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Il sospetto indelebile

4 Giugno 2013

di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 4 giugno 2013)

«Il presidenzialismo rompe », titola l’Unità. E in effetti tutte le riforme sono una gran rottura per chi non vuol cambiare. Bisogna però capire se ciò che rompono era già rotto. In casi del genere anche il più prudente dei conservatori dovrebbe accettare l’urgenza del cambiamento. Ebbene in Italia da due anni e mezzo il governo non è più espressione del voto dei cittadini: prima con il Berlusconi-Scilipoti, poi con il Monti-Passera e ora con il Letta-Alfano, si è dovuti ricorrere a soluzioni in vario grado extra-elettorali. Di conseguenza il capo dello Stato, figura non eletta direttamente dai cittadini, svolge di fatto da tempo il ruolo di primo piano nella formazione dei governi e del loro programma. La legge elettorale non riesce più a dar vita a una maggioranza in entrambe le Camere. La Corte costituzionale sta per sancirne la illegittimità. Il nostro sistema politico è già rotto, che altro ci vuole a capirlo? Chi dice che non è una priorità cambiarlo usa dunque lo stesso argomento di Grillo, per il quale non era una priorità nemmeno fare un governo.

Eppure è bastato un barlume di possibile accordo tra i partiti sulla riforma costituzionale per far scattare il riflesso pavloviano di chi da vent’anni crede che riforme e berlusconismo siano sinonimi: e giù allarmi di svolta autoritaria, pericoli di scorciatoie carismatiche, mobilitazioni in difesa della Costituzione più bella del mondo, che non si tocca perché non è cosa vostra (dunque è cosa nostra?). Siccome è impossibile dipingere la Francia semi-presidenziale come una Repubblica delle banane, allora si lascia intendere che lo sia l’Italia, malata cronica di autoritarismo e sempre in cerca di un nuovo duce. Gli stessi che sostenevano l’improbabile tentativo di Bersani di reclamare Palazzo Chigi con l’argomento che in Francia Hollande aveva ottenuto l’Eliseo con il 29% dei voti al primo turno, ora inorridiscono all’idea del secondo turno e dell’Eliseo. Chi ha speso anni a raccomandare una radicale rigenerazione della nostra democrazia rappresentativa, ora si accontenterebbe di una «manutenzione ». Non è questione di sistemi. Hanno respinto a turno anche il modello americano perché dà troppi poteri al presidente, l’inglese perché ne dà troppi al premier e il tedesco perché ne dà troppi al cancelliere. Ora bocciano il francese per salvare l’unico potere cui tengono: il loro potere di veto.

Qualche giorno fa il governatore Visco ha detto che l’arretramento del nostro Paese dipende dal fatto che da 25 anni non riusciamo più a «rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici » del mondo. Più o meno la data a partire dalla quale la nostra politica ha cominciato a dividersi tra chi vorrebbe cambiare tutto per non cambiare nulla e chi pensa di fargli un dispetto non cambiando davvero mai nulla. Sarebbe ora di accettare l’idea che anche una comunità, come tutti gli esseri viventi, può perire per paura di cambiare.


Ma c’è già una via italiana
di Gian Enrico Rusconi
(da “La Stampa”, 4 giugno 2013)

Eleggiamo direttamente «il sindaco d’Italia ». Questa espressione di Matteo Renzi non dovrebbe rimanere una bella frase.
Anche se il contenuto del problema è troppo grosso per stare in una battuta.

«Eleggere il sindaco » infatti è un modo di parlare del presidenzialismo «vicino alla gente » (per usare il gergo attuale) . Il sindaco come il presidente della Repubblica infatti deve essere una faccia nota, affidabile, non divisiva, capace di comunicazione, in grado di decidere rapidamente ed efficacemente. Se non funziona, lo si cambia per via diretta.

Questa è la sostanza del presidenzialismo, liberato dalla complessità della costruzione istituzionale che pure conta. Siamo infatti pur sempre in una democrazia, con meccanismi rappresentativi, cui il presidente deve rispondere e rendere conto, anche se nelle sue decisioni non ne dipende meccanicamente. Il punto cruciale del presidenzialismo e/ o del semipresidenzialismo è pur sempre il rapporto tra l’eletto direttamente dal popolo e le assemblee rappresentative, che pure sono elette dal popolo. Proprio qui sta la differenza tra il presidenzialismo (all’americana, per intenderci) e il semipresidenzialismo (alla francese). C’è una bella differenza. E la fanno proprio le assemblee legislative.

Non si tratta dunque di un «uomo solo al comando » come si sente dire polemicamente a sinistra, insinuando che il presidenzialismo in democrazia darebbe di per sé troppo potere ad un «uomo solo » con rischi antidemocratici. Il presidenzialismo non è però neppure semplicisticamente l’elezione diretta di una persona che assicura di voler decidere senza lacci partitici e burocratici – come fa credere la destra. Soprattutto poi se questa persona è già designata prima ancora che si affronti la riforma costituzionale. Non prendiamoci in giro: sin tanto che si parla di Silvio Berlusconi come del «presidente » , il dibattito è già finito.No, non si tratta di una variante della sua ineleggibilità. Semplicemente la sua storia e personalità sono troppo ingombranti e divisive, paradossalmente troppo legate alla storia passata, per poter incarnare un passaggio cruciale innovativo della nostra repubblica.

Il presidenzialismo è una cosa nuova e seria . Presuppone una risistemazione solidale di tutti gli equilibri democratici di rappresentanza. Il discorso diventa naturalmente più complicato, da fare in sede appropriata, ma dopo che si sono messi da parte tutti i pregiudizi oggi in circolazione pro e contro.

Tra l’altro, se l’esigenza che sottende la richiesta di presidenzialismo riguardasse semplicemente il rafforzamento delle competenze e delle prerogative di chi governa, ci sono altri sistemi e meccanismi che rafforzano il potere decisionale di chi sta al governo. Pensiamo al cancellierato tedesco che è semplicemente un forte esecutivo costruito dentro ad un sistema parlamentare e rappresentativo di tipo tradizionale. Se poi oggi la cancelliera Merkel sembra agire come se fosse un presidente, godendo di una popolarità transpartitica, lo si deve alla sua personalità e abilità.

Questa osservazione ci riporta ad un altro punto cruciale: il rapporto tra persona e istituzione, mai tanto stretto come nel presidenzialismo. Torna l’analogia con il sindaco: faccia nota, vicina, accessibile, direttamente controllabile nelle sue iniziative. Ma qui tocchiamo anche il limite di questa analogia. L’orizzonte della città, sia pure grande come Roma o Firenze, non è quella della nazione. Invece la vicinanza del presidente della repubblica, resa apparentemente accessibile dall’elezione diretta, rischia di essere una finzione. Una finzione mediatica. Conosciamo le macchine elettorali presidenziali americane. Sappiamo quali enormi possibilità di manipolazione hanno i circuiti mediatici – anche nel piccolo mondo di casa nostra.

Il presidenzialismo potrebbe esasperare queste manipolazioni. È vero, ma la mediatizzazione e la personalizzazione della politica sono ormai fenomeni irreversibili, quotidiani. Tanto vale prenderli di petto, se è in gioco una migliore e più efficiente struttura istituzionale del sistema. C’è qualcuno che oserebbe dire che il sistema democratico francese è meno democratico del nostro?

No, naturalmente. Spaventa invece l’idea che l’ipotesi presidenzialista possa da noi alimentare una nuova demagogia populista e un leaderismo pseudocarismatico. È un timore più che legittimo. Ma se il problema non è la struttura istituzionale bensì la pessima classe politica; se la nostra democrazia nonostante questo ha avuto ottimi presidenti di tipo «tradizionale », prendiamo atto dello stadio più recente cui siamo approdati.

L’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con la formula del «governo del presidente » ha indirettamente indicato un percorso. Tramite tale esperienza – o meglio tramite una riflessione che non si è ancora fatto seriamente su di essa – si delinea la via italiana al semipresidenzialismo. O, detto in modo più prudente, verso un correttivo presidenziale del parlamentarismo.


Il gioco sporco degli anti-presidenzialisti
di Arturo Diaconale
(da v”L’Opinione”, 4 giugno 2013)

Al primo punto del programma di riforme proposto da “La comunità de L’Opinione” c’è la riforma della Costituzione con il passaggio dal sistema parlamentare al sistema presidenziale. Per questo motivo l’associazione ha aderito alla iniziativa lanciata dal costituzionalista Giovanni Guzzetta diretta a raccogliere le firme necessarie alla presentazione di una proposta di legge d’iniziativa popolare diretta ad introdurre nel nostro paese il semipresidenzialismo applicato in Francia da Charles De Gaulle.

Fino ad ora tutti i tentativi di riforma istituzionale in senso presidenziale si sono scontrati con resistenze talmente forti da provocare il fallimento politico e personale di chiunque si sia impegnato in questa direzione. Basti ricordare la sorte riservata ad un personaggio come Randolfo Pacciardi, trasformato da leggendario combattente antifascista della guerra di Spagna e leader del Partito repubblicano erede della tradizione mazziniana in un pericoloso neo-fascista pronto a qualsiasi avventura antidemocratica e golpista. Per non parlare del tragico destino riservato al leader socialista Bettino Craxi colpevole di avventurismo autoritario per aver sostenuto all’inizio degli anni ’80 la necessità di modernizzare il paese attraverso la grande riforma presidenzialista. Ora, però, dopo la scomparsa della Prima Repubblica e la cattiva prova della Seconda, sembrano esserci condizioni diverse. A spingere nella direzione della riforma presidenziale non ci sono solo i sostenitori da sempre della necessità di inserire nella democrazia rappresentativa l’elezione diretta del Capo dello Stato. Per la prima volta nel secondo dopoguerra, l’idea di modernizzare la Carta Costituzionale attribuendo poteri esecutivi al Presidente della Repubblica sull’esempio delle democrazie più avanzate ha trovato consensi anche nello schieramento che fino ad ora si era opposto tenacemente ad un simile progetto.

In particolare , all’interno del Partito Democratico alcuni esponenti collocati su posizioni riformiste si sono espressi in favore del semipresidenzialismo alla francese. Ed anche il nuovo segretario del partito, Guglielmo Epifani, ha manifestato interesse e disponibilità ad affrontare il tema della riforma istituzionale in senso presidenziale. La consapevolezza che mai ci siano state condizioni migliori di quelle attuali per la modifica della Costituzione non deve, però, far pensare che la strada verso il presidenzialismo sia ormai in discesa. Il fronte della conservazione è sempre molto forte. E proprio perché avverte che oggi il cambiamento potrebbe essere effettivamente realizzato, diventa combattivo, aggressivo, intransigente. La tesi dietro cui ci si arrocca stabilisce che la Costituzione può essere corretta e ritoccata ma non può essere cambiata. Cioè si possono ipotizzare ritocchi quali la cancellazione del bicameralismo perfetto e la trasformazione del Senato in assemblea dei rappresentanti delle autonomie regionali. Ma non si può neppure prendere in considerazione l’ipotesi di cambiare la Costituzione togliendo al parlamento il compito di eleggere il Presidente della Repubblica ed assegnandolo direttamente al corpo elettorale.

Secondo questa tesi,in sostanza, i ritocchi sarebbero legittimi, il cambiamento sarebbe invece un atto addirittura eversivo da perseguire penalmente come un vero e proprio attentato alla Costituzione. Chi parte nella campagna per la riforma istituzionale in senso presidenziale deve , quindi, sapere che il fronte della conservazione non si limiterà a reagire con la solita arma della criminalizzazione politica dei propri avversari ma non esiterà a giocare la carta dell’uso politico e strumentale dell’azione giudiziaria per fermare la spinta alla modernizzazione delle istituzioni e del paese. I difensori degli interessi delle caste giocheranno duro e sporco. Perché consapevoli che la sconfitta è possibile. Renderla concreta, malgrado tutto, è il compito di chi non ha privilegi da salvaguardare ma solo la rinascita del paese da perseguire.


I segreti indicibili della guerra a Berlusconi
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 4 giugno 2013)

Non credo ai complotti internazionali, che andavano molto di moda fra noi giornalisti negli anni Sessanta e Settanta (vedevamo «piste » nere, rosse e bianche in ogni pertugio della politica) ma alle influenze internazionali e alle loro conseguenze sì. Molti di noi hanno pensato che il processo per mafia contro Giulio Andreotti e l’operazione Mani Pulite avessero anche a che fare con dei circoli americani dalla memoria lunga che non dimenticavano Sigonella.

Non lo sapremo mai. Certo, fa impressione che nessun editore italiano se la sia sentita di pubblicare un libro uscito solo in inglese, The Italian Guillotine (La ghigliottina italiana), firmato da Stanton H. Burnett e Luca Mantovani. Il libro è del 1998 e nella premessa a pagina 9 vi si legge: «Un gruppo di magistrati altamente politicizzati, in larga maggioranza orientati a sinistra, agendo come pubblici ministeri, hanno usato una legittima inchiesta giudiziaria per perseguire, selettivamente, i loro nemici politici, ignorando o minimizzando misfatti simili dei loro alleati politici. L’investigazione di fondo è stata un’inchiesta su pratiche che erano andate avanti per decenni… I magistrati sono stati abbondantemente appoggiati da un gruppo di quotidiani e settimanali, tutti di proprietà di alcuni pochi grandi industriali che avevano una chiara posta in gioco nel successo del colpo di Stato ».
Infatti, quello che i magistrati hanno deliberatamente perseguito («the fact is that men plotted and planned », p. 241) viene definito dagli autori un «colpo di Stato », vale a dire il «rovesciamento non democratico del regime che ha governato la quarta potenza industriale dell’Occidente » (p. 1). Ciò che colpisce di più di quel testo, è che non sia mai stato tradotto e pubblicato. Guai a chi avanza simili ipotesi. Allora, credo che chiunque possa convenire purché in buona fede, anche alle anime più belle qualche dubbio dovrebbe venire sul bombardamento giudiziario a tappeto scatenato contro Silvio Berlusconi. Possibile che sia e sia stata tutta farina del sacco di un gruppetto di intrepidi servitori dello Stato nelle vesti di pubblici ministeri? Per troncare sul nascere il finto dibattito, basta il dato di fatto più noto: il famoso avviso di garanzia, che in realtà era un invito a comparire, recapitato per via giornalistica il 22 novembre 1994 a Berlusconi presidente del Consiglio mentre era a Napoli a presiedere una conferenza internazionale sulla criminalità. Quell’articolo del Corriere della Sera presentò per la prima volta al mondo intero Berlusconi come un potenziale criminale mentre guidava una crociata contro la criminalità. Le conseguenze le ricordate: un bagno di merda per tutto il Paese, il ritiro di Bossi dalla maggioranza con conseguente ribaltone e prima cacciata di Berlusconi. Il fatto notevole è che Berlusconi risultò poi totalmente innocente per le ipotesi di reato che avevano stroncato la sua partenza come capo del governo, ma la mazzata mediatica determinò la vittoria di Prodi nel 1996 e cinque anni di traballanti governi di centrosinistra (Prodi, D’Alema, Amato, con Rutelli che si cambiava in panchina). Dunque, basterebbe questo solo fatto per concludere che certamente su Berlusconi si è scaricato un fall out radioattivo di materia giudiziaria che puntava a farlo fuori politicamente.

Che poi Berlusconi possa aver commesso gravi imprudenze nella sua condotta privata, dimenticando che nella cultura democratica occidentale la vita privata di un uomo di Stato è un fatto pubblico, è un altro paio di maniche. Ma sta di fatto che oggi lui si trova a fronteggiare una più che probabile condanna non per questioni di imprudenza nello stile di vita a casa sua, ma per reati che suonano gravissimi come la concussione e la prostituzione minorile. Chi mi conosce sa che giudico con molta severità tutte le imprudenze, come minimo, che hanno contribuito a devastare l’immagine di un primo ministro. Trovo prima di tutto imperdonabile aver fornito con generosità armi mediatiche a tutto il fronte politico, giudiziario e mediatico che vuole Berlusconi politicamente morto e con lui politicamente morta una politica liberale non intorpidita dal conformismo imposto a colpi di decreti legge giornalistici. Ma quel che è fatto è fatto e guardiamo all’oggi. E torniamo così alla domanda di partenza: c’è caso che una vasta operazione, che non chiameremo complotto ma proprio operazione, fu avviata e poi mantenuta costantemente attiva per liquidare politicamente Berlusconi?
Questa è una domanda che quando la si fa in privato ad amici di sinistra, trova quasi sempre come risposta un’espressione di comprensione, come dire che è ovvio che sia così. Ma se la metti per iscritto e la pubblichi, devi poi aprire l’ombrello sotto le cateratte degli insulti. Macché, grideranno, Berlusconi si trova sotto attacco giudiziario per sue colpe e delitti, in un libero Paese in cui una magistratura notoriamente «terza » e senza preconcetti lo processa senza altri fini che scoprire i reati e castigarli secondo giustizia. È ovvio che, messa così, viene da ridere.

Di qui, di nuovo, la domanda: ma può essere che l’eliminazione di Berlusconi faccia parte di una vasta operazione politica internazionale, visto che i confini nazionali sono in genere troppo stretti per faccende di così meravigliosa sintonia? Ieri rileggevo un breve articolo di Alessandro Sallusti pubblicato su Libero nel maggio del 2009, in cui dava una notizia che non mi risulta smentita. La notizia è questa: il 23 marzo di quell’anno, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ricevette in forma più che discreta Michail Gorbaciov, un uomo di cui ho uno sgradevole ricordo: mentre Alexander Litvinenko moriva tra atroci sofferenze in ospedale di Londra, l’ultimo capo dell’Unione Sovietica si faceva fotografare in taxi con una vistosa borsa Vuitton da cui emergeva un giornale aperto sul caso Litvinenko. Secondo Sallusti, che immagino avesse una fonte diplomatica da non citare, sosteneva che il tema dell’incontro alla Casa Bianca fra Obama e Gorbaciov fosse Berlusconi. O meglio: come eliminare dalla scena europea lo scomodissimo presidente del Consiglio italiano. Ci si può chiedere: e perché rivolgersi a Gorbaciov? La ragione c’è: l’ultimo segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica (un uomo che è sempre stato rifiutato dai russi e che non è mai stato eletto in libere elezioni dove prese poco più del 2 per cento) è diventato da quei lontani tempi sovietici un guru, un ambasciatore fra lobby di potere, autore di mille articoli del tutto vacui e inutili, ma influente e disposto a viaggiare. Se l’informazione è esatta, Gorbaciov si sarebbe dato un gran da fare per tessere una rete multinazionale con cui catturare ed eliminare Berlusconi. Se ciò fosse vero, è ovvio che un tale interesse non sarebbe certo dipeso da questioni di stile di vita, cene con belle ragazze ed eventuali comportamenti disdicevoli. No, se la notizia fosse solida, il movente andrebbe cercato altrove. Andrebbe cercato nelle pieghe della politica che conta, quella che sposta ricchezze gigantesche e in particolare le questioni energetiche. Che gli americani siano più che irritati con Berlusconi per la sua strettissima amicizia con Putin è un fatto certo. Ricordo un cordiale colloquio con l’ambasciatore Spogli che mi confermò questo elemento di ostilità.
Voglio anche ricordare, per lealtà verso chi mi legge, che io stesso non ho alcuna simpatia per Vladimir Putin, la cui idea della democrazia sta agli antipodi di quella di Thomas Jefferson e di Alexis de Tocqueville. Mi indignò l’invasione russa della Georgia e tuttora mi indigna la persecuzione contro le ragazze del gruppo Pussy Riot e molto altro. Ma è certo che l’antipatia degli Stati Uniti per Putin va molto al di là dei comportamenti censurabili, perché si concentra invece sulla questione energetica.
(1 – continua)


Unipol, i giudici: «Berlusconi ascoltò la telefonata tra Fassino e Consorte »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 4 giugno 2013)

Il ruolo di Silvio Berlusconi nella vicenda dell’intercettazione Fassino-Consorte che gli è costato in primo grado una condanna a un anno di reclusione, fu decisivo. È il senso delle motivazioni in cui si legge che senza l’«apporto in termini di concorso morale » dell’ex premier «non si sarebbe realizzata la pubblicazione ».

LA TELEFONATA – Silvio Berlusconi dunque ascoltò la telefonata tra Piero Fassino e Giovanni Consorte nella quale l’allora presidente di Unipol informava l’ex leader dei Ds della tentata scalata di Bnl a Unipol. A sostenerlo sono giudici della quarta sezione penale del tribunale di Milano nelle 90 pagine di motivazione al verdetto col quale hanno inflitto un anno di carcere all’ex premier per concorso in rivelazione di segreto d’ufficio. «Quella sera la registrazione audio venne ascoltata attraverso il computer, senza alcun addormentamento da parte di Silvio Berlusconi, o inceppamento del pc », scrivono i giudici. «La qualità di capo della parte politica avversa a quella di Fassino, rende logicamente necessario il suo benestare alla pubblicazione della famosa telefonata » sottolineano i giudici.
«Tenuto conto della qualità di pubblico ufficiale di Silvio Berlusconi, e della lesività della condotta nei confronti della pubblica amministrazione, gravemente danneggiata dalla plateale violazione del dovere di fedeltà dell’incaricato di pubblico servizio, dotata di grande rilevanza mediatica risulta pertanto giustificata la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche » scrivono ancora i magistrati milanesi. I giudici sottolineano di aver tenuto conto anche della «insufficienza della condizione di incensuratezza dell’imputato, per altro gravato da altre condanne, sia pur non definitive ».

