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Il sindaco e il Cavaliere: due destini incrociati

29 Ottobre 2013

di Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”, 29 ottobre 2013)

Non è un caso che Berlusconi abbia sciolto il Pdl e rilanciato Forza Italia in coincidenza con la Leopolda. La convention organizzata da Matteo Renzi a Firenze. E non è un caso che la ri-nascita di Fi sia stata prevista nello stesso giorno delle primarie del Pd. L’8 dicembre. Berlusconi, in questo modo, intende, ovviamente, “trainare” la propria ri-discesa in campo. Utilizzando un evento di successo, in grado di mobilitare milioni di persone.

E l’attenzione dei media, com’è avvenuto un anno fa. Quando, all’indomani delle primarie, i sondaggi attribuirono al Pd stime di voto mai raggiunte, in passato. Ma neppure in seguito, visto il modesto risultato ottenuto alle elezioni di febbraio. (A conferma che le primarie non sostituiscono le campagne elettorali.)

A Berlusconi interessa associare le primarie del Pd e il ri-nascimento di FI. Ma anche le due leadership. Renzi e, appunto, se stesso. In un momento in cui la stella di Renzi è ancora luminosa. Quella di Berlusconi molto fioca, se non proprio spenta. Renzi, d’altronde, non ha parlato di Berlusconi perché intende guardare al futuro. Mentre Berlusconi ha rilanciato, consapevolmente, il passato. Perché tale è FI. Un soggetto politico fondato giusto 20 anni fa. D’altronde, la fine del Pdl sancisce ciò che, di fatto, era già avvenuto. La scomparsa di An. Il partito post-fascista che aveva rotto con la tradizione fascista, appunto. Guidato da Gianfranco Fini, era divenuto un partito democratico della Destra europea. An, alle elezioni del 2006, aveva ottenuto 4 milioni e 700mila voti, oltre il 12%. FI: 9 milioni e quasi il 24% dei voti validi. Due anni dopo, alle elezioni del 2008, FI e An si erano riuniti dietro alle bandiere del Popolo della Libertà, “inventato” nel novembre 2007, da Berlusconi. Per rispondere (non a caso) alla fusione dei Ds e della Margherita nel Pd, guidato da Walter Veltroni. Il Pdl, in quell’occasione, riuscì a intercettare l’elettorato dei due partiti, oltre 13 milioni e mezzo. E ne rafforzò il peso percentuale: 37,4%. Un percorso concluso, alle ultime elezioni, 8 mesi fa. Nelle quali il Pdl ha perso 6 milioni e 300mila voti e oltre 15 punti percentuali. In altri termini: quasi 2 milioni e oltre 2 punti meno di FI da sola, nel 2006.

Berlusconi, dunque, ha semplicemente preso atto che An è scomparsa, insieme al suo leader, Gianfranco Fini. E ha tentato un “ritorno al futuro”. Allo spirito dei padri fondatori. Cioè, lui stesso. Dietro a questa scelta, c’è, ovviamente, il proposito di “eliminare”, insieme al Pdl, anche i traditori. Ma c’è anche l’intenzione, o almeno la speranza, di saltare sul “carro” di Renzi. Anch’egli, come altri dirigenti del Pd, divenuti, all’improvviso, tutti quanti e tutti insieme, “renziani”. Berlusconi, “renziano” anche lui. Per rientrare in gioco, contro il più “berlusconiano” dei leader del centrosinistra – secondo molti osservatori, non solo critici. A Matteo Renzi, d’altronde, questo inseguimento al contrario, rispetto al passato (quando tutti imitavano Berlusconi), non dovrebbe dispiacere troppo.

Anzitutto, perché Berlusconi non è certo finito, come dimostra la sua reazione di questi giorni. Ma è, sicuramente, più “vecchio”. In senso anagrafico e non solo.

Poi, perché, comunque, il rafforzamento di Berlusconi significa l’indebolimento di Enrico Letta e del governo di larghe intese. Il vero fortilizio dove agiscono gli oppositori di Berlusconi. Alfano e i ministri: del Pdl, non di FI. Il ritorno di FI, di conseguenza, significherebbe abbandonare al loro destino i ministri del Pdl. Ma anche il governo e il premier, Letta. La cui posizione appare in crescente contrasto con quella di Renzi. Perché, da un lato, Letta è l’unico leader, in Italia, che, per livello di popolarità e di consenso personale, possa competere con Renzi. E, anzi, nelle ultime settimane, sembra averlo superato. D’altra parte, comunque, il tempo gioca a sfavore di Renzi. La lunga durata, alla guida di un partito complesso, come il Pd, rischia di logorarlo. O, almeno, di appannarne lo smalto. “Mai più larghe intese”, risuonato più volte ieri alla Leopolda, echeggia dunque come: “Mai più Letta”.

Da ciò l’impressione che a Renzi, in fondo, il confronto con Berlusconi non dispiaccia. Perché evoca un modello di democrazia che gli piace e lo favorisce. Fondato sulla “personalizzazione”. Un processo in atto in tutte le democrazie occidentali. Anche se in Italia è stata condizionata dalla costruzione di “partiti personali”. Cioè, di partiti “privati”, dipendenti dalle risorse – economiche, comunicative e organizzative – di una persona. Per prima e prima di tutti, Forza Italia. Appunto. Il Centrosinistra ha, invece, respinto la “personalizzazione”, interpretando il ruolo del “partito impersonale”. Senza personalità e senza persone in grado di “rappresentarlo”. Nelle mani di “un’armata – poco gioiosa e molto disorganizzata – di micro-notabili” (come osserva Mauro Calise nell’acuminato saggio, emblematicamente intitolato Fuorigioco e appena pubblicato da Laterza).

Per questo la sfida lanciata da Matteo Renzi alla Leopolda non sembra rivolta tanto agli altri candidati, in vista delle primarie. Con i quali non c’è partita. Ma, soprattutto, al Partito Democratico in quanto tale. Cioè: in quanto “partito”, erede di “partiti” – di massa. Non a caso non ha voluto bandiere di “partito”. E ha dichiarato l’intento di “rottamare le correnti”, per prima la propria. Perché ciò che gli interessa, soprattutto, è scardinare la logica del partito. O meglio, dei partiti da cui provengono il Pd, i suoi consensi e i suoi gruppi dirigenti – centrali e locali. A Renzi interessa andare oltre le tradizioni e la storia – di chi “viene da lontano”. Oltre i post-democristiani e, prima ancora, oltre i post-comunisti. In altri termini: oltre il Pd. Per questo, in fondo, le strade di Berlusconi e di Renzi, per quanto percorse in direzione opposta, sono destinate a incrociarsi. Perché Berlusconi torna a FI per andare oltre il Pdl. Per restaurare il “partito personale”. Mentre Renzi intende vincere le Primarie per rottamare il Pd. Insieme a ogni larga intesa e a ogni Mediatore legittimato dal Presidente. Renzi: vuole fare il Sindaco d’Italia. In nome di una democrazia diretta e personalizzata.

Prepariamoci. Dopo il prossimo 8 dicembre nulla resterà come prima.


Ma dova va Renzi?
di Claudio Cerasa per “il Foglio”
(da “Dagospia”, 29 ottobre 2013)

Lo vedevi un po’ da tutto, lì a Firenze. Lo vedevi dagli sguardi, dalle parole, dai commenti, dai movimenti, dai sorrisi, dalle reazioni, dalle bandiere, dai simboli e soprattutto dai sottotesti. Perché alla Leopolda, naturalmente, era tutto un che bravo Matteo, che discorso Matteo, che stile Matteo, che grinta Matteo, che forza Matteo, che squadra Matteo, che leadership Matteo e che grande Matteo.

Ma alla fine dei conti, tra un Baricco e un Serra, un Farinetti e un Guerra, un Delrio e un Franceschini, un Migliore e un Fassino, la vera domanda sussurrata a voce bassa dall’immensa platea della Leopolda era sempre quella: ma come può riuscire Renzi ad asfaltare il vecchio Pd e a trasformare il Popolo della Leopolda, così lo ha chiamato Renzi, nel nuovo grande contenitore del centrosinistra italiano?

E, in altre parole, come può il rottamatore della sinistra pensare di conquistare in scioltezza la sinistra salendo sul predellino di Firenze senza fare i conti con i mille anticorpi che la vecchia sinistra si prepara a far entrare in circolo nel corpaccione del Pd?

Il problema di fondo dalla corsa solitaria di Renzi verso la segreteria, che poi la segreteria è solo un pretesto perché la corsa di Renzi è verso la premiership, è tutto qui, ed è tutto nel gioco di prestigio che il sindaco ha messo in scena nella sua tre giorni leopoldina. Un gioco di prestigio dove l’ambiguità si gioca attorno a una virgola la cui presenza o la cui assenza coincide con la presenza o l’assenza di una rivoluzione culturale. Una virgola, sì.

Perché poi il filo della campagna di Renzi è tutto qui: si tratta di un semplice “Forza, Renzi”, inteso come un popolo che si stringe attorno al suo leader pensando che il nuovo capo sia più competitivo rispetto a quello precedente; oppure si tratta di un “Forza Renzi”, inteso come un popolo che si stringe attorno al suo capo accettando non solo la presenza del nuovo leader, ma anche il fatto che il nuovo leader voglia passare come una ruspa, come un “Caterpillar”, sulle macerie del vecchio partito?

La magia della Leopolda si gioca attorno a questo gioco di prestigio grazie al quale il sindaco la parola “Pd” la fa vedere e non la fa vedere, la mostra e la nasconde, la sfoggia come fosse un coniglio, e poi la rimette nel cilindro.

Così Renzi fa scomparire il Pd, toglie le bandiere del partito, elimina i riferimenti al vecchio contenitore, invoca la forza del Popolo della Leopolda, parla non dei problemi dell’apparato ma dei problemi dell’Italia e si presenta non come il commissario straordinario di un partito che non c’è più, quello della Ditta, dell’usato sicuro, non come l’Augusto Fantozzi del Pd, insomma, ma come il candidato premier, il rottamatore delle larghe intese, il successore naturale dell’amico Enrico.

E così, oplà, il Pd si vede e non si vede, esiste e non esiste, e Renzi si candida sì a guidare il partito ma si candida a guidarlo da Firenze, da sindaco, e dunque lontano dal partito, dalle bandiere, dal Palazzo, dall’apparato, da Roma.

E la magia di Renzi, vista dalla Leopolda, ha funzionato, ha sprigionato energia e ha portato in prima fila alcuni pezzi dell’apparato che in qualche modo hanno condiviso il vedo e non vedo di Renzi. Ovvero quel gioco in cui il sindaco maghetto offre uno spettacolo in cui tutto si tiene perché tutti possono vedere quello che vogliono vedere.

E così tu passeggi per la Leopolda e incontri di tutto. Incontri il renziano della prima ora che con lo sguardo euforico si dice soddisfatto perché i renziani della seconda ora non hanno capito che Renzi è sempre lo stesso, e che quando prenderà il partito non farà compromessi ma rivolterà il partito come un calzino.

