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Il marcio e il caos

15 Febbraio 2013

di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 15 febbraio 2013)

Forse il Consiglio superiore della Magistratura dovrebbe disporre un’indagine statistica per accertare se questa storia della giustizia a orologeria è vera o no. Se è vero, cioè, che in momenti politici particolarmente delicati, come una campagna elettorale, l’attivismo delle procure si intensifica e gli ordini di custodia cautelare fioccano. Certo è che negli ultimi giorni il tintinnar di manette si è sentito, eccome. Ma è provenuto da luoghi così distanti tra loro e per inchieste così diverse l’una dall’altra che è difficile credere all’ipotesi della «manona giudiziaria » di cui ha parlato Silvio Berlusconi. Più che al disegno intelligente di un deus ex machina che manovra dall’alto le inchieste, sembra piuttosto di assistere a un vero e proprio caos organizzato, all’incrociarsi casuale ma micidiale delle tre debolezze del sistema-Italia: una corruzione dilagante, una politica declinante, una giustizia debordante.

La corruzione dilagante è sotto gli occhi di tutti. C’è del marcio in Italia, e questo è un fattore killer per la nostra economia. I capitali esteri non arrivano anche perché sanno che da noi si paga il pizzo, la tangente, la mancia; che si può essere scavalcati da un concorrente solo perché gioca sporco; che la trasparenza nei confronti del mercato non è la Bibbia del nostro capitalismo di relazioni (è con l’accusa di comunicazioni truffaldine e aggiotaggio che è stato arrestato ieri il finanziere Alessandro Proto). Il coinvolgimento contemporaneo di tre grandi aziende come Monte dei Paschi, Eni e Finmeccanica in vicende nelle quali la governance è sotto accusa, depone male per il Paese non meno del debito pubblico. La domanda che circola nel mondo è: ci si può fidare di voi? È un costo in più del rischio-Italia. La corruzione è così dilagante che talvolta rischiamo di perseguire come tale anche ciò che altrove è considerato solo lobbismo, dandoci ulteriormente la zappa sui piedi. Il confine è molto sottile, ma i nostri magistrati dovrebbero seguire il criterio dell’applicazione «ragionevole » della norma, suggerito più volte dalla Consulta.

La politica declinante è invece lo sfondo di questo giudizio universale. Un regime politico al tramonto è la riserva di caccia ideale per gli inquirenti, perché le loro prede perdono protezione e spesso anche lucidità. Fu così anche nel crollo della Prima Repubblica: prima venne la vittoria elettorale della Lega, che mandò in tilt il sistema, e solo dopo le inchieste di Tangentopoli, che gli assestarono il colpo di grazia. Quel che oggi accade a Finmeccanica, il cui capo azienda è stato arrestato, allora toccò all’Eni con i quattro mesi di carcerazione preventiva per Gabriele Cagliari, finiti con un tragico suicidio. Se allora fu l’emergere della Lega a consentire ai magistrati di attaccare un feudo del potere socialista, oggi è il declinare della Lega a lasciare Orsi privo della protezione che l’aveva portato fino alla guida del gruppo.

In ogni caso, non c’è speranza di pulizia finché i vertici di grandi aziende con proiezione internazionale verranno scelti dalla politica per motivi politici. Si è visto a sinistra con il Monte dei Paschi di Siena, una banca gestita di fatto dal Pds-Ds-Pd. Si vede ora a destra con Finmeccanica, basta leggere come fu scelto il vertice secondo la testimonianza di uno dei papabili: «Letta e Berlusconi erano per la mia nomina, Tremonti non era in disaccordo, solo la Lega spingeva per Orsi… ». Il quale Orsi, appena nominato, provvide subito a spostare la sede legale di Alenia Aermacchi da Pomigliano d’Arco al Varesotto, terra natale di Maroni.

Infine c’è la giustizia debordante, antico male italiano che non sembra essere stato in alcun modo curato in questi vent’anni in cui pure la politica ha molto strepitato contro la magistratura. Innanzitutto c’è un uso disinvolto, insistito e spesso spettacolare della custodia cautelare. È difficile non chiedersi perché per inchieste che duravano da mesi (Finmeccanica e Monte Paschi), o per personaggi noti come Massimo Cellino e Angelo Rizzoli, si sia resa improvvisamente indispensabile la privazione della libertà personale. L’impressione è che la lentezza del sistema giudiziario stia convincendo più di un magistrato che l’unica condanna ottenibile sia quella dell’opinione pubblica, e che il mandato di cattura venga talvolta usato come una sentenza. A questo si aggiunge un sistema mediatico che sempre meno fa differenza tra sospetti e prove, un pubblico eccitabile che chiede giustizieri invece che giustizia, e uno star system che sempre più proietta le toghe celebri in politica. È un corto circuito che innesca un populismo giudiziario non meno pernicioso del populismo politico. Il quale, a dieci giorni dalle elezioni, sentitamente ringrazia.


Tangenti: purtroppo Berlusconi ha ragione
di Achille Saletti
(da “il Fatto Quotidiano”, 15 febbraio 2013)

Ora spero che nel mondo di Heidi, di cui un certo pezzo di opinione pubblica si fa portatore non si pensi realmente che le commesse internazionali per centinaia di milioni di euro non si ottengano senza pagare dazio. Ovvero mediazione, ovvero stecca per i meno raffinati.

La cosa, mi lascia perplesso. Mi domando se questo opinione pubblica dovesse, da posizioni di governo, nominare manager e rappresentanti di multinazionali italiane quale mandato darebbe loro. Perché, credo, non vi siano dubbi sul fatto che tutte le multinazionali di tutti i paesi per gli affari colossali pagano ciò che si definisce, spiritosamente, un onere da mediazione. Basta avere lavorato in qualsiasi paese africano, anche senza essere manager per sapere che così va il mondo. Quando va bene, e il business è economicamente rilevante, ti chiedono semplicemente di fare una società in cui ci piazzano (con quote non minuscole) i loro uomini.

Ed allora sarebbe più proficuo interrogarsi su come cambiarlo questo mondo e non avvicinarsi le manine sul viso emettendo un “ooooh” di stupore. L’alternativa è quella di rinunciare al gas, o alla vendita di beni o servizi, ma anche di tecnologia varia e insomma di privare le nostre multinazionali della parola “multi”.

Che poi faccia schifo questo mondo è altro discorso e tutti gli uomini di buona volontà possono concordare su questo, ad esclusione del reginetto di Arcore. Ma non pensiamo che i tedeschi non lo facciano o i francesi vincano le commesse grazie allo champagne.

In realtà la questione pone un altro quesito. Le attività come queste a cosa si devono assoggettare? Ad un codice internazionale? Ai codici nazionali? A nessun codice? Le attività che per un paese, a torto o a ragione, hanno una importanza strategica vanno perseguite a tutti i costi o si può ipotizzare un galateo istituzionale per cui l’importante è partecipare?

Ecco su questo una parolina dall’Europa non sarebbe poi così male accolta posto che una serie di nostri competitor, in Europa, hanno natali e sedi legali.

Ed allora ci si aspetta che la politica faccia il dovere di risolvere queste situazioni, di trovare una soluzione di trasparenza alle gare internazionali e, mi aspetto, che l’opinione pubblica si pronunci non dal tinello di casa ma affacciandosi nel mondo. Che non è quello di Heidi.


Il concilio necessario
di Franco Cardini
(da “MicroMega”, 15 febbraio 2013)

Ora che dal Vaticano è iniziata a filtrare qualche notizia un po’ più qualificata delle indiscrezioni o delle chiacchiere. Ora che soprattutto in margine alla cerimonia delle ceneri qualche parola sintomatica è filtrata attraverso il tradizionale riserbo vaticano, siamo forse in grado di dire qualche parola in più su quella che è forse la crisi di un uomo, ma certamente è quella di un’istituzione nel più ampio quadro della crisi che investe tutto il mondo.
Risulta ancora più chiaro oggi che, a proposito dell’abdicazione (o della «rinunzia », come qualcuno preferisce chiamarla) di Benedetto XVI al soglio di Pietro, le polemiche sul «coraggio » o sulla «viltà », sul «fallimento » o sull’«onestà », sulla «sconfitta » o sul «realismo » di Joseph Ratzinger siano del tutto fuori luogo.

Abdicare è un conto, mettersi fuori gioco è un altro. Non partecipare al prossimo conclave, come è giusto e ovvio che avverrà, è un conto; non influirvi affatto, com’è logico che non avverrà, è tutto un altro. Vedere nella «rinunzia » soltanto il dramma umano della constatazione dell’insufficienza delle proprie forze – e l’aver rilevato da parte del papa tale insufficienza può ben essere stato, intendiamoci, al tempo stesso un sincero e sacrosanto diritto e anche un preciso dovere – sarebbe un’imperdonabile ingenuità.

Siamo di fronte a un preciso disegno strategico e a un rigoroso, incisivo messaggio.
Per capire di cosa si tratti, è tuttavia necessario non essere troppo distratti, e tantomeno smemorati. Ricordate Paolo VI, e «il fumo di Satana » penetrato nella Chiesa? Qualcuno rise e si chiese se il santo padre fosse in vena di horror, qualcun altro si scandalizzò e gridò alla superstizione. Evidentemente siamo bassini, quanto a filologia e semiologia: e tendiamo a dimenticare che il linguaggio è una funzione eminentemente simbolica. Ora, teologicamente parlando, il diavolo è – dal greco diàbolos, «divergenza », «discordia » – Maestro di menzogna e di divisione.

E quel «fumo di Satana », negli ultimi anni, deve aver ammorbato parecchie stanze vaticane, come parecchi ambienti della Chiesa di tutto il mondo (né solo di essa, peraltro). Erano parecchi i vaticanisti che a più riprese, negli ultimi mesi, ci avevano avvertito che il papa era stanco e che circolava la voce che volesse «lasciare ». La cosa era inusitata e quindi sembrava inaudita. Ma vi siete dimenticati dell’Angelus del 1 ° marzo 2009, quando Benedetto XVI ritornò alla carica con la «vecchia superstizione medievale » (come la chiamò qualcuno) del diavolo, e chiese l’aiuto della preghiera di tutti i fedeli.
Anche allora qualcuno sorrise, qualcun altro s’indignò: e nessuno o quasi notò che quel giorno era la prima domenica di quaresima, nella quale la chiesa commemora la pagina evangelica della tentazione subita da Gesù nel deserto. Inoltre, in quello stesso giorno, iniziava la XII assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi, appunto iniziata la prima domenica di quaresima nella chiesa di san Paolo fuori le mura: e si era a pochi giorni di distanza dalla polemica causata da quella ch’era sembrata un’apertura troppo incauta del pontefice ai gruppi lefebvriani, quindi un attacco sia pure implicito e indiretto al Vaticano II.

Le polemiche e le divisioni in seno alla Chiesa, che erano già largamente affiorate allora, si sono in seguito aggravate e intensificate. Al punto da divenire forse intollerabili: e chissà che la goccia che ha fatto traboccare il vaso non sia stata proprio la discussione dell’11 febbraio scorso, in sede di concistoro, dove papa e cardinali erano chiamati a discutere sull’opportunità di santificare in blocco un gruppo di poveracci vittime di un’incursione turca nel Salento avvenuta nel 1480: una pagina lontana e dimenticata, rinverdir la quale per alcuni prelati avrebbe forse significato rischiare una nuova ondata di violenze e di proteste in un mondo musulmano che l’avrebbe interpretata come una malevola provocazione, mentre altri forse hanno difeso l’opportunità di quella scelta proprio in quanto gesto che ribadisce come lo «scontro di civiltà » tra mondo cristiano e Islam non è il frutto delle elucubrazioni di qualche teocon americano.

Ma uno scontro del genere, se davvero c’è stato, può aver disturbato e prostrato, oppure indignato, il papa in quanto si tratta di un ulteriore sintomo del male profondo, la divisione di una Chiesa nella quale convivono gli affaristi senza scrupoli della banca vaticana e i preti come don Andrea Gallo, i Legionari di Cristo e le suore di Teresa di Calcutta. Nella «casa di Dio », come diceva Giovanni Paolo II, ci sono tante dimore, è vero: va detto tuttavia che certe differenze sono sul serio eccessive, e pertanto certe convivenze sono difficili.

