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Intercettazioni fuori controllo uguale censura

29 Settembre 2011

L’altro giorno mi sono cascate le braccia quando ho letto l’editoriale di Angelo Panebianco che si univa, pure lui, al coro di coloro che chiedono a gran voce le dimissioni di Silvio Berlusconi.

Fino a quel momento ero stato in grado di vedere la differenza tra lui e, ad esempio, un Ernesto Galli della Loggia o un Sergio Romano o un Eugenio Scalfari.
Ma dopo la triste lettura, insieme allo scoramento, mi è presa la rabbia. Il gigante si è fatto nano, e non viceversa.
Per fortuna ci ha pensato Vittorio Feltri stamani sul Giornale a rispondergli, meravigliandosi pure lui di questo inaspettato allineamento. Sbaglia Panebianco, e Feltri gliel’ha cantate come si doveva.

Ma comunque la rabbia resta, giacché non si è più, in questo Paese, sicuri di nulla. Le certezze si frantumano, il coraggio delle proprie idee si trasforma in viltà.
Su chi contare?

Gli uomini non dovrebbero avere padroni per essere certi della loro imparzialità. Ma i padroni ci saranno sempre, a distribuire, secondo i servizi resi, stipendi, prestigio e fama.
Ciò vale dappertutto, ovviamente: nel mondo del giornalismo, come in tutti gli altri settori della vita lavorativa e sociale.

Vedrete quante resistenze farlocchie si leveranno allorché il governo varerà il disegno di legge per regolamentare le intercettazioni.
Già si levarono al momento dei primi tentativi, e ancora si levano oggi che il governo si propone di rimettervi mano, diffondendo l’idea fasulla che regolamentare le intercettazioni significherà mettere le catene ai piedi della magistratura e il bavaglio alla libertà di stampa.

Niente è più ipocrita e niente è più falso di questo teorema scellerato, che ci offende tutti, dal momento che vige nelle società civilizzate il principio non scritto ma che è stato sempre pacificamente rispettato, che la propria libertà finisce dove comincia la libertà altrui.
Non è mai esistita la libertà assoluta.

Le intercettazioni fuori controllo, come accade oggi, sono la negazione dei principi di libertà, giacché, se non motivate da gravi reati che mettano in serio pericolo la società, esse invadono arbitrariamente la libertà altrui.
Sappiamo tutti, per averlo visto coi nostri occhi, che fine fanno molte delle intercettazioni, pur non contenendo neppure l’ombra di un reato.
Esse mettono in piazza la vita privata delle persone, invadono i loro sentimenti, le ridicolizzano e le infangano senza alcun motivo agli occhi del mondo.

Può un’intercettazione arrivare a tanto, quando non sono in gioco reati di consistente gravità? Non può, tanto è vero che esiste già una legge che ne limita l’uso proprio ai casi gravi, ma questa legge è stata disattesa e aggirata con pretesti che niente hanno a che vedere con la ricerca della giustizia.

Nel Paese si è allargato a macchia d’olio il timore di essere sotto il controllo di un Grande Orecchio che ci ascolta e registra e archivia, pronto a servirsene per usi impropri. Come hanno dimostrato talune intercettazioni rimaste per anni chiuse in un cassetto, e venute alla luce del sole nel momento in cui potevano servire ad un obiettivo politico.

Credo che in Italia la maggior parte delle persone che hanno compiti delicati e dirigenziali, sia terrorizzata ogni volta che deve alzare la cornetta del telefono e parlare e scambiare opinioni con gli altri. Al punto (come sembra accaduto al presidente del Consiglio) che si sceglie di ricorrere a schede di Paesi stranieri per sfuggire al Grande Orecchio.

Si può tollerare che questa situazione si prolunghi e si affermi? No, non si può.
Giacché continuare questo andazzo significa, in realtà, porre il bavaglio al Paese. Avete capito bene: non il bavaglio alla stampa e le catene ai piedi della magistratura. Bensì il bavaglio al Paese. Molti, infatti, già da qualche tempo non si sentono più liberi di parlare.Si sentono spiati. Come accadeva nella Russia staliniana.

Oggi si può addirittura finire in carcere per una cattiva interpretazione di una intercettazione poco chiara, e vi si può restare per mesi e anche anni, fino a quando ci si avveda dell’errore. Le nostre carceri sono piene di persone in attesa di giudizio, molte delle quali, come accade da anni, saranno rimesse in libertà poiché innocenti.

Spero che Panebianco, quando arriverà il momento di prendere posizione, si ricordi di tutto questo, e ci aiuti a mozzare le orecchie al mostro che ci ascolta e che ci ruba la libertà.


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Bart