REGALO DI NATALE – Per i giudici della quarta sezione penale di Milano l’intercettazione tra Fassino e Consorte era un «regalo di Natale » che gli imprenditori Roberto Raffaelli, titolare della società incaricata dalla Procura di Milano di effettuare le intercettazioni, voleva portare ad Arcore per «ingraziarsi l’appoggio del Presidente del Consiglio » e ottenerne la «protezione » per un affare in Romania. «Ritiene il tribunale – scrivono nelle motivazioni della sentenza di condanna ad un anno per Berlusconi – che la vicenda in esame si sia rivelata quale emblematica espressione della spregiudicatezza con cui un incaricato di pubblico servizio, quale Roberto Raffaelli, titolare, in ragione del suo incarico, di delicatissimi compiti affidatigli dall’autorità giudiziaria, si sia reso disponibile a piegare il dovere di lealtà nei confronti della pubblica amministrazione ». «Violando il dovere di segretezza imposto sui contenuti delle intercettazioni, persino secretate come questa – scrivono ancora i giudici – trasformata in un regalo di Natale volto ad ingraziarsi l’appoggio del presidente del Consiglio al fine di ottenere la sua protezione ».

MOTIVAZIONI – «Le motivazioni della sentenza sono prive di logica giuridica », affermano in una nota, gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo, difensori dell’ex premier. «Le osservazioni contenute in sentenza, totalmente smentite dai testi in dibattimento per la posizione di Paolo Berlusconi sulla sua effettiva partecipazione alla pubblicazione dell’intercettazione e per cui non v’è il benchè minimo indizio, divengono prive di ogni logica giuridica per il Presidente Berlusconi », affermano i due legali in una nota. Secondo Ghedini e Longo, «il Presidente Berlusconi viene condannato per concorso morale e quindi non già per aver posto in essere qualche condotta specifica ma per aver rafforzato il proposito del fratello Paolo proprietario ed editore del Giornale. Mai nessuno ha potuto prospettare nulla in proposito. Anzi, sostengono gli avvocati, colui che ha consegnato l’intercettazione ha affermato che il Presidente Berlusconi non l’ha mai ascoltata. Parimenti Paolo Berlusconi ha ripetutamente ribadito che Silvio Berlusconi mai se n’era interessato. È una sentenza dunque basata sull’incredibile principio del cui prodest, che non potrà che essere riformata nei gradi successivi ».


Ma il vero timore del Cavaliere è per la Consulta. E Alfano sale al Colle
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 4 giugno 2013)

Più la sentenza Ruby si avvicina, e più l’umore di Berlusconi volge al tempestoso. Da un po’ di giorni il Cavaliere appare «cupo », preoccupato, teso quanto può esserlo chi si prepara a ricevere una legnata giudiziaria. Non si rispecchia affatto (ma in fondo, quale imputato vi si riconoscerebbe?) nel ritratto del pm Sangermano, e tantomeno in quello di Ilda Boccassini. Lo umilia essere dipinto come un vecchio satiro che adesca le giovinette, addirittura come un concussore per quella telefonata in Questura che lui racconta «educatissima », super-gentile. Tuttavia Silvio ha una vecchia ruggine con i giudici milanesi, da loro non si aspetta nulla di buono; se il 24 giugno prossimo lo condannassero per le sue «feste eleganti », lui sarebbe il primo a non provare stupore. Rivalersi contro Letta o contro l’uomo del Colle avrebbe a quel punto scarso significato perché né il premier né Napolitano hanno la minima chance di indirizzare la sentenza. E poi, spiegano amici fedeli, una crisi delle larghe intese causata per vendetta potrebbe spalancare la strada a governi ben più di sinistra, appoggiati da Vendola e da un po’ di transfughi a Cinque Stelle. Cosicché davvero a quel punto Berlusconi dovrebbe darsela a gambe…

Insomma: se le pendenze giudiziarie si limitassero a Ruby, l’equilibrio politico potrebbe reggere anche una severa condanna. Il guaio è che mercoledì 19 è attesa un’altra sentenza, stavolta della Corte costituzionale. Dovrà stabilire se Berlusconi aveva o meno diritto al «legittimo impedimento » che gli venne negato dalla Corte d’appello nel processo Mediaset. L’impatto ai fini pratici è tutto da dimostrare. Anche nel caso in cui la Consulta desse ragione al Cavaliere, non è detto che quel giudizio ripartirebbe da zero. Dipenderà molto da come vorranno dosare il verdetto i giudici costituzionali. I quali, diversamente dalle toghe di rito ambrosiano, sono notoriamente sensibili ai venti della politica. Mettiamola così: non vivono sulla luna. Per cui nel loro caso sì che la decisione potrà scaricare onde d’urto sul governo. Tuona privatamente Berlusconi: «Se la Corte costituzionale dovesse sostenere che il legittimo impedimento non esiste nemmeno quando un premier presiede il Consiglio, allora saremmo davvero al colmo ». In quel caso, nessuno può prevedere quale sarebbe la reazione del diretto interessato. Si spingerebbe fino a causare una crisi?

È interessante sentire Capezzone, tra i personaggi di spicco della nouvelle vague berlusconiana: «L’equilibrio politico si regge sul senso di responsabilità che il nostro Presidente ha dimostrato in questi mesi. In qualche modo questo ruolo gli deve essere riconosciuto. Dalla Consulta il Pdl si attende un segnale di pacificazione », cioè una sentenza che, quantomeno sul piano politico, possa segnare uno spartiacque. Guai se non arrivasse, dichiara senza peli sulla lingua Daniela Santanché. C’è chi invece, come Gianni Letta o Alfano, trova più appropriati i canali della diplomazia. Guarda caso proprio ieri il vice-premier è salito al Colle per un colloquio dai contorni misteriosi. Nessuno crede che a tu per tu con Napolitano abbiano parlato solo di nomine prefettizie. Mille segnali fanno pensare che Angelino abbia voluto mettere sul chi vive il Capo dello Stato: Berlusconi è più imprevedibile che mai, da lui ci si può attendere di tutto. In un attimo, può compiere qualsiasi inversione a «u ». Vedi il caso Allegri. Il Cavaliere sembrava deciso a cacciare l’allenatore, invece di colpo ha cambiato idea. Al governo promette lunga vita. Ma che poi mantenga la parola, tra i suoi non ce n’è uno in queste ore che metta la mano sul fuoco.

