Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

In autunno la resa dei conti

28 Giugno 2013

di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 28 giugno 2013)

Siglata tra Palazzo Chigi e il Quirinale dove il condannato Berlusconi era stato solennemente ricevuto all’indomani della pesante sentenza per il caso Ruby – e alla vigilia dell’udienza in Cassazione sul lodo Mondadori e della probabile incriminazione per la compravendita di senatori in epoca ultimo governo Prodi – è durata appena 24 ore la tregua che doveva consentire al governo di riprendere fiato e a Letta di presentarsi al vertice europeo senza tenere l’orecchio incollato al cellulare per ricevere cattive notizie dall’Italia.

Il presidente del consiglio ha avuto appena il tempo di concentrarsi per qualche ora sui delicati dossier che sono al centro dell’incontro tra i leader, che subito la sua attenzione è stata richiamata in Italia dal nuovo scontro apertosi nella maggioranza sulla giustizia e sui provvedimenti per l’occupazione. Va detto che con la levata di scudi contro l’emendamento del Pdl, che punta a ridisegnare, in caso di riforme istituzionali, il ruolo del Consiglio superiore della magistratura, il Pd ha voluto mettere le mani avanti e far sentire il crepitio di un fuoco di avvertimento. Se davvero – e sarà da vedersi, in questo clima – il Parlamento dovesse mettere mano ai poteri della Camera e del Senato, come si propone di fare, e se un lavoro del genere, anche senza cambiare del tutto l’aspetto costituzionale del nostro sistema, comportasse un rafforzamento della figura del premier o addirittura l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, non si capisce come da una ristrutturazione del genere potrebbe restare escluso l’organo di autogoverno dei giudici. Ma tant’è: i rapporti tra i due principali partiti della maggioranza sono improntati a un tale clima di sospetto che al minimo stormir di fronde si incrociano raffiche di polemiche.

Non è stata da meno anche l’accoglienza che il Pdl, non tutto, ma a un certo livello, ha tributato ai provvedimenti usciti da Palazzo Chigi mercoledì. Il capogruppo dei deputati Brunetta ha sostenuto che la sospensione dell’aumento dell’Iva è stata adottata senza trasparenza sulle coperture (attacco al ministro dell’Economia Saccomanni), mentre la sua vice Gelmini spiegava che il decreto sull’occupazione giovanile realizzava solo in parte una proposta lanciata durante la campagna elettorale dal centrodestra. Per evitare che il consiglio dei ministri preparato con tanta cura, e tenuto alla vigilia del vertice di Bruxelles anche per dimostrare la capacità riformatrice del proprio governo, apparisse come una specie di gioco delle tre carte, Letta è dovuto intervenire personalmente dall’estero per difendere Saccomanni e reagire alle accuse di Brunetta.

Ora, a parte i risultati che potrà conseguire con la sua missione europea (segnata, come sempre, da un avvio interlocutorio e da un veto del primo ministro inglese Cameron che non fa ben sperare), ci si chiede quanto potrà andare avanti ancora il governo su una strada così accidentata. Il problema non è la durata (sulla quale, in mancanza di alternative, sia Berlusconi sia Epifani si sono impegnati fino all’altro ieri), ma la possibilità e la capacità di realizzare il programma su cui era nato l’accordo delle larghe intese. Un elenco ambizioso di riforme improcrastinabili, dall’economia alle istituzioni, non prive di conseguenze sociali, che solo un accordo tra (ex?) avversari poteva consentire di varare, suddividendone i costi politici e preparandosi a incassarne i dividendi al momento dell’uscita dell’Italia dalla crisi. Invece, finora, s’è preferito procedere di rinvio in rinvio, dall’Imu all’Iva alla Grande Riforma, spostando all’autunno il momento della vera resa dei conti e dell’eventuale, in caso di rottura, ritorno alle urne.

Pressati in questa gimcana dai rispettivi partiti – uno, il Pd, in corsa verso il congresso, l’altro, il Pdl, precipitato verso una rifondazione del marchio e dello spirito «rivoluzionario » di Forza Italia – Letta e Alfano hanno dimostrato fin qui una personale e straordinaria abilità a districarsi tra i veti incrociati e a tenere in piedi un esecutivo, nato traballante, e alle prese con un’opposizione trasversale e strisciante che attraversa tutta la larga maggioranza di cui dispone. Ma alla vigilia della lunga estate in cui una volta per tutte si giocherà la sopravvivenza, forse è lecito chiedersi se un governo come questo può accontentarsi di tirare a campare. E soprattutto di campare così.


Marina Berlusconi la nostra Thatcher
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 28 giugno 2013)

Marina Berlusconi ha correttamente smentito di essere intenzionata ad assumere impegni di sorta nella politica attiva. E non c’è alcun motivo per dubitare della sua affermazione. Non fosse altro che anche nelle dinastie repubblicane vale la regola delle dinastie monarchiche secondo cui si regna uno per volta . E fino a quando il padre Silvio rimane sul trono di leader del centrodestra, la figlia Marina non può far altro che negare di essere pronta a sostituirlo. Preso atto che il Cavaliere non abdica e che la figlia non gli succede, però, non si può non riflettere sull’eventualità che a dispetto della legge salica cara ai Savoia e agli Agnelli (tanto per rimanere in Italia e tra i reali dell’aristocrazia e della finanza), il capostipite Silvio decida, dopo una possibile “ brumal Novara” di tipo giudiziario, di trasmettere alla primogenita l’investitura a leader del centrodestra italiano.

Si tratta di un’ipotesi impossibile o, almeno sulla carta, del tutto razionale? La risposta non viene solo dalle metafore di tipo monarchico, che hanno il merito di rendere credibile l’eventualità ma anche il torto di farla apparire una sorta di reperto del passato. Ma viene soprattutto dall’esperienza del presente, quella della formazione delle leadership nell’era della comunicazione, dell’immagine e del marketing politico, che rende l’ipotesi non solo praticabile ma anche incredibilmente appetibile per le sue concrete possibilità di successo. L’esempio dei Savoia e degli Agnelli, infatti, passa in seconda linea di fronte alle dinastie repubblicane dei Kennedy, dei Bush, dei Clinton. E perde completamente di peso alla luce di come nelle democrazie avanzate del tempo presente nascano e si consolidino le leadership politiche. L’epoca in cui i leader si formavano alla dura e lunga scuola dei partiti è finita da un pezzo.

I partiti tradizionali non esistono più. E la dimostrazione non è solo la leadership di Silvio Berlusconi nata come Araba Fenice dai partiti democratici della Prima Repubblica inceneriti dalla rivoluzione giudiziaria. Ma è, soprattutto, l’apparizione della cometa Matteo Renzi nel firmamento della sinistra italiana, cometa venuta fuori non da una lunga e formativa militanza nei partiti del fronte progressista, ma da un uso accorto e professionale del marketing politico. Al punto che Renzi venga visto dalla parte tradizionale e ortodossa del Pd come un corpo estraneo di natura sostanzialmente identica a quella dell’odiato Cavaliere. I nuovi leader, dunque, possono nascere anche senza partiti di riferimento, dal marketing politico o da circostanze eccezionali che ne favoriscono l’apparizione e il successo. Beppe Grillo non sarebbe mai diventato il capo di un movimento del 25 per cento se non avesse intercettato l’antipolitica di un quarto degli italiani. E Mario Monti sarebbe rimasto un professore imprestato alle alte cariche burocratiche dello Stato se la crisi e Giorgio Napolitano non lo avessero trasformato in un inappropriato personaggio politico di prima grandezza. Marina Berlusconi, quindi, nel caso la persecuzione giudiziaria dovesse provocare l’espulsione traumatica e violenta dalla politica del padre Silvio, potrebbe sicuramente raccoglierne l’eredità all’interno del centrodestra.

Con i vantaggi di un nome a cui non serve alcuna forma di promozione, ma che ha il traino di una ventennale persecuzione mediatico-giudiziaria, di un consenso pronto a passare in blocco da padre in figlia in nome della difesa dei valori di libertà contro le prepotenze e l’autoritarismo della sinistra fondamentalista, di una capacità e di una credibilità personali messe in mostra alla guida di un’impresa storica come la Mondadori, di una età e di una natura femminile che la mettono in condizione di poter giocare una carta innovativa e rivoluzionaria. Quella di poter diventare una Thatcher italiana! Se così fosse, ben venga anche la dinastia berlusconiana!


Giudici superficiali: la mancia a spanne
di Salvatore Tramontano
(da “il Giornale”,28 giugno 2013)

Il resto? Mancia. La giustizia italiana assomiglia sempre più a una slot machine. I risarcimenti non sono un conto economico, una misura del presunto danno, sono simboli, moniti, punizioni morali ed esemplari.

Questo vale anche per il lodo Mondadori. Ce ne siamo resi conto una volta di più ieri, quando il Pg di Cassazione ha suggerito alla Suprema corte di applicare uno sconticino del 15% alla batosta che pesa sulla Fininvest. Il 15%, appunto. Come una mancia al cameriere. La requisitoria del procuratore è stata dura. Non ha messo in dubbio il danno economico che colpisce non un ricco signore, ma un’azienda centrale nel panorama italiano. Non ha pensato a chi ci lavora. Non ha paura di mettere in ginocchio un’impresa.

Qualcuno dirà che quel 15% è un gran risparmio, perché in ballo qui ci sono grandi numeri. Anche questo però fa pensare. In primo grado la sentenza è un botto stratosferico. La Fininvest deve pagare al gruppo di De Benedetti 749.995.611,93 di euro. Una cifra, comprese le virgole, difficile perfino da pronunciare. Ma quella cifra in realtà porta un messaggio ben preciso: il cattivo Berlusconi ha rovinato il povero De Benedetti.

Non solo. La Mondadori nelle mani del Cavaliere avrebbe anche cambiato il destino dell’Italia, perché con De Benedetti monopolista culturale, la «destra » non avrebbe mai vinto le elezioni. Quanto vale il destino dell’Italia? In appello i giudici tagliano 212 milioni e si arriva a 564,2 milioni di euro. Ma come fai a fidarti di giudici che rivedono i risarcimenti tanto al chilo? Tra il primo verdetto e la richiesta del Pg ballano quasi trecento milioni di euro, quasi seicento miliardi di lire. Come li fanno, allora, i conti? Spannometrici? E in tutto questo c’è parecchia gente che rischia di perdere il posto di lavoro. La risposta del tribunale è già scritta. Pazienza. La distruzione di Berlusconi vale il sacrificio.


Gianni Letta senatore a vita sarebbe la prova del “Grande tradimento”
di Antonello Caporale
(da “il Fatto Quotidiano”, 28 giugno 2013, ripreso da “Dagospia”)

Le erinni son deste e allarmate. E anche i fucilieri della cinta più vicina ad Arcore pronti a premere il grilletto contro quel che letteralmente è l’uomo del decoro, della tradizione, della fedeltà, dell’equilibrio. Nell’incredibile sottosopra berlusconiano persino la voce plausibile della nomina di Gianni Letta a senatore a vita increspa l’orizzonte e divide i fedelissimi perché, sviluppando un poderoso effetto ottico, l’eventuale chiamata a padre della Patria invece che far sorridere produce lacrime, anziché rasserenare incupisce.
Giorgio Napolitano-Gianni LettaGiorgio Napolitano-Gianni Letta

Silvio è fuori gioco al punto che Giorgio Napolitano con la nomina di Letta, più che fare gli interessi del Cavaliere, che in questo momento avrebbe bisogno di ben altre parole e telefonate, indirizzerebbe sullo zio dell’attuale premier un falso segno di compensazione e riconoscenza. Sarebbe la prova della trappola.

“Gli stanno facendo credere di tutto, che Napolitano farà questo e quello, ma Berlusconi non ha capito che lo stanno accompagnando alla porta per liberarsene una volta per tutte. E in prima fila c’è Alfano che sta preparando il partito di centro con Enrico Letta”.
Giorgio Napolitano e Angelino AlfanoGiorgio Napolitano e Angelino Alfano

Queste accuse, provenienti da fonti altolocate nel partito, misurano il grado di nevrosi e il possibile big bang a cui Forza Italia, se la vicenda giudiziaria dovesse tramutarsi Рcome ora appare Рin una agonia definitiva del Capo, ̬ destinata. Altro che coltelli!

Che al di sotto di ogni sospetto ricada l’uomo con le idee sempre ben pettinate, il principe di palazzo Grazioli, il virtuoso tra tanti descamisados, il fiore all’occhiello e l’amico più intimo di Silvio, è il segno del confuso trapasso di poteri nel partito. Come in un film, ora è Letta l’uomo da tener d’occhio. Possibile?

“Io sono intimissimo suo e sarei orgoglioso di una nomina, che è giusta, logica, coerente. La sua personalità sarebbe adeguata al ruolo. Chi più e meglio di Gianni? Certo, sappiamo che Berlusconi avrebbe tutte le caratteristiche per essere naturalmente senatore a vita, ma sappiamo anche che quel ruolo non lo metterebbe al riparo da eventi giudiziari futuri”.

Dalle parti di Maurizio Gasparri la pellicola gira ancora nel verso giusto, e la maledizione vera è il temuto pronunciamento della Cassazione, quello di settembre, che con un verdetto finale (l’interdizione dai pubblici uffici) aprirebbe le porte alla catastrofe.

Giunti all’interdizione neanche il Partito democratico, che vive con imbarazzato riserbo il panorama penale in cui è immerso l’ex primo nemico ora alleato, potrebbe volgere lo sguardo altrove. Sentiamo Gianni Cuperlo: “La nostra bibbia è la Costituzione. E non c’è possibilità di negoziare alcunché. Daremmo immediatamente esecuzione a una sentenza della giustizia italiana. Non c’è da fare altro e neanche da immaginare alcunché”.

Ecco l’agitazione, lo stupore e la paura. Ecco che le api operose del partito siano a un passo dal leggere, nella consecutio degli accadimenti, il grande tradimento. Tutto quadra, tutto porta verso il sospetto. Come intendere la nota di Alfano, appena due ore dopo che il tribunale di Milano l’aveva azzannato ai polpacci con sette anni di galera, con cui chiedeva equilibrio, “serenità”, suggeriva prudenza invece che ira? “Lo stanno accompagnando alla porta”. Magari col riguardo che si deve. E quindi, nel tracollo della fede, la massima opera di manipolazione: la nomina di zio Gianni a senatore a vita.

Che Letta, amico di tutto un oceano di amici, uomo ubiquo per definizione, nettare di moderazione e virtù democristiana, finisse trasfigurato nel demone, ridotto a pistola fumante, è questione che attiene alla psicopatologia della politica.


Pdl, cresce il partito del voto ad ottobre
di Andrea Tempestini
(da “Libero”, 28 giugno 2013)

Per paradosso sono le parole di Renato Schifani, paludate e misurate, a far scattare la scintilla più di tutte le altre, più delle parole pronunciate dai falchi che non nascondo la loro voglia di elezioni (Renato Brunetta su tutti). “Mi riconosco nelle parole di Berlusconi – spiega Schifani -: fino a quando il governo attuerà gli impegni presi con gli italiani ed il Popolo della Libertà andrà avanti, saremo leali e lo sosterremo”. Già, “fino a quando” gli impegni verranno mantenuti. La nuova deadline è fissata a tre mesi, quando si dovrà decidere sulla miriade di rinvii stabiliti da questo governo: Iva e Imu su tutti, che coincidono proprio con gli impegni presi dagli azzurri con l’elettorato. Cresce insomma il partito del voto. Il Pdl si organizza. Anzi si riorganizza. Anzi cambia faccia. Si torna a Forza Italia, ormai è ufficiale: forse tra un mese, più probabilmente a settembre. Ma il dado è tratto. E la riorganizzazione non può non far nascere il sospetto che abbia come vero obiettivo quello di farsi trovare pronti per una (incombente?) tornata elettorale.

“Voto ad ottobre” – Chi non si nasconde per niente è Denis Verdini. Rassicurazioni? Garanzie? Per lui sono balle, come una balla è la “pacificazione nazionale”. Le ultime evoluzioni giudiziarie che hanno al centro Silvio Berlusconi lo dimostrano, e Verdini cavalca l’onda: “Se mi chiedi di obbedire, io obbedisco. Se mi chiedi di crederci, io non ci credo”. La tesi del coordinatore è semplice: “Siccome da sola la sinistra non è mai riuscita a fare un boccone di Berlusconi alle elezioni, ha avuto il soccorso di un apparato editorial-imprenditoriale che si è messo all’opera e ha amplificato l’attacco dei magistrati per distruggere il leader del centrodestra”. Un concetto che – nonostante le dichiarazioni di facciata e il sostegno (ma non ad ogni costo) al governo Letta – rimbomba anche nella testa del Cavaliere. Così Verdini mette il dito nella piaga, spiega che a suo parere sarebbe stato meglio andare alle urne due mesi fa, e aggiunge che Berlusconi ha ancora una possibilità per sottrarsi al tiro al bersaglio. Quale? Semplice: il voto ad ottobre. Verdini lo ha spiegato al leader in una serie di report che vengono inviati settimanalmente: “Devi sfruttare la finestra elettorale di ottobre”. Berlusconi ci pensa, anche perché – ripete ancora Verdini – è vero che Napolitano non vuole sciogliere le Camere, “ma senza di noi non ci sarebbero i numeri a palazzo Madama”. Il punto su cui potrebbero crollare le larghe intese? La legge di stabilità.

Parole di fuoco – Tra l’agitazione per l’assedio giudiziario, la delusione per i tentennamenti dell’esecutivo e il “tuffo nel passato” col ritorno a Forza Italia, c’è un intero partito in ebollizione. Le dichiarazioni fioccano, le larghe intese scricchiolano, il campo viene preparato. Sandro Bondi insiste sulla giustizia e risponde al segretario del Pd: “Le fibrillazioni, come le chiama Epifani, non dipendono dalle vicende giudiziare di Berlusconi, bensì da una magistratura che travalica i propri confini e non rispetta i principi essenziali della civiltà del diritto. Ormai – aggiunge – ogni cittadino teme per la propria libertà personale a causa di un potere privo di limiti, controlli e bilanciamenti”. Quindi il quotidiano siluro di Renato Brunetta, che picchia duro sul ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, invitato a riferire in aula suila certificazione dei crediti vantati dalle aziende nei confronti della pubblica amministrazione. “Time’s over, come dicono gli inglesi”, sussurra Brunetta, che attaccando uno dei ministri più pesanti dell’esecutivo, di fatto, mina l’esecutivo stesso.

“Giorni contati” – Certo, per ora con il Pdl non c’entra nulla. Ma Roberto Maroni osserva la situazione e trae le sue conclusioni. Il segretario federale della Lega Nord ha una certezza: “Il governo ha i giorni contanti. Mi sembra di sentire un rumore di sciabole in sottofondo, e per il governo prevedo giorni molto duri”. Quindi la profezia: “L’esecutivo non arriverà a Natale. La politica del rinvio ha la vita breve. Noi della Lega siamo pronti ad elezioni anticipate”.


 

Ruby bis, Mora scarica Berlusconi: “Abuso di potere e degrado” ad Arcore
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 28 giugno 2013)

Lele Mora scarica o almeno sembrava scaricare Silvio Berlusconi. Solo due giorni fa al Fatto Quotidiano aveva detto che il Cavaliere, suo storico e generoso amico, era più buono di papa Wojtyla. Oggi, al processo Ruby bis, l’ex agente dei vip – per cui l’accusa ha chiesto 7 anni come per gli altri due imputati Emilio Fede e Nicole Minetti – prima ha dichiarato che quello che è successo attorno alle serate ad Arcore è stato un caso di “dismisura, abuso di potere, degrado, tre parole che ho letto sui giornali. E’ vero, così è stato”. Poi fuori dall’aula ai cronisti ha ribadito che ad Arcore “non succedeva nulla di male”.

Il mea culpa di Mora: “L’ignoranza della legge non perdona”.   Il mea culpa di Mora è arrivato dopo la condanna del leader del Pdl a 7 anni per concussione e prostituzione minorile anche per quelle serate ad alto tasso erotico: “Io ne sono stato passivo concorrente, ma oggi non voglio più mangiare cibo avariato e lascio il compito di chiarire ai miei difensori” ha detto in aula, ma all’uscita ha sostenuto di aver saltato un “non” davanti alle parole “passivo concorrente”. Certo è che ha ammesso di aver portato alcune ragazze ad Arcore, anche se sottolineando di non averle mai costrette, Mora ha aggiunto: “E’ vero, ho ricevuto un prestito da Berlusconi tramite Fede con cui potevo salvare la mia società”. Per i fatti di bancarotta, ha concluso, “mi sono assunto le mie responsabilità, per quelli di questo giudizio valuterete voi giudici”.

”E’ vero ho partecipato alle feste di Silvio Berlusconi ad Arcore, è vero ho accompagnato alle cene alcune ragazze, ma non ho mai voluto condizionarle, non ho mai giudicato i loro comportamenti e non ho mai orientato le loro condotte con costrizione”. Mora ha anche voluto sottolineare che rispetta e non contesta “l’attività di indagine della procura”. Parlando delle giovani donne che ha ammesso di aver portato ad Arcore, Mora ha poi sottolineato che “l’ignoranza della legge penale non perdona” ma che “forse qui sbagliando” non ha mai “inquadrato la loro condotta come prostituzione“.

“Il carcere ti impone una pausa, chiedo scusa ai giornalisti”. All’inizio dell’udienza, prima che prendessero la parola per l’arringa i suoi difensori, gli avvocati Gianluca Maris e Nicola Avanzi, Mora ha letto una breve dichiarazione spontanea. Ha esordito dicendo di voler pronunciare solo “poche parole per non violare il silenzio che mi sono imposto e che per me è l’unica condotta dignitosa”. Ha spiegato più volte che nel periodo trascorso in carcere, per l’accusa di bancarotta, “ho avuto modo di pensare a lungo, perché il carcere ti impone una pausa, anche in questo mio nuovo stato, vorrei continuare questa iniziata riflessione, sperando di trovare la retta via”. L’ex talent scout ha anche detto di aver pensato alle tante polemiche aggressive del passato e ha chiesto scusa in particolare ai giornalisti e al conduttore di ‘Piazza Pulita’ Corrado Formigli. “Mi vergogno – ha spiegato – di tante polemiche che ho fatto in passato contro i giornalisti e i comunisti e voglio chiedere scusa senza se e senza ma”. L’ex manager dei vip ha detto di voler “uscire da questa bufera infernale che mi ha tolto la luce”.

La marcia indietro fuori dall’aula: “Silvio è un amico”. Non più davanti ai giudici Mora ha fatto marcia indietro: “Ad Arcore non c’è stato niente di male, quando in aula ho parlato di ‘degrado’ ho detto quello che ha riportato un giornale … La prostituzione ad Arcore non c’è mai stata”, ha spiegato ai giornalisti l’ex talent scout.   Con i cronisti fuori dall’aula Mora ha spiegato di aver detto ai giudici la “verità” e che nelle serate di Arcore non c’è stato “nulla di male”. L’ex manager dei vip di Berlusconi ha poi detto “è amico, non è un assassino, non è uno che fa prostituire la gente e nemmeno io”. Ai cronisti che lo incalzavano su quel riferimento fatto in aula al degrado, Mora ha risposto: “Io forse ho sbagliato a non essere più attento ma non c’è mai stata prostituzione, ho detto quello che ha riportato un giornale”.

La difesa chiede l’assoluzione: “Il fatto non costituisce reato”. Un’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato e per l’assenza dell’elemento psicologico della consapevolezza” ha poi chiesto ai giudici il legale di Lele Mora, Gianluca Maris. “In un contesto di venalità, arrivismo e ambizione, che sono evidenti a tutti, non è – ha precisato il legale – altrettanto evidente per il mio assisitito quello che potrebbe succedere o quello che le sue clienti potrebbero fare per ottenere dei benefici”. Secondo la tesi portata avanti dai legali, dunque, Mora non era necessariamente consapevole di quello che sarebbe potuto accadere alle feste di Arcore, di cui lui, tra l’altro era “sporadico frequentatore”. Il fatto che Lele Mora partecipasse alle cene e poi se ne andasse “è una condotta che può non essere percepita come tale perché ci sono delle lenti, dei pregiudizi. Mora – ha aggiunto – è un agente dello spettacolo, spregiudicato, al centro del gossip. Quelle immagini dobbiamo rimuoverle. Sono lenti che distorcono la realtà: Videocracy è drammaticamente vero ma non è la chiave di lettura del processo”.

L’avvocato di Mora: “Era Berlusconi a raccomandare a lui le ragazze”. “Quasi tutte queste ragazze conoscevano già Berlusconi e Fede, anzi era Berlusconi che le raccomandava a Mora dicendogli ‘falle lavorare, dagli un’opportunità, una chance’” ha spiegato Maris. La condotta di Mora rispetto alle serate a Villa San Martino, ha chiarito il legale, è stata “sporadica” e “marginale” e non “si possono creare dei pregiudizi, solo perché lui era un agente di spettacolo spregiudicato e al centro di molti scandali”. Mora, secondo la difesa, “parlava alle ragazze come nell’alta società un parrucchiere parlava con le sue clienti, le consigliava e cercava di favorirle”. Tuttavia, quello che è certo, secondo la difesa, è che “non l’ha indotte nelle loro relazioni con Berlusconi”. Non è Mora che le “ha sollecitate ad andare alle feste”, le ha “accompagnate sì” in certi casi, le portava “sul palcoscenico” di Arcore – così l’ha definito il legale – ma non era consapevole delle “relazioni che si potevano creare dopo quell’evento”. Non “induceva né favoriva”, in sostanza, la prostituzione. E nei pochi casi in cui c’è stato un “incontro propiziatorio” in cui Mora ha avuto un ruolo, quell’incontro “aveva la finalità lecita” del talent scout, non si può ridurre “all’invio di donne per la prostituzione”.

Secondo la difesa Mora deve essere assolto dalle accuse, ma qualora i giudici lo dovessero condannare il reato di induzione e favoreggiamento della prostituzione minorile “deve essere derubricato in favoreggiamento personale per aver in concreto aiutato l’onorevole Berlusconi, dopo la commissione del reato in esame, ad eludere le investigazioni delle autorità”. Il riferimento è alla richiesta di affidamento per Ruby portata avanti dall’ex talent scout “nell’interesse di Berlusconi”, per il quale aveva un “obbligo di riconoscenza”.



Letto 1376 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart