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Il verminaio Italia

7 Giugno 2010

Non vogliatemene se mi lascerò trascinare dai ricordi e da un po’ di nostalgia.
Su tante cose l’Italia è migliorata, per esempio, la scienza, la nutrizione, la medicina, la tecnologia. Non vi è dubbio che se tornassero i vecchi, rimarrebbero stupiti e senza parole. Immaginatevi uno di loro davanti al pc, o davanti ad un cellulare. Penserebbero alla stregoneria, ad uno scherzo di Belzebù.

Però abbiamo peggiorato in una delle scienze più importanti, che dovrebbero guidare l’umanità: l’educazione civica. Il rispetto altrui. Non so se la si insegni ancora nelle scuole.

Una delle cose che venivano insegnate è che non esiste in una società la libertà assoluta. Guai a chi la invoca. Egli è un folle autoritario. In una società civile la libertà è sempre limitata. Essa si ferma, non solo sul confine oltre il quale opera la libertà altrui, ma sul confine oltre il quale sono conservati e protetti i diritti altrui.
Oggi pochi si rendono conto di questo arbitrio con il quale si interpreta la libertà.

Di chi la colpa? Dell’educazione. Contrariamente al passato, oggi nessuno inculca nel singolo che anche gli altri godono di libertà e di diritti che vanno rispettati.

Di questa macchia sono segnati molti di coloro che dovrebbero aiutare a formare i giovani, gli intellettuali in specie, poi gli operatori culturali e dell’informazione, gli amministratori della giustizia, i politici.

Sono pochi quelli che sanno farlo.
Il perché è presto detto: non hanno avuto educatori neppure loro. Si sono persi nelle piccole rivoluzioni che si sono incontrate per strada, una di queste, il ’68. Il ’68 è stato il tempo in cui la libertà assoluta ha cercato di spadroneggiare su tutto il resto. Si è arrivati perfino a rivendicare la libertà di uccidere, giustificandola come necessaria al bene comune.

Il giornalismo è oggi uno dei proseliti più accaniti, anche se non se ne rende conto, di quegli anni di piombo. La mancanza di deontologia professionale nei giornalisti equivale alla pistola nelle mani di un brigatista.

Si scrive e non ci si domanda dell’altro; non ci si chiede quali diritti altrui si vanno a violare scrivendo, e non c’è nessuno che voglia o sia capace di prevenire e di ammonirci per educarci. Mi vengono in mente i tempi in cui direttori di importanti giornali che facevano da faro alla società civile erano i miei concittadini Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti (di entrambi si sono festeggiati a Lucca il centenario della nascita: 5 marzo 1910 Pannunzio; 1 giugno 1910 Benedetti).

Che dispiacere è stato per me leggere l’altro giorno Mario Monicelli, nativo di Viareggio, quindi della mia terra anche lui, e vedere che ha dimenticato la lezione dei nostri grandi Lucchesi e si è messo a spararle grosse, come un sessantottino della prima ora, o come Adriano Celentano, che chiama a raccolta i poveri per difendere Santoro (ma che ne sanno Celentano e Santoro della povertà? Vedano di rispettarla, invece). Anche lui, Monicelli, come gli altri, schierato, assuefatto, omologato, ovviamente contro Berlusconi. Niente di più facile e di più scontato, oggi. Quasi una moda.

Gli anni che sono stati e sono contraddistinti dalla presenza sulla scena politica di Berlusconi, nel momento che lo si è preso di mira come usurpatore di uno statu quo, come rivoluzionario di un modo di essere e di vivere corrotto e parassitario, hanno smosso il verminaio che infetta l’Italia.

Sono emersi tutti i nostri vizi e i nostri peccati. La follia che ha guidato la mano dell’antiberlusconismo ha fatto verminare nelle piazze, sui giornali, nei media, accuse e grida così scombinate che oggi esse si ritorcono su chi le ha formulate.

Si è visto che tutti i peccati che si sono ascritti all’uomo Berlusconi appartengono a molti. Berlusconi come uomo non è diverso dai tanti che occupano la scena pubblica. Non è un marziano, non è figlio di una qualche divinità. Sono sicuro che si arriverà a concludere perfino, con il tempo, che egli fu umanamente anche migliore dei molti che lo accusarono.

Ciò che lo fa diverso è la novità che ha portato in politica, ossia la voglia di ammodernare uno Stato che altri vogliono mantenere vecchio ed inefficiente. Una differenza non da poco. I poveri che ipocritamente Celentano chiama a organizzarsi in difesa di Santoro (“La vera grande ricchezza non è quella dei ricchi. Ma quella dei poveri. Non c’è nulla di più ricco di chi non ha niente. Poiché è il popolo dei poveri che decreta la ricchezza dei potenti.”), dovrebbero organizzarsi invece a difendere chi vuole mettere il nostro Paese al passo coi tempi. Sono i ricchi a guadagnare dal marciume, e mai i poveri.

Chi ha combattuto Berlusconi per i suoi vizi umani, oggi deve fare i conti con la giustizia e la nemesi della Storia. L’opposizione, prima di tutto, con in testa il suo vessillifero Antonio Di Pietro.

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“Se si scopre che Londra sta peggio di Roma” di Oscar Giannino. Qui.

“Berlusconi aveva capito la Lega e Fini già nel ’94” di Francesco Damato. Qui. Dal quale estraggo: “Non vorrei che si dimenticasse, a questo proposito, che nella legislatura del primo Ulivo, quando si alternarono fra il 1996 e il 2001 un governo di Prodi, due di D’Alema e uno di Amato, i presidenti delle Camere permisero ai gruppi parlamentari del Carroccio di chiamarsi, su tanto di carta regolarmente intestata, «Lega Nord per l’indipendenza della Padania ». Con Berlusconi non avrebbero potuto neppure tentarci.”


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart