di Claudia Di Monaco
Il posto delle fragole è la storia di un viaggio, che è soprattutto un viaggio interiore del protagonista, l’anziano professor Isak Borg (interpretato dall’attore e regista Victor Sjöström, maestro di Bergman), che ha i suoi snodi cruciali nella dimensione del sogno; un’introspezione, che mette il protagonista di fronte ai propri fallimenti e alle proprie paure; e una presa di coscienza, da cui scaturisce una volontà di cambiamento.
Il professor Borg ci viene presentato fin da subito nei suoi tratti distintivi, attraverso il monologo che precede il titolo di testa: egli è un uomo arido, che ha dedicato la sua vita alla scienza (tanto da meritare una prestigiosa onorificenza per la quale si metterà in viaggio verso Lund con la nuora Marianne) e non ha alcuna considerazione né interesse verso i rapporti umani, che, a suo dire, si limitano al solo pettegolezzo ed alla sterile critica del comportamento altrui. Attraverso un sogno inquietante (egli è afferrato dal suo stesso cadavere che tenta di spingerlo con sé nella bara) le cui sequenze sono rimaste nella storia del cinema, si fa strada in lui la consapevolezza di essere giunto alla fine della propria vita e la paura della morte.
Come nel cinema surrealista, la dimensione onirica svolge in questo film un ruolo fondamentale, ma a differenza del cinema surrealista, in cui essa pervade e penetra tutto il film, qui Bergman utilizza il sogno (ed il simbolismo proprio del Surrealismo) in modo circoscritto, per un fine specifico, psicoanalitico: il sogno è lo strumento per penetrare nell’inconscio del protagonista e rivelarne aspetti che lui stesso ha taciuto a se stesso. In questo senso è possibile un parallelismo con un altro film, “Io ti salverò” di A. Hitchcock del 1949, che riveste un ruolo significativo nella storia del cinema: non è il primo film che parla della psicoanalisi, ma è il primo film che porta la psicoanalisi al grande pubblico, attraverso l’utilizzo di elementi estremamente attrattivi come il mistero dell’amnesia del protagonista e di un omicidio da risolvere, la suspense (connotato dei film di questo regista), che si mescolano all’indagine psicoanalitica, all’ esplorazione della mente umana attraverso il sogno. Che al tempo di “Io ti salverò” la psicoanalisi non fosse ancora entrata nella cultura popolare si percepisce chiaramente dall’esigenza di doverla spiegare con la didascalia introduttiva al film, che illustra in cosa consiste la psicoanalisi. E sul ruolo dei sogni e sulla funzione della psicoanalisi è illuminante la spiegazione fatta dal prof Brulov nel film: “Essi ti descrivono quello che cerchi di nasconderti ma te lo descrivono in una maniera enigmatica e completamente confusa. Il problema di chi li analizza è di mettervi ordine e ricostruendo il quadro nella sua interezza capire che diavolo hai cercato di rivelare a te stesso”.
Come nel film di Bergman, anche nel film di Hitchcock è presente un sogno rimasto nella storia del cinema, ed in entrambi ritroviamo la simbologia utilizzata dal Surrealismo:
l’orologio senza lancette, immagine che ricorre più volte nel film di Bergman e che induce il protagonista a riflettere sul fatto di essere giunto alla fine del suo percorso di vita, di non avere più tempo, riporta alla mente il quadro “La persistenza della memoria” di Salvador Dali (1931) dove gli orologi molli che segnano ore diverse inducono anch’essi una riflessione sul tempo, sull’incapacità dell’uomo di misurarlo tecnicamente scandendolo in ore, minuti, secondi, perché esso è un concetto soggettivo e relativo (scorre diversamente a seconda della persona a cui lo scorrere è riferito e dei diversi eventi -piacevoli o dolorosi-che esso è chiamato a misurare).
L’orologio di Bergman è parte di un’insegna di un negozio di ottica: si possono individuare chiaramente la sagoma degli occhiali che racchiudono due grandi occhi, di cui uno appare come rotto, lacerato. I grandi occhi, simboleggiano nel Surrealismo la finestra sull’inconscio, il mistero, l’ossessione. Ricordiamo in pittura “Il falso specchio” di Magritte (1928), e, nel film di Hitchcock sopra citato, gli occhi presenti nella sceneggiatura di Salvador Dali del sogno del protagonista, (interpretato dall’attore Gregory Peck): lì gli occhi fanno parte di un grande tendaggio e vengono squarciati da un uomo con grandi forbici. Ed il tema dell’occhio squarciato, presente in qualche modo anche nel film di Bergman, riporta alla mente a sua volta il cortometraggio “Un Cane Andaluso” di Luis Bunuel, del 1929, manifesto del cinema surrealista che vede la collaborazione di Salvador Dali (che lo ha scritto e prodotto insieme a Bunuel, e che ritroviamo per pochi secondi in una scena del film, rimasta per errore nonostante Dalì fosse poi stato sostituito da un altro attore): lì la scena celeberrima in cui Bunuel si avvicina ad una donna seduta, e le tiene ben aperto l’occhio sinistro per poi tagliarlo con un rasoio, è emblematica della rivoluzione surrealista, che ponendosi in contrapposizione al cinema narrativo classico, che dà importanza alla storia ed al montaggio, mette in scena sequenze apparentemente senza connessione, come in un delirio onirico, scene che sembrano scaturire dall’inconscio più profondo dell’uomo. È come se Bunuel con quell’atto del taglio dell’occhio facesse intendere allo spettatore che assisterà a qualcosa che va oltre la rappresentazione tradizionale: la rappresentazione dell’inconscio, con tutte le sue pulsioni, irrazionali, erotiche, violente. E anche ne “Un Cane Andaluso”, si è indotti ad una riflessione sul tempo: le didascalie del film che segnano il tempo sono completamente slegate dalle scene rappresentate, anche qui a testimoniare il non-senso del tempo, che nella dimensione onirica e dell’inconscio non è misurabile, ponendosi essa di fuori del tempo, contro ogni logica di coerenza temporale e causale nella successione degli eventi. Anche nel film di Bergman e nel film di Hitchcock, l’occhio lacerato raffigurato nel sogno simboleggia l’apertura della visione verso l’inconscio, verso una verità dolorosa che lì risiede e che il protagonista non ha fino a quel momento mai visto né voluto vedere.
E ancora altri simboli del Surrealismo si ritrovano nel sogno del film di Bergman (e in quello del film di Hitchcock), come l’uomo senza volto, che riporta alla mente il quadro “Gli amanti” di Magritte (1928), in cui i due amanti che si baciano hanno i volti coperti da un panno bianco che impedisce loro di vedersi e comunicare (come gli amanti dell’ultima scena de “Un Cane Andaluso”, che appaiono sepolti fino ai gomiti nella sabbia, vicini ma immobili, impossibilitati a toccarsi). In Bergman, l’incontro di Isak con l’uomo con il volto coperto da una maschera che ne copre completamente occhi e bocca, pone Isak di fronte alla propria incapacità di vedere e di comunicare.
Ed è grazie a questo primo inquietante sogno, e grazie anche alle sollecitazioni della nuora durante il viaggio (motivata, dall’amore per il marito e per il figlio che porta in grembo, a spezzare un destino di freddezza e aridità) che Isak Borg è indotto a condurre un’ analisi della propria vita di cui percepisce l’imminente fine, e degli errori commessi. Egli affronta se stesso, l’immagine di aridità e freddezza che ha trasmesso a coloro che gli stanno vicino e della quale egli stesso si sorprende, non essendosene mai reso realmente conto prima, completamente assorbito dalla sua dedizione alla scienza ed al proprio lavoro: “Sebbene tu conosca tante cose, in realtà non sai niente” gli rivela la cugina Sara, suo primo amore, in quella sorta di sogno ad occhi aperti che il protagonista rivive tornando al posto delle fragole, ai luoghi cari dell’infanzia .
E ancora il tema caro a Bergman della maschera emerge con straordinaria forza nelle parole lapidarie che la nuora rivolge a Isak: “Lei non è altro che un vecchio egoista, non ha riguardo per nessuno e in vita sua non ha ascoltato che se stesso. Si cela dietro una maschera, un paravento di bonarietà e di modi molto raffinati, ma è solo un perfetto egoista. Anche se tutti la definiscono l’amico dell’umanità noi che la conosciamo da vicino sappiamo chi è e non ci può ingannare”.
Isak è dunque posto di fronte a se stesso: un uomo arido, inflessibile e rigido nei propri giudizi, che si trova alla fine della sua vita e che non ha più tempo. La sua aridità di sentimenti si è ripercossa sul figlio Evald (interpretato dall’attore Gunnar Björnstrand, che ebbe con Bergman una lunga collaborazione, sia teatrale che cinematografica), al quale non ha saputo dare amore (tanto da farlo sentire un figlio indesiderato, e che come Isak, rivela di sentirsi morto, pur essendo vivo), probabilmente perché Isak stesso non ne ha a sua volta ricevuto dalla madre (figura la cui freddezza e rigidità emerge dall’incontro con Isak nella breve visita che, durante il viaggio, il figlio le fa).La sua aridità di sentimenti si è ripercossa sulla moglie, da ciò spinta al tradimento ( è ancora in un sogno che Isak rivive il tradimento della consorte al quale assistette realmente di nascosto ed in silenzio, e ascolta le parole che ella pronuncia su di lui all’amante, con le quali lo descrive come un uomo insensibile e gelido) e sulla fedele ed affezionata governante, da lui sempre trattata con indifferenza e distacco.
Ed è ancora attraverso un altro sogno inquietante, che Isak è messo di fronte ai propri errori, ed emerge il senso di colpa, di inadeguatezza e la paura per la inevitabile punizione: il sogno dell’esame/processo di Isak, apparentemente un esame nei confronti del medico, ma invero un processo nei confronti dell’uomo. Il primo dovere di un medico, dice nel sogno l’esaminatore ad Isak – che di fronte alla domanda di quale esso sia, non sa rispondere – è chiedere perdono; dunque non “non nuocere” (“primum non nocere” secondo il Giuramento di Ippocrate), ma chiedere perdono per gli errori commessi: l’indifferenza, l’egoismo, l’incomprensione, come emerge dalle parole pronunciate dalla moglie nel proseguo del sogno; ecco dunque attuarsi una totale commistione tra uomo e medico. La punizione, fa presente l’esaminatore, è la solitudine.
Così, posto di fronte ad una prospettiva di solitudine e di morte, Isak si risveglia dal proprio torpore emotivo, recuperando la parte più autentica di se stesso, rimasta sopita in questi lunghi anni eppure ancora presente in lui. L’esistenza in Isak di questa parte sopita la percepiamo chiaramente in due momenti del film: il primo, attraverso le parole di Sara, cugina e primo amore di Isak, da lui immaginata nel ricordo provocato dal ritorno nei luoghi della fanciullezza, durante la breve sosta presso la casa dove egli trascorreva l’estate con la sua numerosa famiglia: Sara ci descrive infatti un Isak buono, innamorato, dolce e sensibile. E il secondo attraverso le parole del benzinaio (interpretato da Max Von Sydow, attore feticcio di Bergman – che lo ha trasformato in un’icona del cinema d’autore – e che qui ha un ruolo breve ma importantissimo) presso il cui distributore Isak fa una sosta per rifornire l’auto. Egli che, a differenza di Isak, continua a vivere e lavorare nei luoghi in cui Isak ha trascorso la giovinezza ed ha cominciato la carriera di medico condotto, manifesta tutta la sua stima e riconoscenza per ciò che Isak ha fatto in passato per la sua famiglia (tanto da rifiutarsi anche di ricevere il pagamento del rifornimento e manifestare l’idea di voler dare il nome di Isak al figlio che la moglie aspetta) e gli rivela di come tutti nel villaggio e nei dintorni si ricordino ancora del Dott. Borg. Bergman ci lascia così intravedere un Isak giovane medico agli inizi di carriera, che si prendeva cura con dedizione dei propri pazienti, tanto da esserne ancora ricordato con una tale stima e affetto dopo tanti anni. “Forse avrei dovuto rimanere qui” confessa tra sé Isak, come a riconoscere che sarebbe stato un miglior destino per lui quello di rimanere un piccolo medico di campagna, piuttosto che dedicarsi alla ricerca, ad un ruolo di scienziato che gli ha portato importanti riconoscimenti professionali ma lo ha distaccato dai rapporti umani.
Fulcro di questo risveglio emotivo è il ritorno al posto delle fragole, luogo della giovinezza di Isak, che suscita in Isak i ricordi del passato e che è anche all’origine dell’incontro con i tre giovani ai quali egli dà un passaggio durante il viaggio e che lo pongono nuovamente a contatto con la spensieratezza e la freschezza della gioventù, con la dimensione del gioco ma anche con la spiritualità. Essi sono infatti l’occasione per trattare alcuni temi cari al regista, che costituiscono il tema centrale di un altro capolavoro di Bergman, “Il settimo sigillo” (anch’esso del 1957) e che qui rimangono sullo sfondo: il rapporto tra razionalismo e fede, religione e scienza – qui affidato al dialogo che si svolge durante il pranzo in terrazza tra Anders, studente di teologia e fidanzato della giovane Sara, interpretata non a caso dalla stessa attrice che interpreta la Sara cugina di Isak, Bibi Andersson, e Victor, studente di medicina e amico di quest’ultima – ed il tema della ricerca di Dio, del suo silenzio, in cui si consuma il tormento del cavaliere Antonius Block (ancora interpretato da Max Von Sydow) ne “Il settimo sigillo”; tema che ne Il posto delle fragole si esprime attraverso la poesia recitata da Isak (con l’aiuto dei suoi commensali) “Dov’è l’amico che il mio cuore ansioso ricerca ovunque senza aver mai riposo?”, in cui si manifesta l’esigenza di una comunicazione con Dio, la cui presenza è solo intuita ma non percepita con i sensi . Dirà a tale proposito Antonius Block nella bellissima scena della confessione: “Perché, perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? …. Perché io dovrei aver fede nella fede degli altri?… Io vorrei sapere, senza fede, senza ipotesi, voglio la certezza, voglio che Iddio mi tenda la mano e scopra il suo volto nascosto e voglio che mi parli”.
Il posto delle fragole diviene così un luogo dell’anima, in cui Isak ritrova la parte più autentica di se stesso, che è propria dell’infanzia. Il film ci comunica come è la fanciullezza l’età più pura e incontaminata dell’uomo, in cui l’uomo si pone in modo totalmente spontaneo ed istintivo a contatto diretto con la natura e con gli altri. Poi la vita progressivamente corrompe, allontana l’uomo da se stesso, caricandolo di sovrastrutture, lo trasforma ed abbruttisce se egli non sa conservare dentro di sé un luogo in cui coltivare la parte più vera di se stesso. E così nella parte finale del film si assiste al tentativo di Isak di superare il proprio isolamento, il proprio distacco emotivo e alla riconciliazione con i suoi cari (emblematici i dialoghi con la nuora ed il figlio e splendido quello con la governante).
Tutto il film si dipana dunque su un doppio binario, fisico e reale, ed interiore, dell’anima: il viaggio è un viaggio reale ed un percorso interiore del protagonista; l’accusa e la condanna sono vissute da Isak su un piano reale, nelle parole della nuora Marianne, e nel proprio inconscio, attraverso l’esame-processo subito nella dimensione del sogno; l’incontro con la giovinezza è vissuto su un piano reale, mediante l’incontro con i tre giovani, ed in particolare con Sara, che è l’emblema della spontaneità e della spensieratezza propria dell’età giovanile, ed è vissuto su un piano interiore mediante il recupero dei ricordi del passato. Il ritorno al posto delle fragole è dunque il ritorno ad un luogo reale, realmente ritrovato da Isak nella sosta presso la casa di villeggiatura della sua fanciullezza, ma al contempo un luogo interiore; un luogo che è racchiuso in ciascuno di noi ed in cui sono custoditi i ricordi dell’età felice e la parte più autentica di noi stessi; ed è lì, sembra suggerirci Isak accingendosi a addormentarsi serenamente nel finale del film, che nei momenti di preoccupazione e tristezza possiamo rifugiarci, trovandovi consolazione, pace, serenità.
Intenso lo sguardo a cui Bergman ci induce, con questo indimenticabile film, sull’animo umano. Mi piace ricordare ciò che di lui disse l’attrice Liv Ullmann, che è stata sua compagna, in un’intervista che Gian Luigi Rondi fece nel 1969 a Bergman stesso e che raccoglie anche le testimonianze di alcuni attori che hanno lungamente collaborato con questo insuperato regista (oltre a Liv Ullmann, Max Von Sydow e Gunnar Björnstrand):
“Nel suo desiderio di far capire agli uomini di oggi il significato vero di questa nostra esistenza si riassumono tutte le sue sofferenze e tutte le sue aspirazioni”.