’essere oggi cristiani in politica. Senza volerlo, tale superficialità potrebbe divenire causa di discriminazione, per negare ai portatori di quei princìpi ogni rilevanza.

(Tratto da Avvenire, 25 Aprile 2013)


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Bart