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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Il coraggio di decidere

6 Giugno 2013

di Gian Antonio Stella
(dal “Corriere della Sera”, 6 giugno 2013)

«E il governatore si rivolse di nuovo a loro, dicendo: «Quale dei due volete che vi liberi? ». E quelli dissero: «Barabba ». E Pilato a loro: «Che farò dunque di Gesù detto Cristo? ». Tutti risposero: «Sia crocifisso ». Sono quasi duemila anni che il Vangelo ricorda alle classi dirigenti che non si può governare coi sondaggi. E che Sua Maestà il Popolo, che di tanto in tanto viene invocato come un idolo e ipocritamente confuso con la democrazia, può sbagliare. E di grosso.

Spiegava Marshall Mc-Luhan che «difendere i sondaggi affermando che sono un modo per “consultare la saggezza collettiva” equivale a dire di poter estrarre la radice quadrata di uno spazzolino da denti di color rosa ». Parole sante. Non sempre le emozioni, e più ancora le ondate popolari, sono sagge. Anzi.

C’è quindi qualcosa di storto nell’affanno con cui tanti leader politici, dopo avere smesso per anni di parlare con i loro elettori e soprattutto ascoltare le loro ragioni fino a creare quel distacco crescente tra il Palazzo e la società, si precipitano a precisare che su ogni cosa sarà «sentita la base ». Ed ecco che c’è chi sta appeso ai cinguettii stizzosi di Twitter, chi agli sfoghi su Facebook, chi agli umori di un blog o di un rilevamento d’opinione. Come se da lì potesse levarsi finalmente una stella polare che indichi il percorso ai viandanti incerti.

L’ultimo, con l’impegno a «sentire tutti gli iscritti » sulla legge elettorale, è stato Guglielmo Epifani. Ma prima di lui Giuseppe Fioroni aveva già chiesto «un referendum consultivo di tutti i circoli pd ». E il ministro Gaetano Quagliariello aveva assicurato «entro l’estate l’avvio di una consultazione popolare per coinvolgere i cittadini nel processo costituente sulle riforme ». E i capigruppo della maggioranza varato una mozione che plaude alla «volontà del governo d’estendere il dibattito sulle riforme alle diverse componenti della società civile, anche attraverso il ricorso a una procedura di consultazione pubblica ». E il titolare della pubblica amministrazione D’Alia lanciato «la consultazione online per chiedere ai cittadini di fare le loro proposte su 100 procedure da semplificare ».

Per non dire di Silvio Berlusconi, che come nessuno conosce la pancia della propria gente, e che ad esempio dopo aver annunciato la scelta di «andare in maniera decisa verso il nucleare » definito «indispensabile », bloccò tutto dopo Fukushima perché aveva «spaventato gli italiani, come dimostrano anche i nostri sondaggi ». O di Beppe Grillo che invoca referendum a raffica perché convinto della funzione salvifica del voto del popolo buono e sapiente.

Sia chiaro: la voce dei cittadini va sentita sempre. Online, nelle piazze, nei caffè, nelle sezioni… E ripetiamo: se i partiti e i leader politici avessero voluto e saputo ascoltare in questi anni l’insofferenza che saliva dalla pubblica opinione oggi non sarebbero così trafelati nello sforzo spaventato di ricomporre la frattura. Ma una vera classe dirigente, come dice la parola stessa, deve sapersi assumere le proprie responsabilità e mettersi alla guida dei processi storici. Anche a costo, talvolta, di fare scelte al momento impopolari. Se pensa che siano giuste. Sennò, se si accoda via via agli umori (per di più dettati da passioni partigiane) è una classe «accodante ». È il succo della democrazia: chi viene eletto è eletto per fare delle scelte. Spiegarle. Difenderle. Se sono buone, il tempo gli darà ragione. A seguire i venti si possono vincere le elezioni, ma non guidare un Paese. Men che meno sotto i nuvoloni neri.


Il paradosso che può aiutare il cambiamento
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 6 giugno 2013)

Parte oggi, con la convocazione al Quirinale per l’insediamento della commissione dei 35 saggi, il nuovo tentativo di cambiare norme importanti della Costituzione italiana. Di una grande riforma del nostro assetto istituzionale, ormai, si parla da oltre 25 anni e da un quarto di secolo sono falliti tutti i tentativi per riuscirci. La domanda che gli italiani si stanno facendo in questi giorni, perciò, è ovvia e parte da un’osservazione di puro buon senso: visto che il Paese soffre la più grave crisi economica dalla nascita della Repubblica ed è attraversato da tensioni sociali molto forti è davvero questo il momento più opportuno per provarci ancora una volta? Non sarebbe meglio che il governo si concentrasse sull’emergenza più preoccupante per la vita quotidiana di tanta gente e rimandasse il grande progetto di riforma a tempi migliori?

Il dubbio non solo è legittimo, perché il buon senso è una virtù, nonostante la sua cattiva fama presso intellettuali e politici nostrani, ma è anche opportuno, perché la comprensione dei cittadini, in una democrazia, dovrebbe costituire la spinta fondamentale per varare buone riforme, soprattutto in argomenti così delicati.

La risposta a questa domanda, però, potrebbe essere altrettanto semplice: l’attuale sistema istituzionale, politico e partitico ha dimostrato, ormai, la sua incapacità ad affrontare, con la radicalità e l’urgenza che proprio la crisi richiede, quei cambiamenti necessari per rimettere in moto un’economia e una società italiana che, come ha ricordato il governatore di Bankitalia qualche giorno fa, sono rimasti drammaticamente indietro rispetto all’evoluzione del mondo.

È convinzione abbastanza comune che le corporazioni di interessi nel nostro Paese, divise tra di loro, ma unite nella volontà di difendere ad oltranza le nicchie di privilegi raggiunte, siano talmente consolidate, talmente arroganti da resistere a qualunque tentativo di cambiamento operato dai governi che si sono succeduti negli ultimi decenni. Coalizioni di centrodestra e coalizioni di centrosinistra, se analizziamo un po’ più in profondità i risultati concreti ottenuti in tale direzione, sono state costrette ugualmente a una ritirata ingloriosa. Lo schieramento di Berlusconi ha fallito nel tentativo di una rivoluzione liberale che, tanto proclamata a parole, si è conclusa, nei fatti, nel nulla. Quello capitanato da Prodi, sulla parola d’ordine del riformismo democratico, si è dovuto arrendere non solo davanti al solito massimalismo conservatore di una parte della sinistra italiana, ma perfino davanti al ribellismo dei taxisti romani. La speranza, perciò, è quella che solo un rafforzamento della politica, nella sua capacità di decisione e, soprattutto, nella forza di attuare le decisioni prese, potrebbe sconfiggere il «male oscuro » dell’Italia in questi anni a cavallo del secolo, l’immobilismo della società che colpisce soprattutto i nostri giovani e la stagnazione dell’economia che la sta portando a un irreversibile impoverimento.

Dal primo dubbio nasce, però, una seconda domanda: questo governo Letta, così esposto ai contrasti politici e ideologici di una maggioranza politica «degli opposti », sotto l’incubo delle vicende giudiziarie di Berlusconi e di fronte a drammatici problemi economico – sociali, come quelli, ad esempio, della sorte dell’acciaieria e, in generale, della manifattura italiana, non sarà ulteriormente indebolito dalle dispute istituzionali che arriveranno nei prossimi mesi, a cominciare dall’ipotesi del presidenzialismo?

Anche questo quesito è fondato sul buon senso, ma la risposta può essere meno pessimistica dell’apparenza, almeno per due ragioni. Letta, con l’avallo di Napolitano, ha dato al progetto della riforma costituzionale una scadenza temporale precisa, diciotto mesi. In questo modo, ha costretto il Parlamento a porsi un traguardo abbastanza ravvicinato per riuscire a vararlo, ma ha anche allungato a un anno e mezzo la durata minima del suo governo. Insomma, con una sola mossa, ha cercato di indebolire sia coloro che vogliono impedire i cambiamenti istituzionali con lo stallo di infinite logomachie sui grandi principi, sia coloro che desiderano interrompere al più presto il primo esperimento italiano di «grande coalizione ».

La seconda ragione di parziale e prudente ottimismo sugli effetti delle discussioni parlamentari sulla riforma per la stabilità governativa, ma anche sulle possibilità dell’accordo, risiede nella necessità che tali cambiamenti abbiano una larga condivisione tra i partiti che compongono le Camere. La ricerca obbligata di una intesa sul piano delle modifiche istituzionali potrebbe costituire il collante indispensabile per costringere quella «maggioranza degli opposti » a trovare tutti quei compromessi quotidiani che saranno indispensabili, nei prossimi mesi, per affrontare l’emergenza economica. Ecco perché proprio la fragilità del governo Letta e le conseguenze di una crisi del suo ministero, con le annunciate dimissioni di Napolitano e le probabili elezioni anticipate, potrebbero pure aiutare a trovare, questa volta, quell’accordo sulla riforma costituzionale che si cerca da 25 anni. È un paradosso, ma di paradossi vive la democrazia italiana.


La guerra della Casa Bianca all’asse tra il Cav e Mosca
di Gian Micalessin
(da “il Giornale”, 6 giugno 2013)

Se vivete di pane e complotti, il 15 febbraio 2011 vi sembrerà una congiunzione fatidica e fatale. Se non ci credete, godetevi le bizzarrie del destino e della storia. Quel giorno tra Mosca, Bengasi e Milano si compiono tre avvenimenti chiave, apparentemente slegati tra loro.

Nella capitale russa, il consigliere del Cremlino Sergei Prikhodko annuncia l’arrivo a Roma del presidente Dmitry Medvedev per la firma di uno storico contratto con l’Eni,destinato ad aprire le porte della Libia al gigante del petrolio russo Gazprom.

A Milano, nelle stesse ore, il giudice per le indagini preliminari Cristina Di Censo deposita il rinvio a giudizio per gli imputati del processo Ruby. A Bengasi, invece, scoppiano i disordini che spingeranno la Nato all’intervento militare e all’eliminazione di Gheddafi.

Nessuno quel giorno può intravvedere la minima correlazione fra i tre eventi, destinati a determinare l’emarginazione internazionale dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e portarlo alle dimissioni.
Le conseguenze del processo Ruby e della rivolta di Bengasi sono ormai chiare.

Quelle dell’annuncio di Mosca, seppure meno trasparenti, sono fondamentali per comprendere perché i legami intessuti dal governo Berlusconi con Mosca e Tripoli fossero un ostacolo agli interessi di alcuni importanti «alleati » dell’Italia. L’accordo firmato dal presidente Medvedev, a Roma il 17 febbraio 2011, mentre a Bengasi già infuriano gli scontri, garantisce il passaggio a Gazprom della metà dei diritti di sfruttamento, detenuti per il 33 per cento da Eni, del pozzo libico di El Feel. Quel giacimento non è una risorsa come le altre. Scoperto nel 1997 da un consorzio internazionale partecipato dall’Eni, e battezzato Elefante per le sue dimensioni, il pozzo, situato a 800 chilometri a sud di Tripoli, custodisce circa 700 milioni di barili di greggio. È insomma una delle più importanti riserve della nostra ex colonia. La cessione di un sesto di quel greggio a Gazprom, la compagnia petrolifera considerata il braccio armato di Mosca nella guerra per l’energia tra Russia e Stati Uniti, viene visto come uno sgarro dell’Italia alle politiche energetiche dell’Europa e della Casa Bianca. Uno sgarro frutto degli stretti legami d’amicizia in ­tessuti da Silvio Berlusconi con Vladimir Putin e Muhammar Gheddafi. Per capire perché l’accordo sul pozzo di El Feef diventa la goccia capace di far traboccare il vaso spingendo i nostri alleati a eliminare Gheddafi e a ridimensionare Berlusconi, bisogna far un salto indietro al 3 novembre 2003. Quella notte un’operazione organizzata dal Sismi di Niccolò Pollari, d’intesa con Cia e MI6 britannico, porta alla scoperta nelle stive del portacontainer «Bbc China », da po ­co attraccato nel porto di Taranto, di un importante carico di frequenziometri, pompe, tubi di alluminio e altre parti essenziali per assemblare le centrifughe destinate all’arricchimento dell’uranio. Quel carico destinato a Tripoli diventa la «pistola fumante » sufficiente a provare i tentativi del Colonnello libico di dotarsi di armi nucleari. La «pistola fumante » viene subito usata da Cia e MI6 per mettere Gheddafi con le spalle al muro e convincerlo a rinunciare ai suoi programmi nucleari garantendogli, in cambio, la fine delle sanzioni e la ripresa dei rapporti commerciali con l’Occidente.

