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Il giacobinismo in politica

12 Giugno 2010

Enrico Letta, esponente del Pd, riguardo al ddl sulle intercettazioni dichiara (Tg2 di ieri sera): Alla Camera sarà un Vietnam.

Ormai siamo all’irresponsabilità più assoluta. Da questa opposizione c’è da attendersi il peggio. Di Pietro fa sapere di voler ripetere alla Camera la cialtronesca e offensiva esibizione dei senatori del suo partito. Ci aspettano giorni bui. Quando le maggioranze democraticamente elette vengono vituperate con operazioni da pirati all’arrembaggio, con tanto di coltello tra i denti, il meno che si possa fare è resistere.

La democrazia deve mettere in atto un fermo proposito di resistenza. La maggioranza deve far valere i suoi diritti, perché così vogliono i suoi elettori.

Sangue freddo e ferma determinazione alla Camera. I numeri ci sono. Se l’opposizione si disporrà ad un dibattito corretto, anche se duro nei toni, bene; se invece farà le barricate con l’ostruzionismo, o peggio si trasformerà in un esercito di vietcong, allora la maggioranza faccia barriera e poi sfondi l’assedio come un ariete.
Ormai, per colpa di un’opposizione che cavalca il disfattismo, non si vedono altre soluzioni.

Gli elettori sono con la loro maggioranza. Non vogliono che indietreggi quando gli avversari cercano solo lo scontro, perfino fisico, perché democraticamente non sanno né discutere né vincere.

Franceschini ha preso carta e penna e ha scritto a Fini, al presidente della Camera, affinché garantisca un dibattito rispettoso del regolamento. Come se Schifani non lo avesse fatto. Ma il regolamento non consente di fare ostruzionismo ad oltranza. Dunque, se l’opposizione ci proverà anche alla Camera, è doveroso, per il rispetto degli elettori, tagliare corto, mettere la fiducia ed andare avanti.

La fiducia, in questi casi, risolve un vulnus di democrazia. Governare uno Stato è il valore più alto. Non c’è alcuna giustificazione politica e morale che autorizzi qualcuno ad impedire ad una maggioranza di governare.

Chi lo fa è un eversore. Quando l’ostruzionismo è finalizzato ad impedire ad una maggioranza, che vuole farlo, di votare una legge, diventa eversione.

Non bisogna aver paura delle parole. La democrazia non c’entra niente con l’ostruzionismo o con l’occupazione del Parlamento. Chi lo fa è un giacobino, un antidemocratico, un prepotente,  un masnadiero che rifiuta la democrazia.  

La democrazia matura nelle coscienze. Quanti parlamentari non riescono ancora a percepirla. L’opposizione ne è piena, educata com’è ad un’ideologia autoritaria, che si nutre di prepotenza e di doppiezza.

Ricordatevi ancora le parole dell’altro giorno pronunciate in Senato da Anna Finocchiaro, che prima invoca la sacralità del Parlamento, che a suo dire sarebbe stata violata da una legge votata da una maggioranza (non da una minoranza, attenzione, ma dalla maggioranza, come avviene in tutti i sistemi democratici), poi abbandona l’aula e si dimentica di esecrare l’occupazione del Parlamento ad opera dell’alleato Di Pietro e compagni. Un comportamento, quello della Finocchiaro, paradigmatico per capire che cosa è il Pd oggi, e capire che non è diverso da ieri.

Così la stampa. Non una parola di esecrazione per il gesto dell’accolita Di Pietro, ma edizioni listate a lutto o pagine bianche.

Non ho voglia né tempo di farlo, ma inviterei i lettori a conservare i giornali di ieri. E di sbatterli in faccia ai loro direttori, un domani, quando sarà sotto gli occhi di tutti che nessuna libertà è stata violata. Se non la libertà assoluta, a cui nessuno ha diritto, e forse nemmeno il Padreterno. La nuova legge non è gradita dai giornalisti per un solo motivo: che li costringerà a fare indagini e inchieste in proprio, come facevano una volta i veri giornalisti. Ossia li costringerà a lavorare, invece che essere imbeccati dalle procure con il passaggio di veline politicamente orientate. Ci si sono abituati, i giornalisti, ad avere la pappa bell’e scodellata, e non importa loro se con ciò sono diventati marionette al servizio di una certa magistratura. Quest’ultima, abilmente li ha presi all’amo, sapendo che, anche per i giornalisti come per la magistratura, lavorare troppo stanca.

Domani ci sghignazzeremo sopra, riguardando i giornali di ieri, ma oggi la sceneggiata a cui stiamo assistendo è da voltastomaco.

Ieri accennavo al tentativo di colpo di Stato cui ha fatto riferimento l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. L’occupazione del Senato l’altro giorno da parte di Di Pietro (che minaccia dello stesso oltraggio la Camera), e ieri le parole di Enrico Letta, del Pd (nel 1992-1993, Ds) – che richiama la guerriglia vietcong – non mi lasciano più dubbi.

Mani Pulite non scoprì in quegli anni l’illecito finanziamento ai partiti, cha andava avanti ed era noto da decenni, ma se ne servì per decapitare la classe politica secondo un progetto eversivo. Ancora è da chiarire chi dette il via all’operazione. Ma il progetto era quello: il golpe. Il colpo di Stato.

Ho letto che sta per uscire un libro dell’avvocato Mario Di Domenico intitolato “Il colpo allo Stato” (titolo non ancora definitivo) in cui alla domanda dell’intervistatore: “Chi è il puparo? (da “Il Riformista” di ieri) l’autore risponde: “Cossiga sostiene che Mani Pulite era spinta dall’Fbi. Per cui, tra Mani Pulite ed Fbi, si faccia due conti…”

Mani Pulite dovrà essere riveduta e corretta e prima lo si farà, prima riusciremo a capire che cosa sta succedendo oggi. E soprattutto se siamo in presenza dello stesso fervore, o meglio, della stessa follia giacobina.

Articoli correlati

“Tramonta la sponda tra finiani e sinistra. Ma l’esito resta incerto” di Massimo Franco. Da cui estraggo:

“Ma l’opposizione chiede a Fini di rispettare il regolamento, discutendo la legge a settembre; e comunque di non compiere forzature. Sei la terza carica dello Stato e non il capo della minoranza del Pdl, gli ricorda il capogruppo del Pd, Dario Franceschini.
E pensare che da quando il 22 aprile scorso Fini aveva attaccato Silvio Berlusconi al vertice del Pdl, il centrosinistra aveva sempre difeso le sue esternazioni, anche le meno istituzionali. Le definiva fisiologiche per un leader politico. In realtà, a renderle accettabili era la polemica finiana contro il Cavaliere; e la speranza che diventassero un grimaldello per destabilizzare il governo.”
Qui.

“Non esiste la libertà di intercettare e l’articolo 15 della Carta spiega perché” di Nicolò Zanon. Qui. Da cui estraggo:

“L’attività investigativa non è una libertà, ma una modalità attraverso la quale si manifesta un potere suscettibile di comprimere la libertà delle persone. Essa trova spazio in Costituzione, certamente, laddove si affermano, ad esempio, obbligatorietà e quindi indipendenza dell’azione penale. Ma qui non si garantiscono “libertà”, si precostituiscono strumenti regolati di repressione dei reati, a disposizione dell’autorità giudiziaria, cui fanno argine – nel mondo liberale cui ancora dovremmo appartenere – i diritti inviolabili garantiti dalla Costituzione.
Questo va detto in faccia ai mediocri epigoni dei sans culottes da terrore giacobino, che con occhi spiritati si agitano nelle nostre piazze, o scrivono “indignati” sui loro giornali.”


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1 commento

  1. Commento by Mario Di Monaco — 12 Giugno 2010 @ 16:13

    In tempi difficili come questi bisogna essere vigili e pronti a smascherare le oscure manovre che tendono a sovvertire le regole di una sana democrazia.

    Le barricate in  parlamento di questi giorni e le preannunciate proteste di piazza sono solo le avvisaglie del duro scontro progettato da chi si oppone alle riforme.

    Ma non bisogna cadere nell’errore di farsi distrarre dalle mosse dei pupi ed indirizzare     invece ogni sforzo nel cercare di individuare il puparo.

    I colpi di Stato dei tempi moderni vengono condotti secondo tecniche raffinate e con l’impiego di esperti professionisti capaci di provocare situazioni di finta emergenza per giustificare il trasferimento dei poteri decisionali dai rappresentanti eletti democraticamente dal popolo a soggetti infiltrati nelle istituzioni   e asserviti al puparo che muove le fila.

    Sminuire il valore della volontà popolare può essere il primo passo nella direzione di un astuto ribaltone. Così come l’uso dei media per paventare una possibile minaccia alla libertà di informazione.

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