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Il saliscendi delle regole

1 Novembre 2013

di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 1 novembre 2013)

Uno vince, l’altro perde: è la vita. Ma nella vita politica può succedere che perdano tutti, nessuno escluso. Che l’impeto di segnare un gol nella porta avversaria generi viceversa un autogol. Che ogni giocatore rimanga intrappolato in un reticolo di paradossi, nonsense, capriole logiche. E che ciascuno contraddica ciascun altro, finendo per contraddire anche se stesso.

La vicenda che tocca Silvio Berlusconi ne offre la rappresentazione più eloquente. A partire dal diretto interessato: in passato si dichiarò d’accordo sulle liste pulite, votò pure a favore della legge Severino, ma adesso che lui è un pregiudicato non vuol proprio saperne di liberare la poltrona. E il voto palese sulla sua decadenza? Un successo del Movimento 5 Stelle, che ha fatto della trasparenza una bandiera. Peccato che giusto un mese fa ammainò quella bandiera chiedendo lo scrutinio segreto per la legge sull’omofobia. Senza dire del Pd, che difendeva come Lancillotto la Consulta quando Berlusconi le sparava contro a palle incatenate. Ora se ne fida così poco da alzare un veto contro le richieste del Pdl, che vorrebbe interrogarla sulla costituzionalità della legge Severino.

Questo saliscendi percorre i tre gradini sui quali s’arrampica il caso Berlusconi: etico, giuridico, politico. C’è una motivazione etica per espellere dal Parlamento i colpevoli di gravi reati? Certo che sì, ne è prova la Costituzione stessa: gli onorevoli devono per l’appunto essere persone onorate (articolo 54), dunque non moralmente indegne (articolo 48). E il giudizio sull’immoralità va assunto a scrutinio palese? Alla Camera sì; al Senato vige la regola contraria. Disapplicandola, senza peraltro riscriverla daccapo, i membri della Giunta hanno inferto una ferita alla legalità. Sicché l’etica divorzia dal diritto, la trasparenza si guadagna per vie assai poco trasparenti. Ma è giusto fare giustizia (sostanziale) negando la giustizia (procedurale)? E una finalità morale può raggiungersi con mezzi illegali?

No, non può. E gli argomenti tirati in ballo dalla maggioranza risicata (7 a 6) cui si deve il verdetto della Giunta sono a loro volta risicati. Dicono che quel voto attiene alla composizione del Senato, non già a una singola persona, cui s’applicherebbe viceversa la regola del voto segreto: insomma, il destino di Berlusconi non riguarda Berlusconi. Dichiarano che il caso è inedito, ma a sprezzo della logica aggiungono che esiste un precedente (Andreotti). D’altronde i precedenti parlamentari sono come il sacco della Befana, c’è dentro un po’ di tutto. E dopo l’appello c’è sempre un contrappello, come ben sanno le milizie dell’illustre condannato, che da parte loro meditano di predisporre un ordine del giorno contrario alla decisione della Giunta, facendolo votare a scrutinio segreto. Dalla legalità al legalismo, che ne disegna la caricatura. Perché in questa partita non c’è spazio per l’etica, né per il diritto: c’è solo la politica, con i suoi tornaconti.

Però, attenzione: quando sei troppo furbo rischi la fine del grullo. Nel 1993 Craxi venne salvato dai franchi tiratori; ma da lì a poco fuggì ad Hammamet, mentre il Parlamento cancellava a furor di popolo l’immunità penale. Succede quando stiri le regole per un utile immediato, e poi la regola ti si ritorce contro. O quando inchiodi il passo su un unico gradino della scala democratica (etica, politica, diritto), senza sobbarcarti la fatica d’arrivare in cima.


Ma un ministro non può avere amici
di Michele Brambilla
(da “La Stampa”, 1 novembre 2013)

Sarà certamente vero, come assicura la Procura di Torino, che se Giulia Maria Ligresti è stata scarcerata, non lo è stata per l’intervento del ministro Cancellieri. Però la storia non è bella.
E soprattutto non è una di quelle storie di cui abbiamo bisogno in questo momento di – come si usa dire – «disaffezione alla politica ».

