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Il rischio di elezioni inutili

17 Gennaio 2013

di Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”, 17 gennaio 2013)

I partiti che oggi si presentano agli elettori sono gli stessi che non sono riusciti a riformare la legge elettorale, a dimezzare il numero dei parlamentari e ad abolire le province, nonostante avessero scaricato sul governo dei tecnici il lavoro sporco per rimettere i conti in ordine e avrebbero dunque potuto, nel frattempo, ristrutturare e alleggerire i palazzi in cui abitano.

In quattro anni il centrodestra non ha mantenuto le promesse elettorali (liberalizzazioni, compressione del carico fiscale, riforme di struttura) e il centrosinistra nell’anno di grazia del salvataggio dei professori non ha portato a casa nemmeno un ritocco alla legge-porcata. Evidentemente il Porcellum non era così tanto sgradito ai partiti. Di sicuro ha continuato a garantire il collocamento dei cooptati, messi in sicurezza spesso a una distanza siderale rispetto ai luoghi di residenza, in cui nessuno li ha mai visti né conosciuti, trattandosi per l’appunto per lo più di gregari, al seguito di capi-corrente.

Ed è ovvio che un cooptato-gregario di Torino venga mandato a Firenze o Milano, o che un cooptato-gregario di Belluno vada in Calabria. Perché lì nessuno lo conosce e quindi nessuno si può lamentare. È capitato anche nel Pd, nonostante le primarie, benché in misura ridotta rispetto agli altri partiti.

Il collegio uninominale avrebbe invece garantito condizioni uguali e ugualmente rischiose per tutti (leader, peones, gregari) e una maggiore governabilità. I partiti, messi i candidati nel buco nero delle lunghe liste bloccate, sono ora pronti a chiedere il voto «utile », che tuttavia rischia di diventare «inutile », considerando che già si discute di eventuali alleanze post-elettorali, convergenze più o meno parallele, accoppiamenti per disperazione, desistenza e altre alchimie.

Questa prima occasione mancata fa il paio con la seconda. Sono stati strozzati sul nascere i tentativi di convertire le contrapposizioni gladiatorie della Seconda Repubblica in un bipolarismo civile, di pari passo con l’esclusione dai due poli delle componenti più moderate e meno ortodosse. Casini e Fini hanno già da tempo abbandonato il vascello berlusconiano. Poi è arrivata la sorda secessione dei «nuovi democratici » renziani.
Diciamo la verità. Bersani è stato abilissimo nel mettere completamente fuori gioco Renzi e i suoi. E la bersanizzazione del renzismo ha fatto venire meno ogni argine sia contro il ritorno di Berlusconi sia verso la mutazione genetica del Professore. Le lodi sperticate di D’Alema a Renzi mettono il sigillo sulla strategia della ditta, creando francamente un po’ di sconcerto in chi aveva sostenuto entusiasticamente il secondo.

Di fronte alle due occasioni perse dai partiti, Mario Monti ha colto la sua. Un po’ volpe un po’ leone ha intravisto uno spazio politico da occupare. D’altro canto, da Machiavelli in poi, le virtù dei principi restano aleatorie se non incontrano circostanze propizie e non si uniscono con un po’ di fortuna. Preoccupato che i partiti buttassero a mare le riforme fatte, il professore nel giro di un attimo ha cambiato le scarpette e si è buttato nella mischia. E, detto per inciso, Monti impara in fretta. Dalla grigia conferenza stampa che ha dato un insipido avvio alla scalata politica del prof. alle bordate al Berlusconi-pifferaio con tanto di occhio sgranato, sopracciglio inarcato e lettera-acca superaspirata di «Hhhamelin », di acqua ne è passata sotto i ponti.
Ma anche l’intera galassia che dall’antipolitica di Grillo arriva sino a Ingroia si è avvantaggiata delle occasioni perdute, in particolare la prima, il fallimento delle riforme anticasta. Ingroia non ha esitato un attimo ad acchiapparsi il più votato degli ex grillini e si è costruito uno spazio politico solo di un punto sotto a Sel.

Chi perde e chi raccoglie. E qui stanno i rischi di una elezione potenzialmente inconcludente e le congetture che cominciano a diffondersi che la prossima legislatura possa essere breve nonostante l’enorme vantaggio di cui godrà in termini di seggi il Pd e nonostante la compattezza del gruppo parlamentare guadagnata da Bersani. Staremo a vedere. Certo è che tra incertezze, calcoli e pre-tattiche, rimangono sullo sfondo le proposte concrete e alternative dei partiti ai cittadini. Un discorso intenso e appassionato sul rilancio di un Paese stremato. Per poter alzare lo sguardo e non doverlo abbassare giù giù verso i laboratori interrati degli alambicchi politici. A cos’altro serve la politica?


Da Ingroia a Monti, via Vendola ecco il governo di Bersani che farà ridere l’Europa
di Redazione
(da “Libero”, 17 gennaio 2013)

“Specialisti in ammucchiate. Since 1996”. Potrebbe essere questo il nuovo claim elettorale di Pierluigi Bersani. E a guardare gli esiti del passato, Ulivo e Unione, non c’è da stare allegri. Il Pd è riuscito in un impresa non da poco: delapidare una vittoria netta che sembrava certa solo qualche settimana fa. Poi arrivano le cavallette che si sono divorate quel vantaggio che sotto le primarie teneva Pier in tabaccheria tutti i giorni per comprare un toscano all’aroma di vittoria. Ma boccata dopo boccata si è addormentato. E così Monti è salito in politica, Silvio si è rimesso in corsa a 300km orari e Ingroia ha fatto saltare il tavolo del Senato. Così Bersani che già si sentiva come Hollande e si vedeva a mangiare agnoletti dalle sue parti con Monsieur le President, ora ha paura. Anzi terrore. Da solo non ce la fa. Come fare allora?

Tutti insieme – Semplice: mettiamoli tutti insieme, avrà pensato Pier nelle notti insonni di Bettola. Non sa nememno fingere, così i bluff e i giochini sotto il tavolo sono saltati fuori nel giro di poche ore. Ha quasi siglato un accordo con il Prof per avere un sostegno nel dopo-voto, si tiene stretto Vendola, e in silenzio prova a dare gli ordini ad Ingroia a colpi di “desisti, desisti, desisti”. Tutti i personaggi del grand ebluff sanno portare la sceneggiata fino in fondo. Ma pensano di avere di fronte un pubblico ingenuo. Il blocco finge di unirsi in un fronte anti-Cav e intanto prende in giro gli stessi elettori. Se voti Monti te lo ritrovi con Bersani al governo. Se voti Bersani te lo ritrovi con il Prof in consiglio dei Ministri, se voti Vendola ti becchi Nichi, Prof e Pier in un colpo solo. A questo punto ci sono i delusi. Quelli che vogliono fare i big ma hanno bisogno di una stampella per rafforzare le ossa. Ingroia è uno di questi. E dopo aver fatto il gradasso sputtanando il Pd sulla richiesta per ritirare le liste per il Senato per non rompere le uova nel paniere a Bersani, ora l’ex pm che fa? Semplice anche in questo caso: smentisce se stesso. “Accordo per il Senato? Beh possiamo parlarne”. In politica tutto ha un prezzo. E se Ingroia fa l’assist a Bersani, il segretario dovrà sdebitarsi una volta arrivato a palazzo Chigi. Risultato? Un bel governone con Pd, Sel, Rivoluzione Civile, Udc, Scelta Civica e Fli. Una bella ammucchiata. Old style. Questa volta chi sarà il giuda a far crollare il castello di sabbia nel giro di pochi mesi? Vendola che si arrabbia con il ministro Monti? O il Prof che tirerà le orecchie al ministro Fassina? O ancora Ingroia perché si è stufato e vuole tornare in Guatemala? Una cosa è certa se questo sarà il grande cocktail di governo per non far vincere Silvio, puntate gli orologi dalla mezzanotte del 25 febbraio e contate quante ore durerà il nuovo esecutivo. In Europa lo sanno. Ma non lo dicono.