La capacità dell’Italia di assicurarsi le più importanti commesse libiche, grazie ai rapporti tra Berlusconi e il Colonnello, finisce con il mettere in crisi il patto siglato tra le banchine di Taranto. I primi a soffrire e a lamentarsi sono gli inglesi. Sir Mark Allen, l’uomo dell’MI6 mandato a fine 2003 a gestire la resa di Gheddafi, si ritrova a dover garantire la liberazione dello stragista di Lockerbie, Abdul Baset Ali al Meghrai, per assicurare alla Bp un contratto da 54 milioni di sterline.

Berlusconi nel frattempo inanella accordi assai più fruttuosi, usando esclusivamente il rapporto personale con l’estroso dittatore libico. Il malessere di Londra resta confinato finché la Casa Bianca resta nelle mani di un George W. Bush e di un’amministrazione repubblicana disposti ad accettare le politiche «parallele » dell’alleato italiano in cambio della collaborazione a livello internazionale, dell’impegno in Iraq e Afghanistan e degli stretti rapporti intessuti con Israele. Lo scenario cambia bruscamente agli inizi del 2009, quando lo Studio Ovale passa nelle mani di Barack Obama e dell’amministrazione democratica. Con il cambio d’inquilino, cambiano anche strategie e obbiettivi. Le costanti frizioni con il premier israeliano Benjamin Netanyahu spingono gli strateghi democratici a definire un’ardita politica di avvicinamento ai Fratelli Musulmani. Dopo averli frettolosamente identificati come la forza emergente pronta ad abbracciare la democrazia e ad accettare, grazie all’aiuto del Qatar, le politiche di Washington, i teorici liberal di Obama scommettono su di loro per sostituire quei dittatori fulcro delle strategie americane in Medio Oriente e Nord Africa. La nuova alleanza, oltre a rendere marginale il ruolo d’Israele, sancisce una svolta nell’ambito dello scontro energetico con la Russia. Il Qatar, nemico dell’Iran sciita e quinto produttore mondiale di gas, diventa – nei piani messi a punto dai think tank democratici – uno dei tanti tasselli destinati impedire a Gazprom e a Mosca di egemonizzare le forniture energetiche all’Europa.

Nell’ambito di questa nuova strategia anche l’Italia di Berlusconi si trasforma in un ostacolo da spianare. E a farlo capire, sollecitando inchieste segrete capaci d’innescare accuse di corruzione e interesse privato ben peggiori di quelle piovute su Berlusconi un anno dopo, ci pensa il segretario di stato democratico Hillary Clinton. «Preghiamo di fornire qualsiasi informazione sulle relazioni personali tra il primo ministro russo Vladimir Putin e il premier Silvio Berlusconi. Quali investimenti personali, potrebbero aver indirizzato le loro politiche economiche ed estere », scrive un lungo cablogramma segreto, diventato pubblico grazie a Wikileaks, in ­dirizzato a fine di gennaio 2010 dalla segreteria di stato di Washington alle ambasciate di Mosca e Roma. La Clinton chiede insomma a diplomatici e a servizi segreti di fornirgli delle prove da usare contro l’«alleato » Berlusconi e contro il «nemico » Putin. Cosa vuole fare con quelle informazioni il capo della diplomazia americana? Come intende utilizzarle? A chi vuole passarle? Forse non lo sapremo mai. Ma sappiamo che, in quel gennaio 2010, all’assalto giudiziario contro Berlusconi si aggiunge la guerra internazionale.

(3- continua)


Il Berlusconi tormentato e i suoi Parrucconi
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 6 giugno 2013)

“Io sono un contrafforte del governo, ci ho investito su questa storia delle larghe intese. Ma prima di essere abbattuto da un plotone d’esecuzione giudiziario, è lecito che il contrafforte si scansi”. Circondato da falchi rapaci e placide colombe, che recitano a soggetto la sceneggiatura che il Cavaliere ha scritto per tutti loro, Silvio Berlusconi si macera in un solo, enorme, interrogativo: ma i poteri neutri, che lui per la verità di solito chiama “Parrucconi”, lo hanno capito qual è il vero problema? Lo sanno che sta ponendo una questione di sistema che riguarda la tenuta della grande coalizione con tutto quello che questo comporta? La risposta è “sì”, lo hanno capito, tutti sanno che dalla sentenza della Corte costituzionale intorno al legittimo impedimento sul processo Mediaset dipende l’intera impalcatura delle larghe intese, se ne parla anche molto nei territori di confine, tra Palazzo Chigi e il Quirinale, tra “i saggi”, alcuni dei quali oggi sono ministri di Enrico Letta, cioè tra quegli uomini di buon senso, gli esperti, che Giorgio Napolitano volle riunire mesi fa per prendere tempo e preparare la stagione del governo di scopo. Il punto è che mai arriveranno garanzie esplicite, perché sono semplicemente impossibili. “Quello di Berlusconi è un gioco sbagliato”, dice Emanuele Macaluso, vecchio amico del presidente della Repubblica. “Leggendo i giornali capisco bene qual è il suo turbamento. Però così fa peggio, si agita troppo, la Corte costituzionale non si influenza in nessun modo, la Consulta emette sentenze, non è il Milan e non è Mediaset. Non prende ordini. Insomma non so a chi voglia parlare Berlusconi, ma sbaglia indirizzo. Facendo così, in effetti, lui potrebbe anche influenzarla la Corte, ma negativamente”.

Gli avvocati, anche Franco Coppi, hanno spiegato a Berlusconi che secondo quanto prescrive la legge, la Corte costituzionale non può dargli torto il 19 giugno prossimo, perché in punto di diritto non c’è ragione alcuna per la quale non debba valere il legittimo impedimento evocato sul processo Mediaset. E questa convinzione è, per la verità, piuttosto diffusa anche fuori dal Castello di Arcore, malgrado i timori violentissimi del castellano, che nutre una spiccata diffidenza sulle garanzie che gli vengono accennate dai ministri che ha prestato al governo, da Gaetano Quagliariello e da Angelino Alfano. Loro, e Gianni Letta, l’ambasciatore presso il Quirinale, non gli portano che sfumature, umori presidenziali, un vago e indefinibile sapore di pace, mentre lui, che è uomo pratico e anche un po’ spiccio, vorrebbe mordere la carne della questione. “Si può sapere come si stanno muovendo?”. E Gianni Letta: “Nessuna garanzia”. Berlusconi sta persino pensando di andarci lui al Quirinale, per parlare con il presidente.

