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Coppi. «Il presidente ha grande sensibilità politica. E ha indicato un percorso per la grazia »

14 Agosto 2013

di Dino Martirano
(dal “Corriere della Sera”, 14 agosto 2013)

ROMA – Il professore Franco Coppi, il difensore di Berlusconi che da qualche mese si è unito alla squadra guidata da Niccolò Ghedini, appare decisamente soddisfatto dopo aver letto la nota del Quirinale: «Il presidente ha voluto sdrammatizzare sul carcere e ha indicato un percorso al temine del quale, eventualmente, si potrà ragionare sulla grazia ».

Avvocato, quale lettura politica dà della nota del capo dello Stato?
«A me pare che sia un messaggio in cui la posizione di Berlusconi è stata inserita molto bene in una prospettiva politica generale. E, poi, ci sono anche delle considerazioni giuridiche indubbiamente ineccepibili. Per cui mi sembra che il presidente non intenda assumere nessuna iniziativa se non c’è una domanda (di grazia, ndr ). È vero che non è stata presentata nessuna domanda di grazia però quello del presidente mi sembra un messaggio molto calibrato, molto attento ad immergere la questione in un quadro politico generale avendo come obiettivo quello di ricreare un clima di solidità e di serenità ».

Il capo dello Stato, tuttavia, ha piantato molti paletti. Sintetizzando: le sentenze si possono criticare ma vanno rispettate.
«Più che rispettate le sentenze vanno eseguite. Penso sempre al caso di un mio cliente della cui innocenza non ho mai dubitato: a lui sarebbe un po’ dura dire che deve rispettare la sentenza ».
Napolitano ribadisce che Berlusconi non dovrà espiare in carcere la pena detentiva e che le «alternative possono essere modulate tenendo conto delle esigenze del caso concreto ».

Questo già si sapeva ma cosa vuol dire che lo abbia ripetuto il capo dello Stato?
«Il presidente ha voluto tracciare il quadro complessivo di tutte le soluzioni e credo che lo abbia fatto anche un po’ per sdrammatizzare e togliere di mezzo questo tema secondo il quale senza la grazia Berlusconi debba finire assolutamente in carcere. Credo che il presidente abbia ricordato che ci sono anche tante altre soluzioni ».

Napolitano ha indicato un percorso al termine del quale, se richiesto, potrebbe esserci un atto di clemenza individuale?
«Il presidente ha voluto inserire l’eventuale discorso sulla grazia nell’ambito di un complesso di soluzioni sulla posizione dell’onorevole Berlusconi che permettono poi anche di valutare l’effettiva importanza e incidenza del provvedimento di grazia ».

È presto per dire se il suo assistito seguirà questo percorso?
«Il presidente ha addirittura indicato la norma del codice di procedura penale che deve essere seguita. Avendo escluso provvedimenti motu proprio , l’alternativa è ovviamente quella della richiesta a cui segue una serie di adempimenti ».

Se Berlusconi accettasse l’affidamento ai servizi sociali lei crede che, all’esito della prova, verrebbero sospesi gli effetti penali prodotti dalla legge Severino sulla decadenza e sulla incandidabilità?
«Questa è una soluzione che andrà studiata con molta attenzione perché c’è tutta una serie di problemi giuridici in relazione a questa possibilità. Tutto dipende se questa benedetta decadenza va considerata un effetto penale ».

C’è una sentenza del consiglio di Stato che la inquadra come misura di natura amministrativa.
«Ecco, il problema è molto complicato ma è chiaro che lo affronteremo ».

L’eventuale grazia riguarderebbe la pena principale e anche quella accessoria. Il testo del Quirinale sembra escludere la seconda ipotesi.
«È pacifico che la grazia può incidere sia sulla pena principale sia su quella accessoria. Adesso, naturalmente, può essere concessa solo per la pena principale o solo per la pena accessoria. Non so dire se l’affermazione del presidente sia mirata all’una o all’altra soluzione ».

Napolitano cita un altro premier condannato «in un non lontano passato » a una pena detentiva. A chi si riferisce?
«Credo a Forlani. Mi pare che abbia avuto l’affidamento ai servizi sociali ».

Dunque, cosa dirà Berlusconi?
«Direi che Napolitano ha dimostrato grande sensibilità politica affermando che oggi non ci troviamo di fronte a un semplice problema individuale ma davanti a un problema che va visto nella prospettiva di ristabilire un clima di serenità e di stabilità. È una questione che va considerata nell’interesse generale del Paese ».


Così la clemenza del Colle scatenerà l’ira dei forcaioli
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 14 agosto 2013)

La sola possibilità che Silvio Berlusconi venga graziato scatena i forcaioli d’Italia e di mezzo mondo. È la dannazione che vive questo Paese in cui la giustizia è stata usata per troppi anni come arma di lotta politica. Ed è proprio per questo che quella grazia dovrebbe arrivare.

Leggete qui per averne la prova. Perché qui raccontiamo un pezzo di Paese che nelle procure e nei tribunali ha giocato una partita che con la giustizia aveva davvero poco a che fare. Cominciate da Gherardo Colombo, noto per essere stato l’ideologo del pool Mani Pulite, quello che mise in ginocchio tutti i partiti della repubblica tranne il Pci (che già aveva cambiato il nome in Pds). In un suo scritto, appendice del libro In nome dei pubblici ministeri di Gargani e Pannella, il pm di Magistratura democratica anticipava quale sarebbe stata la linea dei magistrati per combattere una politica non gradita. Il giudice – scriveva Colombo – deve svolgere un ruolo politico perché deve surrogare il ruolo di un’opposizione politica inefficiente per via della scelta consociativista della sinistra storica. In sostanza – sosteneva Colombo – il giudice deve avere un doppio ruolo: scendere in campo e sostituirsi all’opposizione parlamentare ogni qualvolta questa si dimostri incapace o impossibilitata a ribaltare la situazione. Pago di aver aperto il filone della magistratura militante, Colombo ora siede nelle stanze del potere più consociativista del Paese, il consiglio di amministrazione della Rai, ovviamente in quota Pd.

Sono così questi giudici, partono con la rivoluzione e arrivano alla pensione con la lottizzazione. È successo anche a un altro esponente di spicco di Magistratura democratica, Vittorio Borraccetti, che come magistrato sul campo si è fatto notare solo una volta, come coautore, insieme ad altri colleghi, di una clamorosa bufala giudiziaria, il caso (insoluto) di Unabomber. Presero fischi per fiaschi, indagarono e massacrarono un innocente che solo dopo un calvario giudiziario fu liberato con tante scuse (non le loro ovviamente). Ebbene, questo genio dell’investigazione, nel congresso di Magistratura democratica del 2000 tenne una relazione nella quale si teorizzava il dovere morale e politico di abbattere il governo Berlusconi. «Il conflitto di interessi dell’onorevole Berlusconi – disse – pesa come un macigno sulla democrazia italiana anche per la presenza nel suo schieramento di componenti politiche, pur minoritarie, che si richiamano esplicitamente al fascismo e alla xenofobia. E il suo schieramento – aggiunse – è pericoloso anche perché tende a mettere in discussione i fondamentali dell’attuale assetto costituzionale adoperando a tal fine, specie nel suo leader, una demagogia fondata su parole d’ordine semplici e accattivanti che assecondano gli istinti meno nobili del corpo sociale ».

Per ammissione di uno dei leader di Magistratura democratica Berlusconi andava quindi perseguito non per reati specifici e provati ma in quanto politico molto votato e alleato con la Lega e An. Del resto Vittorio Borraccetti non ha fatto altro che appiccicare nomi e cognomi al teorema fondante di questa corrente, che nel congresso di Catania del 1972 prese il nome di «uso alternativo del diritto ». Sentite cosa disse a proposito il giudice Di Lello: «Con questo congresso dobbiamo decidere se Magistratura democratica, nata per contrastare le mistificazioni della giustizia borghese, debba oggi accettare di farsi garante di una eventuale repressione dell’area del dissenso, magari in una ipotesi di compromesso storico ». E il magistrato Libero Mancuso ammetteva: «Siamo figli del Sessantotto perché siamo cresciuti con quelle lotte e al fianco di esse ». Giacomo Conte, giudice del tribunale di Palermo, affermava che «era inaccettabile il punto di vista di chi intende identificare il movimento democratico, del quale noi siamo parte integrante ed essenziale, soltanto nel Pci e nelle forze prevalenti delle federazioni sindacali lasciando fuori i collettivi di base, i gruppi della nuova sinistra, i consigli di fabbrica, i movimenti dei diritti civili e femministi, cioè i poli di aggregazione di una autentica espressione proletaria capace di prefigurare la costruzione della società socialista ».

