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Il Pd risparmi il fiato

28 Gennaio 2013

L’ipocrita affermazione del Pd, secondo la quale è stato proprio il partito a promuovere il cambio della dirigenza del Mps, è la classica zappa che il malaccorto si tira sui piedi.
Non solo perché è evidente che nasconde una parte della verità, che è un’altra: il partito si è mosso a seguito dell’input della Banca d’Italia, arrivato in conseguenza della ispezione del novembre 2010. Questa ispezione – è inutile girarci intorno – deve aver allarmato il Pd e fattogli temere che se non avesse proceduto in fretta al cambio, le magagne, essendo state scoperte, sarebbero venute alla luce e avrebbero fatto un gigantesco fragore.

È mio convincimento che nella Fondazione e nella Banca si nutrisse la speranza di riuscire a tenere segreto il malaffare e di sanarlo in tempo. Senonché le cose – come spesso succede – sono precipitate con la scoperta della bolla derivati e il Mps ha cominciato a mostrare l’affanno, destando sospetti, da cui l’ispezione bancaria.

A quel punto il coperchio ha cominciato a sollevarsi e, oltre alle operazioni dissennate, sono emersi anche aspetti di rilevanza penale che sono in corso di verifica, tali da cambiare i connotati dello scandalo. Infatti, non si tratta più di semplici errori amministrativi, che potrebbero anche essere accettati e saldati con le dimissioni dei responsabili, bensì di manovre finalizzate – così sembra emergere dalle cronache – a creare tangenti. Ossia a dilapidare dolosamente per proprio profitto il denaro dei risparmiatori e degli azionisti. Un primo elenco esemplificativo si può trovare nell’articolo di Repubblica di stamani.

Dunque la Banca è stata usata per operazioni illecite di arricchimento, i cui beneficiari al momento non sono ancora noti, ma in corso di indagine.
Sono anche queste tangenti, cinicamente pretese da speculatori e profittatori, che hanno inguaiato il colosso senese, che da tempo, per rimediare ai guasti via via provocati, aveva iniziato a vendere perfino i gioielli di famiglia, tra i quali alcuni prestigiosi palazzi.
Per vendere i gioielli di famiglia, occorrono precise delibere del consiglio di amministrazione. Ciò significa che i membri di tali organismi non potevano che esserne stati a conoscenza, e a conoscenza anche delle motivazioni.

Quando il Pd afferma di essere stato lui a promuovere il cambiamento (ed invece è stata la Banca d’Italia) entra a piedi uniti dentro il Mps, palesandone non solo i propri interessi ma anche i propri poteri di intervento.
Del resto, avere nella Fondazione, che è il socio maggioritario della Banca, 13 membri della propria area politica (14 se consideriamo anche il rappresentante regionale, anch’esso dell’area Pd) su di un totale di 16, giustifica, eccome, l’esibizione di potere sul Mps vantata da D’Alema e Fassina.

Su questa influenza del Pd nelle decisione dell’istituto creditizio ormai non esistono più dubbi e non vi è giornale che provi a dimostrare il contrario. Del resto, l’avvertimento di stampo mafioso di Pierluigi Bersani di sbranare coloro che osino ipotizzare una tale influenza, è il segno che l’evidenza ha ferito un nervo scoperto, e cioè: il Pd stava acculando chi sa da quanto tempo il terrore che lo scandalo sarebbe prima o poi venuto alla luce.

La disgrazia ha voluto che scoppiasse nel mezzo della campagna elettorale, già densa di orribilità. Come i miei lettori, sanno, io do a queste coincidenze un nome preciso: nemesi. Uscito indenne da Mani pulite l’attuale Pd paga oggi i silenzi e le complicità che lo favorirono. E paga con gli interessi, posto che lo scandalo appare come un verminaio in cui sembra che tutto il marcio possibile vi si sia concentrato. Probabilmente vi troveremo di tutto: incapacità, spregiudicatezza, cinismo, amoralità, illegalità e così via, in un orrendo assembramento da far accapponare la pelle.

I giorni futuri ci diranno se le cronache stenderanno un velo di ipocrisia sulla vicenda attutendone, per interessi vari, la gravità. Oggi la politica in Italia è malata e fetida. Ma non si dimentichi che lo scandalo ha un solo raffronto possibile in Italia, ed è quello con la Banca Romana del 1893, che portò a clamorose dimissioni, tra le quali quella dell’allora presidente del consiglio Giovanni Giolitti.

Mi ha fatto piacere che ieri, nel suo articolo, anche Ugo Magri si sia ricordato di questo precedente (è riportato sul blog, qui). Così scrive:

“L’unico a pronunciarsi da quella parte è il ministro Riccardi, che invita a «fare luce sulla connessione tra banche e politica », tema in auge fin dallo scandalo della Banca romana sul declinare dell’Ottocento”.

Ciò che nello scandalo stupisce è il largo intreccio di malaffare che si è stati in grado di costruire in questi ultimi anni, senza che nessuno dei responsabili (ad esempio i 14 consiglieri di area Pd) abbia cercato di interromperlo e di denunciarlo. La complicità e il consenso alla costruzione di un tale intreccio, appaiono ormai di tutta evidenza.

Il Pd sbraita e minaccia di sbranare chi denuncia il suo coinvolgimento nella vicenda, ma ditemi voi se è possibile immaginare che nessuno dei 14 consiglieri di area Pd abbia mai informato il partito (locale o nazionale fa lo stesso, visti gli stretti collegamenti) di ciò che stava avvenendo.

Non era un anno fa che il Pd avrebbe dovuto intervenire (quando ormai lo scandalo stava per scoppiare), ma molto prima, almeno a partire dal 2001, quando, frenando le ambizioni, si poteva ancora difendere la solidità e il prestigio dell’istituto senese.

Il Pd si candida a vincere le imminenti elezioni. Mi domando se, in presenza di uno scandalo così imponente per dimensioni, incapacità di controllo e di impresa, dolo e spregiudicatezza, possiamo affidargli le chiavi del nostro Paese.


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Bart