I fatti sono questi. Nel luglio scorso, praticamente l’intera famiglia Ligresti finisce agli arresti nell’inchiesta sulla compagnia assicurativa Fonsai. Agli arresti Salvatore Ligresti, il capostitite, e tre suoi figli, tra cui Giulia Maria. Per quest’ultima ci sono parecchie preoccupazioni, perché in passato ha sofferto di anoressia. Come potrà reggere al carcere? Il 17 agosto Gabriella Fragni, la compagna di Salvatore Ligresti, parla al telefono con Antonino, il cognato, e dice che il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, sua vecchia amica, «potrebbe fare qualcosa per Giulia ». Il 28 agosto le porte del carcere, per Giulia, si aprono.

Grazie a un intervento dall’alto? Alcune telefonate tra la Fragni e il ministro lo fanno sospettare. Lei, Annamaria Cancellieri, viene interrogata dai magistrati torinesi e conferma di essersi interessata, di avere «sensibilizzato i due vice capi dipartimento del Dap (…) perché facessero quanto di loro stretta competenza per la tutela della salute dei carcerati ». È stato, spiega ancora, «un intervento umanitario ». E senza alcuna violazione di legge.

Certamente sarà così, nessuna violazione della legge. Ma la storia, dicevamo, è brutta lo stesso. O almeno imbarazzante. Perché?

Annamaria Cancellieri è una specie di incarnazione di quel che gli italiani chiedono, anzi pretendono, dopo tanti anni di malcostume politico: una figura super partes, al servizio delle istituzioni e non di una parte politica. Così è sempre stata: ha fatto il prefetto, poi il commissario a Bologna e a Parma, amministrando (bene) i Comuni in sostituzione di giunte e di sindaci travolte da scandali. Quando, terminato il commissariamento a Bologna, il Pdl le chiese di candidarsi a sindaco, lei rispose di no, per non perdere la sua imparzialità. È stata ministro dell’Interno in un governo tecnico, quello di Monti; e lo è della Giustizia in uno di larghe intese. Sempre senza essere «in quota » a nessuno. La stima che si è conquistata, Annamaria Cancellieri se l’è meritata: e non è un caso se il suo nome è a un certo punto circolato perfino per il Quirinale.

Quando è diventata Guardasigilli, ha preso subito a cuore la condizione dei carcerati, e s’è data da fare, per quanto ha potuto, per alleviarne le sofferenze. Se dice che il suo intervento in favore di Giulia Maria Ligresti era motivato dalla preoccupazione per le condizioni di salute, c’è da crederle. Però, c’è un però. Annamaria Cancellieri è appunto amica da decenni di Gabriella Fragni, la compagna di Salvatore Ligresti; e suo figlio, Piergiorgio Peluso, è stato dirigente della Fonsai. Così quelle telefonate e quell’intervento – per legittimo e ininfluente che possa essere stato – dà agli italiani l’impressione che come al solito ci sono cittadini (in questo caso detenuti) di serie A ed altri di serie B, senza alcuna suocera o zio amici del ministro.

Si dirà che le impressioni non sono fatti. È vero. Ma fino a un certo punto. Mai come in questo periodo la politica ha bisogno che perfino la moglie di Cesare sia al di sopra di ogni sospetto: troppi scandali o scandaletti, favoritismi e raccomandazioni, troppe buone parole e dì che ti mando io hanno indotto gli italiani a pensare che sia tutto uno schifo, anche peggio di quello che è.

Per questo, anche se si è intervenuti in favore pure di altri detenuti, quando chiama un’amica bisognerebbe rispondere «agli altri sì ma a te no, proprio perché sei mia amica ». Oggi viene richiesto, a chi è in politica, un supplemento quasi disumano di impeccabilità.


