Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Adolescenti

16 Ottobre 2013

di Bonaventura Tecchi
[dal “Corriere della Sera”, sabato 5 agosto 1967]

Lorena, Manuela, Patrizia, tutte e tre sui quattordici o quindici anni. E tutte e tre in costume da bagno, anzi, Manuela in bikini addirittura; su quella spiaggia mezzo rustica e mezzo mondana, sul ­la quale il juke-box mandava latrati che pareva venissero da una torma di cani.

– Sta’ attenta, Manuela, che ti innamori!

– Di chi?

– Di Paolo â— diceva Lo ­rena, dondolandosi sulla se ­dia a sdraio di un pontile in cemento armato.

– Uh, figurati! â— rispon ­deva Manuela e non alzava neppure gli occhi dal libro: un romanzo moderno, anzi modernissimo, dove ci sono, trasparenti, « quelle cose ». Era il momento in cui i ma ­schi stavano lontano; e non ancora era comparso sul pon ­tile il maestro degli « sci-nau ­tici ».

Manuela era in bikini: oc ­chiali neri, da sole. Stando seduta, col capo chino a leg ­gere, le si vedeva dietro la schiena la pelle di bionda ab ­bronzata tra le due trecce che le pendevano lunghe e senza nastrino in fondo. Pel ­le soffice e dorata, con appe ­na qualche screpolatura lì do ­ve le punte delle due trecce battevano sulla schiena. Era la più « sentimentale » fra le tre, benché esponesse al sole, più delle altre, le proprie nu ­dità.

La più maliziosa era Lore ­na, in costume. Una brunetta tutto fuoco, con i capelli ta ­gliati, lisci, ma con due treccine a punta rimaste dietro gli orecchi, tenute da un na ­strino, nei momenti in cui i capelli erano bagnati. La più cavallona era Patrizia: alta e slanciata, di capelli castani, il mento troppo lungo, con un che di cavallino nel viso, ma gli occhi assai belli, che in mezzo a quella voluta spre ­giudicatezza, si sarebbe detto fossero ancora innocenti.

 

*

 

Quella mattina di sole i maschi non erano ancora tor ­nati da una loro scorribanda in mezzo agli ombrelloni. E le tre ragazze stavano sole, sul pontile, annoiandosi.

Arrivarono i maschi e, benché ormai la confidenza fra maschi e femmine fosse cosa normale, subito l’aria cambiò, come quando, in una mattinata afosa e immobile, le foglie degli alberi sentono che nelle striature invisibili del vento si è insinuato all’improvviso un che di vibrante ma ancora non si decidono a muoversi.

– Che vi siete addormenta ­te? â— disse Paolo, quasi con un grido di risveglio.

– Lasciale fare, le mona ­chelle â— sghignazzò An ­drea â—, pregano il dio del sole in silenzio.

– O si riposano dalle orge notturne, le sardanapaliche? â— disse, scanzonato Daniele, che era sempre pronto alle citazioni dotte.

Paolo era il più sentimentale. S’era messo sul costume da bagno, quella mattina, per insistenza della madre, una specie di tuta di gomma a color grigio-ferro, con striature gialle: accollata ed elegante, quasi come una corazza antica, cui quei fiori gialli incrociati davano il senso di una associazione misteriosa, come di una crociata. Portava quella tuta per proteggersi da una bronchite, che l’aveva tormentato a lungo, ma anche per eleganza. Era il più « sentimentale » dei tre; e, forse per contrasto con gli altri due, si accoccolò, in quella mattina, sul cemento assolato del  pontile accanto a Patri ­zia. Fu allora che la cavallona Patrizia, fingendo di sve ­gliarsi, gli allungò uno dei bracci sul collo, gli mise la mano tra i capelli e con voce languida mormorò: « amore lontano, mio perduto amore… ».

Tutto, naturalmente, era ironia e motteggio nella voce, nei gesti di Patrizia. Eppu ­re, lieve e nascosto, c’era un ricordo vero: di quando Pao ­lo dapprincipio, all’inizio di quella stagione estiva, aveva avuto una simpatia vera, un accenno di passioncella vela ­ta, nei confronti della cavallona Patrizia. Poi quella sim ­patia, come un’onda labile, s’era rivolta da un’altra parte, verso Lorena, mentre Patrizia preferiva, ora, semmai, Andrea.

 

*

 

Patrizia dunque poteva vol ­gere a cuor leggero in scher ­zo quelle romantiche parole « lontano amore, mio perduto amore… » perché semmai, da qualche giorno, la sua prefe ­renza andava ad Andrea, il più cinico e insieme il più cavalleresco dei tre ragazzi. Era un duro, Andrea, un « cannone » nel tuffo e nel nuoto: alto e ben fatto come un atleta e con una cicatrice sulla fronte che non gli stava male; mentre la maliziosa Lo ­rena giuocava temporanea ­mente su tutti e tre, come su tre carte di una medesima partita, non trascurando lo scanzonato, ma gracile nel corpo, Daniele, il quale osa ­va anche frasi volgari ma non aveva mai il coraggio di parlare d’amore… Tutto si riduceva a un’altalena di sim ­patie e di vaghe ombre.

Questo giuoco labile di tut ­ti e sei gli adolescenti fu in ­terrotto quella mattina dal ­l’arrivo del maestro di « sci- nautici », col suo motoscafo spumeggiante e la corda fer ­rigna e gli sci giallo-oro.

– Urrà! â— urlarono le ra ­gazze alzandosi tutte e tre in piedi, quasi con un grido di guerra. Erano le più brave nello sci-nautico; in quel cor ­rere volando sulle acque â— le due mani attaccate alla fu ­ne tirata dal motoscafo, i ca ­pelli al vento, le onde che s’innalzavano spumeggianti, dando alle spalle, alla testa assorta delle ragazze, quasi l’aureola di un angelo â— le più brave erano loro. Nep ­pure Andrea, il più forte nel tuffo a nuoto, era capace di contendere con le ragazze. E un giorno che, al terzo giro, quando il motoscafo stava gi ­rando intorno ai palloncini tricolori, messi a mo’ di boa sulle acque, Andrea cominciò a pencolare e cadde in acqua, dal pontile venne il coro dei fischi e dei motteggi. Erano le ragazze che fischiavano.

 

*

 

Un giorno decisero di fare insieme una « spedizione ». Non lungo le file degli om ­brelloni, dove erano sempre le stesse schiene e gambe nu ­de, ma da un’altra parte, nell’orto di un contadino che stava non tanto lontano da quel pontile, ultimo, o penul ­timo, nella lunga serie delle spiagge e spiaggette interco ­municanti, fra scogli, di quel ­la riviera.

Questo contadino era l’uo ­mo più fortunato del mondo: aveva nel suo orto, ancora appese agli alberi alla fine d’agosto, certe pesche di pe ­luria morbida e soave, rosate e splendenti, proprio come â— diceva Daniele, il più pronto alle citazioni classiche â— nei giardini delle Esperidi… Biso ­gnava « defraudare » lo zoti ­co e indegno proprietario di quei tesori.

Chi si avvicinò per primo, in un afoso pomeriggio d’ago ­sto, fu Andrea. Aveva, que ­sto « duro », un suo modo felpato e leggero di cammi ­nare quando si trattava di mettersi fra i ladruncoli, che un tempo Mercurio proteggeva. Si accostò cauto, fece stra ­ge di tutto quello che gli ca ­pitò sotto mano, depositando svelto la preda fra le brac ­cia accoglienti di Patrizia, che aspettava dietro una frat ­ta. La spedizione fu ripetuta più volte, felicemente.

Ma quando si mise di mez ­zo Paolo con quella tuta da crociato, Paolo il guastafeste, allora successe il finimondo:

il contadino si era svegliato proprio allora da un sonnel ­lino pomeridiano e, uscito fuori da una specie di capan ­na, infuriò con un bastone contro i malcapitati.

Fu una fuga fulminea: i ra ­gazzi e le ragazze, presi dal ­la paura, si buttarono a mare come dal mare erano venuti. Ma proprio nel tuffo Daniele, che era il più forte nelle citazioni classiche ma il più gra ­cile di corpo, urtò con il gi ­nocchio contro qualche cosa di solido, si fece male.

Dovettero trasportarlo lentamente, a nuoto, verso una spiaggia rustica, allora deser ­ta, dove un tempo erano sta ­te cabine per bagnanti di po ­che esigenze. Ce n’era rima ­sta soltanto una. E poiché Daniele continuava ancora a lamentarsi, la banda fu co ­stretta, temendo una frattura, ad adagiarlo lì dove era an ­che un cuscino (forse per qualche solitario ospite), e Manuela si offrì a fare l’infer ­miera, alternando pezze ba ­gnate di acqua fresca sul gi ­nocchio e sulla fronte, da una vicina fontanella. Vedendo che la ferita non era grave e presto tutto sarebbe stato a posto, la maliziosa Lorena fece notare che essere in due, « chiusi » in una cabina, era una posizione pericolosa. « Uno scandalo inaudito! » aggiunse ironica Patrizia.

Così, mentre la sera cala ­va, decisero « di far la guar ­dia ai due innamorati » (e nello stesso tempo anche con ­tro altri pericoli), passando come a girotondo davanti al ­la cabina rustica e insinuan ­do ogni tanto il monito: « ba ­da, Manuela, che t’innamori », « bada, Daniele, che prendi una cotta ». La situazione era davvero pericolosa, quella classica degli innamoramenti: un ferito da una parte e l’in ­fermiera dall’altra.

Ma quel monito a giroton ­do, che ogni tanto si ripeteva nell’aria come il grido, soli ­tario e lungo e scanzonato, delle ghiandaie fuggenti in un bosco, distolse Manuela da ogni voglia di innamorarsi, benché l’ufficio di infermiera – era la prima volta che lo faceva e « per un uomo » â— le piacesse moltissimo. Si alzò e, poiché il suo protetto stava evidentemente meglio, lo ab ­bandonò, associandosi anche lei al girotondo scherzoso.

Chi stava per innamorarsi davvero di Manuela era Danie ­le: quella specie di carezza, fatta con tanta cura, della pez ­zuola, fresca d’acqua, che si alternava a un’altra, lo inte ­neriva, gli dava un senso di intimità mai provata… Ma quando si vide solo nella cabina, sul soffice cuscino, dopo gli strapazzi della mattina e l’avventura la sera a quel gi ­nocchio, una forza più gran ­de lo vinse, sia pure per qual ­che minuto: il sonno.

Si addormentò, il braccio sopra il cuscino, l’eco negli orecchi di quel girotondo scherzoso che pareva quasi una ninna nanna: con le mo ­venze proprio di un bambino.

L’amore, e forse anche il vizio, per tutti e sei, sarebbe venuto poi.

 


Letto 1303 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart