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Immobili e dismissioni da 400 miliardi. Il governo studia il piano taglia-debito

7 Luglio 2013

di Enrico Marro
(dal “Corriere della Sera”, 7 luglio 2013)

Il tema sembrava finito sotto traccia. Ma a ritirarlo fuori ci ha pensato il Pdl nell’ultima riunione della cabina di regia, giovedì. Un intervento choc per abbattere il debito pubblico, arrivato in aprile alla cifra monstre di 2.041,3 miliardi di euro, quasi il 130% del prodotto interno lordo. Lo hanno chiesto al premier Enrico Letta il vicepresidente del Consiglio, Angelino Alfano, e il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, ma anche il capo dei senatori di Scelta civica, Gianluca Susta, aggiungendovi una postilla sulla necessità di riprendere con vigore privatizzazioni e liberalizzazioni. E anche il capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, ha insistito sulla necessità di andare oltre i provvedimenti contingenti. Nessuna contrarietà di principio, ovviamente, da parte di Letta e del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni. Ma è chiaro che i problemi nasceranno quando si passerà ad esaminare il merito delle proposte. Il Pdl si è portato avanti, nel senso che il suo piano lo ha messo nero su bianco già in campagna elettorale attraverso il lavoro di una commissione del partito, coordinata dallo stesso Brunetta, che si è avvalsa della collaborazione di economisti del calibro di Paolo Savona, Francesco Forte, Rainer Masera e altri. Per gli uomini di Silvio Berlusconi bisogna ripartire da lì, anche se c’è la consapevolezza che non si tratta dell’unica proposta in campo e che dunque sarà necessario confrontarsi. Ma l’impianto targato Pdl è di quelli ad effetto: punta infatti a una riduzione strutturale del debito pubblico per almeno 400 miliardi di euro (circa 20-25 punti di Pil), così da portare sotto il 100% il rapporto rispetto al Pil in 5 anni.

L’esame del Tesoro
Lo scetticismo, sul fatto che possano essere questi i reali valori in gioco, è d’obbligo, tanto più al Tesoro, dove la prudenza e il realismo sono una deformazione professionale. Il tema però è sul tavolo. Qualcosina si sta muovendo, con la costituzione della Sgr (società di gestione del risparmio) ad opera dell’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli che, a maggio, con un blitz prima di lasciare il suo ufficio, ha emanato il decreto sulla società che gestirà il “fondo dei fondi” previsto dal decreto sulla spending review, nominando il suo capo di gabinetto (e già di Tremonti), Vincenzo Fortunato, presidente della stessa e Elisabetta Spitz, già direttrice generale dell’Agenzia del demanio, amministratore delegato. La necessaria autorizzazione della Banca d’Italia ad operare è arrivata in questi giorni e anche la prima lista di 350 immobili pubblici da conferire, per un valore di un miliardo e mezzo, sarebbe stata trasmessa. Siamo però in forte ritardo rispetto all’obiettivo dello stesso Grilli di vendere patrimonio pubblico per almeno un punto di Pil all’anno (15 miliardi di euro), su una massa patrimoniale potenzialmente aggredibile tra 239 e 319 miliardi, secondo le stime del precedente governo.

Il nodo del Fiscal Compact
Proprio da qui, da questi ritardi, il Pdl parte per incalzare Saccomanni a intraprendere una strategia d’urto. Del resto, il tempo stringe. Dal 2015 partirà il Fiscal compact, le nuove regole europee di bilancio, per rispettare le quali l’Italia dovrà tagliare ogni anno per 20 anni il debito pubblico di 3 punti di Pil, circa 45 miliardi a valori attuali, così da arrivare alla fine del percorso a un debito pari a non più del 60% del prodotto interno lordo. Invece di subire questa tassa ventennale sarebbe meglio trovare un modo per abbattere subito il debito e guadagnare così nuovi spazi di manovra di bilancio che altrimenti sarebbero preclusi. Di qui le proposte choc del Pdl.

Cinque anni per chiudere il conto
Dei 400 miliardi di debito da tagliare, dice il piano messo a punto da Brunetta, 100 deriverebbero dalla vendita di beni pubblici per 15-20 miliardi l’anno (in sostanza il programma Grilli); 40-50 miliardi dalla costituzione e cessione di società per le concessioni demaniali; 25-35 miliardi dalla tassazione ordinaria delle attività finanziarie detenute in Svizzera (5-7 miliardi l’anno); i restanti 215-235 miliardi dall’operazione choc, appunto. Verrebbe individuata una porzione di beni patrimoniali e diritti dello Stato, a livello centrale e periferico, disponibili e non strategici, e venduta a una società di diritto privato di nuova costituzione partecipata principalmente da banche, assicurazioni, fondazioni bancarie ed altri soggetti . La società emetterebbe obbligazioni a 15-20 anni garantite dai beni. Essendo emessi da un soggetto privato, tali titoli non entrerebbero nel computo del debito pubblico. Lo Stato incasserebbe il corrispettivo portandolo direttamente a riduzione del debito pubblico, con conseguente risparmio di interessi. Negli anni di vita del prestito obbligazionario la società procederebbe alla valorizzazione della redditività dei beni. Alla scadenza dei singoli lotti del prestito obbligazionario, ovvero anche prima a scadenze predeterminate, il soggetto che avrebbe proceduto all’acquisto di opzioni (warrant) avrebbe diritto all’acquisto dei beni e diritti costituenti il lotto di riferimento ed il prezzo per tale acquisto sarebbe utilizzato per il rimborso delle obbligazioni. Alla fine dei 5 anni il servizio sul debito si dimezzerebbe, scendendo a 35-40 miliardi l’anno.

Un piano in autunno
Letta e Saccomanni ovviamente conoscono queste proposte, ma intendono procedere con estrema cautela. Il presidente del Consiglio ha preso atto del pressing dei partiti della maggioranza, si è impegnato a far ripartire la spending review, dopo i risultati incerti conseguiti dal precedente governo, e ad immaginare un percorso per riprendere le dismissioni, partendo appunto dalla Sgr lasciata in eredità da Monti e Grilli, mentre sul debito pubblico non è andato oltre la promessa di un piano che verrà messo a punto entro l’autunno. La prudenza, se non lo scetticismo del Tesoro, poggiano su numerosi fattori: in tanti anni non si è mai riusciti a censire con esattezza il patrimonio che ha concrete possibilità di essere venduto a prezzi di mercato (il punto importante è questo); è probabile inoltre che si scatenerebbe un contenzioso fra Stato, Regioni ed enti locali su buona parte dei cespiti coinvolti. Ecco perché non sono possibili facili entusiasmi né tantomeno scorciatoie, secondo gli uomini di Saccomanni. Nel Pd, in particolare, una critica serrata alla proposta di elaborata dal Pdl è stata mossa dall’ex ministro ed economista Vincenzo Visco, che primo non crede esistano beni vendibili per 200 miliardi di euro e passa, secondo giudica pericoloso trasferire alle famiglie obbligazioni che, al confronto col mercato, rischierebbero un deprezzamento immediato trasformandosi così in una patrimoniale mascherata a danno dei cittadini e terzo ritiene che si darebbe l’alibi ai governi per allentare il rigore di bilancio, mentre solo una politica di costante avanzo primario (spesa al netto degli interessi inferiore alle entrate) potrebbe sul lungo periodo riportare il debito a livelli ragionevoli.

I precedenti, le privatizzazioni
Saccomanni, assicurano comunque al Tesoro, è al lavoro sul dossier, forte anche dei contatti e della lunga esperienza in Banca d’Italia. La prima richiesta del ministro agli uffici è stata di avere una stima il più possibile attendibile di quanto veramente si potrebbe collocare sul mercato. Solo a quel punto si potranno vedere gli spazi per una terapia d’urto sul debito. Del resto, i precedenti non sono incoraggianti. E ´da una ventina d’anni che lo Stato non riesce a vendere le caserme dismesse (poca cosa, per carità, ma tutto fa brodo) e non mancano gli esempi di immobili venduti e che poi l’amministrazione ha dovuto ricomprare a un prezzo superiore per non pagare più affitti esosi. Infine, negli anni Novanta lo Stato incassò circa 200 mila miliardi di lire in seguito a un vasto programma di privatizzazioni, ma il debito pubblico non è stato piegato.


Imu, spunta la stangata sui villini, ma detrazioni fino a 600 euro per famiglia
di Redazione
(da “la Repubblica”, 7 luglio 2013)

Il governo sta studiando soluzioni per ridurre l’impatto dell’Imu. Spunta l’ipotesi che a pagare siano solo coloro la cui imposta è superiore ai 600 euro. Una stangata che colpirebbe i contribuenti a partire dai proprietari di villette. Nove italiani su dieci sarebbero esentati. Intanto, ieri, la presidenza del Consiglio ha predisposto una circolare che invita i ministri a pubblicare i propri redditi online entro fine luglio.

É scontro al calor bianco sull’Imu all’interno della maggioranza. L’impegno del presidente del Consiglio Letta che, nonostante l’uscita del Fondo monetario internazionale a favore del mantenimento della tassa, ha riaffermato i propri impegni programmatici volti alla “rimodulazione” dell’Imu, non è bastata a placare la marea montante delle dichiarazioni del Pdl. Palazzo Chigi tuttavia va avanti con l’obiettivo, fissato dal ministro dell’Economia Saccomanni, di presentare un progetto prima della pausa estiva e i tecnici stanno elaborando le ipotesi di intervento. Due le strade rimaste sul campo: aumento della detrazione a 600 euro, oppure pagamento dell’Imu non solo per le case di lusso (come è adesso) ma anche per i cosiddetti villini, 1 milione e 300 mila abitazioni a schiera o bifamiliari. Resta anche da vagliare, tuttavia, l’atteggiamento del nuovo presidente dell’Anci Piero Fassino: in questo caso potrebbe entrare in gioco un nuovo meccanismo, non più imperniato sulla rendita catastale, ma solo su metri quadrati e numero degli abitanti che ogni singolo Comune gestirebbe da solo.

La giornata di ieri, tuttavia, incurante dell’intenso lavorio tecnico, ha visto la marea montante del fronte berlusconiano. Dopo aver evocato venerdì con Schifani la crisi di governo, ieri è stato il ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, a fare da parafulmine agli attacchi del Popolo della libertà. La Santanché e Gasparri parlano di “ministro inadeguato”. Ha risposto loro, Luigi Zanda (Pd): «È un ottimo ministro, è ora di dire basta a questi attacchi ».

Anche Flavio Zanonato, ministro dello Sviluppo economico, è stato preso di mira ieri dal Pdl. Il ministro aveva detto, allineandosi sostanzialmente alla linea del presidente del consiglio, che «bisogna riorganizzare l’Imu, non semplicemente eliminarla perché ci sono 4 miliardi da trovare ». Parole che hanno provocato la reazione del Pdl: «L’Imu va eliminata, Zanonato non si faccia intimorire da quelli dell’Fmi, faccia gli interessi degli italiani e non l’usciere del Fondo monetario », ha alzato i toni Maurizio Gasparri. Ennesimo minaccioso pressing anche da parte del capogruppo del Pdl Renato Brunetta: «Abolire l’Imu, altrimenti il governo non ci sarà più, basta con il balletto ». Sulla stessa lunghezza d’onda anche il ministro per le Infrastrutture Maurizio Lupi: «L’abolizione dell’Imu sulla prima casa è una priorità, ma non credo che Saccomanni abbia chiesto un “aiutino” all’Fmi, piuttosto bisogna considerare che in Italia l’80 per cento
dei cittadini è proprietario di una casa a differenza di altri paesi », ha detto in una intervista al Messaggero.

Il Pd scende in campo in difesa della linea Letta della “rimodulazione”, enunciata nelle settimane passate anche da Saccomanni. «Cancellare l’Imu solo per le abitazioni di valore basso o medio, ma non rinunciare ai due miliardi di gettito che arrivano dalle abitazioni di livello alto », ha detto il viceministro del Tesoro Stefano Fassina (Pd) rintuzzato subito da Brunetta che non vuol sentir parlare di legare al reddito una “imposta reale” e non “personale” come l’Imu. Scende in campo anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanni Legnini (Pd): «In tutti i paesi esiste una forma di imposizione legata alla proprietà della casa: bisogna sgravare le famiglie con redditi medio bassi e gravare un po’ di più sui patrimoni più consistenti ».