Incontri il renziano della seconda ora che con lo sguardo furbo si dice soddisfatto perché i renziani della prima ora non hanno capito che il Renzi della prima Leopolda è stato rottamato per non scontentare i renziani della seconda e terza ora. Incontri il renziano della terza ora che con lo sguardo di chi la sa lunga si dice soddisfatto perché il nuovo Renzi sarà pure simile al primo Renzi ma non potrà fare a meno di cedere sovranità e di condividere la sua opa sul Pd con i mille azionisti saliti sul carro del vincitore.

Renzi sta al gioco, mostra e non mostra, dice tutto senza dire nulla che possa scontentare, fa esultare i puristi (con Renzi, il governo ha le ore contate), fa esultare i governativi (con Renzi, il governo diventa più forte), fa esultare l’apparato (con Renzi, il Pd diventa più forte) e fa esultare i vendoliani (“alla Leopolda abbiamo visto la necessità di interrompere il flusso di chi vuole mantenere lo status quo”). Ma, alla fine dei conti, il simpatizzante lo lascia sempre con quel dubbio lì: davvero è tutto così facile? Davvero la strada è in discesa? Davvero il vecchio Pd, per così dire, è sul punto di essere smacchiato? Calma.

Calma, sì. Calma nel senso che anche Renzi sa che il percorso che gli si spalanca davanti presenta molti ostacoli che il sindaco dovrà mostrare di sapere affrontare. Renzi sa, infatti, che il tema di fondo della sua candidatura, il grande interrogativo, è se avrà la forza di adeguare il Pd alle sue esigenze o se sarà lui che alla fine si adeguerà alle esigenze del Pd.

E sa che buona parte del suo margine d’azione verrà definito dai numeri delle primarie, dai numeri che tra meno di un mese arriveranno dal congresso riservato agli iscritti, dal distacco che ci sarà con il secondo arrivato, e infine dalla partecipazione che ci sarà l’otto dicembre, giorno di primarie, e dal numero di tessere che il sindaco riuscirà ad avere dalla sua parte (e per questo Renzi quest’anno punta forte su uno dei grandi signori delle tessere del Pd, il segretario regionale dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, neo-rottamatore di provenienza bersaniana, coordinatore della regione cassaforte dei voti del Pd e oggi responsabile della campagna renziana).

Se Renzi stravincerà, dunque, portando ai gazebo milioni e milioni di elettori, avrà la forza di comportarsi come vuole, di rivoltare il Pd come meglio crede, di rottamare il vecchio partito, di imporre nel vocabolario del centrosinistra la “c” muta (oh he tu fai) e di introdurre persino nello statuto il tifo obbligatorio per la Fiorentina.

Ma Renzi sa anche che basta un passo falso, un ostacolo improvviso, un infortunio, per trasformare il carro del vincitore nel carro di Gulliver. E basta un nulla per far sì che i mille alleati si trasformino in mille piccoli nemici pronti a legarlo. “La Leopolda – racconta al Foglio un renziano della seconda ora arrivato a Firenze per osservare il leader in pectore del Pd – per noi che non siamo renziani da sempre è stata simile al discorso che Berlusconi fece nel 2009 a Onna.

In sintesi: un contesto conciliante, tranquillizzante, dove si prova a tenere tutti e tutto insieme ma anche un contesto in cui tu sai che alla fine basta un istante per interrompere la magia. Intendiamoci: sono convinto che tutti quelli che sono stati alla Leopolda pensano che Renzi sia l’unica salvezza per la sinistra. Ma d’altra parte è anche vero che tutti sanno che con Renzi al comando il Pd diventerà un partito modello faraone, dove al centro di tutto non c’è più il partito ma prima di ogni altra cosa il rapporto tra la folla e il capo. Il Pd oggi lo accetta, ma lo accetta come un malato che ingoia la medicina offerta dal medico. E se un giorno arriverà un’altra medicina, beh, chi lo sa come andranno le cose”.

La magia di Renzi, oggi, si lega anche al fatto che il sindaco, finora, è riuscito a calibrare il suo messaggio in modo tale da proporre come nemici non più obiettivi interni al Pd, i D’Alema, i Veltroni, le Bindi e gli altri dinosauri da rottamare, ma molti obiettivi esterni, come le larghe intese, gli inciuci, il vecchio establishment e i cliché della stampa faziosa. Renzi, insomma, ha trovato nuovi collanti, si è riscoperto, come capacità di aggregazione, più prodiano che veltroniano, e in questo mix di vedo e non vedo, dico e non dico, rompo ma non rompo, ha cominciato a vestire i panni di chi sa che oggi prima di tutto bisogna rassicurare, non spaventare, non dividere, e provare ad aggregare.

Lo fa, Renzi, dissimulando a fatica una forma sostanziale di diffidenza per il suo partito che si traduce non solo con l’assenza di bandiere ma anche con la tendenza a fidarsi solo dei vecchi amici, di chi parla da sempre la sua lingua, inteso nel senso stretto del termine. Ma lo fa, Renzi, sapendo che oggi l’unica ciambella di salvataggio della sinistra coincide con il suo nome. Sapendo che la sua forza prima ancora dei contenuti (che ancora sono deboli, evocativi ma fragili) è sempre la sua carta di identità (perché, come dice il saggio, oggi essere giovani in Italia è più o meno come essere negri in America).

E sapendo che per quanto dietro di lui ci possa essere un’armata Brancaleone, a differenza di Prodi, altro specialista delle armate Brancaleone, il suo progetto lo potrà difendere con più artigli del professore: avendoli, quegli artigli, conficcati non in un piccolo asinello ma nella pancia del Pd.

“E’ benzina, è benzina – dice con un sorriso compiaciuto il senatore Nicola Latorre, ex dalemiano offerto in prestito al partito della Leopolda – Matteo è benzina, non c’è niente da fare. Ed è vero che a sinistra esistono molti capitani coraggiosi pronti a organizzare grandi cordate per salvare, diciamo così, l’italianità del Pd.

Ma è anche vero che finché non verrà scoperto un nuovo carburante sono convinto che sarà la benzina di Renzi a far camminare la macchina della sinistra”. La benzina, già. Che poi solo il tempo ci saprà dire se “Matteo”, un giorno, resisterà alla tentazione di prendere quella tanica e di rovesciarla non nel serbatoio chiamato Pd ma sul braciere chiamato governo.


Renzi, piccoli Berlusconi crescono
di Domenico Gallo
(da “MicroMega”, 28 ottobre 2013)

Può darsi che il regno di Silvio Berlusconi, dopo venti anni di dominio sulla scena politica, si stia avviando al tramonto, ma questo non vuol dire che stiamo uscendo dal berlusconismo.
I germi patogeni seminati dalla “cultura” istituzionale di Arcore stanno attecchendo nel campo degli (ex) avversari.
Lo dimostrano le idee, anzi le suggestioni politiche agitate da Matteo Renzi nella Convenzione della Leopolda, che lo ha candidato alla guida del partito ed – in prospettiva – del Governo.
C’è una fortissima convergenza fra la proposta politica di Renzi e la “cultura” di Berlusconi su due temi di grande rilievo istituzionale: il sistema elettorale e le garanzie della giurisdizione.

Sistema elettorale

Dopo averci spiegato che non accetterà mai il ritorno al proporzionale, Renzi dichiara: “Porcellum o porcellinum? Io dico che una legge elettorale che funziona è quella dei sindaci che abbia tre caratteristiche: alla fine del voto sai chi ha vinto, quello che ha vinto deve avere i numeri in parlamento per governare e quello che governa è per cinque anni responsabile. Mai più larghe intese”.
Da questo concentrato di banalità bisogna distillare il modello istituzionale che sta in testa al grande riformatore.
Qui ritorna la concezione velenosa che il sistema politico-parlamentare non deve essere rappresentativo.

Le elezioni politiche non servono per selezionare una rappresentanza che faccia filtrare nelle istituzioni i bisogni, le domande, le aspettative di tutte le “parti” di cui si compone la società, per consentire ai cittadini, attraverso i loro rappresentanti, di concorrere a determinare la politica nazionale, come prevede l’art. 49 della Costituzione.

Il corpo elettorale non deve eleggere i propri rappresentanti, ma deve scegliere “quello che governa”. Il sistema elettorale deve consentire a “quello che ha vinto” di avere i numeri in parlamento per governare. Questo significa che il sistema elettorale deve imporre al sistema politico la camicia di forza di un bipolarismo forzato, manipolando la volontà degli elettori in modo tale da pervenire sempre alla creazione di una maggioranza parlamentare a favore di questo o quel partito, a prescindere dalla volontà espressa dal corpo elettorale.

In fondo questa è la fotografia del funzionamento del “porcellum”: un sistema elettorale rivolto a garantire sempre la formazione di una maggioranza di governo, a prescindere dalla rappresentatività. Basti pensare che nelle ultime elezioni alla Camera dei Deputati il Partito Democratico con 8.644.523 voti ha ottenuto 292 seggi, mentre il Movimento 5 stelle, pur avendo riportato un numero maggiore di consensi popolari (8.689.458) ha ottenuto solo 108 seggi.

Dal punto di vista dei riformatori alla Renzi il limite del porcellum non è costituito dalla divaricazione fra i seggi conferiti e la volontà espressa dagli elettori, bensì dal fatto che il porcellum fallisce lo scopo a cui è preordinato in quanto non riesce ad assicurare l’uniformità dei risultati fra Camera e Senato.
Le elezioni, quindi, servono per l’investitura di un governo e di un Capo del Governo che non può più essere cambiato per la durata della legislatura: “quello che governa è per cinque anni responsabile”.

In che cosa si differenzia il pensiero di Renzi da quello di Berlusconi che, nella passata legislatura, ha rivendicato di essere stato eletto direttamente dal popolo con il mandato di governare per 5 anni ed ha accusato di tradimento del mandato popolare quei parlamentari che gli hanno voltato le spalle, negando l’appoggio al suo Governo?
Non si tratta forse della riproposizione, con altre parole, del modello di Arcore, del Capo politico che viene incoronato dal voto popolare con la maggioranza vincolata a sostenere il suo governo per rispetto del voto popolare?

Giustizia

Secondo Renzi la storia di Silvio Scaglia (che ha scontato tre mesi di carcerazione preventiva e nove mesi di arresti domiciliari, venendo assolto all’esito del giudizio di primo grado) dimostra che la riforma della giustizia è ineludibile. Renzi si chiede come può esistere uno schieramento democratico che non senta come una vergogna che un cittadino possa essere arrestato senza avere la possibilità di difendersi. Naturalmente Renzi non spiega in che cosa sia consistita l’impossibilità di difendersi per il cittadino Scaglia e si guarda bene dal dire cosa intende per “riforma della giustizia”.

Proprio per la vaghezza di questi concetti, su questo terreno risuonano sinistre le assonanze fra il pensiero di Renzi e gli obiettivi del gruppo di potere legato a Berlusconi che usa il medesimo linguaggio comunicativo. Basti ricordare, da ultimo, che dopo che si è diffusa la notizia del rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi a Napoli per la compravendita dei senatori, Mara Carfagna ha commentato la notizia, concludendo lapidaria: “la riforma della giustizia è ineludibile” e la sua collega Renata Polverini ha rincarato la dose, osservando che: “è sempre più evidente come la riforma della giustizia non possa essere ulteriormente rimandata”.

Qualcuno almeno dovrebbe spiegarci in cosa differisce l’ “ineludibile riforma della giustizia” invocata da Berlusconi dall’“ineludibile riforma della giustizia” invocata da Matteo Renzi.
Siamo curiosi di saperlo.


L’elettorato personale di Silvio vale almeno il 15 per cento
di Michele Brambilla
(da “La Stampa”, 29 ottobre 2013)

Non sarà più il Berlusconi di una volta ma un «partito personale » ce l’ha ancora, eccome: e parliamo di un partito di elettori, non di una struttura. Gente che vota centrodestra solo perché c’è lui. Che sia o no candidato: l’importante è che sia lui a scendere in campo personalmente, a spendersi nella campagna elettorale, a dare la sensazione di essere, chiunque sia l’aspirante premier, il vero capo.

Quanto pesa, oggi, questo «partito personale » di Berlusconi? Per essere più precisi: quanti sono i «voti personali » che Berlusconi porta al partito? Alessandra Ghisleri di Euromedia Research, la sondaggista di fiducia del Cavaliere, li stima «attorno al 15-18 per cento », pur raccomandandosi di precisare che si tratta della valutazione «di questo momento », e che «il rapporto tra gli italiani e la politica è diventato tale che tutto evolve continuamente ».

I calcoli di Nando Pagnoncelli, di Ipsos, portano a conclusioni pressoché uguali: «Gli ultimi sondaggi danno un Pdl guidato da Berlusconi al 25 per cento dei voti validi. Di questi voti, il 65 per cento è da considerare l’elettorato personale del Cavaliere ». Vale a dire poco più del 16 per cento del totale dei voti validi. Mentre un centrodestra guidato da Alfano, Quagliariello e gli altri «governativi »? Difficile dirlo. C’è il precedente di Monti e Casini, che si sono fermati all’8 per cento: ma era una proposta che si rivolgeva al di fuori del messaggio berlusconiano.

C’è dunque un motivo se falchi e lealisti continuano a pensare che non ci sia altro leader all’infuori di Silvio. Se poi questa scelta possa portare a rivincere le elezioni, o soltanto a una romantica avventura, è da vedere. Il consenso personale di Berlusconi resta forte: però da almeno tre anni il calo è continuo.

L’apice, il Cavaliere lo aveva raggiunto nel 2009. Dopo l’intervento a L’Aquila per il terremoto, dopo il congresso del Pdl e dopo la scelta – per molti sorprendente – di partecipare ai festeggiamenti del 25 aprile, Berlusconi aveva raggiunto il picco del 50 per cento di fiducia. Questo non vuol dire che il 50 per cento degli italiani avrebbe votato per lui: vuol dire che anche chi votava per i suoi avversari dopo quegli avvenimenti dava un giudizio positivo sul suo operato.

Poi il declino, motivato soprattutto da due fattori: «La crisi economica, che ha indebolito la figura del leader imprenditore che mette a posto le cose; e gli scandali personali », dice Pagnoncelli. «Metto i due fattori in una sequenza non casuale, perché la delusione per i cattivi risultati dell’economia è preponderante. Gli scandali certo sono stati importanti, ma molti elettori non li hanno creduti veri, oppure li hanno considerati irrilevanti. Dicevano: non mi interessa quello che fa a casa sua, mi interessa che risolva i problemi del Paese ». Le elezioni di quest’anno hanno certificato l’enorme perdita di consenso. Berlusconi ripete che ha preso dieci milioni di voti, ma quelli sono i voti della coalizione. I numeri sono questi: il Pdl ha preso 7.300.000 voti e ne ha persi 6.300.000. Un crollo che ha pochi precedenti, forse nessuno. Gli studi dell’Ipsos danno poi altre indicazioni.

Berlusconi ha perso soprattutto tra i ceti produttivi, delusi per l’esperienza di governo 2008-2011. Il Pdl di oggi ha meno consensi tra i giovani e tra i cattolici, ed è un partito meno scolarizzato: il 68 per cento dei suoi elettori ha la licenza elementare, quella media o nessun titolo di studio. Il 13 per cento è fatto di pensionati e un altro 13 di casalinghe; donne e uomini pari sono, mentre prima l’elettorato del Cavaliere era in prevalenza femminile. Infine: chi vota Pdl, rispetto a chi vota centrosinistra, legge meno i giornali e guarda di più la televisione.

Riuscirà il Cavaliere nell’ennesimo ribaltone? Oggi Renzi è dato in grado di erodergli circa un dieci per cento dell’elettorato, soprattutto fra i ceti produttivi: sul totale nazionale, vorrebbe dire un 2 per cento in più al centrosinistra. Tuttavia la sfida è aperta proprio perché resiste, appunto, questo «partito personale » di Berlusconi, fatto da italiani che continuano a vedere solo in lui l’incarnazione di certi ideali: meno tasse, meno burocrazia, meno dipendenza dall’Europa. Giusto un anno fa, il Pdl senza Berlusconi era dato al 12-13 per cento nei sondaggi; quando lui ha preso la guida della campagna elettorale, è cominciata la rimonta.

Insomma Silvio Berlusconi è in una fase di calo, anche per l’età, in un momento in cui gli italiani chiedono soprattutto rinnovamento; ma ha ancora un popolo disposto a seguirlo. Un popolo che seguirebbe anche Marina? «Non saprei, non l’abbiamo ancora testata », dice Alessandra Ghisleri. Che però aggiunge: «Ma Berlusconi, se decidesse di candidare la figlia, lo farebbe seguendo il suo fiuto. Che vale più dei sondaggi ».


Il caso Fini faccia riflettere Alfano
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 29 ottobre 2013)

A sinistra l’odio nei confronti di Silvio Berlusconi e il disprezzo verso chi lo ha votato sono talmente forti da spingere i dirigenti e i giornalisti di quest’area a trattare lo scontro in atto nel centrodestra tra il Cavaliere e Angelino Alfano nello stesso modo con cui trattarono lo scontro tra lo stesso Cavaliere e Gianfranco Fini. Chi non ha perso la memoria ricorda bene lo schema manicheo adottato dalla sinistra in occasione della rottura tra il leader del centrodestra e l’ex presidente della Camera.

Da un lato venne presentato il padre-padrone, il proprietario di un partito di plastica, il populista antieuropeo, il solito Cavaliere nero capace di ogni nefandezza. Dall’altro il campione di una destra finalmente moderna, presentabile, europeista ed europea, l’uomo che avrebbe eliminato l’anomalia berlusconiana e riportata la normalità nel sistema politico italiano. Tra i dirigenti e i giornalisti della sinistra nessuno si rendeva minimamente conto che una glorificazione così eccessiva e esasperata di Gianfranco Fini, che cancellava in un colpo solo anni e anni di antifascismo militante speso nei confronti dell’ex erede di Giorgio Almirante, non avrebbe giovato alla causa dell’ex presidente della Camera.

Lo avrebbe fatalmente presentato agli occhi dell’elettorato di centrodestra come un traditore e un volgare voltagabbana. E avrebbe inevitabilmente favorito la resistenza del leader al tentativo di defenestrazione compiuto tra il giubilo dei nemici storici della propria area politica. Ma il disprezzo della sinistra per l’elettorato di centrodestra, considerato antropologicamente minorato proprio per aver seguito per vent’anni il Cavaliere, impedì di capire l’errore marchiano compiuto. Con il risultato che Gianfranco Fini è stato cancellato dai suoi vecchi elettori dal panorama politico italiano. Su Angelino Alfano grava lo stesso pericolo. Con l’aggravante che lo schema usato dalla sinistra per la vicenda Fini si carica nel suo caso di un’ulteriore suggestione.

La glorificazione che viene fatta del suo tentativo di defenestrare il leader del centrodestra viene anche presentata come inevitabile e sacrosanto parricidio che viene compiuto sempre in nome dell’esigenza di cancellare l’anomalia berlusconiana e riportare la normalità (cioè l’egemonia della sinistra) nella vita pubblica italiana. Anche in questo caso il disprezzo nei confronti degli elettori del centrodestra è totale. Nessuno si pone il quesito se questi elettori vogliano o meno la defenestrazione diventata anche parricidio.

E anche quelli che se lo pongono liquidano la faccenda con la convinzione che questi elettori sono talmente stupidi da meritarsi la fine del vecchio leader e l’avvento di un leader comunque dimezzato. Alfano, che non è uno sciocco, sembra essere consapevole che l’abbraccio eccessivamente affettuoso della sinistra eternamente manichea rischia di fargli fare la fine di Fini.

E c’è da augurarsi che, a differenza di chi lo vorrebbe diretto verso una rapida scissione sostenendo che la lealtà al governo Letta deve essere superiore a quella verso Berlusconi, abbia la forza e il coraggio di sciogliersi dall’abbraccio mortale. Tanto più che la fine del governo verrà decretata dalla prossima segreteria Renzi. E che quando si andrà alle elezioni l’unico ancora in grado di prendere voti per tutti sarà sempre Berlusconi. Non importa se come candidato o come simbolo!


Alfano si piega al Capo: «Leader resta B. »
di Osvaldo Sabato
(da “l’Unità”, 29 ottobre 2013)

La retromarcia è giunta a sorpresa. Il «diversamente berlusconiano » decide di tornare totalmente berlusconiano. Lo fa proprio nel momento di massima tensione nel Pdl, mettendo così da parte le voci e le indiscrezioni di una imminente scissione dentro il partito.

Angelino Alfano rimette la corona in testa a Silvio Berlusconi, smentendo qualsiasi raccolta di firme della componente governativa del partito in vista del prossimo Consiglio nazionale. «Non è vero che circola un documento degli innovatori » dice durante la presentazione del libro di Bruno Vespa Sale, Zucchero e Caffè.

È la mossa che di fatto mette in soffitta lo strappo con il Cavaliere, riconoscendolo come leader incontrastato del Pdl. E dire che pochi giorni fa non era andato all’ufficio di presidenza per evidenti contrasti con Berlusconi, che come risposta aveva azzerato le cariche, licenziando Alfano dal suo incarico di segretario. «I sottoscritti consiglieri nazionali si riconoscono nella leadership di Silvio Berlusconi, ovviamente a cominciare da me. Questo sarebbe il primo rigo di ogni documento che io dovessi sottoscrivere » dichiara Alfano, certificando così la ritrovata sintonia con il Cavaliere.

Per il momento il rischio di scissione viene accantonato. Ma sarà davvero così? Come reagirà il vice premier in caso di decadenza da senatore di Silvio Berlusconi? L’ex delfino starà dalla sua parte se da Palazzo Grazioli giungerà l’ordine di farla finita con il governo Letta delle larghe intese?

Sugli equilibri del Pdl influirà senza dubbio anche la riunione di oggi della Giunta per il regolamento del Senato. Ecco perché al di là delle frasi di circostanza il feeling fra i due potrebbe essere ancora molto debole e non è escluso che dentro il Pdl la tensione non torni a salire. Per esempio Alfano non scioglie il nodo sulla sua militanza dentro Forza Italia, dopo le critiche delle settimane scorse verso un partito che a suo dire era caduto nelle mani dei falchi e di chi vuole mandare a casa Letta. E infatti il vice premier e ministro dell’Interno non si sbilancia più di tanto. «Noi oggi siamo interessati a governare bene questo Paese » dice lasciando intendere che non ha nessuna voglia di sloggiare da Palazzo Chigi.

Le perplessità sono concrete e non a caso Alfano spiega che «l’oggetto del dibattito non è neanche il nome di Forza Italia che richiama anni bellissimi ». La questione è più politica. «Noi crediamo si debba discutere al Consiglio nazionale e le porremo all’attenzione dell’opinione pubblica oltre che del nostro movimento nei prossimi giorni » chiarisce il vice premier.

Così chi pensa che sia ritornato il sereno nel centro destra, forse dovrà rivedere le previsioni perché la vera resa dei conti nel Pdl – Forza Italia è solo rimandata. Intanto resta incerta la data della convocazione del Consiglio nazionale chiamato a sancire il passaggio dal Pdl a Forza Italia, anche se per ora si continua a parlare dell’8 dicembre. E rispetto a possibili divisioni tra i fautori della nuova formazione politica e gli ipotetici scissionisti, Alfano per ora ferma ogni illazione. «Non faranno un gruppo autonomo. Disuniti si perde » è la tesi di Renato Brunetta.

Falchi, pitonesse e lealisti
Le truppe, infatti, restano sempre schierate pronte a darsi battaglia. Falchi, pitonesse e lealisti contro i governativi, in mezzo Berlusconi che pare non essere più il collante di un tempo, nonostante la minaccia di contare chi sta con lui e chi no. I ministri del Pdl solo a parole vanno a braccetto con il cavaliere e ribadiscono che nessuno di loro ha mai messo in discussione la sua leadership. Lo fa il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi e c’è da giurare che anche i suoi colleghi la pensano allo stesso modo.

Ma è solo tattica
In realtà le divergenze con i lealisti, falchi e pitonesse sono molto forti. E per capire come stiano effettivamente le cose basta ascoltare Fabrizio Cicchitto sullo scatenamento politico di domenica «orchestrato da un regista, da parte di molti esponenti del Pdl – Forza Italia che si riconoscono nelle decisioni prese dall’ufficio di presidenza contro il governo e i ministri del Pdl – Forza Italia presenti in esso ».

Dietro a tutto ciò, per Cicchitto, ce la voglia di «radicalizzare lo scontro » e accentuare «il confronto fra buoni e cattivi, fra fedeli e traditori e puntare ad una caduta il più possibile ravvicinata del governo ». Per la parlamentare Pdl Stefania Prestigiacomo le parole di Alfano «sono musica anche se smentiscono clamorosamente Cicchitto » e a questo punto l’ex ministro si domanda «colombe in fuga? ».

Ma è su cosa dovrà essere la nuova Forza Italia che il vice presidente del Senato Maurizio Gasparri punta la sua attenzione.
E se per Saverio Romano, coordinatore nazionale di Cantiere Popolare, iscritto al gruppo Pdl alla Camera, non bisogna ignorare la novita’ Lupi – Alfano Alfano «con l’adesione all’appello di Berlusconi per Forza Italia », sempre Cicchitto avverte che non basta «cambiare l’insegna, da Pdl a Forza Italia, per recuperare «i 6 milioni di voti » persi alle ultime politiche. Insomma, che valore dare alla mossa di Alfano? I lealisti la guardano con sospetto e non a caso invitano Berlusconi a non fidarsi troppo e alcuni di loro spiegano che l’obiettivo di Alfano è di allungare i tempi per arrivare al Consiglio Nazionale del partito con il Cavaliere già decaduto. E a quel punto Alfano potrebbe mettere le mani sul partito.


La Cir di De Benedetti evita il “rosso” grazie ai 500 milioni di Silvio
di Gian Maria De Francesco per “Il Giornale”
(da “Dagosspia”, 29 ottobre 2013)

Cir ringrazia il Cavaliere, chiude i primi 9 mesi del 2013 con un utile di 10,7 milioni e si gode la liquidità di 542 milioni derivanti dal maxirisarcimento deliberato dalla Cassazione in seguito al ricorso sul Lodo Mondadori. È questa, in buona sostanza, la storia raccontata dalla trimestrale della holding che fa capo all’ingegner Carlo De Benedetti.

Senza il «regalo » da 491 milioni imposto a Fininvest, infatti, la storia sarebbe stata completamente diversa. Il risarcimento ha infatti comportato l’iscrizione a conto economico di una componente positiva straordinaria di 319,3 milioni (circa 180 milioni andranno via in spese legali e tasse connesse al Lodo) che non solo ha più che controbilanciato le svalutazioni da 287,2 milioni operata dalla controllata del settore energia Sorgenia, ma- come detto – hanno consentito al bilancio di chiudersi in attivo per 10,7 milioni di euro (-10 milioni nello stesso periodo del 2012).

E, soprattutto, la posizione finanziaria netta al 30 settembre non avrebbe potuto essere positiva per 542,1 milioni. Lo stesso discorso vale per la controllante di Cir, Cofide (utile di 7,1 milioni nei 9 mesi).

Cosa sarebbe accaduto senza la sentenza della Cassazione che ha «rivoluzionato » la giurisprudenza? Semplicemente Cir sarebbe andata in rosso di 16,2 milioni peggiorando la performance rispetto al 2012. È vero che alcune partecipate come Sogefi (filtri auto) e Kos (sanità) hanno evidenziato un trend in miglioramento, conseguendo, rispettivamente un utile di 23,8 milioni (+9,4%) e di 9,6 milioni (+20%).

Ma è altrettanto vero che le altre partecipazioni inviano segnali negativi. L’Espresso, il gruppo che edita Repubblica, è riuscito a difendere l’utile (4,5 milioni contro i 26,4 milioni dell’anno scorso), ma i ricavi (-11,7% a 524,4 milioni) sono in discesa sia sul versante diffusione (- 6,9%) che su quello pubblicitario (-15,7%).