Altri articoli sul caso Cancellieri
(da “Dagospia”, 1 novembre 2013)

1. LE CONSEGUENZE
Da “La Repubblica”

Annamaria Cancellieri nega interferenze sul caso Ligresti. Ma non spiega la contraddizione di un ministro della Giustizia che subito dopo un arresto telefona in famiglia per dare “solidarietà”. Da quella telefonata nascerà una richiesta d`aiuto dei Ligresti: “faccia qualcosa”. Da qui la segnalazione da parte del ministro al Dap.

E infine l` sms di Antonino Ligresti che chiede conto al ministro: “Novità”? E la pronta risposta: “Ho fatto la segnalazione”. C`è una sola cosa che la Cancellieri non ha mai detto davanti alle richieste dei Ligresti, la più semplice: sono il Guardasigilli, ho dei doveri di Stato. Questa mancanza e quella premura imbarazzano le istituzioni. Il ministro ne tragga le conseguenze.

2. GRAZIATA LA MINISTRA
Alessandro Sallusti per Il Giornale

La notizia è la seguente. Si scopre che un autorevole membro di governo (la ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri) ha telefonato a funzionari di Stato (ispettori del ministero) per perorare la scarcerazione di una donna (Giulia Ligresti) che si trova in stato di detenzione a Torino; donna che la ministra conosce personalmente molto bene, essendo lei amica di famiglia dei Ligresti, che tra l’altro sono datori di lavoro di suo figlio (di recente liquidato con buona uscita di oltre due milioni).

Pochi giorni dopo l`intervento ministeriale, la signora Ligresti viene scarcerata e ieri, a cose note, la Procura di Torino si è affrettata a fare sapere che tutto è avvenuto nel rispetto delle leggi con tanto di diffida a sostenere un nesso tra i due fatti (pressioni-scarcerazione). La pratica viene definita dagli interessati come un legittimo e innocuo «intervento umanitario », vista la particolare situazione fisica e psicologica della detenuta.

Bene, siamo d`accordo, mai interferenza – legittima o no a norma di legge o di opportunità non importa – fu più benedetta e ricordo che a suo tempo, era agosto, facemmo anche noi una campagna per mettere fine alla barbara detenzione preventiva di Giulia Ligresti.

Ma ci chiediamo, alla luce di tutto questo: perché se un autorevole esponente di governo (Silvio Berlusconi) telefona a funzionari di Stato (dirigenti della Questura di Milano) per perorare l`affidamento a norma di legge di una donna (Ruby) che lui conosceva e che si trovava in stato di fermo, si becca sette anni di carcere?

E perché, in questo caso, i funzionari pubblici che hanno sostenuto che tutto è avvenuto a norma di legge sono finiti sotto inchiesta per falsa testimonianza? La parola di un poliziotto di Milano vale meno di quella di un pm di Torino? Azzardiamo delle risposte. La Cancellieri ha commesso un reato, ma, a differenza di Berlusconi, la passa liscia perché ha sempre difeso l`operato dei magistrati.

Oppure. Ha commesso reato, ma ha lo scudo di essere stata ministra prima di Monti (agli Interni) e poi di Letta, due governi ferocemente anti berlusconiani che si sono rifiutati di affrontare la riforma della giustizia. O ancora. Come Berlusconi, non ha commesso alcun reato, solo che lei non è Berlusconi e quindi giustamente la sfanga.

Qualsiasi sia la risposta giusta, fate voi, siamo di fronte alla prova inconfutabile che in Italia la giustizia è marcia fino al midollo, esercitata spesso da criminali che per di più ci prendono per i fondelli. Vero, caro ministro dell`Ingiustizia?

3. LO SFOGO DELLA COMPAGNA DI LIGRESTI: “TU SEI LI’ PERCHE’ TI CI HA MESSO QUALCUNO”
Dall’articolo di Gianni Barbacetto e Gaia Scacciavillani per “Il Fatto Quotidiano”

Alle 16:42 di quel 17 luglio, Cancellieri chiama da un numero fisso del ministero della Giustizia il cellulare (intercettato) di Gabriella Fragni, la compagna di don Salvatore. “Lella, sono Anna Maria. Io sono mesi che ti voglio telefonare per dirti che ti voglio bene… Guarda, tu non lo puoi immaginare… ti voglio bene da morire”. Gabriella si commuove, piange: “È stata la fine del mondo… E poi tutto sommato lui non se lo merita… Non è che non ammetto che abbia fatto errori, Anna Maria, ma per l`amor di Dio…”.

