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LETTERATURA: In un giorno di pioggia – I

6 Dicembre 2008

di Fabio Fracas

[Fabio Fracas ̬ autore, editor, giornalista e sceneggiatore. Oltre a racconti, libri e poesie scrive per il cinema, per il teatro, per i fumetti e su varie testate giornalistiche cartacee e Web. Suoi brani e suoi lavori sono stati rappresentati in vari festival e da diverse compagnie. Ha ricevuto una serie di riconoscimenti letterari e nel 2004, assieme alla poetessa Federica Castellini, ha fondato MacAdam РMacAdemia di Scritture e Letture.]

[Il racconto “In un giorno di pioggia – I’ ” è stato portato in teatro, per la prima volta, nel 2005 nell’ambito della rassegna “Suoni e Narrazioni” inserita nel calendario delle manifestazioni del “Maggio thienese”.]

Venezia, in un giorno di pioggia, mi sembra distratta, lontana. Racchiusa fra mura di acqua stagnante animate da singole gocce che cadono svelte e si infrangono in cerchi malsani. Mi sembra un dipinto: una tela sferzata da colori pastello che tendono al grigio. Qua e là qualche giallo, dell’ocra, del rosso mattone. Un insieme coerente di pietre e colori, di acqua e di vento, ma non omogeneo.

Il treno che parte alle spalle mi ruba un istante di gioia. Io resto e mi immergo nel quadro spostando col corpo pennelli invisibili che tracciano linee di luce.

Nell’atrio c’è gente che aspetta, bagnata, bagnato. Non sa se partire o restare; aspetta: che il sole ritorni o che smetta di piovere, che non è lo stesso. Aspetta: che arrivi quel treno che è in eterno ritardo. Non hanno poesia. Se guardano fuori non vedono altro che acqua che cade, che sale, rimbalza su ombrelli e cappelli e finisce in laguna. Se guardano dentro non vedono altro che uomini e donne bagnati, le scarpe inzuppate, seduti su panche o valigie sformate dal peso. Non vedono altro.

Li osservo curioso, io eterno bambino, che vede cascare la pioggia come un velo di nubi; la osserva saltare scherzosa su ombrelli orgogliosi che sfidano il cielo cemento e infine riunirsi veloce in un’onda che veloce scompare.

Li osservo, per scorgere il lampo negli occhi, il sorriso represso di chi gioca con l’acqua. Per cogliere in loro il riflesso di un sole nascosto che splende, al sicuro, al riparo, in un giorno di pioggia. Alcuni ce l’hanno, o almeno mi sembra, altri no. Altri ancora non sanno se piangere o meno, senza un vero motivo, come quelli nell’angolo in fondo. E poi loro, che un motivo ce l’hanno ma io non riesco a guardarli. E il mio sole si spegne; per un attimo solo, per poi risalire fra mille timori e bruciare più intenso di prima per darmi calore.

Per dare sostegno ad un uomo, un uomo qualunque, che scherza con l’acqua. E gli piace.


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4 Comments

  1. Commento by Massimo — 6 Dicembre 2008 @ 16:19

    Ciao Fabio, ho letto questo tuo pezzo con attenzione e soprattutto con grande calma e mi sono sentito trasportare dal ritmo dell’acqua. Conosco bene Venezia, eppure così non l’avevo mai vista. Grazie.

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 6 Dicembre 2008 @ 22:14

    Rappresentazione figurata che coglie i momenti nella loro maggior suggestione. La bellezza figurale sta nel rapporto intenso tra pensiero e visione. Le sensazioni penetrano le cose e le persone, assumendo rilievo e colore. E l’autore si permea di tutta questa poesia. Così anche noi.
    Tra le parole un presagio che diviene attesa ed intenso appunto di stupore
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by Alessandra — 9 Dicembre 2008 @ 08:25

    Ciò che mi stupisce di più nelle tue prosopoesie, caro Fabio, è l’uso delle parole e il loro susseguirsi nella frase che, grazie a letture diverse, riescono a dare significati diversi.E’ un’abilità straordinaria, a mio avviso, perché mette in luce non solo una padronanza linguisstica particolare, ma anche una competenza del mezzo espressivo che permette di “dimenticare” le regole. Solo alcuni esempi:
    “…. se guardano dentro… ” Nell’atrio? In sé stessi? Nell’Umanità?
    “… altro che acqua che cade, che sale… ” Ma l’acqua non sale! E allora che vuol dire? Obbligatorio rileggere, magari facendo una pausa, per capire.
    Ce ne sono molti altri, ma io non sono un critico letterario, nè ho particolari competenze linguistiche. Però sono una lettrice, questo sì, appassionata di un po’ di tutto. E di fronte a questa, come altre, prosopoesia, mi sento spogliata di ogni presunzione di aver capito. D’improvviso, tutto quello che credevo di aver compreso si confonde e diventa oscuro. Una parola, che sembra gettata lì per caso, rimescola le carte e ti obblga a cercare nuovi significati. Come nella vita. Un caro saluto

  4. Commento by Fabio Fracas — 14 Dicembre 2008 @ 10:10

    @Tutti, mi scuso se non ho potuto rispondere prima ai vostri commenti. Su http://macadam.splinder.com trovate accennate le motivazioni. Scritto ciò vi ringrazio immensamente per l’onore che mi fate nel dedicare tempo e attenzione ai miei scritti.
    @Massimo: quello che tutti noi vediamo non è solo quello che appare ma spesso ciò che ci appare. Ogni aspetto delle cose materiali e di quelle immateriali è filtrato da noi, dal nostro umore, dalla pioggia, dall’acqua e da molto altro ancora. Spero che, anche tramite le mie modeste parole, tu possa riconoscere in ciò che già sai ogni giorno qualche cosa di diverso. Un caro saluto,
    @Gian Gabriele Benedetti: le confesso che mi sento piacevolmente in debito con lei per le sue analisi e per la passione che – percepisco – le anima. Per me è un grande piacere scoprire, attraverso le sue riflessioni, elementi e sentimenti che non sempre si è sicuri di riuscire a trasmettere. La poesia – o la prosopesia, nel mio caso – è un modo per avvicinarsi in punta di piedi alla realtà, anche intima, senza spaventarla. Cercando cioè di coglierne quegli aspetti di immediatezza e di freschezza che, fortunatamente, esistono anche nelle situazioni peggiori. E a volte non c’entra neanche la pioggia. Grazie a lei e al tempo che ha deciso di dedicare al mio umile lavoro ho la possibilità di confrontarmi in modo costruttivo e di imparare. Sempre. Un caro saluto,
    @Alessandra: sai bene che la definizione che prediligo per me è quella di “scrivente”. Riporto quando cita il Dizionario italiano online: “Il participio (come accenna la parola stessa, derivata dal verbo partecipare) partecipa del verbo e dell’aggettivo insieme, e denota l’azione come inerente ad un sostantivo o in quanto da esso fatta, o in quanto da esso patita. Ha due tempi, il presente (lodante, temente) ed il passato (lodato, temuto), i quali però non segnano di per sè stessi vera differenza di tempo, ma soltanto il grado dell’azione, poichè il tempo viene determinato dal verbo principale che regola il participio. Quindi il presente indica l’azione in atto tanto ora, quanto per lo addietro, od in avvenire;[…] Da ciò si vede che il participio presente dei verbi transitivi ha sempre senso attivo […].” Quindi, come scrivente, partecipo dell’atto dello scrivere – lo faccio mio o meglio: cerco di farlo mio – in tutti i tempi – momenti – e come tale ha un senso attivo e un continuo divenire. Tutto ciò, è quello che cerco – conscio dei miei limiti – di trasmettere con i miei testi e in particolare con le prosopoesie. Perché hai perfettamente ragione: tutto avviene – così è – come nella vita. Ma ne riparleremo presto anche in MacAdemia. Un caro saluto e grazie,

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