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Il triangolo che deciderà il nostro futuro + Caso Napolitano

4 Settembre 2012

di Mario Deaglio
(da “La Stampa”, 4 settembre 2012)

Non è azzardato affermare che il destino dell’euro, quello dell’Europa economica e forse, più in generale, quello dell’Europa come entità politica, dipende da un triangolo tedesco. Oscilla, infatti, in questi giorni fra tre poli, tutti collocati in Germania. Il primo si trova a Francoforte; si tratta della bella e moderna Euro Tower, sede della Banca Centrale Europea (Bce), una cittadella della moneta che si staglia in un deserto istituzionale in cui non esiste un ministro europeo dell’Economia con il quale costruire una politica economica per il continente. La sua solitudine la pone al centro delle speranze e dei risentimenti sull’euro, della crisi europea, delle misure per uscirne e in particolare della creazione di nuova liquidità per sostenere i Paesi debitori, una linea d’azione fieramente avversata dai Paesi creditori e soprattutto dai tedeschi.

Entra così in scena il secondo polo che svolge in questi giorni un ruolo cruciale, anch’esso localizzato a Francoforte, a pochissimi chilometri di distanza dal primo. In un edificio esso pure imponente, che ricorda il passato più di quanto non suggerisca il futuro, ha sede la Bundesbank.

La mitica Banca centrale tedesca, un tempo ferrea custode del marco e della crescita senza inflazione, senza intromissioni governative e senza aiuti facili ad altri Paesi. L’istituzione dell’euro – che ha comportato la fine del marco le ha sottratto importanza e potere ma ha voce autorevole, e la usa con durezza, nel consiglio della Bce. La Bce è da anni sotto attacco della Bundesbank che le rimprovera sostanzialmente di non essere tedesca, ossia di non avere trasferito a livello europeo il rigore al quale il marco aveva abituato l’Europa. Non vorremmo naturalmente che la «purezza della razza » di infausta memoria abbia subito una metamorfosi trasformandosi in una sorta di «purezza della moneta ».

In queste condizioni, il governatore della Bce, Mario Draghi, liberale più che liberista, ha rifiutato qualche giorno fa di andare alla super-riunione annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole nelle Montagne Rocciose, riservando la descrizione del suo progetto di politica monetaria e finanziaria alla riunione a porte chiuse della commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento europeo. Il senso generale del suo discorso è naturalmente trapelato e ha rincuorato – si spera in maniera non prematura come successe meno di due mesi fa – le Borse europee.

I dettagli, importantissimi in questi casi, non sono naturalmente noti ma appare chiaro che Draghi si sta muovendo all’insegna del pragmatismo, in marcato contrasto con il dogmatismo della Bundesbank. Draghi ha indicato un limite di durata di tre anni, sotto il quale le operazioni di acquisto di titoli di uno Stato in difficoltà non deve essere configurato come finanziamento ma come semplice operazione di tesoreria. E’ sottinteso che Draghi, con questo, non vuole acquistare tonnellate di «Bonos » spagnoli, così come si è detto contrario a dare all’Esm, il nascente «fondo salva-Stati », le funzioni di una banca; vuole piuttosto ritagliarsi una certa libertà d’azione in modo da non dover chiedere a ogni operazione il permesso dei tedeschi.

Forse proprio per questo, magari anche in nome di una nostalgia storica per il marco, il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, fautore di un liberismo allo stato quasi puro – che vede come un grave errore qualsiasi politica attiva della Banca Centrale Europea – ha minacciato le dimissioni, temporaneamente arginate dal Cancelliere Merkel. Il suo predecessore, Alex Weber, si era dimesso per lo stesso motivo nell’aprile 2011.

Molto spesso, come scrisse Keynes ottant’anni fa, chi fa politica crede di essere libero di decidere ma in realtà è prigioniero di qualche economista defunto. In questo caso, Draghi si rifà a Franco Modigliani e all’ancora attivo Bob Solow, i premi Nobel con i quali ha studiato in America negli Anni Settanta, fautori di un liberalismo che non escludeva certo interventi delle istituzioni economiche. Weidmann, invece, è l’erede di una tradizione liberista dura e pura, più vicina al liberismo francese degli Anni Ottanta che alle storiche dottrine dei democristiani tedeschi, come l’«economia sociale di mercato ». Naturalmente le Borse hanno salutato l’apparente vittoria di Draghi: sperano nell’allontanamento del tormentone dei debiti pubblici e quindi in un po’ di ossigeno con il quale cercare di compiere qualche passo sulla lunga strada dell’uscita dalla crisi.

Perché, al momento attuale, la vittoria di Draghi è ancora soltanto apparente? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tirare in ballo il terzo polo di questa vicenda largamente tedesca che tocca tutti gli europei. Il terzo polo non sta nella metropoli di Francoforte ma centocinquanta chilometri più a Sud, nella piccola città di Karlsruhe, circa trecentomila abitanti. Qui si trova il piccolo, moderno e arioso edificio della Corte Costituzionale tedesca, ai vertici della struttura pubblica tedesca e sarà questo tribunale tedesco a prendere, entro una decina di giorni, una decisione che, di fatto, potrà determinare le sorti dell’Europa.

La Corte dirà infatti se i trattati internazionali in base ai quali risorse finanziarie pubbliche tedesche vengono utilizzate per aiutare Paesi esteri in difficoltà sono o non sono conformi alla Costituzione tedesca. Otto giudici in solenni toghe rosse diranno un «sì » o un «no » che avrà in ogni caso ripercussioni radicali sulle Borse, sull’economia, sui governi del nostro continente.


“Napolitano fa caz… come gli altri e voglio criticarlo: non siamo in Cina”
di Redazione
(da “Libero”, 4 settembre 2012)

Daniela Santanchè non ci sta. La pasionaria del Pdl, invervistata a la Zanzara, la trasmissione di Radio 24 ha rivendicato il diritto di criticare il presidente della Repubblica: “Quando attaccavano Berlusconi nessuno diceva niente, quando criticano Napolitano adesso tutti si stracciano le vesti. Mi mandino in esilio se non si può criticare Napolitano visto che viene criticato anche il Papa. Me ne fotto di queste conversazioni con Mancino, ma non me ne fotto del fatto che ci sono due pesi e due misure: quando intercettano il presidente del consiglio fanno cadere il governo, quando intercettano Napolitano viene giù il mondo. Invece fa cazzate come gli altri, non ha nulla di divino. Non è intoccabile, non siamo mica in Cina”.

Renzi e Crocetta. Santanché sostiene che, se tutto quello che ha scritto il settimanale Panorama sulle conversazioni tra Napolitano e Mancino su Berlusconi e Di Pietro, dovesse essere vero “è chiaro che Napolitano non è più un arbitro imparziale ma è un giocatore e ha preso parte alla partita. Visto che è stata sospesa la democrazia con Monti, dovrebbe ridare il mandato a Berlusconi e vedere se ha di nuovo una maggioranza”. Dalle intercettazioni alle dichiarazioni di intenti del candidato del Pd e dell’Udc alla Regione Sicilia, Rosario Crocetta: “Vuole diventare casto? Ma come si fa a rinunciare al sesso, ne faccia di più e rinunci alla candidatura”. La Santanché scopre la carte anche sulle primarie del Pd e, tra Bersani e Renzi, sceglie “assolutamente” Renzi: “non se ne può più di gente come bersani di “ciaparatt” (buoni a nulla, in milanese). Mi piacerebbe facesse piazza pulita dalla sua parte, sarebbe onore al merito se riuscisse a far fuori quelli che stanno da 30 anni in parlamento, quelli che non hanno mai lavorato un’ora. Lo applaudirei. Anzi, se vince vado da lui, gli stringo la mano, lo bacio e gli dico “with my compliments”. Poi precisa: “Non lo trovo neanche un mostro di capacità però se è capace con la sua campagna per queste primarie di far fuori questa gente triste e noiosa, sarei felicissima”. Ma lei vorrebbe un repulisti anche nel Pdl, chiedono i due conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo? “Certo che sì – risponde la Santanchè – anche nel Pdl è pieno di gente in Parlamento mantenuta dalla politica, persone che vedono la politica come stipendificio. Nomi non ne faccio, ma è pieno di trombati che cercano posti. Si dovrebbe fare una regola nel prossimo Parlamento ognuno dovrebbe avere un reddito, così entrano solo quelli che hanno un lavoro vero, quelli che sanno cosa significa pagare un mutuo”.


Riportiamo l’intervista che il defunto Loris D’ambrosio rilasciò il 16 giugno a Marco Lillo de “il Fatto Quotidiano”:

“Il consigliere di Napolitano D’Ambrosio: “Tante telefonate e lettere da Mancino”

Una telefonata nella quale l’ex presidente del senato  Nicola Mancino  chiede al consigliere giuridico del presidente della Repubblica,  Loris D’Ambrosio, di parlare con  Giorgio Napolitano  dell’inchiesta nella quale è stato convocato come testimone a Palermo, quella sulla  trattativa Stato-mafia  avviata nel 1992 da  Cosa Nostra  a suon di bombe. Mancino (poi indagato per falsa testimonianza) al telefono è teso quando si lamenta di essere stato lasciato solo e paventa un coinvolgimento dell’ex presidente Scalfaro, prima di aggiungere che le persone sole parlano di altre persone. Parole inquietanti che pongono domande altrettanto inquietanti. D’Ambrosio ha riferito le pressioni di Mancino a Napolitano? E il capo di Stato è  intervenuto sulla questione sollevata da Mancino dopo queste pressioni? Abbiamo chiesto lumi a D’Ambrosio in persona. Tra ammissioni, rivendicazioni e qualche omissis, questa è la versione dell’uomo del presidente.

Consigliere D’Ambrosio, quando Mancino le dice ‘sono un uomo solo che va protetto’, quando le chiede di parlare con il presidente Napolitano per intervenire, lei cosa fa? Riporta al presidente?

Quella telefonata non l’ho letta come una pressione ma come uno sfogo. Io lo conosco da quando lui era vicepresidente del Csm, 4-5 anni fa, e io consigliere del presidente Napolitano.

Ma cosa vi siete detti con il presidente Napolitano dopo quella telefonata? E il capo dello Stato è intervenuto davvero?

Lei non può farmi domande di questo genere. C’è un problema di responsabilità del presidente e nella qualità di consigliere io non posso parlare prima di avere chiesto a lui. Tenga conto che c’è l’immunità del presidente. Non posso darle risposte di questo tipo ma posso dire tre cose. Primo: è vero che Mancino mi ha insistentemente chiamato e ha scritto molte lettere al presidente. Ed è vero che io più volte l’ho ‘girato’ sui procuratori competenti (Caltanissetta, Firenze e Palermo) e sul procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Secondo: nessuno, né io né tanto meno il presidente, ha mai fatto ingerenze su questa questione. Terzo: non posso dire nulla sul contenuto dei miei colloqui con il capo dello Stato. Le dico di più, persino se i magistrati mi chiedessero queste cose io sarei in imbarazzo e dovrei chiedere al presidente se posso rispondere o no.

Quante telefonate le ha fatto Mancino e quante lettere ha scritto a Napolitano?

Tante telefonate e non poche lettere, l’ultima ai primi di aprile.

Cosa lamentava?

La disparità di tre procure, Caltanissetta, Palermo e Firenze che indagavano sulla stessa cosa. Lui se ne doleva, lamentava un accanimento di Palermo nei suoi confronti.

Ci si sfoga con un amico o con lo psicanalista non certo con il consigliere del Quirinale. Se chiamava è perché voleva un intervento del Capo dello Stato, non crede?

Noi gli abbiamo sempre detto: ‘Chiama il procuratore, chiama l’altro procuratore o chiama il procuratore nazionale antimafia’.

Quando Mancino le chiede di parlare con il presidente del suo caso giudiziario personale, perché lei lo asseconda?

È il presidente emerito del senato ed ex vicepresidente del Csm. Mi chiama e mi dice che è stato sentito dai pm di Palermo. Cosa devo fare? Lei può chiedere a tutti i pm di Palermo e vedrà che io non sono mai intervenuto su di loro.

Il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, ha fatto una richiesta di atti a Caltanissetta. Lei ha mai parlato con Esposito di questa storia?

Ma cosa è un interrogatorio? Mi faccia fare le domande dal procuratore capo Messineo. Io le dico solo che mi sono comportato secondo scienza e coscienza.

Il procuratore Messineo l’ha convocata per testimoniare?

Sì due volte ma su situazioni diverse relative al periodo in cui ero al ministero della Giustizia nel periodo 1992-93. Io queste telefonate le ho lette su Repubblica come lei. Nessuno mi ha mai contestato nulla. Né vedo cosa mi avrebbero dovuto contestare. Dov’è il reato?

No no è una questione politica . È corretto comportarsi così come ha fatto lei nella sua posizione?

Mancino era un testimone non un imputato ed è presidente del Senato emerito. Mi chiede di riferire al presidente della Repubblica… cosa devo fare? Mancino mi disse che aveva parlato anche con Messineo, perché all’inizio voleva esser convocato come teste.

Ma il presidente Napolitano ha fatto qualcosa dopo tutte queste lettere e telefonate di Mancino?

Lei non mi può far parlare del presidente. Il presidente è tutelato dall’immunità.

Ma il presidente non è immune dalle domande dei giornalisti. Facciamo così: chiediamo al presidente se la libera da questo obbligo di riservatezza. Così lei ci potrà raccontare cosa ha fatto dopo la telefonata con Mancino e anche se è vero che il Quirinale è intervenuto sul procuratore della Cassazione Vitaliano Esposito dopo le richieste di Mancino.

Va bene, chiedete al consigliere Cascella, è lui il portavoce.

PS Dopo l’intervista, D’Ambrosio e Cascella sono entrati in riunione. La risposta via sms del portavoce di Napolitano, Pasquale Cascella è stata: “evidenti ragioni di correttezza istituzionale impongono un assoluto riserbo sui rapporti tra il Capo dello Stato e i suoi collaboratori: rapporti comunque sempre rispondenti al rigoroso esercizio da parte del presidente Napolitano delle sue prerogative”. Sarà. Ma evidenti ragioni di trasparenza imporrebbero invece di rispondere alla domande.

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Ancora: Da “il Giornale”: “Il fratello di Borsellino e i silenzi su Napolitano”, qui

Molto risibile questo articolo di Federico Orlando su Europa (“Perché Napolitano è nel mirino”), il quale se ha tutti quei sospetti dovrebbe risolverli chiedendo che le telefonate di Napolitano siano in qualche modo rese note. Altrimenti si parla di “complotto”, difendendo astrattamente Napolitano  quando invece lo stesso potrebbe essere “colpevole” per aver fatto cose che non doveva fare. Insomma, a Orlando non interessa la verità, ma fare il complottolologo.

Da “l’Unità”: “Antimafia: la relazione conferma: ‘la trattativa ci fu’ “, qui.

Da “Il Tempo”: “Quelle intercettazioni casuali”, qui. Sembra che Francesco Damato abbia preso una solenne cantonata. Omette (volontariamente?) di ricordare che Napolitano era a conoscenza di ciò di cui avrebbe parlato con Mancino, visto che lo teneva al corrente il suo segretario giuridico Loris D’Ambrosio. Un tale contenuto avrebbe dovuto suggerire a Napolitano di non ricevere le telefonate di Mancino (ricordiamo che forse sono più di due, e questa è un’aggravante), come già qualcuno – pur stando dalla parte di Napolitano – ha scritto. Delle due l’una, perciò: o consideriamo quelle telefonate fuori dalle funzioni presidenziali (è il mio parere, e conviene a Napolitano), e allora Napolitano è un cittadino perseguibile come tutti gli altri, secondo la volontà dei Padri costituenti e le sue telefonate non possono essere distrutte automaticamente; oppure se le consideriamo attinenti alle sue funzioni, esse diventano ancora più gravi, poiché Napolitano (non c’è amicizia che tenga quando si rappresenta lo Stato) ha infranto i principi di imparzialità e trasparenza che caratterizzano la sua carica. E dunque quelle telefonate, in questo ultimo caso, non si possono distruggere poiché potrebbero contenere motivo di impeachment a carico di Napolitano.


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Bart