Cancellieri: “Senti, non è giusto, non è giusto, lo so… povero figlio, lo so, me l`hanno detto, me l`hanno detto… Comunque guarda: qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me, non lo so cosa possa fare, però guarda son veramente dispiaciuta”. Gabriella continua a piangere. Cancellieri tenta di consolarla: “Io non so se e quando mai rientrerò a Milano, ma appena riesco… ti vengo subito a trovare. Però qualsiasi cosa, veramente, con tutto l`affetto di sempre, guarda…”.

Gabriella, rincuorata: “Va bene, va bene. Quando vieni t`aspetto”. “Ma se tu vieni a Roma”, conclude il ministro, “proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda. Non è giusto, guarda, non è giusto”. Il giorno dopo, 18 luglio, alle 8.22, Gabriella Fragni chiama sua figlia. E dice cose pesanti. “Ieri ho avuto una telefonata che poi ti dirò. Gli ho detto: ma non ti vergogni di farti vedere adesso? Ma che tu sei lì perché ti ci ha messo questa persona. Ecco capito? Ah, son dispiaciuta… No, non si è dispiaciuti! Sono stati capaci di mangiare tutti…”.

A chi si riferisce? È il pm che l`interroga, Marco Gianoglio, a farle notare che l`espressione “Son dispiaciuta” era stata usata proprio il giorno prima da Anna Maria Cancellieri. Gabriella replica: “La mia è stata un`espressione generica e non so a chi potesse essere riferita”. Il pm incalza: visto che lei ha detto che Ligresti “ha aiutato tante persone, un aiuto potrebbe essere stato dato anche ad Anna Maria Cancellieri”.

Risposta: “Non so proprio”. Il pm insiste. Che cosa vogliono dire le sue affermazioni: “Sai cos`erano. Capaci di chiedere tutti… che potrei fare i nomi… hanno mangiato tutti”. Gabriella cerca di spiegare: “Era solo uno sfogo con mia figlia, non mi riferivo a persone in particolare”.

4. ANNI OTTANTA: QUANDO LA CANCELLIERI FACEVA LE PR PER LA FAMIGLIA LIGRESTI
Da “Il Fatto Quotidiano”

Il rapporto di Anna Maria Cancellieri con la famiglia Ligresti è antico. Tanto che già nel 1987 è protagonista di uno strano incontro raccontato nell`ottobre di quell`anno dal mensile Società civile. Salvatore Ligresti nel 1986 era stato coinvolto a Milano nello “scandalo delle aree d`oro”.

Quando anche il Giornale di Indro Montanelli comincia a scriverne, don Salvatore fa arrivare la sua protesta nella redazione di via Negri. Il cronista che seguiva la vicenda, Federico Bianchessi, viene allora incaricato di andare a sentire che cosa avevano da dire i Ligresti. Bianchessi si presenta all`appuntamento concordato, presso la clinica Città di Milano, allora proprietà di Antonino Ligresti, fratello di Salvatore.

E trova una sorpresa: ad attenderlo c`è Anna Maria Peluso, cioè la Cancellieri, che allora si faceva chiamare con il cognome del marito ed era viceprefetto e capo ufficio stampa della Prefettura di Milano. È lei a fare gli onori di casa, accoglie Bianchessi e lo accompagna in una sala dove assiste all`incontro con Antonino Ligresti. Un lungo monologo in cui il direttore della clinica sostiene che il fratello Salvatore è un benefattore della città di Milano e proprio non si merita il trattamento che la stampa gli sta accordando.

È vittima di una campagna che, oltre a gettare discredito su una persona buona, manda in rovina centinaia di lavoratori a causa del blocco dei cantieri causato dagli interventi dei magistrati. Il cronista ascolta, prende atto, saluta e se ne va. Resta invece il mistero dell`amica silenziosa: che cosa ci faceva il viceprefetto in quella stanza? Quali garanzie intendeva offrire con la sua presenza?

Interpellata allora (autunno 1987) da chi scrive, la dottoressa Peluso ammette: “Non posso che confermare, dato che l`incontro tra il cronista e il fratello di Ligresti è realmente avvenuto, su richiesta del Giornale di Montanelli. La mia presenza però è stata casuale. Con Antonino Ligresti ho un`amicizia ventennale, e mi trovavo alla sua clinica per altri motivi. Sono cose che capitano, a quell`incontro non ho detto una parola, chi mi conosce sa che non ho mai usato il mio ufficio per qualcosa di diverso dagli interessi dell`ufficio”.

Della vicenda viene a conoscenza anche il consigliere comunale Basilio Rizzo, molto attivo nella denuncia dello scandalo delle aree d`oro, che chiede spiegazioni al prefetto di allora, Vincenzo Vicari: è a conoscenza del fatto che un funzionario del suo ufficio ha presenziato a un incontro tra il cronista di un quotidiano cittadino e il fratello del costruttore sotto inchiesta Salvatore Ligresti? “Non ne so nulla”, risponde Vicari. “Se è successo, il funzionario in questione potrebbe essere la dottoressa Peluso, amica di famiglia dei Ligresti”. 
(G. Barb.)
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Altro ancora, qui.


“Esecuzione” del Cav. Letta corresponsabile
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 1 novembre 2013)

Enrico Letta rispolvera l’antica ipocrisia di stampo democristiano quando ripete che nel caso Berlusconi bisogna tenere distinti l’ambito giudiziario da quello politico. Perché ci vuole una dose massiccia di ipocrisia nel non prendere atto che per tenere separati i due ambiti sarebbe bastato aspettare che a decretare la decadenza del Cavaliere fosse stata, come inevitabilmente avverrà tra qualche settimana, la giustizia ordinaria.

Invece il Partito Democratico, su pressione del Movimento Cinque Stelle e in concorso con Scelta Civica, ha puntato sull’esecuzione politica fin dalla sentenza di condanna del leader del centrodestra. E da questa linea non ha mai derogato di un solo millimetro in un crescendo di determinazione politica contro il Cavaliere culminata nella scelta del voto palese per l’espulsione dal Senato del ventennale nemico. Se Letta avesse voluto preservare il proprio governo dalla fatale commistione di questioni giudiziarie e questioni politiche nella vicenda Berlusconi, avrebbe potuto tranquillamente e facilmente sollecitare il rinvio alla Corte Costituzionale della legge Severino.

O spendere il peso del proprio ruolo per convincere i vertici del Pd ad evitare la strada della provocazione continua nei confronti dell’alleato Pdl-Forza Italia nella coalizione governativa. Non lo ha fatto. E non per tenere distante l’esecutivo da una materia così ribollente, ma per non assumere una posizione che sarebbe stata oggettivamente in contrasto con la linea seguita dal proprio partito. Anche il Presidente del Consiglio, dunque, si è mosso in base a valutazioni politiche e senza tenere in alcun conto quelle giuridiche. Puntando apertamente a blindare il proprio governo attraverso la spaccatura e l’eventuale scissione del Pdl-Forza Italia.

I berlusconiani di osservanza governativa sostengono che Letta è una vittima di quella parte del Pd che punta al voto anticipato in primavera per sfruttare l’ascesa di Matteo Renzi per stravincere le elezioni anche grazie all’espulsione dalla partita di Silvio Berlusconi. E chiedono al Cavaliere e ai lealisti di Forza Italia di non cadere nella provocazione e di continuare a sostenere il governo di Enrico Letta. Ma il loro tentativo di giustificare Letta presentandolo come una vittima del complotto renziano e grillino non convince affatto. Perché non è sostenendo il governo che si blocca la spinta di Renzi e Grillo per le elezioni anticipate; spinta che diventerà comunque incontenibile dopo le primarie di dicembre e la conquista della segreteria del Pd da parte del sindaco di Firenze.

