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Non resistere ma combattere

4 Settembre 2012

Del governo Monti ormai mi interesso poco o nulla. Franco Bechis in un articolo in cui riporta i dati dell’Eurostar, mette in risalto, già con il titolo “Tutti i numeri di Monti, professor fallimenti”, i danni provocati dal governo Monti, che solo gli opachi membri del parlamento non riescono a vedere o fingono di non vedere, visto che ad essi interessano solo due cose, non il bene del Paese, ma i loro personali interessi e l’attaccamento alla munifica poltrona, che mungono come si munge una vacca.

Ho scritto che, continuando così le cose (si prevede una legge elettorale da far rabbrividire e che calpesta la sovranità popolare portandoci indietro di 20 anni), andrò a votare per esprimere il mio forte dissenso. In alto e in rosso trovate nel mio sito il consiglio che do a tutti gli elettori, che è quello di non disertare le urne, ma esercitare il proprio diritto scrivendo la frase che lì suggerisco o anche una frase ancora più forte contro chi vuole il nostro voto solo per fare il proprio comodo.

La democrazia in Italia è molto malata. Al tempo di Berlusconi lo si diceva già, ma a quegli oppositori che lo gridavano, domando se la situazione non sia profondamente peggiorata, avendo alla guida del Paese un governo non eletto dal popolo, ma voluto dal presidente della Repubblica, e un governo che accumula uno dietro l’altro errori madornali come ebbi modo di scrivere sin dall’inizio quando la prima iniziativa di Monti fu quella di inasprire la leva fiscale, che è come cavar sangue da un corpo stremato. Le conseguenze letali erano già scritte e il parlamento e i partiti chiudevano gli occhi per viltà e inadeguatezza. Abbiamo eletto degli incapaci, e forse da anni abbiamo commesso questo grossolano errore. Ora però che ce ne siamo accorti e abbiamo aperto gli occhi, guai a limitarci ad una resistenza passiva (come potrebbe essere l’astensione dal voto) ma occorre scegliere la strada più faticosa, la quale è però la strada virtuosa e virile che dà dignità alla lotta: ossia combattere. Far sentire la propria voce, recarsi al seggio e anziché mettere la croce su di un nome (i più importanti saranno tutti nomi vecchi e consunti) scrivere la propria forte indignazione. Cambierà qualcosa? Non so. Ma la via più giusta, non vi è alcun dubbio, è quella di non rintanarsi in casa, ma far capire, come ha detto l’altro giorno Clint Eastwood, che il popolo è il padrone e i politici sono i suoi dipendenti.

Guardate, ad esempio, l’atteggiamento assunto dal capo dello Stato sulla questione della trattativa Stato-mafia, una questione delicatissima, sulla quale gravano molti misteri. Ebbene, la nostra massima Istituzione, nel periodo che va dal dicembre 2011 all’aprile 2012, conversa al telefono per due e forse più volte con un protagonista del processo, l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, del quale sono note le telefonate con il consigliere giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio, al quale chiede insistentemente aiuto per alleggerire la sua posizione di imputato e ne riceve conferma con parole inequivocabili che tirano in ballo l’interessamento anche di Napolitano. Questi infatti scrive una lettera ufficiale e chiede in pratica ciò che Mancino ha richiesto ripetutamente a D’Ambrosio.

Nel mezzo a questo bailamme, si inseriscono le telefonate dirette tra Mancino e Napolitano. Secondo voi di che cosa avranno mai parlato? Di calcio? Di televisione? Di Natale e Capodanno? Di Pasqua e Pasquetta?
Il buon senso comune suggerirebbe ad una intelligenza normale che Mancino abbia detto direttamente a Napolitano le stesse cose che diceva al suo segretario politico. Lo stesso buon senso comune ne trarrebbe la convinzione che il capo dello Stato abbia commesso un’azione assai sgradevole, almeno politicamente parlando, una di quelle azioni che negli altri Paesi democratici porta alle immediate dimissioni di chi se n’è reso responsabile. Gli esempi, anche recenti, non mancano.

Da noi invece che cosa fa il capo dello Stato? Prende carta e penna e chiede protezione alla Corte costituzionale, sostenendo, tramite l’Avvocatura di Stato, che egli gode di tali privilegi che nessuno può mai intercettarlo, neanche indirettamente. Ciò è falso. Non lo dico io, ma lo dicono i Costituenti che si posero il problema e affermarono che fuori dalle sue funzioni il capo dello Stato non solo è, ma deve restare un cittadino come gli altri. È praticamente un principio inderogabile che i Costituenti vollero affermare, e sarebbe grave che la Consulta (che lo ha rispettato nel 2004 giudicando il presidente Cossiga) se ne dimenticasse oggi per levare d’impiccio Napolitano. Sarebbe un golpe. Per i lettori che volessero approfondire circa il dibattito, assai esplicito e inequivocabile, che si tenne sul punto all’Assemblea costituente, rimando al mio articolo di ieri, qui.

Più che sull’opera del governo, che avevo già previsto come disastrosa, e che continuerà ad essere tale, ormai il mio interesse si è spostato sul caso Napolitano (seguo anche l’opera meritoria di Mario Draghi alla presidenza della Bce: pensate a questa differenza: quando Monti aumentava le tasse, Draghi abbassava in Europa il tasso di sconto portandolo all’1%, mai così basso), il quale caso ha un valore emblematico, che è quello di cui parlava Clint Eastwood: ossia se il popolo ha ancora diritto alla trasparenza delle Istituzioni.

E nel caso Napolitano non vi sono dubbi che di trasparenza non v’è nemmeno l’ombra, anzi vi sono sospetti inquietanti quale può essere quello di aver tentato di favorire un imputato eccellente nel processo Stato-mafia. Un sospetto così grave all’estero avrebbe portato alle immediate dimissioni di chi ne fosse stato gravato, a meno che non avesse subito chiarito la sua posizione.

Invece che cosa succede da noi. Succede che Napolitano si crede immune da questo dovere di trasparenza e lascia che la sua importante carica sia colpita da fulmini e saette, senza battere ciglio, sicuro (ma speriamo che non accada) di essere protetto dal parafulmine della Consulta.

Sono vicende pessime, che feriscono la democrazia e il rapporto tra cittadini (detentori della sovranità democratica) e i loro rappresentanti (“dipendenti” li definisce Eastwood).
Di ciò pare che Napolitano non si preoccupi, allo stesso modo che non si preoccupò quando esaltò l’invasione sovietica dell’Ungheria.

Ma non do la responsabilità di ciò che di sgradevole sta succedendo al solo Napolitano. La responsabilità è anche di coloro – i paraninfi – che lo difendono portando a loro sostegno tesi che se fossero state presentate al cospetto dei Padri fondatori avrebbero ricevuto in risposta il più risoluto disprezzo.
Di questi paraninfi ce ne dovremo ricordare il giorno che riusciremo a fare una rivoluzione bianca.

Noi italiani abbiamo in casa un pericoloso Watergate e anziché estirparlo affinché non si radichi e diventi un costume per i successori, facciamo di tutto per chiudere gli occhi, sostenendo ipocritamente che tutto va bene, madama la marchesa.

Oggi il Fatto quotidiano è il giornale che più di tutti (alcuni articoli di Feltri e Belpietro vanno nella stessa direzione) si è accorto del marcio che rischia di radicarsi nella nostra democrazia, ma ho paura che tanto Padellaro che Travaglio non riusciranno a resistere agli attacchi concentrici che si levano contro la loro inchiesta.
Mi sembra infatti che da qualche giorno i toni si son fatti più dimessi, mentre un’opera necessaria e lodevole sarebbe quella di recuperare i nastri e renderli pubblici. Non sarebbe un reato, ma un’opera meritoria. I nastri devono essere fatti conoscere ai cittadini, sovrani della democrazia, per un motivo costituzionalmente valido: essi potrebbero rivelare comportamenti del capo dello Stato indegni della carica che ricopre. Possiamo, domando, consentire alla distruzione di nastri che potrebbe essere importanti per la trasparenza delle nostre Istituzioni e massimamente per la trasparenza della massima carica dello Stato? Nessun tribunale potrà mai condannare il giornalista che, avvalendosi dei suoi diritti e doveri verso i cittadini, portasse a conoscenza degli italiani taluni compromettenti comportamenti del capo dello Stato, addirittura forse di tale portata da esigerne le dimissioni.

In questa occasione rinnovo l’invito alla famiglia D’Ambrosio ad acquisire i nastri per conoscere le vere cause che hanno portato alla morte per crepacuore del loro congiunto.


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Bart