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Il labirinto delle vanità

2 Ottobre 2012

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 2 ottobre 2012)

La discussione, che sarebbe stata altrimenti surreale, su un eventuale Monti bis dopo le prossime elezioni è il frutto della sfiducia degli altri governi e degli investitori internazionali nella capacità futura dell’Italia di perseverare nell’opera di risanamento. Dato il marasma in cui versa il fu-centrodestra non è il ritorno al potere di Berlusconi che si teme (una eventualità nella quale non crede nessuno, nemmeno Berlusconi). Piuttosto, come ha argomentato Antonio Polito ( Corriere , 29 settembre), sono le scelte che farà il probabile vincitore delle elezioni, il Pd, a preoccupare. Per le alleanze politiche (Vendola) e sociali (Cgil) di Bersani, e per la volontà conclamata degli uomini di Bersani di mandare in cavalleria, su punti decisivi, le riforme Monti, dalle pensioni al lavoro.

Ma c’è dell’altro. Del futuro dell’Italia dovrebbero infatti preoccupare, più che i suoi prossimi equilibri politici, i suoi prossimi squilibri. L’esito, di volta in volta, può essere più o meno drammatico, ma sembra che l’Italia pubblica non possa fare a meno, periodicamente, di essere investita da devastanti crisi di legittimità: malversazioni e scandali superano il livello di guardia, la sfiducia dei cittadini nelle classi dirigenti diventa totale o quasi, le istituzioni rappresentative perdono ogni residuo alone di rispettabilità. È accaduto nella fase terminale della democrazia giolittiana e ciò aprì le porte al fascismo. È accaduto, di nuovo, con le inchieste sulla corruzione dei primi anni Novanta che spazzarono via i vecchi partiti (la cosiddetta Prima Repubblica). Sta accadendo, ancora una volta, oggi.

C’è un elemento di somiglianza fra la crisi attuale e quella dei primi anni Novanta. Anche allora il passaggio fu scandito dalla presenza di governi detti tecnici (i governi Amato e Ciampi). Ma a colpire sono le differenze. Due in particolare. La prima è che negli anni Novanta il mondo viveva una fase di espansione economica. Oggi la crisi politico-istituzionale italiana è aggravata dalla contestuale recessione internazionale. Il che rende le prospettive della crisi piuttosto cupe.

La seconda differenza è che nei primi anni Novanta c’era, per lo meno, una idea, una visione, un progetto (chiamatelo come volete) su come uscire dalla crisi. I referendum Segni sul sistema elettorale non erano semplicemente espressione della volontà di cambiare le regole del voto. Contenevano una implicita proposta di ristrutturazione radicale del sistema politico. Se la Prima Repubblica era stata partitocratica (dominata dai partiti) e ciò l’aveva alla fine condotta al fallimento, la Seconda avrebbe dovuto spostare il baricentro dai partiti alle istituzioni rappresentative. Se la Prima Repubblica aveva avuto il suo fulcro nel Parlamento (luogo privilegiato della mediazione partitica), la Seconda avrebbe dovuto rafforzare il ruolo del governo. Se la Prima Repubblica era stata segnata da endemica instabilità governativa, la Seconda avrebbe dovuto avere, come regola, governi di legislatura. Se la Prima Repubblica aveva dilatato l’area della rendita politica (da lì l’esplosione del debito pubblico), la Seconda avrebbe dovuto ridurre quell’area restituendo al mercato e alla società ciò di cui la politica si era impadronita. Si aggiunga che la contestuale emergenza della Lega Nord aveva creato anche una pressione per una ridistribuzione dei poteri, in linea di principio non sbagliata, dal centro alla periferia.