La trappola dell’austerità all’italiana
di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 7 luglio 2013)

Dopo il Consiglio Europeo della settimana scorsa il clima politico è cambiato, almeno sui principali mezzi di informazione italiani. Il cambiamento si manifesta essenzialmente attraverso la ripetizione, in mille forme e varianti, di un racconto base che suona più o meno così: l’Italia ha fatto bene i «compiti a casa », ora siamo rientrati nel club dei paesi virtuosi, l’Europa ci loda e ci premia concedendoci qualche margine di flessibilità, finalmente si può tornare a investire e a spendere, sia pure con la dovuta prudenza. L’era dell’austerità, finalmente, volge al tramonto.

Questo racconto non è del tutto sbagliato, ma è altamente fuorviante. Esso induce a pensare che il peggio sia passato, che i rischi finanziari siano finiti, e che con la politica dei piccoli passi l’Italia possa finalmente tornare a crescere.

Spero di sbagliarmi, ma credo che le cose non stiano affatto così. Anzi, credo che l’indulgente ottimismo dei media sia corresponsabile dello stallo italiano. Esso induce a un sillogismo del tipo: l’austerità non ha funzionato, dunque la strada da battere è quella di allentare poco per volta i vincoli che l’austerità stessa ha imposto al paese.

Il problema, però, sta nella premessa. Quella che abbiamo avuto con il governo Monti non è la politica dell’austerità, ma una delle due possibili varianti di una politica di austerità. Contrariamente a quanto molti credono, la parola «austerità » non designa una politica economica, ma il fine che essa vuole raggiungere.

Un Paese entra in regime di austerità nel momento in cui chiede ai suoi cittadini dei sacrifici per correggere uno squilibrio, tipicamente un deficit dei conti pubblici, dei conti con l’estero o di entrambi. Dire che si sta facendo una politica di austerità significa solo che si cerca di effettuare tale correzione, indipendentemente dai mezzi che si intendono usare per ottenere il pareggio di bilancio. E’ solo quando si specificano i mezzi adottati per raggiungere quel fine che l’austerità diventa anche una politica economica.

Ed eccoci al punto cruciale. Della politica di austerità esistono due varianti fondamentali: la variante «statalista » basata sull’aumento delle tasse e l’introduzione di ulteriori controlli nell’economia, la variante «liberale », basata sulla riduzione della spesa pubblica e le liberalizzazioni del mercato del lavoro e dei mercati dei prodotti e dei servizi.

Nessuna politica economica reale adotta mai una di queste varianti allo stato puro, ma la politica del governo Monti si è molto avvicinata alla variante statalista. La variante liberale, strenuamente difesa da Alberto Alesina sia nei suoi articoli sia nei suoi lavori econometrici, è stata parzialmente adottata dalla Germania a partire dal 2003, ma in Italia non è mai stata sperimentata da nessun governo.

Ecco perché dire che la politica di austerità ha fallito è una mezza verità. Noi abbiamo avuto solo la variante-Monti, che effettivamente ha messo in ginocchio il Paese, ma non abbiamo mai sperimentato la variante-Alesina. Dunque la vera questione oggi non è austerità-sì, austerità-no, ma è con quale politica l’Italia possa tornare a crescere. Qui sta il nodo, e qui si affrontano due visioni nessuna delle quali è di mera austerità, perché la situazione dei conti pubblici italiani non è più drammatica come negli anni scorsi, anche se resta molto grave sul versante del debito.

Secondo la prima visione è inutile illudersi che l’economia possa ripartire senza una riduzione delle aliquote immediata, drastica e permanente, da finanziare con un mix di impegni riformistici (liberalizzazioni e sburocratizzazione), riduzioni progressive della spesa pubblica, dismissioni del patrimonio dello Stato. Secondo l’altra visione, invece, si può procedere come al solito, navigando a vista, con misure a tempo (sgravi che scadono nel giro di 6,12 o 18 mesi), piccoli aggiustamenti di bilancio, senza un drastico scambio fra spesa pubblica e tasse.

Personalmente, penso che la visione drammatizzante della cultura liberale sia esatta ma generi politiche inattuabili, se non altro perché siamo un popolo molto conservatore, a destra come (se non di più) a sinistra. E che la versione tranquillizzante della cultura di governo sia attuabilissima, ma generi politiche che non appaiono disastrose solo perché, in Italia, il disastro si presenta in dosi omeopatiche, sotto forma di un declino tanto lento quanto inesorabile. Questa, temo, è la trappola logico-politica in cui siamo impigliati.


Il parroco anti camorra sconfessa il pm Woodcock
di Francesco Cramer
(da “il Giornale”, 7 luglio 2013)

Roma – Il prete anticamorra benedice Berlusconi e Cosentino e sconsacra il pm Woodcock. È un fiume in piena don Luigi Merola, sacerdote, scrittore, cavaliere della Repubblica, una vita in trincea contro i clan dei vicoli campani.
Microfono in mano, a La Zanzara su Radio 24, parla di politica. E parla chiaro: «Berlusconi? È un perseguitato, i magistrati lo perseguitano tanto ». La sua è un’omelia politicamente scorretta ma genuina, specie quando parla delle toghe: «Lo perseguitano come hanno fatto con Mastella – dice il prete -. Alcuni magistrati sono politicizzati e ignoranti, devono leggere e studiare di più. Ci vuole la formazione permanente dopo il concorso ». Parole sante anche se difficilmente Anm e Csm sarebbero disposti a fare mea culpa. Poi ci si aspetta che, da prete, arrivi la scomunica per lo stile di vita del Cavaliere. Ma don Merola è tutto fuorché un ipocrita: «Berlusconi – ragiona – è un peccatore come tanti altri. Sono stato a Roma tre anni per lavorare al ministero dell’Istruzione e dico che quello che fa Berlusconi lo fanno tutti, politici di sinistra e di destra, alti funzionari e magistrati. Tutta gente che ha la seconda, la terza e la quarta amante da cui si fanno accompagnare con l’auto blu. Farò nomi e cognomi ». E ancora, per l’ex premier arriva il segno della croce: «Berlusconi lo assolvo per il fatto che fa mangiare 80mila famiglie in Italia. Lo perdono con l’assoluzione per qualsiasi cosa abbia fatto ».

Una vita a raccattare gli ultimi alla stazione centrale di Napoli; una quotidiana battaglia contro l’usura e contro i clan; una guerra aperta alla criminalità organizzata tanto che in un’intercettazione un camorrista disse: «Lo ammazzerò sull’altare ». Don Merola la malavita la conosce bene. La tiene sotto controllo, la combatte, la studia. E studia le carte processuali. Tutte. Senza lenti ideologiche. Ecco perché, quando gli chiedono del conterraneo Nicola Cosentino, ex sottosegretario pidiellino diventato simbolo degli impresentabili, don Merola anche questa volta spiazza tutti: «Leggendo gli atti che riguardano Cosentino, mi sono fatto l’idea che non ci sono le prove per dire che è camorrista e per stare in carcere ». E quindi «è immorale e ingiusto che sia in prigione, non può inquinare le prove perché si è costituito e il procedimento è chiuso ».
Naturalmente il sacerdote non può non parlare anche di Henry John Woodcock, uno dei pm titolari dell’inchiesta: «Woodcock lo considero di estrema sinistra, ho saputo che è diventato magistrato dopo due bocciature al concorso. Come prete vengo a sapere tante cose, Woodcock potrà essere preparato sullo sport ma sul diritto deve studiare un po’ di più ». Prete di strada, don Merola è solito dire pane al pane e vino al vino. Chiama le cose con il loro nome. E per questo è stato inviso alla sinistra. Sul sindaco di Napoli, per esempio, era stato tranchant: «De Magistris a Napoli ha fatto due cose: ha chiuso il centro storico e fatto la pista ciclopedonale, manco fossimo nella Pianura padana. Ma purtroppo non ascolta nessuno. Noi napoletani non sappiamo a che santo dobbiamo votarci, ma saremo proprio noi, alla fine che salveremo Napoli ». E non aveva risparmiato neppure Grillo: «Non lo capisco: è un fenomeno tutto italiano. Come si fa a non avere nessun rispetto delle istituzioni, come si fa a dire arrendetevi a chi rappresenta l’Italia? Vogliamo costruire qualcosa o soltanto opporci? ». Amico di Caldoro e di Francesco Nitto Palma, don Merola era stato in predicato di diventare parlamentare con la casacca del Pdl. Era pure stato a palazzo Grazioli per un’ora di colloquio con Berlusconi. «Mi ha offerto un seggio per portare avanti le mie battaglie. Ma poi ho detto di no vedendo le liste ». Al suo niet fu subito corteggiato da Luca Cordero di Montezemolo ma anche a lui disse niet. E spiegò: «È inutile discutere sul Cosentino sì o Cosentino no. La colpa è del porcellum. Se i cittadini potessero scegliere direttamente questo non succederebbe, invece a scegliere sono i segretari dei partiti ».