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La morte di Zincone. Le mie scuse tardive a un grande giornalista
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 4 giugno 2013)

Ignoravo che Giuliano Zincone fosse gravemente malato, altrimenti gli avrei chiesto scusa prima che fosse troppo tardi. È morto due giorni fa e l’ho scoperto ieri leggendo il ricordo che ne ha fatto Francesco Cevasco sul Corriere della Sera.

Ci sono rimasto male. Non immaginavo che l’irreparabile sarebbe successo tanto presto. Pensavo, anzi, che l’avrei preceduto nel viaggio definitivo, cosicché ho sempre rimandato a cuor leggero il momento di scrivergli due paroline per chiudere una piccola polemica ingigantita dall’incomprensione.
Per anni lavorammo insieme. Entrambi inviati del Corriere, Giuliano principe e io principiante, un paio di volte ci trovammo impegnati all’estero sullo stesso servizio; in Messico, in occasione dei Mondiali di calcio 1986, e in Corea, Olimpiadi 1988. Il nostro incarico non era sportivo in senso stretto: ci toccava descrivere i contorni, il clima, i costumi; raccontare non le manifestazioni ma i luoghi in cui si svolgevano. Ci spartivamo il da farsi. Zincone era la star e gli spettavano le cronache degli avvenimenti più importanti, a me rimanevano le frattaglie. Le gerarchie stabilite dall’anzianità e dalla bravura andavano (e vanno ancora) rispettate.

La cerimonia d’inaugurazione dei Giochi fu affidata a lui. Ma alle 4 di mattina (si tenga conto del fuso orario) fui svegliato dagli squilli del telefono: era Giulio Anselmi, vicedirettore. Un po’ trafelato mi comunicò che Giuliano era irreperibile, non riuscivano a rintracciarlo. Per cui ricevetti l’ordine perentorio di buttare giù 70 righe per la prima pagina su una cerimonia che non avevo seguito. Nel nostro mestiere capita anche di peggio: in mezz’ora riempii un paio di cartelle, inventando di sana pianta lo sfavillante spettacolo cui non avevo assistito, e le dettai agli stenografi, dato che per imperizia non usavo i computer da poco in commercio (e non li uso tuttora).

La mattina seguente bussai alla porta di Giuliano e un po’ nervosetto gli chiesi che cosa avesse combinato: «Ieri eri latitante e mi hanno rifilato un compito che era tuo ». Scoppiò a ridere: «Dormivo della grossa, ma non lagnarti: così ti ho valorizzato ». Replicai alla Grillo: «Ma vaffa… ».
In Messico le cose erano andate meglio. Ci avevano destinato a Guadalajara, dove giocavano le squadre favorite: Brasile e Francia. Hotel fantastico. Occhio, però, a non mettere in bocca neanche un goccio d’acqua che non fosse minerale, con la quale ci lavavamo persino i denti. Forte era il rischio della vendetta di Montezuma, esiziale per una parte del corpo assai delicata.

Di quel Paese color pomice non sapevamo nulla, ci servivano informazioni per i nostri reportage. Che fare? Conoscemmo due sorelle, figlie di un avvocato di rango, con le quali stringemmo amicizia. Praticamente stavamo sempre con loro. La sera il padre ci invitava a cena nella sua villa di pregio, in una zona residenziale. E ci riempiva la testa di nozioni e notizie. Una pacchia. A scanso di equivoci preciso che non eravamo «fidanzati in casa » delle ragazze. Diciamo che la compagnia era piacevole. Quando partimmo per rientrare in Italia, all’aeroporto le sorelle lacrimavano. Baci, abbracci. Una storia innocente e, quindi, indimenticabile.

Il rapporto fra Zincone e me divenne quasi fraterno. Poi si guastò per una fregnaccia. Era, mi pare, il 1999. Dirigevo il Quotidiano Nazionale (Carlino, Nazione, Giorno) quando arrivò un dispaccio di agenzia: il nome di Giuliano compariva nella cosiddetta lista Mitrokhin. Pubblicammo per intero l’elenco. E lui si arrabbiò moltissimo. Al punto che mi querelò. Devo aggiungere che fui assolto (capita, talvolta, anche se raramente). Ma, al di là di questo dettaglio, capisco la sua ira. Era impossibile che egli fosse stato al soldo dell’Urss e avrei potuto risparmiargli l’onta di una citazione in quel contesto. Invece non lo feci in ossequio a una malintesa completezza d’informazione.

Da allora non ci vedemmo più. Spesso fui tentato di telefonargli per rappacificarmi, ma all’ultimo istante mi tirai sempre indietro. Per imbarazzo. Ora gli porgo le mie scuse fuori tempo massimo con un rimpianto: non saprò mai se le avrebbe accettate. Zincone non era soltanto un grande giornalista, una penna d’oro come non ne nascono più, ma era una persona specchiata, elegante e di spessore. Peccato che avesse smesso presto di scrivere assiduamente per il Corriere. Il motivo mi è oscuro. Posso dire di non avere mai letto un suo pezzo mediocre. Da lui c’era solo da imparare.


Primo Levi, quel suicidio non si lega ai partigiani
Sergio Luzzatto replica a Cavaglion: la chiave del “segreto brutto” non sta nei sentito dire del parroco. L’anziana ebrea viennese si tolse la vita dopo la fucilazione dei due giovani e il nesso fra gli episodi è improbabile
di Sergio Luzzatto
(da “La Stampa”, 4 giugno 2013)

Domenica scorsa, La Stampa ha dato grande rilievo a un intervento di Alberto Cavaglion che pretenderebbe di spiegare il «segreto brutto » di Primo Levi: l’episodio più traumatico della sfortunata sua esperienza di partigiano nella Valle d’Aosta dell’autunno 1943. Nel diario di un curato la chiave del «segreto brutto » è il titolo di una ricostruzione lanciata in prima pagina come «la verità » riguardo all’esecuzione di due giovani ribelli, Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano, appartenuti alla banda di Levi e fucilati dai compagni. In realtà, un po’ tutto in questo dossier storiografico autorizza a pensare che le cose siano andate diversamente da come Cavaglion e La Stampa vorrebbero credere.

Il sedicente scoop di Cavaglion è ricalcato (senza dirlo) sopra un articolo uscito qualche settimana fa su un periodico online di Torino, Civico20News. Dove un medico torinese, il dottor Gian Carlo Pavetto, figlio del medico condotto di Brusson negli Anni 40, garbatamente ipotizzava che una spiegazione del «segreto brutto » andasse ricercata dentro una Petite Chronique di vita parrocchiale pubblicata nel 1970 dall’arciprete di Brusson, don Adolphe Barmaverain. In particolare, riuscirebbe decisiva un’allusione del sacerdote al suicidio di una sessantacinquenne signora ebrea viennese, «Mme Polkorny Elsa », che il 17 dicembre 1943 si sarebbe tolta la vita dopo essere stata minacciata e vessata da alcuni partigiani: «La voix courut que ces partisans auraient été fusillés par leur chef venu à la connaissance de ces vexations… ».

Ed ecco che Cavaglion si getta sulle cinque righe della Petite Chronique come su una manna piovuta dal cielo. Erroneamente, chiama «diario » qualcosa che non è affatto un diario, ma una rielaborazione a posteriori di registri parrocchiali e appunti personali. E si affida al «corse voce » di don Barmaverain (ignorando il successivo verbo al condizionale e i puntini di sospensione finali) come se contenesse la chiave di volta dell’intera faccenda. «Il parroco di quei luoghi ci racconta dunque un altro pezzo della storia mancato a Luzzatto: i partigiani furono fucilati dal loro capo perché avevano vessato e minacciato un’anziana ebrea viennese rifugiata in Valle fino al punto di spingerla al suicidio ».

Se soltanto Cavaglion si fosse dato la pena di leggere, oltre alle cinque righe sulla morte di «Mme Polkorny Elsa », le tre pagine dedicate dalla Petite Chronique ai venti mesi dell’occupazione tedesca, si sarebbe accorto che il fantomatico «diario » di don Barmaverain ridonda di formule analoghe a «la voix courut », e altrettanto impalpabili, riguardo a questo o quell’abitante di Brusson travolto dalle vicende della guerra civile: «l’on raconte », «l’on parle », «le public en conclut », «le bruit courut », eccetera. Sicché qualsiasi storico minimamente avvertito farà bene a maneggiare le tre pagine dell’arciprete per niente di più né di meno di ciò che sono: una raccolta dei rumors che i drammatici eventi del 1943-45 poterono alimentare in una lacerata comunità di villaggio della val d’Ayas.

Nulla Cavaglion conosce del contesto locale che produsse gli eventi di inizio dicembre ’43, salvo quanto io stesso ho ricostruito nel libro Partigia (Mondadori). L’autore del falso scoop si trova dunque nell’incapacità di distinguere quanto riesce plausibile e quanto no nella testimonianza a posteriori di don Barmaverain. Di plausibile, per esempio, c’è un nesso diretto fra le vicende della banda di ribelli casalesi raccoltasi a Brusson e la famiglia Revil, presso cui alloggiava la signora ebrea originaria di Vienna. La padrona di casa, Cecilia Revil, gestiva infatti nella frazione di Arcesaz l’osteria dei Tre Cavalli, che serviva da base operativa dei partigiani e che fu militarmente investita, il 13 dicembre, da un rastrellamento nazifascista nel quale venne catturato anche Primo Levi.

Molto meno plausibile risulta l’ipotesi di un nesso diretto fra il suicidio della signora viennese e l’esecuzione dei due giovani partigiani. Non foss’altro, perché la cronologia non è materia d’opinione. Numerose fonti archivistiche da me reperite e analizzate in Partigia indicano nel 9 dicembre 1943 il giorno in cui Oppezzo e Zabaldano vennero giustiziati dai compagni della banda. Mentre lo stesso don Barmaverain indica nel 17 dicembre il giorno in cui «Mme Polkorny Elsa » fu trovata cadavere in casa Revil. Se queste furono le date, veramente i due ragazzi poterono essere fucilati – per punizione di soprusi da loro compiuti – otto giorni prima che la signora ebrea si suicidasse?

L’ipotesi suona talmente strampalata che se ne accorge perfino Cavaglion. Il quale sente allora il bisogno di aggiungere: «Barmaverain non dice quando sia realmente morta l’anziana ebrea ». In altre parole, Cavaglion deve immaginare che «Mme Polkorny Elsa » si sia uccisa con largo anticipo sul giorno in cui fu trovata cadavere. E deve suggerire, implicitamente, che il corpo della signora sia rimasto per una decina di giorni ignorato (o addirittura occultato) in casa Revil. Il che presumerebbe fra l’altro che il medico condotto, dottor Andrea Pavetto, abbia sottaciuto nel referto mortuario il carattere risalente del decesso: poiché (sia detto per informazione di Cavaglion) presso gli uffici anagrafici del comune di Brusson la morte della signora risulta ufficialmente datata al 17 dicembre 1943.

Di là da questioni di cronologia e di necrologia, altri elementi del dossier consentono di ipotizzare una diversa ricostruzione degli eventi rispetto a quella brandita da Cavaglion come la chiave esplicativa del «segreto brutto ». Segnatamente, spinge a immaginare uno scenario diverso la vicenda biografica di quell’anziana signora ebrea di cui Cavaglion ignora tutto, ma proprio tutto («Chi era Elsa Polkorny? », si domanda con spensierata franchezza). Se l’autore del falso scoop avesse meglio esercitato i suoi talenti di studioso, sarebbe pervenuto a conclusioni meno affrettate – ma non per questo meno tragiche – su quanto probabilmente accadde a Brusson in quei giorni di dicembre del ‘43.

«Mme Polkorny Elsa » si chiamava in realtà Elsa Pokorny, ed era nata a Vienna nel 1878. Proveniva da una famiglia israelita della Mitteleuropa asburgica: ebreo boemo il padre, ebrea slovacca la madre, ebreo viennese originario della Galizia il marito, l’avvocato Leopold Amster, da cui aveva avuto due figlie e di cui era rimasta vedova nel 1932. Dopo l’annessione dell’Austria al Reich hitleriano, Elsa Pokorny Amster aveva giudicato prudente lasciare Vienna per l’Italia, fosse pure l’Italia di Mussolini e poi delle leggi razziali: era andata ad abitare presso la figlia primogenita, sposata con un italiano non ebreo residente sulle rive del lago Maggiore. E dopo l’8 settembre 1943, la signora viennese si era ritrovata a Brusson come per il forzoso prolungamento autunnale di una villeggiatura cominciata in estate con la figlia e le due nipotine.

Inquilina in casa Revil, Elsa Pokorny portava sulle spalle il fatale destino di una famiglia di ebrei asburgici della sua generazione. La sorella, Helene Pokorny, vedova di un dottor Rudolf Hatschek già medico di buona fama nell’Austria Felix di inizio secolo, era stata arrestata a Vienna nel giugno 1942 insieme con il figlio minore, Wilhelm: deportati entrambi nel campo di concentramento di Maly Trostinec, in Bielorussia, erano stati sterminati all’arrivo con gli altri mille «pezzi » del «trasporto n. 24 ». Mentre il cognato di Elsa Pokorny, il dottor Hatschek, era morto probabilmente suicida (come centinaia e centinaia di ebrei viennesi degli anni trenta) nell’agosto 1939, cioè al precipitare delle cose verso la guerra mondiale e la Soluzione finale.

La figlia e le due nipotine di Elsa Pokorny erano restate con lei a Brusson fino agli ultimi giorni di settembre del ’43. Per l’inizio dell’anno scolastico avevano fatto ritorno sul Lago Maggiore, ma riuscendo a tenersi in contatto con l’anziana signora rimasta sola in Val d’Ayas. Ancora nel mese di novembre, scrivendo alla figlia, Elsa Pokorny non si era mostrata più che tanto inquieta per il suo proprio avvenire. La situazione dovette precipitare dopo il 1 ° dicembre 1943: cioè dopo che da Salò fu emanato l’«ordine di polizia n. 5 », che prescriveva l’arresto e la deportazione di tutti gli ebrei italiani o stranieri presenti sul territorio della Repubblica sociale.

Può darsi fra il 1 ° e il 9 dicembre alcuni partigiani della banda di Arcesaz – forse anche Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano – abbiano preso di mira la «tedesca » che alloggiava in casa Revil, che non sapeva una parola di italiano, e che gli squattrinati ribelli potevano immaginare danarosa. Di sicuro, il 9 dicembre i due giovani furono giustiziati dai compagni della banda: secondo le carte d’archivio del 1943-44, perché il giorno prima a Saint-Vincent avevano compiuto un «colpo » troppo azzardato, perché parlavano o straparlavano di «comunismo », perché minacciavano di scappare e di tradire.

Seguì, il 13 dicembre, il rastrellamento nazifascista che scompaginò la banda dei casalesi, provocò la cattura di Primo Levi, Luciana Nissim e Vanda Maestro, costrinse altri ebrei nascosti in val d’Ayas a un periglioso fuggi fuggi nelle nevi. La mia ipotesi è che Elsa Pokorny non abbia retto alla terribile accelerazione degli eventi, e si sia data la morte in un giorno compreso fra il lunedì 13 e il venerdì 17.

Quanto al «segreto brutto » che a lungo Primo Levi si porterà dietro dopo la Resistenza e dopo il Lager, fino al Sistema periodico del 1975, io credo che facciano torto proprio a Levi coloro che vorrebbero oggi ridurre tale segreto alle dimensioni di una pseudo «verità » sopra presunti delitti di Oppezzo e Zabaldano. Partigiani che uccidono partigiani: il «segreto brutto » ci colpisce e ci interpella perché sollecita dilemmi di altra misura e natura. Il problema del male che si annida anche nel bene della storia. E il sospetto che – in una guerra civile come in un campo di sterminio – infinite sfumature di grigio uniscano il nero dei colpevoli al bianco degli innocenti.


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Bart