Qualche timido messaggio arriva, obliquo, indirizzato da Palazzo Chigi verso Arcore. La nomina del professore Giuseppe Di Federico nel nuovo collegio dei “saggi” voluto da Enrico Letta, per esempio. Di Federico, giurista liberale di fama internazionale, ultra garantista, impetuoso sostenitore della separazione delle carriere dei magistrati, assieme al professor Nicolò Zanon, membro del Csm, e assieme a Luciano Violante, vuol dire soltanto una cosa per il Quirinale e per il mondo elastico che tesse la trama delle larghe intese attorno al Palazzo: vuol dire riforma della giustizia. Certo non è quello che amerebbe sentirsi dire il Cavaliere, non sono le garanzie esplicite, e improbabili, che lui vorrebbe sentir pronunciare addirittura dalla viva voce del presidente della Repubblica, ma pure sono segnali, quantomeno gesti di non belligeranza, come la nomina di Giorgio Santacroce alla presidenza della Corte di cassazione. In qualche modo si vuole comunicare l’idea che nessuno ha intenzione di perseguitare Berlusconi, nessuno vuole assecondare una guerra totale per via giudiziaria né tantomeno accarezzare per il verso giusto il pelo di quanti tifano per la resa dei conti finale, per il berlusconicidio. Secondo Angelino Alfano, il ministro dell’Interno e vicepremier di Letta, sono fatti rilevanti. Secondo Denis Verdini, il tosto coordinatore del Pdl, “sono bischerate”. Conta solo quello che farà la Corte costituzionale tra qualche giorno.

Lui lo sa benissimo che certe cose magari si fanno, ma non si dicono. Eppure il Cavaliere è preoccupato sul serio, gli hanno spiegato che ha dalla sua niente meno che “il diritto” e che la Consulta non può andargli contro sul legittimo impedimento, ma più Berlusconi si convince di avere ragione, più teme che i giudici costituzionali invece gli diano torto prefigurando una raffica di condanne definitive in Cassazione. E dunque il Cavaliere, quando è a casa, ad Arcore o a Palazzo Grazioli, si agita, straparla di nuovi predellini e scossoni vari, e a chiunque fa sapere che “i miei falchi sono troppo nervosi”, che “questi del partito non li tengo più perché il governo li manda in sofferenza e vogliono farlo cadere, io li freno a stento, dobbiamo insistere sull’Imu…”. Vuole che si sappia, vuole che i giornali lo scrivano, come se fosse vero. Non che non lo sia, ma nel Castello tutto è un po’ vero e tutto è un po’ falso, è così che vuole il padrone di casa, sono regole ormai consolidate. Berlusconi lascia che i suoi tanti rinfocolatori si librino in volo liberi e rapaci, che si scazzottino con le colombe e che i giornaloni ricamino su questa fantasiosa sceneggiatura (“lui ci ha messo tutti sull’aeroplano del governo di Letta, tutte le colombe insieme, così poi ci può abbattere in una volta sola con un missile terra aria lanciato dal salotto di Arcore”, dice un ministro del Pdl). E dunque per la prima volta nella storia della sua ventennale carriera (im)politica, il Cavaliere che odia i partiti e i meccanismi polverosi della rappresentanza ha invece un grandissimo interesse ad amplificare e rendere persino forzosamente vitale la dialettica interna al suo Pdl, l’evoluzione ultra carismatica di quel vecchio partito azienda, o partito di plastica, che si chiamava Forza Italia. Da una parte tutti quelli che hanno massima fiducia nelle garanzie di Letta e Napolitano, dall’altra tutti gli uomini che credono nel berlusconismo anche senza Berlusconi, molti dei quali sono stati messi dal Cavaliere al governo. E dunque Fabrizio Cicchitto contro Daniele Capezzone, Renato Brunetta contro Renato Schifani, Raffaele Fitto contro Mariastella Gelmini. Più litigano, meglio è. Più Denis Verdini fa baruffa con Angelino Alfano, e più Daniela Santanchè lavora al miraggio di un nuovo partito “a farfalla” che punti dritto alle elezioni anticipate e al travolgimento di Enrico Letta, più Berlusconi ha la sensazione di essersi così guadagnato la preziosa attenzione di Napolitano, che è il suo vero pubblico. E così fanno capolino, esagitati e caricaturali, anche “l’esercito di Silvio” e i Volpe Pasini, la rivolta fiscale e il predellino bis, stereotipi dotati di magica permanenza nell’universo folcloristico eppure così essenziale di Arcore. Mentre per sé, in questo magnifico teatro, il Cavaliere trattiene ovviamente il ruolo principale del mediatore, dello statista equilibrato che cerca una convergenza con Romano Prodi sul presidenzialismo (“serve subito”) e che imposta la voce e modula il tono più esatto per dire che “il governo è forte, la guerra civile è finita”.
Ma è al presidente della Repubblica e ai poteri “Parrucconi” che si rivolge Berlusconi, tutto questo presepio di progetti, dichiarazioni, tormenti e passioni è per loro. “Non posso immolarmi oltre me stesso per il progetto di un centrodestra responsabile, devono capirlo”, pensa lui. “Se rinuncio a una facile vittoria elettorale, devo pur avere delle garanzie, devo sapere che Napolitano ha presente questo tipo di problemi”. E insomma, si chiede il Cavaliere macerato, il Quirinale ce l’ha un piano per salvare il sistema dall’urto giudiziario, sì o no?