Il ‘prete con l’aggettivo’ e l’assoluzione di Berlusconi e Cosentino
di Arnaldo Capezzuto
(da “il Fatto Quotidiano”, 7 luglio 2013)

Assolve da tutti i peccati Silvio Berlusconi (per ora libero) e Nicola Cosentino da marzo trattenuto nel carcere di Secondigliano per i suoi rapporti con i Casalesi. Attacca a testa bassa i magistrati definendoli: ignoranti e politicizzati. In particolare nel mirino finisce Henry John Woodcock, pm di punta della procura di Napoli, bollato come “di estrema sinistra, diventato magistrato dopo due bocciature al concorso, preparato sullo sport ma sul diritto deve studiare”.

Si resta sconcertati dirà il procuratore capo Giovanni Colangelo commentando l’uscita alla trasmissione radiofonica “La Zanzara” di Don Luigi Merola, il “prete con l’aggettivo”: anticamorra. Da anni sotto scorta per le minacce subite al rione Forcella. “Non sarò complice. La chiesa deve prendere una posizione contro i clan. E’ stata uccisa una ragazzina di 14 anni”. Lei si chiamava Annalisa Durante, ennesima vittima innocente della camorra a Napoli. Si trovava sotto casa in compagnia di una cugina e alcune amiche. Era il 27 marzo del 2004. Era un sabato sera. Un agguato. Proiettili sparati a raffica. Un colpo esploso centra l’occhio dell’adolescente. Tre giorni di coma poi la decisione della famiglia di donare gli organi che salveranno la vita a sette persone.

Don Luigi Merola, accompagna, incanala, spinge quel vento di indignazione. Arrivano le minacce. Il tutto finisce in un processo che approdato in Appello, si liquefa. Gli stessi magistrati che adesso il “prete con l’aggettivo” maledice gli costruiscono un cordone di sicurezza. A Forcella Don Merola è esposto. Un’orda barbarica di politicanti e traballanti rappresentanti delle istituzioni, lo assediano. L’allora cardinale di Napoli Michele Giordano senza giri di parole avverte: “Se Don Merola vuole fare il poliziotto, non potrà più fare il sacerdote”. Polemiche e discussioni. Il giovane parroco è preso da tanti impegni, è un personaggio pubblico. Accetta dai “politici amici” una consulenza al ministero dell’Istruzione; scrive un paio di libri, compare un giorno si e anche l’altro in Tv e sui giornali.

Il “prete con l’aggettivo” pare lasciare sullo sfondo la sua attività pastorale: una volta dimentica perfino di celebrare un funerale. Sarà il cardinale Crescenzio Sepe su sollecitazione dello stesso giovane parroco a sollevarlo dall’incarico a Forcella per poi affidargli la gestione domenicale di una piccola chiesetta non lontano dalla Stazione. Scoppia una guerra sotterranea, silenziosa, segreta tra il “prete con l’aggettivo” e la curia di Napoli.

In un bene confiscato a un boss Don Merola fa sorgere la sua Fondazione di recupero minorile ‘A Voce d’e’ Creature’. Per principio rifiuta i soldi dalla politica ma non disdegna di accettare le offerte dei satelliti della politica. A chi critica la sua disinvoltura, lui risponde : “Sono come Santa Madre Teresa di Calcutta che in vita pur di realizzare i suoi obiettivi di fede, carità e preghiera incontrava e parlava con chiunque anche con personaggi molto discussi”.

Si fa fotografare in piena campagna elettorale con Gianni Lettieri (Pdl), candidato a sindaco di Napoli mentre “casualmente” dona un campetto di calcio. E’ uno spot. Siamo ai nostri giorni. Il Pdl lo corteggia. Gli ambasciatori si muovono. Incontri, dibattiti e strizzatine d’occhio.