Sorgenia, invece, continua a essere il tasto dolente del portafoglio. Le svalutazioni dei primi 9 mesi (396,6 milioni) hanno portato la perdita netta a 434,3 milioni. Al numero uno Andrea Mangoni l’ingrato compito di accelerare il piano dismissioni, rinegoziare i contratti gas e rifocalizzare il business sulla produzione e vendita di energia.

Se Cir non ha centrato i target di utile netto, la responsability è tutta della utility. La Borsa non si è particolarmente entusiasmata (-1,39% Cir e-3,43% Cofide), anche perché le holding di De Benedetti hanno confermato che «non si prevedono significativi impieghi di liquidità nel breve periodo ».

Niente dividendo straordinario (quello su cui molti analisti continuano a scommettere) e niente buy-back per rafforzare la presa della famiglia sulla «scatola di controllo » che, per altro, tratta a sconto sul net asset value (1 miliardo contro 1,4 miliardi circa). Tutte le decisioni saranno prese con cautela e «nell’interesse di tutti gli azionisti ». Se, infatti, le banche imponessero un aumento di capitale a Sorgenia (circa 700 milioni di debiti in scadenza nei prossimi due anni), i margini di manovra dell’Ingegnere si farebbero strettissimi.


Perché per i giudici di Milano la legge Severino non va applicata al processo Mediaset
di Redazione
(da “Il Foglio”, 29 ottobre 2013)

“L’imputato è stato ritenuto ideatore, organizzatore del sistema e fruitore dei vantaggi relativi”. E’ questo quel che si legge in uno dei passaggi delle motivazioni della Corte d’appello di Milano che ha ricalcolato in due anni l’interdizione dell’ex premier e leader del Pdl, Silvio Berlusconi, imputato nel processo sui cosiddetti diritti tv. “L’oggettiva gravità del fatto deriva – si legge nelle motivazioni del collegio – dalla complessità del sistema creato anche per poter più facilmente occultare l’evasione, sistema operante in territorio mondiale, attraverso numerosi soggetti, società fittizie di proprietà di Berlusconi o di fatto facenti capo a Fininvest”.
Per i giudici di Milano attraverso “un meccanismo di contrattazione secretata (creazione di contratti ”master” e subcontratti); dalla durata del protrarsi dell’illecito sistema, ideato a partire dalla metà degli anni ’80, trasformato dal 1995 con la creazione tra l’altro della International Media Service, società maltese di fatto gestita dalla vecchia struttura di Finvest Service di Lugano, e sfruttato ancora ai fini della presentazione delle dichiarazioni dei redditi qui esaminate; dalla gravità del danno provocato all’Erario e quindi allo Stato, danno che solo per i due anni sopravvissuti alla prescrizione ammonta a 7 milioni e 300.000 euro”.

LA PERSONALITA’ DEL CAV. – Nelle motivazioni i giudici esaminano e valutano anche la “personalità dell’imputato” che costituisce uno dei criteri da tenere in considerazione per determinare l’entità dell’interdizione dai pubblici uffici. Sul punto, la Corte d’Appello di Milano sottoline: “Sotto il profilo soggettivo va valutato che gli accertamenti contenuti nella sentenza della Corte d’Appello, divenuta definitiva ad eccezione del capo qui esaminato, dimostrano la particolare intensità del dolo dell’imputato nella commissione del reato contestato e perseveranza in esso”.

In particolare la sentenza ha definitivamente accertato che “Berlusconi è stato l’ideatore ed organizzatore negli anni ’80 della galassia di società estere, alcune delle quali occulte, collettrici di fondi neri e – per quanto qui interessa – apparenti intermediarie nell’acquisto dei diritti televisivi; lo stesso Berlusconi ha continuato ad avvantaggiarsi del medesimo meccanismo anche dopo la quotazione in borsa di Mediaset nel 1994, pur essendo state parzialmente modificate le società intermediarie, in particolare con la già citata costituzione di IMS, avvalendosi sempre della collaborazione dei medesimi soggetti a lui molto vicini: Lorenzano e Bernasconi, quest’ultimo finché in vita; tant’è vero che in quel periodo Berlusconi aveva continuato a partecipare alle riunioni ‘per decidere le strategie del gruppo’”.

RESPINTE LE ECCEZIONI DI INCOSTITUZIONALITA’ – La legge Severino, così come il ricorso alla Corte dei Diritti dell’uomo, eccezioni di incostituzionalità sollevate dalla difesa di Silvio Berlusconi nell’udienza sul ricalcolo dell’interdizione nell’ambito del processo sui diritti tv, “vanno respinte in quanto irrilevanti nel presente giudizio”. Così nelle motivazioni del collegio di Milano presieduto da Arturo Soprano.
In particolare, la prima questione di costituzionalità sollevata dai legali di Berlusconi “è, invero, fondata sull’erroneo presupposto che l’art. 13 della cosiddetta Legge Severino contenga un riordino globale della disciplina della interdizione temporanea dai Pubblici Uffici”, si legge. Proseguono i giudici nelle motivazioni: “E’ allora evidente che il legislatore, con la cd. legge Severino, non ha inteso sostituire – come sostenuto, invece, dalla difesa di Berlusconi – la disciplina di durata delle pene accessorie previste dal codice penale e dalla L. 74/2000, ma ha tenuto ben distinte le differenti discipline: da un lato, le pene accessorie penali che devono essere irrogate dall’Autorità Giudiziaria e, dall’altro, la sanzione di incandidabilità, discendente dalle sentenza di condanna, riservata all’Autorità Amministrativa”. Parimenti infondata, per la Corte di Milano, è “la seconda questione di costituzionalità”.
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Qui, la sentenza integrale.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart