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In autunno cadranno le foglie e il mito tedesco + il caso Napolitano

27 Agosto 2012

di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 27 agosto 2012)

Mi ha impressionato vedere l’espressione del viso del premier greco Antonin Samaras mentre Angela Merkel diceva che «Atene deve restare nell’Euro ». Gli occhi di Samaras erano liquidi. Guardavano un orizzonte inesistente: quello della Grecia. Berlino non concede tempo. E quel cuor di leone di Hollande da Parigi si adegua. Il risultato lo vedremo presto: i greci non staranno a guardare la loro distruzione via panzer. Ripeto: quando il popolo ha fame, brucia la casa di chi lo affama. I tedeschi hanno già fatto i loro conti sull’uscita della Grecia dall’Eurozona, pensano di cavarsela bene lo stesso. Tengono sotto scacco l’Italia e la Spagna, possono far colare a picco il Partenone. E veniamo all’Italia, un Paese sovrano sulla carta, ma in realtà sotto il pieno controllo di Berlino. In autunno la crisi sarà più dura. I segnali ci sono tutti. La Fiat ha deciso di far slittare la produzione della nuova Punto, il settore dell’acciaio subirà ulteriori perdite dal rallentamento dell’Ilva, l’edilizia ha frenato bruscamente (occhio ai mutui), i tre grandi comparti (agricoltura, servizi e industria) boccheggiano. Dal primo trimestre del 2008 ad oggi l’Italia è impantanata. Il massimo risultato del Pil è stato un +1% nel maggio del 2010, poi è partita la musica di Profondo Rosso. E l’ascensore sì è portato giù il Paese. L’Italia ha un disperato bisogno di ritornare a produrre. E se è vero che è l’economia a fare l’economia, è altrettanto vero che il governo può fare alcune cose. Dovrebbe subito metter mano al Fisco, vero cuore del problema, ma in consiglio dei ministri sono diventati tutti blu dalla paura. Hanno guardato il bilancio e poi: «Cosa dirà l’Europa? ». Così da Palazzo Chigi è venuto fuori un comunicato con l’immancabile parola: «rigore ». E basta. Francamente, al posto del governo, io mi preoccuperei di cosa pensano gli italiani e non i tedeschi. Il Paese di questo passo finirà in una spirale depressiva. I numeri sono là, a disposizione di chiunque sappia metterli in fila senza costruirci sopra bischerate filosofiche. Dov’è il Pil? Punto. Stiamo sbagliando la cura. Così ammazziamo il paziente. E la colpa non è solo del governo senza visione politica. Ma dei partiti che se ne sono furbescamente lavati le mani. Hanno votato tutto quello che ha portato in Parlamento Monti, ma senza proporre niente di seriamente alternativo. D’altronde, il quadro è questo. Berlusconi è in Costa Smeralda a studiare una novità: il suo ritorno. Mentre Bersani è a Reggio Emilia, impegnato anima e cuore a dare del «fascista » a Grillo e ai suoi sostenitori. Servirà uno shock per svegliare tutti. E sta arrivando. Solo allora molleremo la Germania. In autunno cadranno le foglie. E il mito tedesco. E riprenderemo il nostro cammino, da italiani.


La telefonata che non si può rifiutare
(da “dagospia”, 27 agosto 2012)
da beppegrillo.it

Se un italiano qualunque fosse indagato dalla Procura di Palermo in merito alla trattativa Stato mafia e telefonasse al Quirinale, qualcuno forse gli risponderebbe? Se poi, anche con una certa insistenza, miracolosamente, riuscisse a chiedere consigli direttamente o indirettamente a Napolitano in merito alle accuse che gli vengono mosse, gli verrebbe data retta?

O verrebbe invece dissuaso da un pronto intervento delle Forze dell’Ordine? Oppure, come dovrebbe essere scontato, il Quirinale chiamerebbe i magistrati raccontando per filo e per segno le richieste improprie ricevute?

Se l’italiano al telefono si chiama Nicola Mancino, ex ministro degli Interni al tempo dell’assassinio di Paolo Borsellino (che uscì dal suo ufficio sconvolto dopo la sua ultima visita) c’è per lui un apposito numero verde, un call center presidenziale e una consulenza giuridica su misura.

Perché Mancino ha goduto di questo trattamento di favore? Si è passati forse dall’offerta che non si può rifiutare alla telefonata che non si può rifiutare? Al Quirinale non sentono i boom dei movimenti, ma, se chiama Mancino, sentono benissimo i trilli del telefono.

Questo via vai di telefonate ha alimentato nell’opinione pubblica italiana un certo sospetto che è diventato gigantesco da quando Napolitano ha iniziato a battersi come il Berlusconi dei tempi d’oro per distruggere i nastri delle conversazioni quirinalesche. I giudici hanno già dichiarato che non c’è nulla di penalmente rilevante e, allora, perché non renderle pubbliche?

Gli italiani hanno il diritto di sapere cosa si sono detti un indagato e il presidente della Repubblica (anche se discorrevano di bocce). Napolitano ha il dovere di far pubblicare le intercettazioni. Anche per sé stesso. La gente mormora, chissà cosa sta pensando (male) di lui.

Non bastano le intemerate di uno Scalfari o un De Mauro e neppure il silenzio cimiteriale del pdmenolelle per evitare basse insinuazioni che Napolitano sicuramente non merita. “Pronto chi parla? Sono Grillo, signor presidente, avrei una multa per sosta vietata, può aiutarmi?”

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Altri: Intervista a Pomicino (anche su Monti)  qui


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