Ma è sostenendo Letta che si favorisce il disegno del Presidente del Consiglio di usare la voluta commistione tra politica e giustizia nel caso Berlusconi per provocare una scissione irreparabile nel centrodestra e favorire non la fine del berlusconismo ma l’eclissi per un tempo indefinito dell’area moderata dalla scena politica nazionale.

Invece di parlare di provocazione, dunque, i governativi del Pdl-Forza Italia dovrebbero incominciare a riflettere sulla prevaricazione compiuta congiuntamente dal Partito Democratico, dai montiani di Scelta Civica, da Sel, dal Movimento Cinque Stelle e dallo stesso Presidente del Consiglio. Una prevaricazione che porta il nostro Paese allo stesso livello di quei paesi dell’Est in cui ai vecchi regimi comunisti sono succedute democrazie deboli dove la sorte degli oppositori è quella di finire in galera per presunti reati comuni.


Voto palese, l’antiberlusconismo come unica bandiera del Pd
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 31 ottobre 2013)

Ci sono dei grandi problemi, in Italia, sui quali vale la pena di scatenare epiche battaglie politiche. Una forza politica si riconosce da questo: dalla capacità di capire quando bisogna mettere da parte ogni calcolo e gettare tutta la propria forza in una contesa. Mi ricordo per esempio l’ultima volta che il Pci si lanciò anima e corpo a difesa della “scala mobile”, cioè dei redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Era il 1984, il Pci perse quella battaglia e da allora i redditi dei lavoratori dipendenti sono diminuiti del 50 per cento e i profitti sono aumentati del 50 per cento. Stavolta invece il Pd – erede del Pci – ha vinto la sua grande battaglia: ha imposto il voto palese contro Berlusconi. E’ vero, certamente, che la difesa del voto segreto – specialmente quando si decide sul destino di singole persone – era un pezzo forte del patrimonio politico sia del Pci che della Dc, cioè dei genitori del Pd. Perché il voto segreto è una garanzia delle minoranze. E’ vero che effettivamente con il voto palese, in questo caso, si viola in modo evidente il regolamento del Senato. Ed è anche vero che si mette in discussione la tenuta del governo (che, a parer del Pd, non certo a parere nostro, è il bene supremo che la politica deve difendere e preservare da ogni attacco). Ma tutto questo conta poco. Il Pd ha piantato la sua bandiera sul terreno, e ora sorride. Qual è la bandiera? Qual è il terreno? Tranquilli, niente di nuovo: la bandiera e il terreno sono l’antiberlusconismo. Fin qui l’antiberlusconismo è l’unico valore di riferimento per il Pd e se perdesse anche quello, francamente, resterebbe del tutto privo di identità. Non sono tempi per condurre battaglie forti su grandi idee, o su interessi collettivi, o su diritti, o su progetti politici. Non ci sono in giro né idee, né interessi collettivi, né diritti, né progetti. Bisogna accontentarsi dell’antiberlusconismo. Anche se ormai è quasi impossibile distinguere tra berlusconismo e antiberlusconismo.


Berlusconi piega i governativi: ho i numeri, subito l’assemblea
di Francesco Cramer
(da “il Giornale”, 1 novembre 2013)

