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Il manager e i patti segreti. Svolta nell’inchiesta Montepaschi

2 Febbraio 2013

di Fiorenza Sarzanini
(dal “Corriere della Sera”, 2 febbraio 2013)

SIENA – È una voce interna, un manager dell’Area Finanza del Monte dei Paschi che sta aiutando gli inquirenti a scoprire che cosa accadde al momento di trattare l’acquisizione di Antonveneta. E soprattutto sta svelando i reali termini dell’accordo che portarono a una «plusvalenza » di circa tre miliardi di euro concordata con i venditori del Banco Santander. L’indagine della Procura di Siena entra nella fase più delicata, dopo l’audizione dei testimoni che vanno avanti da tempo. Sono pronti gli avvisi a comparire per gli indagati e potrebbero essere notificati già nelle prossime ore visto che gli interrogatori sono stati fissati per la prossima settimana. È la svolta attesa, dopo le ultime verifiche effettuate dai pubblici ministeri Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso e dal Nucleo Valutario della Guardia di Finanza. L’attenzione si concentra su tutte le fasi dell’operazione, ma anche su quanto accadde all’interno del consiglio di amministrazione in carica nel 2007. In particolare si sta cercando di verificare che cosa accadde al momento di redistribuire gli incarichi. Con un’attenzione particolare al ruolo del consigliere Andrea Pisaneschi – in quota Forza Italia – che fu nominato presidente di Antonveneta subito dopo l’acquisizione e costretto a dimettersi dopo il coinvolgimento nell’inchiesta sul Credito cooperativo fiorentino di Denis Verdini.

Lo staff di Baldassarri
I documenti acquisiti in questi mesi dagli investigatori del Valutario guidati dal generale Giuseppe Bottillo delineano il quadro di quanto accadde tra agosto 2007, quando Santander compra Antonveneta per 6 miliardi e 300 milioni di euro, e novembre dello stesso anno quando la rivende a Mps per 9 miliardi e 300 milioni, oltre a un miliardo di euro di oneri. E disegnano il ruolo chiave che ebbe l’Area Finanza anche per la stipula dell’accordo da un miliardo con Jp Morgan e per gli investimenti successivi sui «derivati ». I reati contestati ai manager vanno dall’associazione a delinquere alle false comunicazioni, oltre alla turbativa e in alcuni casi all’aggiotaggio. In tutto il periodo del negoziato tra italiani e spagnoli, ma anche recentemente, sarebbero state infatti effettuate manovre speculative sul titolo Mps. L’ipotesi dell’accusa è che in quella plusvalenza siano rientrate alcune «stecche » per i manager, senza escludere che anche la politica abbia potuto partecipare alla spartizione. Proprio di questo sta parlando la «fonte », già interrogata più volte dagli inquirenti. Si tratta di un funzionario di alto livello che ha seguito personalmente le fasi dell’affare e ne conosce bene i retroscena. Soprattutto sa quali fossero le direttive impartite dall’allora presidente Giuseppe Mussari e dal direttore generale Antonio Vigni e come venivano eseguite da Baldassarri e dai suoi «fedelissimi ». Negli avvisi a comparire gli indagati vengono informati degli elementi a loro carico e chiamati a risponderne in interrogatorio.

Il ruolo del consigliere
Il management si occupava degli affari, ma all’interno del consiglio di amministrazione c’era chi avrebbe seguito ogni fase, condividendone mosse e obiettivi. È questa la convinzione degli inquirenti che stanno concentrando la propria attenzione su Pisaneschi per capire in base a quali accordi, stretti all’interno del Cda, si decise che dovesse essere proprio lui a dover guidare Antonveneta. Un’intesa politica dai contorni ancora oscuri che i magistrati vogliono esplorare per comprendere esattamente gli interessi in gioco in quel momento. La nomina risale al 23 giugno 2008. L’avvocato fiorentino, ma senese di nascita, rimane in carica per tre anni. Viene sostituito da Ernesto Rabizzi nel luglio 2011, dopo essere stato coinvolto nell’inchiesta sul dissesto della banca di Verdini. Le verifiche dei magistrati di Firenze riguardavano alcuni compensi occulti elargiti ai consulenti che si erano occupati di operazioni finanziarie collegate all’Istituto di Credito guidato dal coordinatore di Forza Italia. Lo studio di Pisaneschi fu perquisito dai carabinieri del Ros dell’inchiesta. In particolare veniva contestata l’emissione di fatture false per giustificare il passaggio di denaro ai professionisti che si erano occupati di far erogare un prestito da 150milioni a due società del gruppo Btp del costruttore Riccardo Fusi, la Edil Invest e la Holdin Brm da parte di cinque banche: Mps (60 milioni), Unipol Banca (50 milioni), Cariprato (20 milioni), Credito cooperativo fiorentino (10 milioni) e Banca Mb (10 milioni).