Riforme e processi: rischio di deriva
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 6 giugno 2013)

La strada della riforma in senso presidenziale della Costituzione è strettamente intrecciata con quella del calvario giudiziario di Silvio Berlusconi. Nel senso che se il leader del centro destra viene cancellato per via giudiziaria dalla scena politica la riforma istituzionale in chiave presidenziale viene approvata a furor di popolo entro i 18 mesi indicati da Giorgio Napolitano. Se invece, per qualche strano ed inaspettato accidente, il Cavaliere riesce a sopravvivere politicamente all’atto finale della persecuzione giudiziaria che si va consumando nei processi Mediaset, Ruby, Unipol e napoletani, il furor del popolo della sinistra si scaglierà contro ogni ipotesi di innovazione e cambiamento della Carta Costituzionale e le speranze di un rinnovamento istituzionale indispensabile per la sopravvivenza del paese svaniranno miseramente.

L’intreccio non è una supposizione, ma un fatto oggettivo. Ne convengono quanti sostengono che l’anomalia italiana sia rappresentata dalla presenza di Silvio Berlusconi e teorizzano che tolto di scena il Cavaliere anomalo scomparirebbero di colpo tutti i problemi e tutte le nequizie che affliggono la società italiana. Dai partiti personali all’alto tasso di corruzione, dall’evasione fiscale allo stesso altissimo debito pubblico. E ne convengono, ovviamente, quanti rilevano che il no alla riforma semipresidenzialista alla francese di parte significativa della sinistra nasce dal timore che Berlusconi voglia sfuggire alla giustizia facendosi eleggere Capo dello Stato e battendo, grazie alle proprie televisioni, tutti i candidati del fronte progressista gli venissero posti di fronte. Con simili presupposti esiste una qualche possibilità che si possa mettere seriamente mano alla riforma della Carta Costituzionale prima che l’intreccio perverso non venga sciolto? Chi si pone questo interrogativo non si rende conto che prima di trovare la risposta al dilemma bisogna trovare una soluzione ad una questione ancora più urgente. Che è quella relativa a quanto potrebbe succedere se l’intreccio venisse tagliato, come il nodo gordiano, dalla lama affilata di una qualche sentenza della magistratura come invocano da vent’anni a questa parte gli antipatizzanti del Cavaliere.

Siamo proprio certi che una volta condannato ed interdetto ai pubblici uffici il leader del centro destra, la strada della riforma in senso presidenziale diventerebbe in discesa ed i vari Romano Prodi e Matteo Renzi potrebbero sfidarsi per una candidatura alla suprema carica dello Stato che non avrebbe rivali vista l’indisponibilità forzata del concorrente della parte opposta? Daniera Santanchè minaccia lo sciopero fiscale del popolo del centro destra in un caso del genere. Ma anche volendo escludere una reazione così estrema, è chiaro che la cancellazione per via giudiziaria dell’unico leader del centro destra in grado di competere con la sinistra rappresenterebbe una rottura traumatica ed irreparabile del tessuto democratico del paese. Che non solo manderebbe all’aria qualsiasi possibilità di riforma ma che provocherebbe una lacerazione irreversibile della democrazia italiana. Altro che applicazione del modello semipresidenziale francese! Si arriverebbe ad una deriva di stampo ucraino o birmano.