È andato quasi tutto storto. Abbiamo avuto il bipolarismo, un governo di legislatura (il secondo governo Berlusconi), una legislatura interamente guidata dal centrosinistra (’96-2001) e abbiamo spostato alcuni poteri dal centro alla periferia. Ma l’area della rendita politica non si è ridotta, anzi si è dilatata ulteriormente. Inoltre, le riforme istituzionali che avrebbero dovuto stabilizzare il nuovo assetto o non si sono fatte (fallimento della Bicamerale) o sono state insufficienti (elezione diretta dei sindaci e presidenti di Regione). E anche il decentramento dei poteri è stato realizzato senza imporre al ceto politico locale l’onere della responsabilità, di fronte agli elettori, dell’uso del denaro pubblico. Il peso dell’intermediazione politica è cresciuto anziché diminuire.

Possiamo attribuire alla inadeguatezza dei protagonisti, da Berlusconi, con il peso dei suoi interessi, al vasto popolo degli ex (ex democristiani, ex comunisti, ex fascisti) oberati da culture politiche condizionate dal passato, il fallimento di quel progetto. O possiamo (ma, guarda caso, sono quasi sempre i suddetti ex ad abbracciare questa tesi) attribuire il fallimento alla intrinseca debolezza del progetto, alla sua estraneità rispetto alla tradizione italiana. Ma, quale che sia la ragione del fallimento, resta una circostanza. Negli anni Novanta c’era almeno una idea, l’ipotesi di un percorso, per superare la crisi istituzionale. Oggi, a fronte di una nuova crisi istituzionale, non c’è nulla di nulla, non c’è uno straccio di visione, di ipotesi su come uscirne. C’è smarrimento e inerzia. E qualche tentativo, neppure convinto (come mostrano i propositi di riforma elettorale), di ritornare a vecchie formule e abitudini, già esperite e già fallite. La Prima Repubblica era dominata dalla Dc e dal Pci. Forse, non è propriamente un caso se all’attuale, pauroso, vuoto di idee corrisponde il fatto che, governo Monti a parte, diversi capi partito, o i loro uomini di punta, che si affannano intorno alla crisi istituzionale, provengano da quelle esperienze.


Corte dei Conti: «Rigore e tasse una terapia costosa e inefficace »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 2 ottobre 2012)

L’eccesso di austerity e rigore nella finanza pubblica, accompagnato da un aumento delle tasse, è una «terapia molto costosa e in parte inefficace ». È quanto ha affermato il presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino, in una audizione sul Documento di economia e finanza alla Camera. «La somministrazione – ha detto Giampaolino – di dosi crescenti di austerità e rigore al singolo paese, in assenza di una rete protettiva di coordinamento e solidarietà, e soprattutto se incentrata sull’aumento del prelievo fiscale, si rivela alla prova dei fatti una terapia molto costosa e in parte inefficace. E che neppure – ha aggiunto – offre certezze circa il definitivo allentamento delle tensioni finanziarie ».
ALLARME – Non solo. Secondo il presidente della Corte dei Conti, è proprio l’economia reale a non riuscire più a sostenere il peso delle manovre correttive approvate per risanare i conti pubblici. «Si è di fronte – ha sottolineato – a evoluzioni contraddittorie: si realizzano risultati importanti nel controllo della finanza pubblica, ma i mercati li riconoscono solo in parte; si continuano a inasprire le manovre correttive, ma l’economia reale non riesce più a sopportarne il peso ».


Chi si nasconde dietro l’agenda Monti
di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 2 ottobre 2012)

Mi capita raramente di pensarla come Alfano o come Bersani, ma questa volta ho l’impressione che un po’ di ragione ce l’abbiano.

Ai segretari dei due maggiori partiti italiani non è piaciuta l’uscita di Monti, che l’altro ieri si è detto disponibile – se molto pregato – a riaccomodarsi sulla sedia di Palazzo Chigi dopo le elezioni politiche.

Certo, in pubblico Bersani e Alfano parlano in modo cortese e politicamente forbito, ma la sostanza del loro discorso è chiara, e anche parecchio ruvida: «Caro Monti, grazie del lavoro svolto fin qui, ma se vuoi fare il presidente del Consiglio anche dopo le elezioni del 2013, allora devi chiederlo esplicitamente agli elettori, o facendo un partito tuo, o facendoti candidare da un partito altrui ». Insomma, una sorta di «è la democrazia, bellezza! », rivolto al Presidente del Consiglio.

Naturalmente capisco che il cattivo umore di Alfano e Bersani (ma anche di Renzi) sia dettato, più che dal loro amore per la democrazia, dalla preoccupazione di combattere una battaglia politica inutile.

E’ come se pensassero: prima ci scanniamo per decidere i nostri candidati leader (Bersani o Renzi? Alfano o Berlusconi? ), poi facciamo una campagna elettorale massacrante, infine si va alle urne, uno di noi prende più voti dell’altro, e che cosa succede ? che chi se ne è stato comodamente a bordo campo viene «chiamato » una seconda volta a salvare la Patria! Capisco anche che chi non ama Bersani e Alfano potrebbe apostrofarli a sua volta così: ma come? con i vostri pastrocchi sulla legge elettorale state facendo di tutto perché non ci sia un vero vincitore, e poi vi lamentate che qualcuno si ponga fin da ora il problema di gestire un Parlamento balcanizzato, in cui non ci saranno maggioranze politiche omogenee?

E tuttavia c’è anche qualcosa di ragionevole nella preoccupazione dei leader Pd e Pdl per il gran parlare che si sta facendo di Monti-bis. Il continuo richiamo a un Monti-bis è anche un indizio, un segno, di una serie di patologie del nostro sistema politico. E’ patologico, ad esempio, che nella seconda Repubblica le elezioni politiche non siano mai state vinte da un vero politico, ma sempre da un messia, esterno al sistema dei partiti: 3 volte da Berlusconi, 2 volte da Prodi. La destra non ha mai avuto il coraggio di candidare un politico puro, come Fini, Casini o Bossi. La sinistra ci ha provato per 3 volte e invariabilmente ha perso: con Occhetto nel 1994, con Rutelli nel 2001, con Veltroni nel 2008.

E’ patologico che, pur avendo capito che una figura alta come quella del professor Monti riscuote un notevole (e meritato) consenso, nessun partito – nemmeno quelli che fermamente vogliono un Monti-bis (Udc e Fli) – sia in grado di presentare un proprio candidato con un profilo e una credibilità comparabili. Non è strano? Se Monti non fosse solo un marchio per acchiappare voti, un partito che volesse realizzare l’agenda Monti la spiegherebbe dettagliatamente al Paese e, stante il rifiuto di Monti di candidarsi, presenterebbe un altro candidato, tecnico o politico, in grado di attuarla. O l’agenda Monti è come la «cura Di Bella » contro il cancro, che a quanto pare funzionava solo se era lui a occuparsi del malato?

Ma il segnale più patologico è ancora un altro. Osserviamo chi, finora, ha sottoscritto l’agenda Monti. Se ci pensiamo un attimo, ci rendiamo subito conto che c’è qualcosa che non va. Monti piace a Udc e Fli, due partiti radicati soprattutto al Sud, che finora – di fatto – hanno difeso una concezione assistenziale della spesa pubblica e osteggiato in tutti i modi il federalismo, ossia l’unica proposta che ha tentato di scalfire questo male italiano. Ma Monti piace anche alla nascente lista di Oscar Giannino (Fermare il declino), imbottita di pensatori liberal-liberisti, che hanno idee perfettamente speculari a quelle dei cattolici in politica: tagli draconiani alla spesa pubblica, riduzione delle tasse sui produttori per rilanciare la crescita. E per finire Monti piace anche a Montezemolo, ma in un modo che lascia di stucco. Con un capolavoro dialettico il leader di Italia Futura (un’altra lista che sarà in qualche forma presente alle prossime elezioni) afferma di auspicare un Monti-bis, ma al tempo stesso ne prende le distanze. Per chi non ci credesse, cito dall’intervista di domenica al Corriere della Sera: «La crescita è il grande tema della prossima legislatura. Con molta franchezza, è su questo tema che dall’attuale governo sono venute le maggiori delusioni. Si è data l’impressione di perdersi in mille rivoli e annunci mirabolanti, mentre occorreva una visione netta e pochi obiettivi chiari ».