Lo smemorato Bersani andava in Bankitalia per sponsorizzare Mps
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 2 febbraio 2013)

È il peccato originale. Pier Luigi Bersani l’ha rimosso e ripete come un mantra che il Pd fa il Pd e le banche fanno le banche. Perfetto. Ma solo qualche anno fa il segretario del Pd la pensava diversamente e si dava da fare.

Sembra una filastrocca ma è quel che affiora da un verbale firmato dall’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. È il 22 marzo 2006 e Fazio, travolto dalla tempesta dei furbetti del quartierino e delle scalate corsare, viene chiamato in procura a Milano dal pm Francesco Greco. E che cosa racconta? Parla di Ricucci, di Fiorani e di Antonveneta, ma poi si concentra su un dettaglio illuminante. «Le posso dire – spiega a Greco -, su Bnl, che sono venuti da me Fassino e altri a chiedere se si poteva fare una grande fusione Unipol-Bnl-Montepaschi. Io li ho ascoltati ». Greco non molla, per cercare di collocare nel tempo l’episodio: «Questo quando? ». «Primissimi mesi 2005 o fine 2004 », è la replica. Pausa. Poi Fazio articola meglio i ricordi: «Erano Fassino e Bersani ».
Ma sì, l’allora segretario dei Ds Piero Fassino, oggi sindaco di Torino, e l’allora responsabile economico del partito Pier Luigi Bersani, bussarono alla porta del governatore per proporre la creazione di un grande polo bancario in cui sarebbero confluiti Bnl, Unipol e Monte dei Paschi. Grandeur rossa. Non se ne fece nulla, anche perché Fazio rispose con un secco no. Almeno in quella circostanza, salvo poi ammorbidire la sua posizione.
Quel che conta però non è il risultato, ma il metodo. La nomenklatura del partito, più o meno la stessa di oggi anche se è cambiato il logo, coltivava i suoi disegni egemonici anche sulla finanza, vagheggiava vaste aggregazioni, sognava in grande. Come del resto traspare dalla famosissima intercettazione, pubblicata dal Giornale alla fine del 2005, in cui un elettrizzato Fassino chiede a Consorte: «Ma abbiamo una banca? ».
Oggi Bersani ringhia: «Sbraneremo chi ci attacca sul Monte dei Paschi », e poi ripete che il Pd non accetterà lezioni da nessuno e poi ancora che bisogna cambiare, svecchiare, rinnovare. E il solito corteo di luoghi comuni ben confezionati. Fra 2004 e 2005 però giocava le sue carte sfruttando la contiguità, eufemismo, fra partito e banche di riferimento. Il Monte era, come oggi, nelle mani di tecnici e politici militanti o comunque di area. Con un guinzaglio, allora, davvero corto.
Poi le cose andarono come andarono. Consorte provò a scalare la Bnl. E chiamò in causa i «compagni » del Mps che avevano in cassaforte un 3 per cento, preziosissimo, della banca da conquistare. Cominciò una manovra azzardata da parte di Mps per recuperare quel pacchetto strategico – nel frattempo diventato un prestito obbligazionario – e metterlo a disposizione di Consorte. Risultato: le Fiamme gialle si insospettirono e accesero un faro. La scalata, come si sa, fallì e il Monte si trovò i finanzieri alle costole. Partì un accertamento fiscale che poi diventò penale e piano piano ha dato corpo all’indagine di oggi. In ogni caso, il partito continuò a interferire, come documenta persino un insospettabile Franco Bassanini che in un’intervista a Panorama ha alzato il velo dell’ipocrisia, sempre a proposito della tentata scalata della finanza rossa alla Bnl: «D’Alema e Consorte fecero pressing su Siena perché si alleasse con Unipol. Chi difese l’autonomia di Mps, come me e Amato, venne emarginato ». La sinergia ci fu dunque, anche se in un quadro complesso di cordate e tradimenti, a due diversi livelli: politico-strategico e sul campo con il tentativo di girare quelle quote Bnl, il 3 per cento, da Siena a Bologna che ne aveva assoluto bisogno per vincere la partita.
Bersani rivendica correttezza, s’indigna e annuncia querele, ma la lezione del 2005 evidentemente non è servita. Perché la vicinanza, anzi la marcatura stretta del partito sulle banche amiche, è andata avanti. Finché il sistema è esploso. E oggi si dimentica il peccato originale. E la processione dal governatore. L’altra sera, a Servizio Pubblico, il responsabile economico del Pd Stefano Fassina, ha ascoltato con crescente imbarazzo il racconto di Marco Travaglio che pungeva Bersani proprio con lo spillo di quel verbale dell’ex governatore. Meglio girarsi dall’altra parte e ripetere, come un disco rotto: «Sbraneremo chi ci accusa ».


Viaggio fallimentare di Monti in Europa
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 2 febbraio 2013)

Il viaggio di Mario Monti in Europa alla vigilia delle elezioni politiche può sembrare molto simile a quello che nell’immediato dopoguerra fece Alcide De Gasperi negli Stati Uniti. In realtà le differenze sono sostanziali. In primo luogo perché De Gasperi puntava attraverso la visita ad apparire agli occhi degli italiani come “l’uomo dell’America” e Monti cerca invece di scrollarsi di dosso l’etichetta di “uomo della Germania”. Ma soprattutto perché il leader democristiano riportò in Italia non solo una serie di aiuti concreti che servirono a far superare al paese il momento più difficile della ripresa post-bellica ma anche una strategia politica ben precisa incentrata sulla scelta atlantica e sulla esclusione del Pci stalinista dall’area del governo. Monti, al contrario, non porta a casa un bel nulla. Né la promessa della Merkel di una qualche forma di crescita e, quindi, un qualsiasi aiuto concreto dell’Europa al nostro paese precipitato in una drammatica recessione, né uno straccio di linea politica capace di fornire almeno una speranza di uscire dal tunnel della crisi e tornare a vedere la luce.

Il presidente del Consiglio può solo esibire agli italiani la qualifica di difensore degli interessi del proprio paese concessagli dalla Cancelliera tedesca. Ma un riconoscimento del genere, oltre che essere ben poca cosa di fronte alla conferma del rigorismo intransigente della Germania, non smentisce affatto l’etichetta di “uomo della Merkel” che Monti vorrebbe cancellare per ragioni elettorali. Al contrario, la conferma in pieno. Perché è fin troppo evidente che nel pronunciare quella frase la Cancelliera abbia recitato una parte abbondantemente concordata in precedenza con i collaboratori del visitatore italiano. Il risultato del viaggio europeo di Monti è, dunque, da considerare assolutamente fallimentare. Sia perché il presidente del Consiglio, oltre che il buffetto inquietante e controproducente della Merkel, non ha ottenuto nulla di concreto. Sia, soprattutto, perché ha dimostrato che non esiste una qualche strategia politica europea per uscire dalla crisi al di fuori di quella seguita all’insegna del massimo rigore dalla Germania in difesa dei propri interessi nazionali. Dal viaggio,in sostanza, Monti è tornato a casa a mani vuote e con la sola conferma dei pregiudizi che i paesi europei del Nord hanno nei confronti del nostro paese. Il che non stupisce. Visto che i pregiudizi delle cancellerie dell’Europa continentale sono gli stessi che Monti nutre nei confronti del proprio paese.

Tutto questo, ovviamente, non significa predicare la necessità di allontanarsi da una Europa continentale troppo egoista ed incapace di ragionare fuori dello schema rigido della strenua difesa dei propri interessi particolari. Significa incominciare a porre il problema di quale possa essere una politica europeista diversa e più efficace di quella praticata con teutonica determinazione dalla Germania a tutela della propria egemonia. È vero che in campagna elettorale i partiti sono troppo impegnati dalla ricerca del consenso per soffermarsi a riflettere sulla necessità di una nuova politica europeista più rispettosa delle esigenze di tutti gli stati che fanno parte della Ue. Ma è altrettanto vero che se le forze politiche non incominciano ad affrontare questo problema, che è poi quello di far uscire l’Italia dalla recessione senza farla uscire dall’Europa, rischiano di perdere il proprio consenso. E, soprattutto, rischiano che la questione rimanga di competenza esclusiva di quella casta tecnocratica che l’ha provocata e che pensa di poterla gestire nel disprezzo più totale della volontà popolare e delle regole della democrazia. Ma alimenta l’angosciante preoccupazione che l’assenza di una qualche politica diversa da quella in atto possa condannare l’Italia ad uno stato di recessione perpetua.


Il dito e la banca
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 2 febbraio 2013)

Il primo monito di  Napolitano  è certamente saggio se, invocando l’altroieri l’“interesse nazionale”, punta a tutelare la figura di Mario Draghi dalle pressioni tedesche, che mirano a gettargli addosso lo scandalo Montepaschi per frenare la sua politica salva-euro. La  Banca d’Italia  fu certamente l’unico soggetto istituzionale a vigilare, con le due ispezioni a Siena, e a scoprire i contratti segreti sui derivati tossici, anche se poi ci si contentò del cambio della guardia Mussari-Profumo e la lentezza delle procedure e l’inefficienza endemica della Consob impedirono che i disinvolti (a dir poco) amministratori fossero rapidamente e adeguatamente sanzionati.