E chiunque si trovasse a gestire il governo in una condizione del genere, cioè con metà del paese convinto di aver subito una ingiustizia insopportabile e di essere stato rinchiuso in un assurdo ghetto, finirebbe inevitabilmente vittima di una drammatica tentazione autoritaria. Il problema, allora, non è l’anomalia Berlusconi. La vera anomalia è rappresentata da chi considera non solo legittimo ma addirittura morale liquidare il proprio avversario per via giudiziaria nella convinzione che sia non solo un delinquente comune ma il rappresentante di un mondo antropologicamente diverso e geneticamente tarato da estirpare con ogni mezzo. Gli anomali, in sostanza, sono quelli che sognano ancora e per sempre la guerra civile!


Le rivelazioni dell’ex ministro Riccardi sul governo Monti
di Dagoreport
(da “Dagospia”, 6 giugno 2013)

Scelta Civica, come una clessidra che lentamente ma inesorabilmente fa scorrere la sabbia del tempo sul profilo gia’ merkeliano di Monti Mario, si avvia davvero a diventare “Sciolta Civica”. Gli ultimi segnali sono due. Il primo: Mauro Mario, ministro della Difesa e ciellino si appresta a dire addio al suo capo partito poiché sta già dando vita ad una iniziativa propria nelle regioni, nel solco tradizionale del Partito Popolare Europeo.
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Il secondo: incredibile a dirsi, Riccardi Andrea, l’uomo di S.Egidio, il ministro della cooperazione, l’uomo che aveva in mano le chiavi del partitino, ormai parla apertamente malissimo del suo ex presuntuoso leader in tutte le sedi e racconta particolari inediti di quanto il governo di cui ha fatto parte sia stato all’insegna di un sadismo politico servile alla Merkel e alla Germania come nessuno mai prima aveva fatto in Italia.

Mauro Mario nei prossimi giorni dirà chiaro e tondo all’ex Mose’ Monti che l’esperienza politica comune e’ finita, accodandosi in questo a Montezemolo Luca, a Casini Pierferdinando e allo stesso Riccardi. Quanto a quest’ultimo, vale la pena (visto che del governo Monti gli italiani hanno sopportato per un anno non soltanto molte decisioni sballate ma anche i fiumi di bava sui grandi giornali e le televisioni) di riportare alcune altre cose che egli racconta a chiunque gli capita di incontrare.

La più importante e’ questa: più Monti assumeva provvedimenti lacrime e sangue, più esodati la Fornero creava, più saliva la protesta e la sofferenza delle classi più deboli, più a Palazzo Chigi erano soddisfatti perché proprio quella era la dimostrazione lampante di credibilità verso la signora Merkel Angela. Cioè, più legnate riuscivano a dare al Paese più pensavano di essere forti in Europa.

Follia allo stato puro, dice oggi Riccardi Andrea. E aggiunge che Monti Mario era anche convinto di dover distribuire legnate come attività professorale/pedagogica per indurre il Paese a regredire pesantemente rispetto al suo benessere (vedi l’uso propagandistico di Equitalia contro gli indicatori di ricchezza come le auto e le barche, scoraggiandone l’uso anche a chi le tasse le pagava, unico effetto della caccia scatenata).

Il tutto, aggiunge ancora, mentre il benessere personale del senatore a vita Monti Mario non ne ha mai sofferto, ovviamente. E Riccardi Andrea, anche per giustificare la sua precedente “complicità”, si dice profondamente deluso dal suo ex capo proprio dal punto di vista dei rapporti umani.

Meglio tardi che mai, ma intanto degli italiani vittime del rigore di Rigor Montis (rigore, e’ bene dirlo, in parte necessario, in parte, come vediamo proprio dai racconti dei protagonisti di un’epoca fortunatamente breve, fatto per compiacere se stessi e un interlocutore straniero) si stanno raccogliendo solo i cocci.


E’ morta a 91 anni l’attrice Ester Williams, qui.


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Bart