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Il Dio quattrino

16 Ottobre 2013

Nell’Olimpo moderno il Dio quattrino equivale al nome che al tempo dei Greci si dava a Zeus e al tempo dei Romani a Giove. Giove era il Dio supremo, quello di cui tutti temevano il potere. Irascibile, fazioso, libertino; quando agiva incuteva rispetto, ma soprattutto paura. Guai a contrastarlo. Gli dei che lo accompagnavano erano suoi subordinati, pronti ad eseguirne i comandi. Ne feci un ritratto in uno dei racconti dedicati alla mia città: “Le mura di Lucca” (qui).

Il Dio quattrino (il Giove di oggi) è universalmente conosciuto e venerato, a differenza degli altri dei che si dividono tra molte confessioni: ebraismo, cristianesimo, buddismo, induismo, islamismo, per citare i più diffusi.
Non c’è lingua che non ne pronunci il nome come una preghiera.

L’altra sera il Dio quattrino ha fatto la sua comparsa nella trasmissione di Fabio Fazio, il superpagato dalla nostra televisione di Stato, per far conoscere al pubblico uno dei suoi rappresentanti prediletti. Però c’è rimasto male, non si aspettava che il noto conduttore si vergognasse di goderne i favori. Di fronte all’incalzare delle domande di un Brunetta scatenato (un ex ministro addirittura!), il meglio che ha saputo dire è che una clausola del contratto stipulato con la Rai gli vietava di rivelare il suo compenso (stratosferico) e che comunque il suo programma   era autosufficiente, grazie ad una generosa pubblicità, e non costava una lira allo Stato.

Questa generosa pubblicità somiglia come una goccia d’acqua al maiale evocato ieri a Ballarò da Maurizio Crozza, il quale stava navigando verso la rotta di un contratto a dir poco lussureggiante quando la vicenda del sodale Fazio ha provocato una sospensione della sua trattativa.
Forse, nell’imitare Renato Brunetta, e tenendosi basso per mostrare appena il viso onde dare l’idea della statura minima dell’ex ministro del Pdl, Crozza aveva il dente avvelenato e il suo show non è riuscito bene. Un po’ fiacco e confuso, ma questo può succedere anche ai migliori intrattenitori. Quello che però non doveva succedere è l’attacco diretto, e in modo così maldestro, a Brunetta; ciò che ha finito per dare l’impressione di una infelice difesa propria e per conto d’altri.

Infatti, paragonarsi al maiale da cui l’allevatore trae un po’ di tutto, riuscendo a rifarsi abbondantemente delle spese, non si addice a chi lavora in una televisione pubblica, anche se quest’ultima recuperasse il doppio o anche il triplo della spesa, grazie alle proprietà suine dell’intrattenitore.

La televisione pubblica, come anche le altre aziende pubbliche, non possono agire come fossero un’impresa privata, per la quale, ove il proprietario continuasse a spendere più di quanto incassa, è previsto il fallimento.
Invece, se una azienda pubblica spende più di quanto incassa non fallisce perché alla fine interviene sempre lo Stato con denaro pubblico, ossia con il denaro di tutti i cittadini. Bisognerebbe ricordarlo ad Aldo Grasso). Invece, del tutto incapaci di distinguere, qui.

Quindi, è proprio per tale motivo che un amministratore pubblico non può stipulare contratti di lungo periodo che costino cifre ragguardevoli. L’eventuale errore di previsione finirebbe sulle spalle dello Stato, ossia di noi cittadini.
Questo è il primo punto.

Il secondo è che lo Stato non è una privata società come lo sono quelle che si occupano di calcio. I suoi stipendi devono essere in linea non con quello delle società private del settore, ma con le retribuzioni corrisposte a tutti i collaboratori dello Stato.
Se i Fazio, i Crozza, i Littizzetto, i Benigni, vogliono guadagnare di più vadano altrove. Sanno bene, però, che ciò che la televisione di Stato non può dar loro in denaro, può darlo in notorietà. Facciano, perciò, due conti e scelgano quale sia la loro convenienza.

Il terzo punto è che i cittadini pagano il canone, e dunque lo Stato, in tutte le sue ramificazioni, deve tener conto di un rispetto e di una moralità dovuti ai suoi contribuenti e sottoscrittori. Non si può dare più di un milione e mezzo di euro l’anno ad un conduttore, e addirittura per tre anni, quando i suoi soci-contribuenti stentano ad arrivare alla fine del mese. Diceva bene Grillo l’altro giorno: su di un canale andava in onda l’intervista ad una famiglia che pativa la fame avendo perso il lavoro, e sull’altro c’era un conduttore che si portava a casa ogni mese circa 150 mila euro. Altro che lo scandalo del pensionato d’oro Giuliano Amato!

La giustificazione della Rai non può mai essere legata ad una questione di sopravvivenza rispetto alle televisioni private. Il suo modo di ragionare non può essere lo stesso. Essa non è uguale alle altre televisioni, sia perché è pubblica, sia perché riceve il canone, sia perché non fallisce.

Ergo, se vuole pagare Fazio 5 milioni di euro in tre anni, e grosso modo lo stesso vuol fare con altri, si chiamino Benigni o Pinco Pallino, si sganci completamente dallo Stato, rinunci al canone e lavori come lavorano le televisioni tipo La7 e Mediaset, e le numerose altre piccole tv locali.

Al contrario, se non ha il coraggio di buttarsi veramente sul mercato (è solo questo il modo corretto di farlo), allora diventi il servizio pubblico per adempiere il quale è nata, e non certo per rincorrere i lustrini di imprenditori concorrenti che per sopravvivere ci mettono interamente del loro, e si assumono interamente quello che si chiama – e accomuna tutti gli imprenditori privati – rischio d’impresa.


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Bart