Purtroppo non si può dire altrettanto del secondo monito, quello di ieri dinanzi all’Ordine dei giornalisti, francamente irricevibile almeno per ciò che resta della libera stampa in Italia. Che vuol dire “abbiamo spesso degli effetti non positivi, quasi dei corto-circuiti tra informazione e giustizia”? E a che titolo il capo dello Stato afferma che il “ruolo della stampa di propulsione alla ricerca della verità” nel caso Mps “confligge con la riservatezza necessaria delle indagini giudiziarie e il rispetto del segreto d’indagine”?  La stampa ha il diritto-dovere di svelare i segreti, anche quelli giudiziari se ci riesce, per dare ai cittadini il maggior numero possibile di notizie. Forse  Napolitano ignora che, se da dieci giorni lo scandalo del Montepaschi è sulle prime pagine dei giornali di tutta Italia (e non solo), è grazie a un giornale – il nostro – che ha scoperto ciò che i banchieri nominati dal suo partito occultavano ad azionisti, dipendenti, risparmiatori e investitori.

Se avessimo aspettato le famose autorità, magistratura compresa, non sapremmo ancora nulla. Nelle parole di Napolitano echeggia, dietro il paravento dell’“interesse nazionale”, una  concezione malata, autoritaria del rapporto fra il potere e i suoi controllori: qualunque scandalo del potere diventa attentato alla Nazione perché lo scredita agli occhi dei cittadini e dei mercati. Quindi meglio una notizia scomoda in meno che una in più. Il dito indica la luna e tutti a guardare il dito. Il termometro segna la febbre e tutti a dare la colpa al termometro. Se Napolitano non vuole che il sistema bancario venga screditato, lanci un bel monito ai banchieri perché caccino i mercanti dal tempio, anziché mettere la volpe a guardia del pollaio, come fecero tre anni e un anno fa con Mussari. E lanci un bel monito ai politici perché  escano dalle banche  (e dalle fondazioni) con le mani alzate e tornino a fare il loro mestiere: che, sulle banche, è quello dell’arbitro, non del giocatore.

Già che c’è, potrebbe  pure consigliare ai compagni del Pd di darsi una calmata: anziché minacciare di “sbranare” chi scrive dei loro rapporti con la finanza, la smettano di amoreggiare coi banchieri e di scalare le banche. Così magari nel prossimo scandalo finanziario non saranno coinvolti, e sarà la prima volta. La pravdina del Pd, la fu Unità, dedica una pagina all’appassionante interrogativo “Perché sfiorì il Garofano. Crollo del Psi e crisi della Prima Repubblica”. Già, perché? Lo storico Pons, recensendo un sapido saggio di due vecchi craxiani, Acquaviva e Covatta, risponde: va evitato “un impiego estremo della memoria storica come arma di lotta politica” in favore di “uno sguardo più meditato e più utile”, scevro da “giudizi sbrigativi e liquidatori sulla figura di Craxi”. Dunque il Psi e la Prima Repubblica crollarono perché “i partiti avevano perso la capacità di generare appartenenza”, per le “tendenze disgregative”, per “i limiti del riformismo socialista”, insomma “per un vuoto della politica che fu riempito dal potere giudiziario e da un’ondata di antipolitica”, ovviamente “di destra”. Di qui “la tragedia di Craxi e del socialismo italiano”.  Ma è così difficile, o magari antipatriottico, dire che Craxi rubava?


Ecco il bilancio del Quirinale: bestiame, biancheria e arredi Il Colle ci costa 243 milioni
di Redazione
(da “Libero”, 2 febbraio 2013)

Il Colle costa troppo. Le cifre parlano chiaro. Gli italiani corrono a cheidere prestiti per pagare l’Imu, e invece al Qurininale si spende a tutto gas. Sì, è il caso di dirlo. Secondo il bilancio di previsione per il 2013 di “casa Napolitano”, alla Presidenza della Repubblica si spendono 185,000 euro per portare Re Giorgio in giro per l’Italia e per il mondo. Ma non è l’unica spesa cospicua. A quanto pare al Colle si sta sempre attaccati alla cornetta: la spesa per la telefonia è di 200,000 euro. Napolitano tiene molto anche alla pulizia e al suo vestiario. Un’attenzione maniacale a giudicare dalle cifre. Il bilancio racconta di 327,000 euro che vengono spesi per biancheria e abiti. Occhio anche alle poltrone, alle cassettiere e ai suppellettili del Quirinale. Il buon gusto tra le mura del Colle costa agli italiani ben 545,000 euro, tutti spesi per gli arredi della sede istituzionale. Ma non è finita. Tra banchetti, incontri e cenette a Palazzo, la buona cucina non può mancare. Così il palato del Qurinale ci costa 398.980,00 euro. Infine non bisogna dimenticare l’acquisto, fondamentale per le sorti della Repubblica, di bestiame, macchine e attrezzature agricole per la tenuta di Castelporziano. Costo degli amici a quattro zampe? 144,000 euro. Non male per un periodo di austerity.


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Bart