di Bartolomeo Di Monaco
Affetta da tumore maligno la nostra oca Giosuè (l’ultima delle 4 che avevamo in origine) sta morendo. Un eventuale intervento chirurgico la priverebbe di un’intera ala e di metà dell’altra, senza dare assicurazioni di guarigione. Mutilata a quel modo il suo equilibrio sarebbe perduto. Siamo molto addolorati, soprattutto mia moglie, che passa alcune ore della giornata accanto a Giosuè riempiendolo di baci. Qualche giorno fa ha scritto per lui questa lunga poesia di congedo piena di ricordi, di malinconia, di dolore e soprattutto di amore e di speranza.
IL PONTE DELL’ARCOBALENO
Ti scorgo,
in un angolo del giardino,
solo, accovacciato,
gli occhi spenti;
sbiadito
il cordoncino arancione
tra le orbite
sempre più incavate,
sporco il piumaggio.
Mi vedi.
Invano cerchi di rialzarti,
salutarmi vorresti, lo so,
come un tempo;
ma un debole suono
esce appena
dalla tua bocca!
O mio Giosuè,
ribellati!
Liberati (almeno tu!)
da quella passiva
cristiana rassegnazione
al dolore,
necessaria, dicono,
ai fini della salvezza.
Non hai nulla
da farti perdonare
tu,
vittima innocente.
Reagisci al terribile male
che ti ha colpito!
Ricordati
di quale coraggioso
condottiero
porti il nome!
Mi mancano
i tuoi giochi
nell’acqua,
i tuoi tuffi,
quel tuo leggero scivolare
sotto la superficie:
le ali lungo il corpo
raccolte;
protesi in avanti
il collo e la testa;
le gambe allungate
all’indietro,
abbandonate nell’acqua,
le palme aperte
come ventagli
di color arancio.
Ora emergi.
Leggero ondeggia
come foglia sull’acqua
il tuo corpo:
gocce di ogni dimensione,
straordinariamente piccole
alcune, ma tutte
perfettamente rotonde
e trasparenti come sfere di vetro,
sostano,
leggermente tremolanti,
sul tuo dorso e sul tuo capo.
Avanzi…
sempre più veloce.
La testa di nuovo
immergi e risollevi
dall’acqua
all’istante;
e con movimenti
continui
ritmati
frenetici
incessanti
del collo sinuoso,
leggermente
piegato all’indietro,
ti getti l’acqua
sul dorso.
L’allegro sciacquettio
delle tue ali
che sbattono sull’acqua
sollevandone gocce,
spruzzi,
piccoli getti,
si diffonde tutt’intorno.
Anche le tue capriole
mi mancano;
quel tuo brevissimo
sostare immobile
a testa all’ingiù
per mostrare superbo
il morbido
gonfio cuscino
di piccole, folte piume
sotto la tua coda.
Ecco allora all’improvviso
il tuo velocissimo
alzarsi in volo
e il planare a terra
sicuro
senza alcuna oscillazione.
Per un istante
ad ali completamente aperte
rimani,
orgoglioso di mostrare
la varietà e la bellezza
delle tue piume.
Poi con forza inizi
a sbatterle
per scuoterne l’acqua
e allora un leggero
venticello m’investe
insieme a schizzi
e spruzzi d’acqua
e al tuo gaio starnazzare
felice delle mie
grida di gioia
e dell’applauso
delle mie mani.
Finalmente
il rito della pulizia
ha inizio:
si allunga il collo
e al modo di una serpe
si gira e si rigira
in un movimento frenetico,
portando la testa e il becco
su tutto il corpo:
sotto le ali,
sul dorso,
tra le zampe,
sul petto,
sotto la coda,
sul basso ventre,
per asportarne
le piume superflue
e ogni residuo
d’impurità.
Infine
il meritato riposo:
il collo dolcemente piegato
all’indietro,
quasi del tutto nascosto
il becco arancione
tra le ali;
gli occhi socchiusi,
ben visibili
le graziosissime
piccoli
ciglia bianche;
immobile,
in equilibrio su una sola zampa,
ti asciughi al sole.
Mio amatissimo,
non avere paura!
Tu sei me
ed io sono te.
La tua sofferenza
È la mia sofferenza!
Al disfacimento del mio corpo
tra poco dovrò anch’io
soggiacere
impotente.
Quando t’incontrerò
sul Ponte dell’Arcobaleno
ci riconosceremo
e finalmente saremo,
tu ed io,
una cosa sola.
23 gennaio 2026