Ecco perché dicevo, all’inizio, che Alfano e Bersani un po’ li capisco. Il richiamo a una fantomatica agenda Monti, a mio parere, non è una mossa di un gioco politico leale. Se l’agenda Monti è sottoscritta da Casini, da Fini, da Montezemolo e persino da Oscar Giannino, vuol dire che una tale agenda non esiste, o tutt’al più coincide con l’impegno a non sfasciare un’altra volta i conti pubblici (il cosiddetto rigore). Tutto il resto, ed è proprio questo «resto » che fa la differenza fra un progetto politico e l’altro, non sta nell’agenda Monti ma nei modi in cui ogni forza politica intende andare oltre il governo Monti.

Anziché dichiararsi sostenitori, eredi o ammiratori di Monti, sarebbe più utile che i suoi fan si decidessero a dire con precisione qual è la loro agenda, chi propongono come prossimo presidente del Consiglio, e quali cose condividono e quali no fra le molte che questo governo ha fatto, o ha omesso di fare. Se questa operazione venisse condotta esplicitamente, la competizione elettorale diventerebbe più equa e trasparente, e meglio ci renderemmo conto che il prestigio di Monti, più che nel sostegno a un programma politico ben definito, ha le sue radici in un fatto stilistico, per non dire estetico. Quella metà degli italiani che sta dalla parte di Monti, e forse accetterebbe pure un Monti-bis, di questo governo ha apprezzato soprattutto serietà, competenza, sobrietà, senso delle istituzioni, tutte cose che in politica dovrebbero essere normali e anzi obbligatorie, ma di cui purtroppo da molti anni si era persa ogni traccia. Scambiare tutto questo per un programma vero e proprio, per un’agenda programmatica, è un salto logico che non aiuta a fare chiarezza.


Spettri tedeschi contro Draghi

di Stefano Lepri
(da “La Stampa”, 2 ottobre 2012)

Mario Draghi sarà il comandante Schettino della moneta unica europea? Con questa domanda retorica si apriva ieri un commento nella pagina culturale della Frankfurter Allgemeine, quotidiano conservatore tedesco di ottima reputazione.

Mentre quasi tutto il resto del mondo confida nella capacità del presidente della Bce di salvare l’euro, talvolta chiamandolo «super-Mario » (uno dei due), è ben noto che in Germania alcuni la pensano all’opposto.

Questa volta, tuttavia, è difficile credere ai propri occhi. Sotto il titolo «Bunga-Bunga » e dopo l’accenno al noto naufragio, si ricordano i festini in costume della Regione Lazio, nonché l’arresto per spaccio di cocaina del direttore dell’ufficio postale del Senato. Conclusione: la vita pubblica italiana è irrecuperabilmente corrotta, Draghi è italiano, dunque non potrà che combinare disastri.

Difficile non chiamare razzista un ragionamento che attribuisce a tutti gli appartenenti a un popolo le colpe di una parte di esso. Purtroppo non si tratta del primo caso. Nella crisi dell’euro, acquistano dignità culturale in Germania posizioni o nazionalistiche o semplicemente di superiorità e disprezzo per gli altri Paesi. Il fenomeno investe i giornali seri – seri alla tedesca, dunque molto più dei nostri – e non si limita più a politici di second’ordine.

Il governo di Angela Merkel appoggia Draghi. Ma è stato Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, a paragonare Draghi al Mefistofele del Faust di Goethe, quando convince l’imperatore a stampare moneta in eccesso. Ha ragionate idee euroscettiche l’autore dell’articolo di ieri, Dirk Schuemer; il direttore della sezione cultura della Frankfurter Allgemeine, Frank Schirrmacher, è un intellettuale apprezzato, autore di libri tradotti anche in italiano.

Non è il ritorno di un passato lontano. Nella parte nobile, queste posizioni nascono da una giustificata fierezza per i successi del modello economico tedesco. Il guaio è che si irrigidiscono nella difesa di una dottrina economica, quella del rigore monetario, che resta importante, ma che ora quasi tutto il mondo ritiene inadatta alla gravità della crisi. Cosicché, nel condannare il compromesso europeo che costringe la Germania a discostarsene, sentendosi sotto assedio talvolta gli animi si riscaldano e si passa il segno.

E’ parso giustamente assurdo che in Grecia Angela Merkel fosse effigiata in camicia bruna nazista; le responsabilità di gran lunga più gravi sono di chi ad Atene ha governato. Ma se si vuole evitare che ai tedeschi di oggi, educati alla democrazia, si rinfacci un passato in cui non erano nati, occorre da parte loro evitare l’uso di banalità sprezzanti verso i Paesi del Sud, i mediterranei, o nell’insieme i popoli latini, francesi inclusi.
Il successo economico della Germania è anche frutto di sacrifici della gente comune, che nell’ultimo decennio ha visto ristagnare il proprio tenore di vita. Nulla vieterebbe ora di distribuirne meglio i frutti. Può venire il sospetto che la parte peggiore del Paese, per non mutare nulla, voglia invece trovare un capro espiatorio fuori dai confini nazionali.

Come italiani, dobbiamo riconoscere che prendersela contro l’Italia è diventato troppo facile, da qualche anno a questa parte. Anche figure come quelle del comandante della Costa Concordia sono purtroppo frequenti nell’antropologia nazionale. Ma proprio perché i festini maialeschi e altri sprechi siamo noi tutti a pagarli con i nostri soldi – non i tedeschi, come qualcuno tenta di raccontargli -, è urgente che finiscano.


Il rottamatore e il Palasharp
di Redazione
(da “il Foglio”, 2 ottobre 2012)

Roma. Ormai è un fatto: l’establishment politico e culturale cresciuto in questi anni sulle spalle dei mostri partoriti nei vari Palasharp italiani ha un nuovo grande nemico intorno al quale ricompattarsi e riorganizzarsi per portare avanti l’ultima grande opera di resistenza al tentativo di progresso della sinistra italiana: Matteo Renzi. Già, il progresso. L’ultimo grande censore e accusatore del sindaco di Firenze è stato due giorni fa il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari che dalle pagine domenicali del suo giornale ha zagrebelskyanamente sculacciato il discolo e blasfemo sindaco fiorentino rimproverandogli di essere un corpo estraneo, quasi un virus, per il mondo dei progressisti, e annunciando di essere pronto a votare un altro partito se l’eretico rottamatore dovesse riuscire a vincere – orrore! – la gara per la premiership del centrosinistra. Scalfari – che pure in passato era stato fermo e coerente sostenitore della piattaforma american-veltroniana del Lingotto (piattaforma a cui il sindaco oggettivamente si ispira da tempo) e che negli ultimi mesi aveva chiesto più volte al Partito democratico di resistere alla tentazione di trasformarsi in un partito socialdemocratico più o meno con le stesse argomentazioni con cui Renzi rimprovera Bersani di essere l’ennesimo leader dell’ennesimo partito di sinistra – critica in sostanza Renzi per la sua incomprensibile offerta in termini di rinnovamento (“il suo programma è carta straccia”), ma nel formulare le sue severe osservazioni svela tra le righe qual è forse la vera preoccupazione e il vero incubo di una parte importante della vecchia sinistra italiana: avere di fronte a sé una nuova sinistra in grado di imporre un radicale progresso culturale al mondo dei progressisti.

Più che la retorica sul rinnovamento e sulla rottamazione e sul mandare a casa una vecchia classe dirigente la vera sfida di Renzi è infatti sempre più quella di essere il primo liberal non socialdemocratico ad avere delle chance di conquistare la guida del centrosinistra. In teoria si tratterebbe di una normale e classica sfida tra due modi diversi di pensare la sinistra (capita in tutta Europa, e guardate cosa sta succedendo persino nell’Spd tedesco e guardate cosa è successo non molto tempo fa nel New Labour inglese) ma in realtà è evidente che per l’establishment palasharpiano con velleità pseudoliberali la sola idea di avere una sinistra moderna, autonoma e non soggetta ad alcun tipo di eterodirezione spiazza e un po’ fa tremare i polsi. Scalfari sa che Renzi non è uno dei soliti intellettuali della Magna Grecia (do you remember De Mita?) che per affermare il proprio progetto chiede preventivamente ai giornaloni d’area “che fare” e forse la sua critica al limite del boicottaggio al renzismo è dettata anche dal timore di avere nei prossimi mesi un giornale-partito che in caso di vittoria di Renzi improvvisamente si ritroverebbe senza un proprio partito. Un boicottaggio, sì. Un boicottaggio simile a quello suggerito domenica scorsa sul Monde da Philippe Ridet (che ha dedicato al sindaco di Firenze un lungo ritratto in cui maliziosamente paragona la corsa di Renzi a quella di Ségolène Royal). E un boicottaggio simile a quello raffigurato sempre domenica sul Corriere della Sera dal professor Galli della Loggia, che descrivendo l’ostilità delle vecchie classi dirigenti e del vecchio establishment della sinistra contro Renzi ha spiegato le ragioni del vero pregiudizio di una certa sinistra contro il sindaco di Firenze. “Ad aggravare l’impressione del boicottaggio – scrive Galli della Loggia – c’è qualcosa di più. Ci sono le dichiarazioni dell’establishment della coalizione di sinistra (ma non del segretario Bersani: e di ciò gli va dato onestamente atto). Mentre Renzi ha più volte assicurato che se sconfitto egli è pronto ad accettare il verdetto e ad appoggiare il vincitore, chiunque esso sia, invece i vari D’Alema, Bindi, Vendola, non hanno perso occasione per dipingere l’eventuale vittoria di Renzi come la calata dei barbari, una catastrofe politica, la fine del centrosinistra, e chi più ne ha più ne metta. Hanno cioè usato contro il candidato a loro sgradito l’arma che la sinistra italiana è da sempre irresistibilmente tentata di usare contro l’avversario: la delegittimazione. Ci manca poco che uno di questi giorni Renzi si veda affibbiato l’epiteto di fascista”.

A differenza di Repubblica, e l’editoriale di Galli della Loggia parla chiaro, il Corriere della Sera non ha mostrato antipatia nei confronti del Rottamatore e anzi negli ultimi tempi, ben cogliendo l’estraneità epidermica mostrata dai rivali di Rep. verso il sindaco di Firenze, il giornale di Ferruccio De Bortoli ha offerto significative linee di credito a Renzi e, proprio come i cugini della Stampa, sembra aver persino deciso di investire sul rivale di Bersani. Un po’ per fare il controcanto a Rep., sì. Un po’ per intestarsi la battaglia sul famigerato riformismo della sinistra, certo. Un po’ per le simpatie di alcuni azionisti nei confronti del sindaco (da Jaki Elkann a Marchionne, da Tronchetti Provera a – novità degli ultimi giorni – anche Giuseppe Guzzetti). Ma un po’ anche perché l’establishment politico e culturale di una certa élite del nord all’avanguardia ha capito che l’altro grande obiettivo della rottamazione renziana non è la pettinata borghesia del profondo nord ma è, piuttosto, il vecchio establishment culturale cresciuto tra post-it e appelli di Saviano. Renzi oggi va contro tutto questo e come dice Marco Pannella (Radio Radicale di domenica scorsa) anche noi eravamo molto allarmati per non aver ancora visto su Rep. una bella e sonora sculacciata al rottamatore del Palasharp.


Qualcuno ha perso i Fini inibitori
di Giuseppe Mele
(da “L’Opinione”, 2 ottobre 2012)

Cinquecentomila euro richiesti da Fini, querelante, a Libero. Cinquecentomila euro richiesti da Lavitola a Berlusconi per trovare i documenti che incastrino il cognato di Fini. Ricardo Alberto Marinelli, presidente panamense, tirato in ballo da Fini nei ricatti contro di lui: chissà che non abbia chiesto cinquecentomila euro.Cinquecentomila euro offerti da Verdini, La Russa e Santanché, secondo La Stampa, ad un onorevole finiano per passare al Pdl. Cinquecentomila euro vinti dal fidanzato con i soldi prestati dalla fidanzata che ne ottiene la metà, grazie alle procure. Si indaga per i collegamenti dei due con Pdl, Libero o Lavitola. Cinquecentomila euro, è il taglio dei nuovi biglietti, secondo nuove indiscrezioni, richiesti per partecipare alle future primarie del Pdl. Si attendono i cinquecentomila euro pagati per firmare Cassibile, per mettere le bombe in una decina di luoghi storici. Non è chiaro chi tra Stato e mafia abbia pagato all’altro cinquecentomila euro in cambio dei noti accordi.

La sedia trono del presidente della Camera sarà esorcizzata e benedetta da sacerdoti esperti di riti antidiabolici e di riti satanisti. Anche le massime autorità religiose assieme a quelle laiche condividono la certezza dell’influsso tremendo e maligno contenuto nel ligneo trono su chi vi si siede. Gli ultimi presidenti della Camera (Oscar Scalfaro, Giorgio Napolitano, Irene Pivetti, Luciano Violante, Pierferdinando Casini, Fauso Bertinotti e da ultimo Gianfranco Fini) sono stati sottoposti ad aure che li hanno trasformati rocambolescamente e sorprendentemente. Democristiani sornioni che si fanno guevari e pouchisti, comunisti che diventano amanti di belle epoque e finanzieri, leghisti che diventano soubrette, giustizialisti che chiedono pietà per i condannati, fascisti che diventano libertari antifascisti sembrano soggetti da studio di trasformazione dela personalità. Decenni e decenni di onorate carriere, di conclamati comizi, di frequentazioni schierate oltre ogni dubbio mandate in fumo in una trasformazione che ha dell’incredibile, che non può essere razionale, che appare magica.

Se gli esorcismi non saranno sufficienti, tre Grandi Maestri di diverse Officine si sono offerti di dichiarare la grande maledizione del Grande Architetto, di bruciare su carboni carbonari i legni sospetti e di affidare la ricostruzione del trono ad apprendisti e muratori appositamente benedetti.

“La perdita dei freni inibitori” è una nota frase delle commedie all’italiana degli anni ’70. Era pronunciata dalla figura topos del frustrato sessuale, in genere un piccolo borghese intellettuale, davanti a prorompenti e formose signorine che il frustrato, questa figura da commedia dell’arte, desiderava sessualmente senza avere il coraggio di corteggiarle. Per giustificarsi il frustrato faceva riferimento alla vergogna di perdere i freni inibitori, indici morali, che bisognava anteporre alle grazie delle signorine. Ora si scopre che fondare televisioni, costruire aziende, creare partiti e vincere le elezioni sia come perdere i freni inibitori. Detto da chi non ha mai fondato alcunché, ha ereditato partiti, riducendoli al minimo, usa poteri istituzionali per comiziare davanti a giornaliste di carriera dc, divenute da vecchie radicalchic e soprattutto denunciare capi di stato esteri in diretta. E tutto per distruggere, sé e la propria parte politica.

Cosa vuol dire perdere i fini inibitori…


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Bart