Il magistrato come un Cobas, un No Tav, un no global, infarcito di ideologia comunista e pronto a tutto per metterla in pratica, fino a teorizzare la possibilità di una «giurisprudenza alternativa » e del «diritto diseguale » a seconda del giudizio politico. Come Antonio Bevere, il giudice che ha condannato al carcere il sottoscritto, che da sostituto procuratore di Milano ebbe a dire: «Il capitalismo è il vero nemico della democrazia ». E la magistrata Elena Paciotti: «Quando un giudice di Magistratura democratica si trova di fronte un imprenditore e un lavoratore deve considerarli uguali davanti alla legge o assumere un atteggiamenti parziale? ». Domanda retorica. La risposta è arrivata nei fatti. E figuratevi quanto possono essere stati parziali i magistrati di Magistratura democratica quando si sono trovati davanti l’imprenditore Silvio Berlusconi che con Forza Italia uccise nella culla il loro sogno di arrivare per via giudiziaria (Mani Pulite) a un’Italia comunista.


Incandidabilità conta la data della sentenza
di Ugo De Siervo
(da “La Stampa”, 14 agosto 2013)

In una stagione difficile delle nostre istituzioni e non poco tormentata per le continue polemiche, sarebbe opportuno almeno intendersi sul significato effettivo delle parole e sul contenuto delle norme che si cerca di applicare o di eludere. Invece, non di rado sembra di essere davvero in una sorta di confusa recita.

Recita nella quale molti attori improvvisano, usando perfino parole inventate o dal significato improprio.
Solo un primo esempio «minore »: qualche giorno fa un noto esponente della Lega non ha trovato di meglio, per continuare a polemizzare con il ministro Kyenge, di lanciare l’idea di un referendum abrogativo della legge che disciplinerebbe il “Ministero” da lei diretto, allorché un parlamentare di lungo corso come Salvini dovrebbe sapere che i Ministri “senza portafoglio”, come la Kyenge, non sono a capo di un Ministero, ma sono invece incardinati nella Presidenza del Consiglio.

Che dire poi dell’ardito neologismo «agibilità politica » che si vorrebbe garantire ad ogni costo al senatore Berlusconi, di recente – come ben noto – condannato in via definitiva? Nel linguaggio comune si dovrebbe parlare di privilegio sul piano del trattamento penale per un esponente politico di particolare rilevanza, peraltro in deroga del tutto evidente all’aureo principio di eguaglianza, sorto proprio per affermare che anche i «Principi » sono sottoposti alla legge, come tutti i cittadini.

Ma soprattutto un chiarimento appare necessario in relazione all’affermazione di alcuni che sarebbe inapplicabile al senatore Berlusconi o palesemente incostituzionale, in quanto retroattiva, la recente legislazione in tema di incandidabilità, che lo escluderebbe dalle liste elettorali per almeno sei anni, così come da cariche di governo. Infatti, la recentissima legislazione del 2012 si applica pacificamente a tutti coloro che siano stati ritenuti colpevoli in via definitiva per alcuni gravi delitti non colposi: ciò senza distinguere se i delitti siano stati compiuti prima o dopo il momento in cui queste disposizioni sono state rese più severe.

Ma, così argomentando, si dimentica che il divieto di retroattività è assoluto solo per le sanzioni penali, come garantito dall’art. 25 della Costituzione, mentre in tutti gli altri casi il legislatore può disporre anche retroattivamente, salva solo l’eventuale palese irragionevolezza della disciplina. Nel caso a cui ci si riferisce esisteva un forte allarme sociale per fenomeni di diffusa illegalità e per anomali rapporti fra parti delle classi politiche e soggetti di dubbia correttezza amministrativa; anche da ciò la consapevole scelta del nostro legislatore di rendere più stringente la precedente disciplina, chiedendo in particolare più severi requisiti per coloro che intendono candidarsi alle elezioni o rimanere ad operare nelle assemblee elettive, così come è reso largamente possibile al legislatore dall’art. 51 della Costituzione.

In quest’opera di opportuno rafforzamento della precedente legislazione è rimasto ovviamente confermato il principio che, al fine di ridurre i pericoli di degrado delle assemblee elettive, ciò che conta non è la data di compimento dei reati, ma il passaggio in giudicato della sentenza che ha accertato in via definitiva la colpevolezza dell’imputato che desidererebbe restare od entrare nelle assemblee rappresentative.


C’è la prova: il giudice è stato pagato
di Massimo Malpica
(da “il Giornale”, 14 agosto 2013)

Ecco la prova
Il “Fatto” prova a smentirci. E sbaglia

Roma – La cifra incassata non sarà esorbitante, e non è dato sapere – a meno che non voglia dircelo lui – se la paghetta ha cadenza mensile, annuale o se sia un’elargizione una tantum. O se magari serve per fare beneficenza. Ma il dato in sé non è certo indifferente, perché sembra provare che il giudice Antonio Esposito percepisca compensi dall’Istituto di formazione di famiglia, l’associazione culturale senza scopo di lucro Ispi di Sapri.

