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LETTERATURA: Perché non mi sono cresimata (Le avventure di Psico-Pinna)

7 Giugno 2013

di Maria Antonietta Pinna
(anche qui)

Ricordo che il prete del mio piccolo paese predicava con la faccia paonazza e poi allungava l’ostia alle signore con sguardo concupiscente. Sapevano tutti che il represso andava a donne, ma si limitavano a strizzare l’occhio con un sorrisino sfumatamente ironico. Fingere che il prete fosse morigerato, fingere che i propri mariti e le proprie mogli fossero perfette e affilare la lingua sulla spada della chiacchiera, sicché ognuno sapeva tutto di tutti, in una commedia delle finzioni e delle maschere. Essere cattolici era il primo passo verso la salvezza di fronte agli sguardi indiscreti della gente, un movimento tutto esteriore, di posa gratuita e ipocritamente buonista. Il diavolo si traveste spesso da monaca.

Ricordo la mia foto in abito rosa della prima comunione e gli sforzi che facevo per stare con le mani giunte. Nella foto uscì fuori un sorriso ghignante che mi evitava di sbuffare. Mi domandavo perché dovevo stare in quella posizione idiota. Forse perché non dovevano sapere che fin da piccola ero una mantide irreligiosa. Fingere, fingere sempre. Un teatrino, un gioco delle parti in cui lo strazio si spacciava per felicità raggiante e la felicità doveva essere nascosta. Chiacchiere, chiacchiere, insulsaggini. Le vecchie coi rosari in mano mezzo rincoglionite a biascicare preghiere e veleno sulle panche in legno lucido della chiesa e le giovani con gli occhi come mosche, pronte a captare ogni umore della vicina, a radiografarne ogni più piccolo particolare, fino a scorgere la polvere sulle scarpe, la macchia sul colletto della giacca, l’improbabile accostamento di colori di un tailleur di pessima fattura. L’invidia come sentimento universale, invidia a fette servita sul piatto delle offerte ad un improbabile quanto lontano Dio, pretesto per l’osservazione panottica del vicino come attività di naturale sfogo per le proprie inutili e microuniversali frustrazioni.

Sentivo di non far parte dell’arredamento della casa di un Dio così patologicamente malato da permettere ai miei genitori di appuntarmi sull’abito rosa un gruppo di orrendi fiorellini di plastica. Li avrei schiacciati volentieri sotto i piedi, fiorellini e genitori, per intenderci. Eppure dovevo camminare a mani giunte come vittima sacrificale verso l’altare. Finita la faccenda, dismesso l’abito rosa in un cassetto per mai più rivederlo, passano gli anni. La cresima. Andare al catechismo. Tre dame con baffi e seni a brocca ottava misura, ventri panciuti e zucca più vuota di una busta di plastica al vento, pretendevano di sapere tutto sulla vita e sulla morte, sul significato della religione, del tempo, dello spazio, della carità, sul senso del senso del senso… Avevano tre taccuini stile Bignami fai da te, in cui nereggiavano sull’indecenza del bianco, frasi fatte, motti tratti dalla bibbia e suggeriti dal prete crapulone e lussurioso.

Questo dialogo è reale e da la misura dei guasti della religione cattolica.
Personaggi:
Ica M.: Catechista.
M.A.P. : Allieva.

Ica M.: “Gesù è morto per noi, è venuto sulla Terra per la nostra salvezza”.
M.A.P.: “E tutti quelli che hanno avuto la sfortuna di nascere prima della sua venuta, che fine faranno?”.
Ica M.: “Non sono problemi nostri. Gesù è venuto nella pienezza dei tempi”.
M.A.P.: “Cosa vuol dire?”.
Ica M.: “Vuol dire quello che vuol dire. Non siamo qui per domandare, siamo qui per onorare il Signore che ci ha creati a sua immagine e somiglianza”.
M.A.P.: “Che vuol dire pienezza dei tempi?”.
Ica M.: “Vuol dire persona giusta al momento giusto”.
M.A.P.: “Ma il momento più giusto non sarebbe stato all’inizio del mondo? Così tutti si sarebbero salvati”.
Ica M: “Tu fai troppe domande stupide. Devi imparare e basta, senza fare domande. Vuoi fare la cresima? E allora devi imparare a memoria queste frasette così siamo tutti contenti”.

Ma io non ero contenta. Mi alzai dicendole che speravo davvero che Dio non avesse scelto lei per esprimere il concetto di immagine e somiglianza. Un dio brocca dalla testa vuota… Uscii. Ancora adesso mi faccio domande. E non mi sono cresimata perché non ci sono sacramenti che possano oscurare la porta del dubbio e impedirmi di fare quelle stramaledette domande. Poco importa se non ci saranno risposte, perché la cosa più importante è la libertà.


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