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Intorno a Napolitano il cerchio si va stringendo

23 Agosto 2012

Napolitano (questa è la mia libera convinzione) ha chiamato in ballo la Consulta (che non chiamò nel 2009 per un caso analogo) al fine di guadagnare tempo e concludere indenne il suo mandato. Infatti, dopo il 13 settembre, quando molto probabilmente la Consulta ammetterà il suo ricorso,   passeranno altri mesi prima che si arrivi ad una sentenza. Napolitano spera che essa lo colga almeno negli ultimissimi mesi del suo mandato, o ancor meglio, a mandato scaduto.

Ciò anche se la Consulta, rovesciando la precedente sentenza del 2004, gli desse ragione e decidesse che il capo dello Stato gode di una immunità generale che coinvolge anche i suoi atti extrafunzionali, superando in tal modo le limitazioni dell’art. 90 della Costituzione (secondo il quale l’immunità è prevista solo per gli atti relativi alle sue funzioni), e ciò pur non potendo farlo, visto che l’art. 90 della Costituzione, per essere modificato, necessita non di una sentenza amplificatrice del suo contenuto, bensì della procedura speciale che la stessa Costituzione prescrive.

Perché scrivo che quanto deciderà la Consulta conterà assai poco nell’agone politico e non libererà Napolitano dalle sue responsabilità connesse alle due telefonate intercorse tra lui e l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, indagato per falsa testimonianza dalla procura di Palermo?
Perché l’azione politica prevarrà sull’azione giudiziaria in ogni caso, e quasi sicuramente molto prima che la Consulta si esprima con sentenza definitiva, e, secondo me, quando Napolitano è ancora assiso sul Colle.

Ho ragione di credere che “il Fatto Quotidiano” stia vincendo alla grande la sua battaglia contro le bordate che gli provengono da ogni parte affinché sia ridotto al discredito e al silenzio.

Ieri Antonio Padellaro e Marco Travaglio, in una conferenza stampa con i giornalisti stranieri, hanno inteso spiegare perché non intendono demordere dalle indagini, che, aggiungo io, hanno tutto il sapore di un Watergate italiano, e desiderano far conoscere ai cittadini la verità di ciò che è accaduto. In termini più espliciti, se e quanto eventualmente il capo dello Stato si sia mosso per favorire la scabrosa posizione giudiziaria dell’indagato eccellente Nicola Mancino, che fu ministro dell’interno ai tempi della ormai accertata trattativa tra lo Stato e la mafia, che vide vergognosamente e indecorosamente coinvolti i vertici dello Stato.

La stampa straniera   ha fama di non passare sopra ad accidenti come questi in cui sembra implicato Napolitano, e, se è vero, come è vero e come ha ricordato Antonio Padellaro, che in Germania si sono cambiati ben due presidenti della Repubblica per molto meno, è assai probabile che nessun potere forte riuscirà a tappare la bocca a qualche onesto giornalista di oltreconfine.
Da quel momento il cerchio si stringerà sempre di più e Napolitano dovrà soccombere ben prima che la Consulta si pronunci, magari rivoltando deplorevolmente, per opportunità politica, la sentenza del 2004.

Su Napolitano sta agendo implacabilmente la nemesi di cui ho tante volte parlato a proposito di altri protagonisti, spacciatisi per icone della giustizia e della verità, e sorpresi con le mani nella marmellata.

Non dobbiamo dimenticare che su Napolitano incombono da tempo ombre pesantissime, a cominciare da quell’esultanza diramata a tutto il mondo in pro dell’occupazione dell’Ungheria da parte dell’URSS nel 1956, vera spia del carattere di un uomo e dei suoi principi, anche se Napolitano ha riveduto quel giudizio, ma non sgombrando completamente il campo da dubbi e opportunismi. L’Ungheria, ricordiamo, permise la sua visita di capo di Stato solo dopo che Napolitano condannò quel suo dissennato giudizio.

Ma Napolitano è responsabile anche dei silenzi che hanno coperto l’azione nefasta della terza carica dello Stato, ossia di Gianfranco Fini, il quale ha messo sotto i piedi le regole a cui deve attenersi la sua carica istituzionale per condurre una battaglia personale contro l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, inviso anche a Napolitano.

Ma non basta. Nel novembre dell’anno scorso si è permesso, Napolitano, di sostituire un governo eletto democraticamente dai cittadini con un governo del Presidente voluto, a quanto si è scritto, dalla Germania, subordinando così la nostra sovranità ai diktat tedeschi. Con il nuovo governo, Napolitano è praticamente diventato il re (viene chiamato non a caso re Giorgio) di una specie di monarchia costituzionale, con un parlamento non più in grado di decidere alcunché e sottoposto ad uno sbarramento di decreti legge con una tale forza che non si riscontrava nemmeno ai tempi dei governi Prodi e Berlusconi, allorquando questi annoveravano maggioranze risicate e rischiose.

Dunque, un vizio da monarca contratto grosso modo dal momento degli scandali che hanno gravato sulla figura istituzionale di Gianfranco Fini, e fattosi in lui sempre più profondo fino al punto di sentirsi tanto forte da non respingere (come avrebbe dovuto fare) le telefonate indecenti di un indagato appartenente da sempre alla casta dei privilegiati.

Ora, partendo da questo ultimo e maldestro tentativo di mostrare la propria onnipotenza, ecco che la nemesi ha deciso di presentare il conto generale del suo settennato, e la somma algebrica del bene e del male segna un profondo rosso, di cui Napolitano dovrà rispondere davanti ai cittadini.

Vittorio Feltri, qualche giorno fa, scrisse una cosa ovvia: se Napolitano non ha niente da nascondere permetta la pubblicazione delle sue due telefonate con Mancino, e festa finita. Cesserebbe tutto questo can can che non fa che ulteriormente screditare l’Italia lambendo, il discreto, anche il Colle.

Ma Napolitano non lo ha fatto e non lo fa (rigettando ripetuti appelli giunti da varie parti), e come ha scritto il senatore Luigi Li Gotti, non lo fa perché il contenuto delle due telefonate è “scottante”. Come non dargli ragione, visto che Napolitano sembra preferire che si acuisca questo sentore di scandalo che danneggia lo Stato, piuttosto che servire la verità.

Vi è poi un’altra ragione che accredita l’aggettivo “scottante” adoperato da Li Gotti, e questa ragione risiede nella improvvisa morte per crepacuore del consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, intercettato mentre rassicurava  Mancino dell’interessamento di Napolitano.

Ci si domanda se la morte di D’Ambrosio non sia imputabile ad un forte dolore provato per la vicenda. C’è chi ha voluto sostenere (vi ha alluso anche Napolitano) che sono stati quelli de “il Fatto” a causarne la morte, i quali hanno montato uno scandalo sul nulla.

Personalmente non sono d’accordo e ho già dato la mia versione, seguendo la logica. Naturalmente la famiglia di D’Ambrosio conosce la verità, poiché ha senza alcun dubbio ricevuto nel suo seno le confidenze e i dispiaceri che il loro congiunto andava patendo a causa delle sue telefonate finite sui giornali. E in quelle disperate confidenze ho ragione di credere che D’Ambrosio si sia doluto della sua ingenuità, ossia di non aver intuito che il telefono di Nicola Mancino si trovasse sotto controllo e che perciò, come è sempre accaduto, quelle telefonate finissero sui giornali, mettendo in chiaro di fronte all’opinione pubblica che il consigliere giuridico agiva in stretto contatto con Napolitano.

Ma una volta scoppiato lo scandalo, egli si è trovato a reggere da solo i sospetti che, in presenza dei silenzi altrui, si sono lasciati deplorevolmente convergere soltanto sulla sua persona.
La solidarietà espressa da Napolitano nei suoi confronti e la riconferma della sua stima personale, evidentemente non sono bastati a Loris D’Ambrosio, il quale agendo (il sospetto è molto forte)  come mandante di Napolitano, si sarebbe aspettata una assunzione di responsabilità da parte di quest’ultimo, che non c’è stata. Da qui la morte per crepacuore.

Sono convinto che se Napolitano, al momento in cui il caso stava montando, avesse autorizzato la pubblicazione del contenuto delle sue due telefonate con Mancino, oggi avremmo D’Ambrosio ancora in vita, liberato da responsabilità che non gli potevano essere attribuite, essendo stato molto semplicemente il tramite tra il capo dello Stato e l’ex presidente del Senato.
La sua morte reclama, perciò, ancora oggi, giustizia.

Naturalmente queste sono considerazioni personali, frutto di una ricostruzione suggerita dal contenuto delle telefonate finora conosciute e, sbagliate o meno che siano, sono le sole che al momento mi convincono, perdurando il silenzio, a mio avviso colpevole, di chi questi fatti conosce a menadito, ossia Napolitano; il quale potrebbe liberarci dal dovere di ricercare, ognuno per conto proprio, la verità, autorizzando la pubblicazione del contenute delle sue due telefonate con Mancino e ponendo dunque fine ad eventuali errori e pericolose illazioni.

Poiché non lo fa, e finché non lo farà, è più che giusto, perciò,  che i cittadini si pongano liberamente delle domande e si diano delle risposte.
Quando finalmente (ma che non sia troppo tardi, e ormai forse lo è) Napolitano si deciderà a far conoscere che cosa sia successo tra lui e Mancino nel corso di quelle due telefonate, allora si vedrà chi dovrà fare il mea culpa, e forse io tra questi.

Ma, scrivendo oggi queste cose, non dovrò comunque  rimproverarmi niente, non avendo fatto altro che adempiere al mio dovere di cittadino che ha a cuore le sorti della nostra democrazia e del prestigio del nostro Stato.


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