Un estratto del conto corrente dell’Ispi, aperto presso una filiale romana dell’Ubibanca, del quale il Giornale è venuto in possesso, riporta infatti un «bonifico sportello » per l’importo di 974,56 euro dalle casse dell’associazione culturale/agenzia di formazione a favore di Antonio Esposito e Maria Giffoni.

La causale del pagamento è «compenso direzione centro di consulenza Sapri ». La data dell’operazione indica lo scorso 27 maggio, dunque il «centro di consulenza » al quale si riferisce la causale è probabilmente lo stesso inaugurato a inizio febbraio dall’Ispi a Sapri – in convenzione e con il contributo della Provincia di Salerno – del quale ci siamo occupati ieri a proposito dell’apparente coinvolgimento, in mancanza di autorizzazioni del Csm, dell’alto magistrato nelle attività dell’Istituto di famiglia.

Il magistrato, dunque, risulta beneficiario – insieme alla moglie – di un «compenso » per un ruolo direttivo nella struttura aperta dall’Ispi. E va ricordato, come già scritto ieri, che proprio il presidente della sezione feriale della Corte di Cassazione Esposito a novembre 2012 si era presentato a firmare una convenzione con l’istituto statale Dante Alighieri di Sapri in qualità di «rappresentante dell’Ispi e del Centro di consulenza psico-pedagogica presso la sede di Sapri ».

Quei mille euro scarsi, insomma, sembrano collidere con l’autodifesa del magistrato, che Esposito giorni fa aveva affidato a un comunicato. Citando, a proposito del suo coinvolgimento nell’Ispi che aveva portato il Csm a decidere per il suo trasferimento d’ufficio (poi annullato dal Tar quando Esposito era già in Cassazione), un virgolettato tratto da un altro verbale del Csm del luglio 2000: «L’accurato accertamento della Sezione Disciplinare (…) consente di rivalutare nel merito l’attività compiuta dal Dott. Esposito presso l’Ispi di esclusivo impegno didattico, senza interessi patrimoniali, regolarmente autorizzata e di nessun intralcio per il normale svolgimento delle funzioni giudiziarie ». Il 2013 non è il 2000, ovviamente. Ora l’interesse patrimoniale sembra esserci, mentre non c’è traccia dell’autorizzazione a ricoprire incarichi nella scuola da parte di Palazzo dei Marescialli. Non ve n’è traccia, almeno, fino a due settimane prima di quel bonifico per «compenso direzione centro di consulenza », visto che non risultano autorizzazioni per incarichi extragiudiziari concesse dal Csm a Esposito nell’ultimo elenco pubblicato sul sito web del Consiglio superiore, che «copre » il periodo fino al 13 maggio scorso. Magari l’ha chiesta in quei quattordici giorni, in tempo per l’accredito, ma non ci è possibile appurarlo.

Di certo, se la causale del bonifico non è misteriosamente errata, allora la stessa coinvolge il nome del magistrato in un ruolo direzionale nel centro gestito dall’Ispi. Ruolo che lo stesso Esposito aveva tenuto a smentire nell’ampia replica ospitata ieri sul Fatto Quotidiano, citando ancora il Csm che non confermava la testimonianza di un capitano dei carabinieri «in merito al ruolo di direttore, amministratore o organizzatore di Esposito » nell’Ispi. L’alto magistrato, per il Csm, «svolgeva esclusivamente attività d’insegnamento, non si occupava in alcun modo direttamente o tramite la moglie dei profili gestionali dell’istituto ». Va detto che il magistrato si riferiva al passato, alle contestazioni oggetto del procedimento disciplinare davanti al Csm poi annullato dal Tar e smontato dallo stesso consiglio superiore anni dopo.

Da allora le cose sono forse cambiate, se le convenzioni di fine 2012 con l’istituto statale di Sapri e con la provincia di Salerno sono firmate rispettivamente dalla toga e da sua moglie. Ossia i due beneficiari di quel bonifico. Qualora Esposito obiettasse che la cifra accreditata il 27 del mese, giorno canonico per il pagamento degli stipendi, è il compenso della sola moglie versato su un conto cointestato, la scelta suonerebbe comunque inappropriata, perché i soldi dell’Ispi a cui Esposito si dice estraneo – pur firmando atti per conto dell’associazione e presenziando come relatore agli eventi della stessa – finiscono nella sua disponibilità. E perché in un bonifico, anche se diretto a un conto cointestato, va indicato solo il nome del reale beneficiario.


Che peccato questo gran rifiuto di Marina Ma non è ancora detta l’ultima parola
di Maria Giovanna Maglie
(da “Libero”, 14 agosto 2013)

Peccato, davvero un peccato, gentile Marina Berlusconi, che lei sia pur in pieno diritto abbia ritenuto di escludere un suo coinvolgimento in politica, anche se mai dire mai, basterebbe ricordare l’inizio tormentato dell’avventura di suo padre e le smentite categoriche poi categoricamente smentite della travagliata stagione tra l’estate e l’autunno del 1993. Peccato soprattutto che la sua nota secca e chiara per dire ancora una volta che non ne vuole sapere e resta a dirigere le aziende di famiglia, arrivi proprio nel giorno in cui chiunque coltivasse speranze da bianca colomba in pronunciamenti ferragostani del Colle, chiunque credesse o fingesse di credere che Giorgio Napolitano intenda muovere una briciola del suo enorme potere per risolvere il problema del Cav, del Pdl e dunque del governo che tanto gli sta a cuore, è stato cocentemente deluso. No, il Cav e i suoi elettori devono tacere e subire, il governo però non si tocca. Contenti? Alle colombe è consentito di continuare a sperare, io sono un po’ stufa di riflessioni pensose, di senso di responsabilità ostentato anche quando il terreno frana. Se ha colombe tra i suoi consiglieri, il mio personale consiglio è di non ascoltarli, come fece a suo tempo il Cav che nel 1994 non ascoltò chi gli suggeriva di restarsene fuori

Le sottolineo la coincidenza del suo gran rifiuto con il pronunciamento del Quirinale perché è evidente da quelle parole che suo padre forse può evitare il carcere, magari può aspirare a una futura clemenza, persino potrà sognare una riforma della giustizia, ma di certo viene dato per liquidato come leader politico. Davvero in famiglia credete di trovare rapidamente e con successo un’altra soluzione? Un segretario c’è già, è anche vice premier e ministro dell’Interno, quid, come direbbe suo padre, zero, ambizioni di grande centro democristiano tante, e così i voti si squagliano come ghiaccioli al sole, è già successo, e con i voti se ne va quel poco di protezione che ancora resta alle vostre aziende. Davvero crede che i guadagni che avete con sollievo accolto per le suddette aziende dureranno, a ritmo di spread che scende, visto che questo governo niente fa per la ripresa economica vera e tutto rinvia a decisioni di altri prese altrove, segnatamente fuori dall’Italia?

Lei certo ha motivazioni legittime, e mi provo a figurarle nel caos di pettegolezzi che ormai circonda la cosiddetta vita politica italiana rendendo tutto uguale e banale. Vive una vita di privilegio, lavora il giusto, si espone solo se e quando è lei a deciderlo, dalle cattiverie si scansa con relativa facilità; probabilmente non si sente adeguata, vuoi per l’ingombrante modello vuoi perché la politica dovrebbe essere un mestiere per gente preparata, vuoi infine perché anche una principessa borghese sempre donna è, un filo di insicurezza in più nella vita pubblica se lo porta dietro. Posso immaginare la repulsione alle dichiarazioni volgari di un Saviano che lei da editore ha favorito, guadagnandoci certo, non immaginando che avrebbe in segno di riconoscenza parlato delle sue «sporche impronte ». Si dice infine, e lo prendo per probabile, che per primo un Cav furioso e depresso di questi giorni non voglia saperne di immolarla.

Che vuole che le dica? Ci pensi, pensateci, ancora e poi ancora. Le grandi famiglie seguono un destino comune anche ad alto costo, e io non credo proprio che, una volta liquidato lui, risparmierebbero l’impero. Sono giacobini, pensano che il denaro sia sterco del demonio, si nutrono di terzomondismo d’accatto, sognano sempre nuove tasse per chi abbia avuto l’ardire di arricchirsi producendo. Ritirandosi dalla pugna non si salva. Se fa il grande gesto invece quasi sicuramente vince, e non solo per il suo cognome. Sarebbe Marina 1 la vendetta. Poi si impara soprattutto se ci si circonda bene, non disperi, guardi il livello del governo in carica dei bravi ragazzi che Napolitano vuole tenere inchiodati al loro nulla.


Letto 1969 volte.


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Bart