E allora, altro che resa dinanzi alle proprie forze che fanno difetto: al di là della sensazione del santo padre di sentirsi magari solo e attaccato da troppi, che può essere anche soggettivamente giustificata, qui siamo davanti a un gesto nuovo, rivoluzionario, con il quale il pontefice ha inviato un energico messaggio e ha impartito una chiara lezione alla Chiesa e al mondo. Un gesto che potrebbe anche sottintendere la necessità di cominciar a interpretare la funzione papale in un altro modo. Ad esempio rivalutando, accanto ad essa, quella sinodale: cioè conciliarista.

La storia della Chiesa potrebb’essere riassunta, per quanto riguarda il suo vertice, in un lungo duello tra la tendenza monarchica papale e quella conciliaristica fondata sull’istanza di un governo collegiale da parte dell’insieme dei vescovi: si ricorderà del resto che il papa stesso è tecnicamente un vescovo egli stesso, il vescovo di Roma, primus senza dubbio, però inter pares. Dopo un forte momento di egemonia conciliarista, nel primo Quattrocento, la monarchia papale vinse il duello, superò la Riforma, si rafforzò con il concilio di Trento nel Cinquecento e venne ribadita in extremis nel 1870, mentre le truppe del regno d’Italia aggressore stavano entrando in Roma e il pontefice si preparava a una lunga prigionia. In quell’occasione, un papato ch’erano in molti a considerare agonizzante si munì addirittura di una nuova certezza dogmatica, quella dell’infallibilità. Meno di un secolo dopo, il quadro era completamente cambiato: in un clima e in un contesto di ottimismo politico e morale ((l’età kennediana) e di prosperità economica dell’Occidente, il vaticano II dette spazio alle istanze di modernizzazione e di democratizzazione delle quali molta parte del mondo cattolico era portatrice.

Ora, il quadro è completamente mutato: e non a caso le celebrazioni del cinquantenario del Vaticano II hanno dato luogo a vere e proprie contestazioni e a risse anche piuttosto pittoresche tra «conservatori » e «progressisti »: ammesso che questi due termini, una volta così chiari e rassicuranti, abbiano ormai senso.

Ma, se vogliamo capire sul serio, andiamo oltre la chiesa cattolica. All’alba del XXI secolo, la Modernità è in crisi. Zygmunt Bauman parla di «Modernità fluida », cioè di una Postmodernità che è già iniziata. Ma la Modernità si era riassunta, dal XV secoli in poi, in tre elementi fondamentali: individualismo; volontà di potenza dell’Occidente; primato dell’economia, della scienza e della tecnica. È l’Occidente-Modernità dell’uomo prometeico e faustiano che è entrato in crisi.

Papa Benedetto XVI, abdicando, pone la Chiesa e il mondo dinanzi a questa realtà. La Chiesa, nella sua bimillenaria storia, è stata più volte in grado d’interpretare il mutamento dei tempi. Deve farlo di nuovo: ed è del tutto comprensibile che non sia un quasi nonagenario, che è semmai l’ultimo rappresentante del vecchio ordine ecclesiale scaturito dal Vaticano II, a guidare il rinnovamento.

Un rinnovamento che, in termini ecclesiali, equivale a una parola chiara, ma complessa, costosa, rischiosa: concilio. Se divisione e discordia sono davvero arrivate al punto da imporre a un pontefice di abdicare, l’unica risposta a una situazione ormai insostenibile è una verifica e una ridefinizione radicale della Chiesa, delle sue istituzioni, delle sue strutture, dei suoi rapporti interni e di quelli con il mondo. Un mondo nel quale la ricchezza si va sempre più concentrando nelle mani di poche centinaia tra famiglie e lobby mentre la miseria dilaga. Un mondo nel quale non c’è giustizia, quindi non può esserci pace. Un mondo sempre più nelle mani dei più biechi tra i colleghi della gentaglia che duemila anni fa Gesù cacciò dal Tempio rovesciando i banchi su cui essa accumulava i proventi dei suoi luridi affari.


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Bart