Il Cav. dice sì a tutti ma prepara sorprese choc nelle sue liste elettorali
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 17 gennaio 2013)

Li ha fatti svenire tutti, i suoi uomini, i dignitari del partito riuniti a tarda sera attorno a un grande tavolo di Palazzo Grazioli: “Nelle regioni in bilico decido io, non voglio uomini che indossano il volto della sconfitta”. Insomma il Cavaliere ha domato ancora una volta i suoi tanti cavalli: in Sicilia, in Lombardia e nel Lazio i posti sicuri in lista li sceglie lui, e solo lui. Nessuno è garantito e così nel Pdl si diffonde la ben nota sindrome della tremarella, il panico pre-elettorale (esempio: i tre coordinatori siciliani, visto il risultato delle regionali e del comune di Palermo, non sono precisamente araldi di vittoria). Da qualche giorno, in un clima di incertezza psicotica, nel Pdl circolano leggende, nomi fantasma, tutti vogliono sapere chi saranno quei dieci “favoriti” (o favorite) che il Cavaliere intende mettere in lista, e solo all’ultimo rivelare al pubblico (anche Gianni Letta ha fatto una cernita nella cosiddetta società civile: quattro nomi). I “favoriti” mettono a rischio l’elezione di tanti dignitari, feudatari vecchi, antichi compagni di strada, padroncini e capi elettori: ciascuno di loro sa di dover scivolare giù almeno di un posto per fare largo alle facce nuove, e un posto fa la differenza tra l’essere dentro il Parlamento o l’esserne fuori. Così c’è pure chi cita il vangelo (Matteo, XX, 16) per spiegare un meccanismo che di evangelico ha poco: “Multi sunt vocati, pauci vero electi”, molti i chiamati, pochi gli eletti. Conta la posizione, l’assioma è il contrario dello spirito olimpico: nella elezioni l’importante non è partecipare, ma vincere.

Da martedì notte, a via dell’Umiltà, sede del Pdl, si discute di deroghe, cioè di quanti – e di chi – potranno essere candidati malgrado il limite delle tre legislature. Comprensibilmente si fa a spintoni (persino Stefania Prestigiacomo, più volte ministro, vive il tormento dell’incertezza). Il centralino del Cavaliere smista decine di telefonate verso Arcore o Palazzo Grazioli: tra Natale, Capodanno e l’Epifania alcuni parlamentari sono riusciti a fargli gli auguri fino a sette volte. Per carattere, e cinismo ludico, il capo non dice di no a nessuno: ai questuanti che vanno a raccomandarsi l’anima, lui offre sempre rassicurazioni, ampi cenni di simpatia, candiderebbe tutti capolista. Poi però, quando rimane solo, alza la cornetta del telefono e raggiunge Denis Verdini, quello che inserisce i nomi nell’elenco. Al suo architetto di retrovia, il Cavaliere segnala qualche altro nome, gente nuova da mettere su, su, in cima alle liste, magari al posto di quello che pure – persino credendoci – lui stesso aveva rassicurato poco prima. Verdini non fa una piega, prende appunti con diligenza, e in questi giorni lo fa assieme al segretario Alfano, l’altro segregato di via dell’Umiltà, rinchiuso pure lui nella sede del partito assediata da pretendenti di ogni calibro.

Il tormento personale di Verdini e di Alfano è che i pellegrini sono tanto dolci con il Cavaliere quanto minacciosi nei loro confronti – ricordate le parole di Marcello Dell’Utri ad Alfano? – e dunque, dopo una telefonata di Berlusconi, i due si scambiano delle battute che suonano così: “Ha chiamato il dottore… c’è un altro nome da aggiungere: Simonetta Matone, un magistrato, capolista in Lazio”; “Oddio, e adesso chi glielo dice a quelli?”. Dove “quelli” sono i futuri non eletti. Si decide sabato e domenica, in conclave ad Arcore. Il guaio è che se il Cavaliere dice sempre “sì”, a qualcuno tocca invece pronunciare la parola “no”, e ovviamente gli addetti al “no” hanno la certezza di attirarsi imprecazioni e durevoli inimicizie (l’avvocato Carlo Taormina, cui una candidatura fu promessa dal Cav. e mai fu concessa, da anni si esprime in termini non proprio eleganti quando si riferisce a Fabrizio Cicchitto o a Verdini).

A Palazzo Grazioli la politica forse si semplifica un po’ troppo, assume caratteri da commedia dell’arte, ma certamente perde i vapori dell’alchimia, le cautele da farmacista, l’atmosfera da complotto di loggia: Berlusconi decide, gli altri eseguono. Tutto molto chiaro. E il potere sulle liste ha restituito al Cav. il controllo assoluto anche su quelli che, come Beppe Pisanu (lui bussa ma non gli aprono), per un po’ avevano tentato la via della scapigliatura, una fronda al limite della ribellione. L’altra sera, chez Berlusconi, presenti tutti, ma proprio tutti, da Lupi a Cosentino, da Schifani ad Alfano, il Cavaliere era favorevole a un’alleanza con Pannella e i Radicali. Cosa chiedono? “Riforma della giustizia, amnistia, diritti civili. Vogliono le unioni tra coppie gay”. Gli sguardi puntano sul Cavaliere, i cattolici tacciono in attesa di capire – prima di esprimersi – che cosa pensi il capo, padrone del loro destino elettorale. Lui sorride: “Non è impossibile”. Solo Gianni Letta, arrivato in ritardo, si è opposto.


Elezioni 2013, Salvatore Borsellino rompe con Antonio Ingroia
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 17 gennaio 2013)

Il movimento  Rivoluzione civile  di  Antonio Ingroia  perde pezzi. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e leader delle “agende rosse”, ha rotto con l’ex pm perché quest’ultimo avrebbe messo in lista i due candidati indicati da Borsellino,  Lidia Undiemi  e  Benny Calasanzio, in posizione sfavorevole e, soprattutto, dopo altre persone più note o indicate dai partiti.

Nella sua pagina  Facebook,  che piace a 36.405 persone, Borsellino ha accusato pesantemente l’ex procuratore aggiunto della Procura di Palermo: “Avevo pensato di dovere aspettare la pubblicazione delle liste, e lo farò prima di prendere una decisione definitiva, ma già da oggi purtroppo posso avere sentore di quello che dovrò leggere – ha scritto Borsellino – I due rappresentanti del mio  movimento  che, insieme a tanti altri giovani, mi avevamo dato la disponibilità ad essere candidati nella lista di ‘Rivoluzione Civile’ e che io avevo indicato come elementi di punta per il loro curriculum, per le loro qualità intrinseche e per l’impegno e la passione sempre profusa nelle attività del nostro movimento, non hanno trovato posto nella lista di  Antonio Ingroia  se non posposti, e non di poco, ad altri nomi sia di politici che della società civile. I primi in base alle contrattazioni di vecchio stampo tra i partiti componenti la lista, i secondi scelti in base alla notorietà ed alla visibilità mediatica che non sempre coincidono con l’impegno civile”.

Accuse pesanti quelle di Salvatore Borsellino, che in base a quanto detto alla fine ha annunciato la sua decisione di non sostenere Rivoluzione civile. “A questo punto – è l’annuncio del ‘leader’ delleagende rosse  â€“ con rammarico e pur sempre riservandomi di giudicare con maggiore attenzione le liste una volta che saranno pubblicate, debbo purtroppo anticipare che difficilmente potrò confermare quell’appoggio che, dopo alcune perplessità iniziali, avevo dato alla lista di ‘Rivoluzione Civile’”. Infine la stoccata, forte e diretta ad Antonio Ingroia: “Probabilmente qualcuno era interessato unicamente alla mia  candidatura  e una volta venuta a cadere questa ipotesi e dopo che io ho preteso con forza una smentita che pure è tardata ad arrivare, non ha ritenuto di volere dare fiducia a questi giovani”.


Quella sentenza fa storia (ma rafforza qualche dubbio)
di Marco Olivetti
(da “Avvenire”, 17 gennaio 2013)

La sentenza n. 1 del 2013 della Corte costituzionale è destinata a fare storia sia sulle prerogative del Capo dello Stato, sia sui limiti all’attività della magistratura requirente (in particolare in materia di intercettazioni telefoniche e di protezione della riservatezza dei cittadini e dei titolari degli organi costituzionali), sia- infine – sul tema più generale dell’interpretazione della Costituzione. Ciò ben al di là della specifica vicenda (le intercettazioni casuali di quattro telefonate fra il presidente Napolitano e l’ex presidente del Senato Mancino, disposte nell’ambito delle indagini preliminari relative alla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”) che era all’origine del conflitto di attribuzione fra il Quirinale e la Procura di Palermo risolto con la sentenza, la quale, per questo profilo, si presenta come una «sentenza additiva », pur al di fuori del giudizio sulle leggi. Il primo punto da sottolineare riguarda la posizione costituzionale del Capo dello Stato, che la Corte definisce come una «magistratura di influenza e di persuasione », sottolineando che «tutti i poteri del Presidente della Repubblica hanno lo scopo di consentire allo stesso di indirizzare gli appropriati impulsi ai titolari degli organi che devono assumere decisioni di merito, senza mai sostituirsi a questi, ma avviando e assecondando il loro funzionamento, oppure, in ipotesi di stasi o di blocco, adottando provvedimenti intesi a riavviare il normale ciclo di svolgimento delle funzioni costituzionali ». Si tratta di una visione condivisibile, in quanto essa presuppone la natura parlamentare della nostra forma di governo, in cui il ruolo di direzione della politica generale spetta a Governo e Parlamento. Secondo la Corte, «il Presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale” (art. 87, primo comma, della Costituzione) non soltanto nel senso dell’unità territoriale dello Stato, ma anche, e soprattutto, nel senso della coesione e dell’armonico funzionamento dei poteri, politici e di garanzia, che compongono l’assetto costituzionale della Repubblica. Si tratta di organo di moderazione e di stimolo nei confronti di altri poteri, in ipotesi tendenti a esorbitanze o a inerzia ». Ciò dovrebbe, però, portare a dubitare di quelle ricostruzioni del ruolo presidenziale che vi hanno visto un organo di «indirizzo politico costituzionale », chiamato talora a decidere in ultima istanza come correttore degli orientamenti del governo e della sua maggioranza, ad esempio nell’adozione dei decreti-legge (la memoria non può non tornare alla vicenda Englaro e al rifiuto assoluto di emanazione di un decreto legge da parte del presidente Napolitano, che pare incompatibile con il suo ruolo di – pur incisiva – magistratura di influenza, e non di garante ultimo della Costituzione – compito questo che spetta invece alla Corte costituzionale). Qualche perplessità solleva anche l’idea che lo svolgimento di queste attribuzioni presidenziali richieda una garanzia «assoluta » della riservatezza delle comunicazioni del Capo dello Stato: secondo la sentenza n. 1 del 2013, il corretto svolgimento, da parte del Presidente, delle sue attività «informali », poste in essere quale organo di moderazione dei conflitti politici, richiederebbe la loro incondizionata sottrazione alla conoscenza di terzi. Ma se la democrazia è il «governo del potere pubblico in pubblico » (Bobbio), è forse necessaria maggiore prudenza rispetto all’idea di una riservatezza assoluta per gli atti informali del Capo dello Stato, che rischia di essere configurato come una specie di «grande tutore occulto della Costituzione ». Tanto più in quanto nel diritto vivente si registra un indebolimento delle garanzie di riservatezza sia dei cittadini, sia dei titolari di altri organi statali, per alcuni dei quali (come il Presidente del Consiglio, responsabile del coordinamento generale della politica interna ed estera) sembrerebbero esistere imperativi non meno impellenti per una tutela differenziata. Vi è il rischio di produrre un assetto squilibrato su un tema cruciale, posto all’incrocio fra privato e pubblico, fra esigenze di efficienza degli organi costituzionali e di controllo democratico sui governanti: al Presidente, in questo contesto, sono riconosciute tutele eccezionali, che la ricostruzione del suo ruolo operata dalla Corte non riesce del tutto a giustificare. Nella sentenza vi sono anche interessanti affermazioni sulla natura suprema della Costituzione, e sulle peculiarità della sua interpretazione. Ma anche qui forse la Corte si è spinta troppo avanti nell’enfatizzazione da un lato del ruolo del diritto non scritto e dall’altro della cosiddetta interpretazione delle leggi «conforme a Costituzione », che è spesso il cavallo di Troia attraverso cui passano le acrobazie più ardite dei giudici comuni, con svuotamento, talora, delle prerogative del legislatore democratico (quando non della stessa Corte costituzionale).


 

Intervista al pm Vittorio Teresi
di Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano”, 17 gennaio 2013)

Per Vittorio Teresi, il procuratore ag ­giunto che ha sostituito Antonio Ingroia nel pool di Palermo, la sentenza della Consulta sul conflitto di attribu ­zioni “riconosce che la nostra Procura non ha in alcun modo violato le norme sancite dall’ordina- mento”. E sulle motivazioni con cui la Corte co ­stituzionale ha accolto il ricorso del presidente della Repubblica Napolitano, dice: “Hanno do ­vuto fissare dei principi, costruendoli, per sancire la riservatezza assoluta del Capo dello Stato”.

Dottor Teresi, per Ingroia quella della Consulta è una decisione politica. Lei che ne pensa?

Di certo non è la loro sentenza migliore. La de ­finirei innovativa.

In che senso?

Stabilisce che le leggi ordinarie debbano essere in ­terpretate in chiave costituzionale: estende le pre ­rogative che l’articolo 90 della Costituzione rico ­nosce al presidente della Repubblica, le cui co ­municazioni ora sono vincolate al pari di quelle tra confessore e fedele, medico e paziente, avvo ­cato e cliente.

Cosa ne sarà, dei quattro nastri con le telefonate tra Napolitano e l’ex senatore Mancino?

Vanno immediatamente distrutti. Ma la Consulta dà torto all’Avvocatura dello Stato, che chiedeva a noi di eliminarle direttamente senza passare da un giudice. Questo è un altro aspetto, diciamo, assolutamente innovativo.

Perché?

Di solito la Corte sancisce principi generali, non indica percorsi esecutivi. Invece questa pronun ­cia dispone che il giudice si occupi materialmente della distruzione delle bobine, senza che ci sia l’u ­dienza con il contraddittorio tra le parti.

Cioè quella in cui gli avvocati dei coimputati ven ­gono informati del contenuto delle intercettazioni: non si ledono, cosi, i loro diritti? I coimputati po ­trebbero trovare nelle registrazioni di Mancino elementi utili alla loro difesa.

Ma per la Consulta le prerogative del Capo dello Stato, la cui riservatezza non può essere lesa, su ­perano eventuali esigenze difensive.

La distruzione senza contraddittorio però non è prevista da alcuna legge. Individua profili di inco ­stituzionalità?

Non sta a me dirlo. Sarà il gip a sollevarli, se lo riterrà opportuno.

L’Avvocatura dello Stato chiedeva anche di vietare le intercettazioni casuali: molti hanno ironizzato sulla capacità di un registratore di incepparsi ap ­pena a parlare è il presidente della Repubblica.

Infatti la Corte riconosce che questo divieto è im ­praticabile, proprio in quanto quelle registrazioni erano imprevedibili. E ammette quindi la buona fede della Procura di Palermo.

Però se la prende con il suo collega, Nino Di Mat ­teo, accusandolo di aver provocato un “vulnus” per aver rivelato “ai mezzi di informazione dell’e ­sistenza delle registrazioni”.

Questo passaggio, oltre a essere davvero ingene ­roso, è storicamente falso. Nel senso che Di Mat ­teo non ha affatto svelato che il Capo dello Stato era stato intercettato. Anzi: dopo la fuga di notizie apparsa su Panorama, ha tentato di smorzare i toni, dicendo che, se quei nastri esistevano, erano co ­munque irrilevanti. In questo passaggio la Con ­sulta ha commesso un errore di fatto.

Non è però l’unica critica: nelle motivazioni si leg ­ge che la Procura di Palermo ha fatto “un uso non corretto dei propri poteri, menomando, con ciò, le prerogative del ricorrente”, cioè Napolitano.

Quello è un monito per il futuro. Se mai capiterà un caso analogo sapremo come comportarci, ma è evidente che non abbiamo volontariamente vio ­lato prerogative che, finora, non erano definite.

Dunque Napolitano è inascoltabile anche quando non è nell’esercizio delle sue funzioni, come ap ­punto quando paria con il privato cittadino Man ­cino?

La Consulta non lo specifica, ma implicitamente dice che il Capo dello Stato è da ritenersi sempre nell’esercizio delle sue funzioni.

Napolitano come il Re Sole?

Sì, ma con un piccolo limite: se ci sono in ballo interessi ancora superiori – quello alla vita, alla libertà personale e all’integrità della Repubblica – allora se ne può discutere. Altrimenti lo scudo è totale.


Napolitano, una sentenza su misura
di Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”, 17 gennaio 2013)

Ci sono due modi di fare un processo. Il primo: analizzare il fatto, identificare le leggi che lo regolano, applicarle, adottare la decisione. Il secondo: analizzare il fatto, adottare la decisione, cercare leggi che possano giustificarla. Il primo sistema è tipico dei giudici. Il secondo degli avvocati; di cui, scherzando, si racconta che hanno unghie lunghe “per arrampicarsi sui vetri”.  La sentenza della Corte costituzionale sul conflitto di attribuzioni  tra la Presidenza della Repubblica e la Procura di Palermo appartiene alla seconda categoria. Eccone alcuni esempi.

Dice la Corte che il Presidente della Repubblica garantisce l’equilibrio costituzionale  con “una rete di raccordi con i vari titolari di organi costituzionali” allo scopo di armonizzare eventuali posizioni in conflitto e indicare possibili soluzioni. In questi casi, accanto ai poteri formali, sono indispensabili attività informali, la cui efficacia sarebbe inevitabilmente compromessa dalla loro pubblicizzazione. “La discrezione, e quindi la riservatezza, delle comunicazioni del Presidente della Repubblica sono pertanto coessenziali al suo ruolo”.  Tutto giusto per quel che riguarda i rapporti informali tra il Presidente e i “vari titolari di organi costituzionali”. Ma quale protezione meritano i contatti informali (in realtà privati) tra il Presidente e un privato cittadino amico suo implicato in un processo penale? In che modo si inseriscono  nell’attività  di raccordo con altri organi costituzionali? Perfino gli esempi che la Corte si sforza di individuare dimostrano l’inapplicabilità della tesi al caso concreto: contatti informali del Capo dello Stato con le forze politiche ed esponenti della società civile e delle istituzioni; contatti quale Presidente del Csm (precisa la Corte: “senza ovviamente alcuna interferenza con il merito degli orientamenti, processuali e sostanziali, dei giudici nell’esercizio delle loro funzioni”; che  non è proprio quello che è avvenuto nel caso Mancino); contatti quale Presidente del Consiglio supremo di difesa e Comandante delle Forze armate. Che c’entrano questi contatti informali ma istituzionali con le private conversazioni con un riluttante testimone? Questa tesi conduce poi a  evidenti incongruenze.

Dice la Corte: non vi è dubbio che “il Presidente, per eventuali reati commessi al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni, è assoggettato alla medesima responsabilità penale che  grava su tutti i cittadini”. Dunque può essere processato. E processo penale significa acquisizione di prove. Ma, per il Capo dello Stato, si tratterebbe di un  processo “morbido”: secondo la Corte non sarebbe “ammissibile l’utilizzazione di strumenti invasivi di ricerca della prova, quali sono le intercettazioni telefoniche, che finirebbero per coinvolgere non solo le private conversazioni del Presidente, ma tutte le comunicazioni, comprese quelle necessarie per lo svolgimento delle sue essenziali funzioni istituzionali”. Ora, questa  commistione tra conversazioni rilevanti o irrilevanti è tipica di ogni intercettazione; proprio per questo la legge prevede la distruzione di quelle processualmente non utilizzabili. La tutela che la Corte invoca per il Presidente per quanto riguarda le conversazioni informali di carattere istituzionale (dunque non utilizzabili), non si differenzia in fatto e in diritto da quella prevista dalla legge per le conversazioni di carattere privato (parimenti non utilizzabili): per entrambe si applicano le norme di legge previste per la loro distruzione.  Creare un divieto di intercettazione, diretta o indiretta,  per il Capo dello Stato  al solo fine di prevenire un possibile difettoso funzionamento del sistema legale vigente (la conoscenza delle intercettazioni inutilizzabili di cui è ordinata la distruzione)  è privo di senso: la violazione della legge va evitata e punita; ma non si abolisce la legge per timore che venga violata. E poi. Questa inedita creazione  di un nuovo sistema processuale con sentenza costituzionale invece che con legge dello Stato comporta conseguenze sconcertanti.

Dice la Corte che il Presidente della Repubblica, ove sottoposto a processo per reati comuni non connessi all’esercizio delle sue funzioni, non gode di alcun istituto “protettivo” analogo all’autorizzazione a procedere o a intercettare o a perquisire, come invece avviene per i membri del Parlamento. E che, proprio per questo, occorre escludere la possibilità di intercettarlo: “la ricerca della prova riguardo a eventuali reati extrafunzionali deve avvenire con mezzi diversi (documenti, testimonianze e altro), tali da non arrecare una lesione alla sfera di comunicazione costituzionalmente protetta del Presidente”. Il che è inidoneo quanto allo scopo perseguito. Se il contenuto delle conversazioni del Presidente fosse penalmente rilevante; e se fosse narrato con assoluta fedeltà da un corazziere casualmente presente alla conversazione (che avrebbe l’obbligo di legge di riferire se interrogato come testimone) o riportato veridicamente su un documento poi sequestrato (tutte prove ammissibili secondo la Corte), in che modo “la sfera di comunicazione costituzionalmente protetta” sarebbe salvaguardata? Ovviamente non sarebbe possibile, le conseguenze processuali sarebbero identiche a quelle proprie di un’intercettazione telefonica.  A questo punto eliminiamo anche le testimonianze e le prove documentali?  Cioè, eliminiamo l’indagine per i reati extra-funzionali commessi dal Capo dello Stato?

Non una parola poi sulla gravissima violazione del diritto di difesa  che deriva dalla tesi sostenuta dalla Corte. Le conversazioni intercettate potrebbero essere rilevanti per altri imputati, la cui difesa avrebbe (ha, nel sistema vigente) il diritto di opporsi alla distruzione di esse. Ma, dice la Corte, le intercettazioni vanno distrutte dal giudice senza la partecipazione delle difese: l’udienza prevista dall’art. 268 del codice di procedura (o dall’art. 271, secondo la Corte) non deve essere convocata. Con la conseguenza che nessuno saprà se, in quelle conversazioni clandestinamente distrutte, fosse contenuta una prova tale da far assolvere un innocente (invece condannato) o condannare un colpevole (invece assolto)

Insomma, un’immunità di fatto, propria di una concezione  del potere che avrebbe dovuto essere abbandonata da qualche secolo. Garantita, paradossalmente, proprio dal giudice della legge; di fronte alla quale, come tutti pensavamo, i cittadini sono uguali.


Il bollettino della Bce smentisce Mario Monti, qui.

Il Financial Times smentisce Mario Monti, qui.


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Bart