Berlusconi sfida Letta e gli alfaniani. Al premier non farà sconti sulla legge di stabilità: «O cambia o non la votiamo », concorda con i suoi. Mentre sul partito accelera: «Parlerò io ad Angelino e faremo il Consiglio nazionale il 16 novembre ».
Prendere o lasciare. Il Cavaliere scrive una nota che è un appello all’unità: «L’auspicio di unità e di concordia del nostro movimento ci viene chiesto con forza anche dai nostri militanti e dai nostri elettori che desiderano un centrodestra unito in grado di raggiungere la maggioranza nel voto e capace di dare risposte concrete alla grave crisi economica e sociale del nostro Paese », dice. Ma a questo punto i governisti devono piegarsi: «Ho appreso con soddisfazione che il documento politico votato all’unanimità dall’ufficio di presidenza del Pdl è già stato sottoscritto da una amplissima maggioranza dei componenti del Consiglio nazionale. Mi auguro che, nell’interesse dell’unità del nostro movimento, si possa raggiungere ancora più ampia condivisione ». Quando? «Una rapida e positiva conclusione della dialettica che si è avviata in questi giorni verso il rilancio di Forza Italia – conclude -, ci consentirà di poter convocare il consiglio nazionale nel più breve tempo possibile ». La data che circola è quella di sabato 16 novembre.

Per tutto il giorno è un via vai a palazzo Grazioli. L’ex premier riceve soprattutto lealisti e mediatori: Fitto, Verdini, Bondi; ma anche Romani, Letta, Matteoli, Gasparri e Caldoro. Questi ultimi sono i più attivi nel metterlo in guardia dal far saltare il banco subito dopo il voto sulla decadenza anche se la pancia di Berlusconi lo vorrebbe. Al Cavaliere non va giù il metodo, oltre che la sostanza: «Solo perché mi chiamo Berlusconi stravolgono regolamenti e prassi parlamentari. È inaccettabile ». Ne convengono tutti. La tentazione allo strappo c’è ma è accantonata. Per ora. Sono soprattutto Matteoli, Gasparri e Romani a predicare che la bussola delle prossime mosse debba essere l’unità del partito. «Con una Forza Italia lacerata non si vince ». Berlusconi annuisce. «Lo dirò ad Angelino: devono firmare tutti il documento degli 8 punti uscito dall’ufficio di presidenza ». Cosa che fa già in serata quando il vicepremier varca il portone di Grazioli.
Governo sano e salvo, quindi? No perché quando si passa a parlare della legge di stabilità, si parla in coro: «Il provvedimento così com’è non lo votiamo. Altrimenti che ci stiamo a fare al governo? ». O si cambia o sarà crisi. Anche su questo terreno il Cavaliere rassicura tutti: «Faremo così, lo dirò ad Angelino ».

Alfano resta l’unico interlocutore della truppa dei governativi con cui i rapporti sono ormai tesissimi. E non ha fatto piacere la mossa dell’appello dei 22 senatori-innovatori a Grasso: «Siamo un partito, non ci si muove così, in completa autonomia », si sfoga un lealista presente a Grazioli. Berlusconi ora pretende chiarezza. Ecco perché dà il suo nulla osta ad anticipare la data del Consiglio nazionale del Pdl. Quasi certa la data del 16 novembre. Sarà il giorno della verità: verrà riproposto il documento con il quale si riafferma la leadership di Berlusconi e chi ci sta, ci sta. Altrimenti: prego andare. «Il Cavaliere è determinato; deluso ma non arrabbiato », giurano. E lui stesso lo dice nell’ultimo libro di Bruno Vespa «Troppi giornali hanno titolato “l’ira di Berlusconi ” – dice in riferimento ai quotidiani in edicola ieri -. Io posso essere preoccupato, deluso, amareggiato ma l’ira proprio non mi ha mai posseduto ». E, sulla decadenza, ripete: «Mi pare tutto chiaro. Come dice una vecchia canzone di De Gregori, “Non c’è niente da capire ”. L’atteggiamento della sinistra, e non solo, è ormai sotto gli occhi di chiunque abbia anche soltanto un minimo di onestà intellettuale. Ma hanno commesso un autogol; gli italiani hanno capito che vogliono eliminarmi per sempre dalla vita politica perché mi considerano l’ultimo ostacolo alla loro definitiva presa del potere. Ma la partita è ben lontana dal fischio finale. La sentenza che mi ha condannato è fondata su delle falsità e sarà ribaltata molto presto ».


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Bart