Siamo a Gennaio. Nella sua piccola chiesetta di via delle Brecce di buon mattino si presenta l’impresentabile Nicola Cosentino accompagnato dal notabile Nitto Palma. Il presidente lo vuole incontrare. Il “prete con l’aggettivo” è a palazzo Grazioli e parla fitto fitto con il cavaliere Silvio Berlusconi. La proposta fa gongolare il “prete con l’aggettivo”: “Lei deve entrare in politica, sarà il capolista nella circoscrizione Campania 1 nelle fila del Pdl. Sarà l’esempio della bella politica. Con il suo impegno e testimonianza anticamorra in Parlamento sarà il nostro Roberto Saviano. Potrà scrivere e far passare una serie di leggi che risolvono i problemi come quelli che vive la sua Fondazione ‘A voce d’è creature’ che tanto fa per i bambini di Napoli”. Don Merola sensibile alle lusinghe, vacilla.

Ha gli occhi che gli brillano e le schiocche rosse in faccia. Trattiene il fiato e in apnea salutato con amicizia e gratitudine Silvio Berlusconi promette che ci penserà. Poi guadagna l’uscita e di corsa si catapulta nell’auto blindata. Si attacca al cellulare e parla a raffica con gli amici fidati. Deve pensarci. Deve riflettere. Deve capire se è pronto al grande salto.“Don Merola si candida?” chiede imbronciato l’Arcivescovo Crescenzio Sepe che già  a malapena sopporta  il “prete con l’aggettivo”. A rompere gli indugi ci pensa lo stesso ex parroco di Forcella che fa filtrare: “Il Cardinale sarebbe pronto a concedermi una dispensa”. A stretto giro la risposta piccata di Sepe: “I sacerdoti non si possono candidare o quanto meno io non autorizzo nessuno”.

Per Don Merola non è un problema, cita e quasi si paragona all’esperienza di “Don Luigi Sturzo, un parroco che divenne deputato”. Alla fine Don Merola getta la spugna e spara a zero : “Berlusconi è un grande. Mi ha proposto una ribalta nazionale. Io volevo accettare perché le istituzioni si cambiano da dentro. Io avrei voluto rompere un sistema di potere. Nel Pdl ci sono le faide e molti impresentabili. Non c’è solo il caso Cosentino. C’è Milanese, Cesaro, Laboccetta”. Scende il silenzio. Aumentano le contraddizioni. Poi la stretta di questi giorni. Lo scorso 3 luglio alla trasmissione radiofonica “La Zanzara” il “prete con l’aggettivo” si scatena. “Leggendo gli atti che riguardano Cosentino mi sono fatto l’idea che non ci sono le prove per dire che è camorrista e per farlo stare in carcere”.

E su Berlusconi: “E’ un peccatore come tanti altri. Quello poi che fa lui lo fanno tutti, politici di sinistra e di destra, alti funzionari e magistrati. Tutta gente che ha la seconda, la terza e la quarta amante da cui si fanno accompagnare con l’auto blu. Farò nome e cognomi”. Prende fiato e conclude: “Berlusconi lo assolvo perché fa mangiare ottantamila famiglie in Italia. I magistrati politicizzati e ignoranti lo perseguitano come hanno fatto con Clemente Mastella”.

Il teatrino è solo all’inizio. Sorpreso dell’effetto mediatico della sua uscita ingrana la marcia indietro e detta alle agenzie: “Esprimo apprezzamento per l’opera dei magistrati napoletani e del pm John Henry Woodcock. Purtroppo sarò costretto a chiudere la fondazione di recupero minorile  ‘ A Voce d’e’ Creature’ mancano i fondi e non ho mai accettato denaro dalla politica”. A questo punto occorre salvare il “prete con l’aggettivo” e riportarlo in mezzo agli uomini. Qualcuno gli spieghi -almeno- il suo mestiere.

L’assoluzione è l’atto con cui il confessore, in nome di Gesù Cristo e della Chiesa, rimette al penitente i peccati da lui dichiarati. Appunto, ad occhio non sembra che il penitente Berlusconi e Cosentino siano presi da contrizione e confessione.


Ritratto di Marina Berlusconi scritto da Marianna Rizzini su “Il Foglio”, qui.

Ritratto di Barbara Berlusconi tratteggiato da Selvaggia Lucarelli su “Libero”, qui.


Letto 1720 volte.


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Bart