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Invincibili nell’arte di non scegliere

21 Giugno 2013

di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 21 giugno 2013)

Sul governo Letta le valutazioni possono essere molto diverse. Molti elettori, ad esempio, hanno apprezzato il mero fatto che – finalmente – l’Italia fosse riuscita a darsi un governo, dopo due mesi di balletti inconcludenti. Altri ne apprezzano lo stile pragmatico, l’attitudine al dialogo, la politica dei piccoli passi. Altri ancora, invece, sono profondamente delusi: specie le basi del Pdl e del Pd non hanno gradito quelli che possono apparire elementi di continuità con il governo Monti, come la deferenza verso l’Europa e un certo attendismo sulle scelte cruciali.

Ma come stanno le cose?
A me pare che, a due mesi dal suo insediamento, il governo Letta abbia già mostrato piuttosto chiaramente il suo volto. Nato dalla assenza di alternative, esso aveva di fronte due strade. Prima strada: governare cercando il massimo comun divisore fra le idee della destra e della sinistra, ovvero varare il maggior numero di provvedimenti capaci di mettere d’accordo destra e sinistra (a proposito: il massimo comun divisore fra 8 e 6 è 2).

Seconda strada: governare cercando il minimo comune multiplo fra le idee della destra e della sinistra, ovvero tentare di metterne in atto le idee più incisive (a proposito: il minimo comune multiplo fra 8 e 6 è 24).
Fra le due strade il nuovo governo ha scelto molto nettamente la prima, che poi è la cifra fondamentale di tutti i governi della seconda Repubblica, ivi compreso il governo Monti, specie nella parte finale della sua parabola. Governo del «fare », indubbiamente, ma inteso come fare pochino, rimandando al futuro tutte le scelte cruciali, quelle difficili e che possono creare conflitti. Prima del voto tutte le maggiori forze politiche in campo avevano dichiarato di saper come «reperire » svariati miliardi di «risorse », chi per abbattere l’Imu (più o meno integralmente), chi per rilanciare gli investimenti pubblici, chi addirittura per restituire l’Imu dell’anno scorso.

Ora che si ritrovano tutte insieme nel medesimo governo, ora che appaiono miracolosamente d’accordo su alcune priorità (ad esempio bloccare l’aumento dell’Iva), ora che non possono accusare l’avversario politico di intralciare l’azione del governo, improvvisamente scoprono di non saper più come trovare quelle medesime risorse che in campagna elettorale consideravano a portata di mano. Con 400 miliardi di spesa pubblica extra-pensionistica e 150 miliardi di evasione fiscale, i nostri governanti ci dicono candidamente di non saper proprio come fare a recuperarne anche solo 4, quanti sarebbero necessari per evitare l’aumento dell’Iva.

Ed ecco allora la soluzione: chiedere all’Europa di fare più deficit, l’unico vero punto di contatto importante fra destra e sinistra. Era chiaro fin dai programmi elettorali di Pd e Pdl, è chiaro da come si stanno muovendo sullo scenario europeo i loro leader. L’unica vera differenza è che i dirigenti di centro-sinistra vogliono salvare le apparenze, negoziando con le autorità europee il permesso di sforare su determinate voci (investimenti pubblici, pagamenti della Pubblica Amministrazione), mentre Berlusconi ha meno peli sulla lingua e ogni tanto si lascia scappare quello che molti pensano, anche a sinistra: e cioè che un po’ di deficit fa bene, certo non lo si può annunciare spudoratamente e programmaticamente, e però sì, lo sappiamo perfettamente che l’anno prossimo, a conti fatti, ci troveremo con diversi decimali di deficit pubblico in più. Di qui un permanente navigare a vista, con molta retorica ma senza grandi progetti, con un campionario di buone intenzioni ma senza nessuna scelta forte.

Si poteva, si potrebbe fare diverso?
Verrebbe da rispondere: forse no, i nostri politici sono quello che sono, e dopotutto siamo italiani.
Ma, forse, si dovrebbe anche aggiungere: se non ora quando?
Detto in altre parole: a che serve un governo di Grosse Koalition, con destra e sinistra unite nel medesimo esecutivo, se non a fare, finalmente, quelle scelte difficili che da almeno venti anni vengono rimandate? Non è questo che ha fatto la Germania quando era lei il «malato d’Europa »? E non è forse per non aver fatto quelle scelte che ora il grande malato d’Europa siamo proprio noi, con la nostra attitudine a nascondere la testa sotto la sabbia, a rimandare le decisioni, a conservare tutto il conservabile? Perché continuiamo a cercare le cause dei nostri mali solo all’infuori di noi, nella Merkel, nell’Europa, nella speculazione? Perché la politica non vuole riconoscere che è la sua incapacità di decidere che ha portato il Paese al disastro? Perché non vogliamo capire che il nostro futuro dipende innanzitutto da noi stessi?

La risposta a questi dubbi, purtroppo, pare essere una sola. L’unica arte in cui i nostri politici non hanno rivali è l’arte del non governo. Neppure in un momento come questo, in cui la principale forza di opposizione, il movimento di Beppe Grillo, si sta autodistruggendo, destra e sinistra trovano in sé stesse la forza per sposare fino in fondo le proprie idee più audaci, facendo quello che una Grosse Koalition dovrebbe e potrebbe fare: aggredire sia l’evasione fiscale sia gli sprechi della Pubblica amministrazione, in una logica di «minimo comune multiplo », che dalla destra e dalla sinistra cerca di estrarre il meglio di ciascuna, anziché il meno peggio di entrambe.

Il fatto che, di fronte all’esigenza di scovare pochi miliardi per contenere le aliquote Imu o Iva i nostri governanti ci confessino che non hanno la minima idea di dove e come trovare i soldi, e che se li trovassero si tratterebbe di interventi «di estrema severità », ci dà la piena misura di quanto volino basso, di quanto poche cose pensino di poter fare anche in futuro, e tutto sommato anche di quanto poco siano attrezzati per guidare l’Italia. Una politica seria, dopo decenni di analisi, di studi, di ricerche, di denunce sull’evasione e sugli sprechi dovrebbe avere i cassetti pieni di soluzioni, di piani dettagliati, di progetti operativi, e non si farebbe prendere alla sprovvista appena ha l’opportunità di governare.

Peccato, perché questa era un’occasione straordinaria. Probabilmente irripetibile, e quasi certamente l’ultima.


Quei due proscioglimenti: la carta finale del Cav per vincere in Cassazione
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 21 giugno 2013)

Un processo a senso unico, dove sono stati ascoltati quasi solo i testi dell’accusa, e quelli della difesa sono stati decimati e trascurati; una condanna illogica, mal motivata e spesso – anche su punti cruciali – non motivata affatto; una pena ingiusta ed esagerata, che non ha tenuto conto del comportamento e della storia dell’imputato.

Questo, per i difensori di Silvio Berlusconi, è il ritratto del processo per i diritti tv, quello che, dopo il via libera della Corte Costituzionale, si avvia verso una sentenza definitiva che potrebbe essere devastante per il Cavaliere. Così diventa cruciale il documento di 262 pagine che i difensori di Berlusconi, lo «storico » Niccolò Ghedini e la new entry Franco Coppi, hanno depositato in Cassazione per chiedere l’annullamento delle condanne milanesi.

È l’ultima pallottola che Berlusconi ha in canna per evitare che diventino esecutivi i quattro anni di carcere (ridotti a uno dall’indulto) e soprattutto i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici che lo metterebbero fuori dal Parlamento. Sono quarantasette i motivi che, nella ricostruzione dei legali, dovrebbero portare all’annullamento della condanna. Ma uno svetta su tutti gli altri: quello dove Ghedini e Coppi ricordano che già due volte la Cassazione si è occupata di Berlusconi per le inchieste sulla gestione dei diritti cinematografici, e per due volte lo ha assolto.

LE DUE ASSOLUZIONI Non è vero, scrivono i legali, che i due processi in cui il Cavaliere è stato assolto riguardavano fatti diversi, con elementi di prova diversi, da quello per i diritti tv. «I fatti posti a fondamento di entrambi i processi sono, per tabulas, identici e cioè il sistema di frode degli anni 80 nell’ambito degli acquisti dei diritti cinematografici ». In tutti i processi, Berlusconi era accusato di essere socio occulto del grossista di diritti Frank Agrama. E la sentenza del gup di Milano, confermata dalla Cassazione, «ha statuito che Berlusconi Silvio non ha avuto nessun ruolo “all’interno di un sistema di frode, utilizzato dalla fine degli anni 80 ” perché “non ha commesso il fatto ” ». La sentenza del gup di Roma, anch’essa confermata dalla Cassazione, ha valutato una situazione in cui «il meccanismo era assolutamente identico », ha addirittura escluso che ci fosse una sovraffatturazione: non vi era alcuna prova che vi fosse una maggiorazione del prezzo di rivendita, e la sentenza parlava di «solidi ed eloquenti elementi » che dimostravano «lo svolgimento ad opera delle società riconducibili all’Agrama di una effettiva attività di intermediazione ».

IL RUOLO DI SILVIO La sentenza che lo ha condannato, secondo il ricorso, non spiega in che modo Berlusconi sarebbe intervenuto nella gestione dei diritti. «Non vi è la benché minima prova che Silvio Berlusconi si sia mai ingerito, dopo l’entrata in politica, e in particolare dopo l’ingresso in Borsa della società, sull’amministrazione di Mediaset ». La verità, scrivono Ghedini e Coppi, è che «Silvio Berlusconi non ha firmato le denunce dei redditi del 2002 e del 2003; Silvio Berlusconi non aveva alcuna possibilità di intervenire in quelle denunce; Silvio Berlusconi non poteva decidere come operare gli ammortamenti. Erano decisioni assunte da altri ». «Non v’è la benché minima prova, né il più labile indizio che, cessate le cariche societarie nel gennaio del 1994 e iniziato l’impegno politico, vi sia stato un qualsiasi contatto tra Silvio Berlusconi e i soggetti de quibus ».

I TESTIMONI TAGLIATI Tra le accuse che il ricorso muove ai giudici del tribunale e della Corte d’appello, c’è quella di avere chiuso le porte del processo ai testimoni della difesa. Il ricorso parla di «un’istruttoria sostanzialmente “a senso unico ”, in quanto costituita principalmente dall’audizione dei testi del pubblico ministero », in cui mentre la lista dei testi a difesa veniva falcidiata «tutti i quarantuno testi indicati in lista dalla pubblica accusa sono stati sentiti disvelando un pressoché completo disinteresse per il contributo probatorio che poteva essere apportato dalla difesa ». Ghedini e Coppi affermano che i giudici «hanno continuato a subordinare l’attuazione delle necessità difensive all’esigenza di celerità del processo ». Un interrogatorio chiave come quello di Frank Agrama sarebbe stato rifiutato semplicemente «perché l’istanza dell’imputato era priva della firma autenticata ».

«NON CI FU FRODE » I legali di Berlusconi affermano che tutte le società attraverso le quali passavano i diritti erano reali e non fittizie. «In realtà il corrispettivo indicato nelle fatture era assolutamente “reale ”; riproduce effettivamente il prezzo che Mediaset aveva pagato per l’acquisto di quei diritti; le corrispondenti somme erano effettivamente uscite dalle casse di Mediaset ed in alcun modo le erano ritornate né le erano state (in tutto o in parte) restituite ». «Al più potrebbe discutersi – data e non concessa la ricostruzione della sentenza di merito – di congruità del valore del costo », ma i costi vi furono, e quindi non vi fu frode fiscale.

PENA IMMOTIVATA Priva di motivazioni, e quindi nulla, secondo i legali è anche la sentenza quando rifila a Berlusconi quattro anni di carcere: «La oggettiva gravità del reato, ribadita dalla Corte di Appello, è pacificamente sconfessata dal fatto che l’imputazione riguarda unicamente due annualità per le quali è stata contestata una evasione del tutto minimale. Così pure il corretto comportamento processuale ed il ruolo pubblico rivestito dall’imputato per sì lungo tempo come personaggio politico di spiccata importanza non ha trovato punto valutazione nel giudizio della Corte di merito ». E l’interdizione dai pubblici uffici, concludono Ghedini e Coppi, non poteva superare i tre anni.

Il ministero della Giustizia varerà il prossimo autunno una nuova procedura di reclutamento per 350 posti appena sarà concluso il concorso per magistrati che immetterà negli organici 366 nuove toghe. Lo ha annunciato ieri il Guardasigilli, Anna Maria Cancellieri, nel suo incontro con il plenum del Csm, al quale ha chiesto maggiore celerità per la copertura dei posti vacanti: «Auspico – ha detto la Cancellieri – che possano sempre più ridursi i tempi per l’assegnazione dei nuovi magistrati nelle sedi vacanti, ancora troppo dilatati rispetto alle reali esigenze ». Attualmente c’è una scopertura degli organici pari al 13,25%, senza contare che una legge del 2008 prevede l’aumento della pianta organica dagli attuali 9.605 a 10.151 posti. Uno dei problemi adesso è ridurre il sovraffollamento di cause civili (4 milioni di giudizi arretrati) e penali (1,5 milioni di cause pendenti).


Berlusconi nella morsa delle toghe. Ecco cosa può succedere
di Redazione
(da “Libero”, 21 giugno 2013)

La Cassazione deciderà il prossimo ottobre il futuro di Silvio Berlusconi. Dopo il via libera della Corte Costituzionale, il processo per i diritti tv è nelle mani dei giudici della Suprema Corte che dovranno decidere se confermare o meno la condanna del Cavaliere a 4 anni di reclusione (che con l’indulto si ridurrebbero a uno) e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, che di fatto lo metterebbero fuori dalla scena politica. Ma vediamo nel dettaglio le tre possibilità che si trova ora davanti il leader del Pdl.

L’assoluzione – Ipotesi abbastanza improbabile. La Cassazione annulla la condanna stabilita in primo grado e confermata poi in Appello. Si tratta di una assoluzione piena, senza rinvio. Politicamente parlando sarebbe una vittoria senza precedenti per Silvio Berlusconi.

Il rinvio – I giudici della Suprema corte potrebbero accogliere il ricorso dei difensori del Cavaliere, Niccolò Ghedini e Franco Coppi, e ordinare ulteriori accertamenti e valutazioni. In pratica possono “cassare” il provvedimento impugnato e rinviare la causa a un altro giudice. In questo caso, lo scenario possibile è la prescrizione: Berlusconi insomma non sconterebbe alcuna pena e il suo futuro politico sarebbe garantito, ma con la “macchia” di una condanna evitata.

La condanna – La Cassazione conferma la condanna. La pena per Berlusconi è a 4 anni, ridotti a uno con l’indulto, e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. In pratica il Cavaliere deve scontare un anno. Che può essere ai domiciliari, in prova ai servizi sociali, o addirittura in carcere qualora venisse revocato l’indulto per le eventuali condanne in altri processi (vedi Ruby e Consorte-Fassino). Politicamente, questa sarebbe una condanna a morte politica per Berlusconi che dovrebbe lasciare Palazzo Madamma. Ma i suoi avvocati hanno un’ultima carta da giocarsi contro questa eventualità: le precedenti due assoluzioni della Cassazione in procedimenti per l’acquisto dei diritti dei film americani da trasmettere in tv.


La Consulta e la questione istituzionale
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 21 giugno 2013)

Non è la “questione giustizia” ad essere stata trasformata dalla Consulta, con la decisione sul ricorso per legittimo impedimento di Silvio Berlusconi, in problema prioritario per il governo di Enrico Letta. È vero che la sentenza della Corte Costituzionale riaccende la polemica sull’accanimento giudiziario nei confronti del leader del Pdl e sembra spezzare quella “pax giudiziaria” che sembrava essere diventato uno dei principali puntelli dell’esecutivo delle larghe intese. Ma è molto più vero che affrontare il problema sollevato dai giudici costituzionali nella solita ottica del conflitto personale tra magistratura e Cavaliere e delle possibili conseguenze politiche di tale conflitto risulta essere assolutamente riduttivo. La Consulta, infatti, sia pure in maniera del tutto inconsapevole, ha sollevato una questione molto più ampia nello stabilire che la «leale collaborazione » tra i poteri dello stato esecutivo e giudiziario si realizza con la sostanziale subalternità del primo nei confronti del secondo.

Ha posto con grande clamore al centro dell’agenda del governo Letta la questione istituzionale. E l’ha trasformata alla luce delle esperienze degli ultimi vent’anni (quelle che portarono alla caduta del primo governo Berlusconi e del secondo Prodi) una emergenza prioritaria al pari di quelle economiche, fiscali e sociali che richiedono l’intervento immediato e salvifico della coalizione guidata da Enrico Letta. Il problema, infatti, non è più la sorte di Berlusconi come persona fisica e come leader politico. Il problema è come possa reggere un paese in cui l’equilibrio dei poteri, che è alla base dello stato di diritto voluto dalla Costituzione, viene trasformato da una Corte Costituzionale caduta in una chiara sindrome vetero-antiberlusconiana in palese e stabile squilibrio dei poteri.

È possibile uscire dalla crisi con il rischio costante e fin troppo concreto che squilibrio tra i poteri a vantaggio del giudiziario sull’esecutivo e sul legislativo possa mandare all’aria l’azione di un governo nato con il compito specifico di risolvere le emergenze del paese? In questa luce la questione istituzionale diventa di fatto l’emergenza delle emergenze. Perché se salta il governo di larghe intese per mano di un qualsiasi magistrato investito dalla Consulta di un potere superiore rispetto a quello degli altri organi dello stato, la strada del risanamento viene automaticamente interrotta. Con l’immediata apertura di una crisi che solo degli irresponsabili pensano possa essere risolta secondo lo schema della sinistra allargata agli eventuali emuli di Scilipoti provenienti dallo schieramento grillino.

Se questo è il risultato della decisione della Corte Costituzionale, è facile concludere che d’ora in avanti il compito della delegazione del Pdl al governo e di chiunque abbia la consapevolezza del rischio caos che grava sul paese diventa automaticamente la soluzione della questione istituzionale. Con una riforma capace di ricostruire una volta per tutte l’equilibrio alterato dello stato di diritto e di impedire in nome di una autonomia ed una indipendenza diventate arbitrio incontrollato ed incontrollabile che ogni singolo magistrato abbia la possibilità di far saltare la stabilità politica indispensabile per il risanamento del paese. Paradossalmente, quindi, si può rilevare che senza neppure pensarci la Consulta abbia reso evidente la necessità e l’urgenza assolute del semipresidenzialismo.


L’interdizione degli elettori
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 21 giugno 2013)

Ora ci vuole la decisione sovrana, qualcuno che tagli il nodo di Gordio. Qui non si tratta più di processi ma di democrazia a rischio. Prescindo dalle accuse di persecuzioni e dai moventi politici, non entro nemmeno sulla colpevolezza o no di Berlusconi. Ma interdire il leader politico più votato negli ultimi vent’anni, premier per tre volte, e per ragioni che non attengono l’alto tradimento, l’impazzimento, assassinii o crimini di guerra, e nemmeno la corruzione nell’esercizio di governo, significa menomare la democrazia e ferire milioni di italiani.

Qui non è più in gioco la sorte di Berlusconi né l’autonomia della magistratura. Qui è in gioco un Paese in enorme difficoltà, che ha una delicatissima situazione di governo. Occorre un atto sovrano che non entri nel merito della sentenza e nelle sue motivazioni, intra ed extraprocessuali, ma che tuteli la democrazia, l’Italia, la sovranità popolare sospendendo sine die ogni provvedimento che le comprometta. Ragion di Stato e Amor patrio: la salute della Repubblica è la suprema lex.

Magari non lasciatelo solo, il capo dello Stato, le istituzioni lo sostengano. Ma a lui spetta questo atto super partes, che non assolve e non condanna nessuno. Però salva l’Italia da una situazione che non ha precedenti nelle democrazie del mondo. Chiudiamo il capitolo in modo definitivo, per chiudere un’epoca e aprirne un’altra, con nuovi protagonisti e nuovi temi, senza più passare da alcove e processi. Presidente, dopo tanti nastri inaugurali, ora le tocca tagliare il nodo cruciale.


Berlusconi può farcela: le cinque ipotesi sul futuro
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 21 giugno 2013)

L’agenda nelle mani del magistrato di sorveglianza. Sarà lui, se la sentenza di condanna del processo Mediaset dovesse diventare definitiva, a valutare gli impegni del Cavaliere, i suoi spostamenti, in qualche modo la sua giornata.

È questo lo scenario che gli esperti di cronaca giudiziaria accreditano come più probabile: la pena per Silvio Berlusconi si ridurrà, per effetto dell’indulto, a un anno e quell’anno trascorrerà, o meglio, dovrebbe trascorrere alla voce affidamento in prova ai servizi sociali. Una formula che forse sfugge all’opinione pubblica, ma sono queste probabilmente le parole con cui il leader del centrodestra dovrà convivere nel futuro prossimo. E sarà il giudice, che dispone di uno strumento flessibile come una fisarmonica, a stabilire le prescrizioni cui il cavaliere dovrà sottoporsi.

A- La Cassazione assolve

Certo, è difficile ragionare del domani dell’ex premier su questo piano inclinato, ma è la realtà. C’è in verità una prima ipotesi che non può essere scartata: la cassazione quando sarà, si pensa nel prossimo autunno, potrebbe pure non confermare la condanna a 4 anni più 5 di interdizione dai pubblici uffici. La Suprema corte potrebbe anche decidere di assolvere il Cavaliere, sconfessando la condanna decisa dal tribunale e confermata in secondo grado. Tecnicamente, si tratterebbe di un annullamento senza rinvio. Dal punto di vista politico si tratterebbe per Berlusconi di una vittoria clamorosa, un ko da incorniciare, ma è davvero difficile immaginare che si arrivi ad un verdetto del genere. Anche se, va detto, in questi anni nelle aule di giustizia del nostro Paese è accaduto di tutto. E il funerale del Cavaliere è già stato celebrato più di una volta in sua assenza. L’assoluzione ovviamente restituirebbe Berlusconi, un Berlusconi nuovo di zecca, al suo ruolo di stella di prima grandezza nel firmamento politico italiano e ai suoi impegni di senatore.

B- La Cassazione ordina un nuovo processo d’appello

Nel ventaglio delle possibilità, anche questa appare improbabile. La Suprema corte però dispone di un mazzo intero di carte e fra le altre c’è anche quella del rinvio: ordinare un appello bis, come è successo recentemente, per intenderci, in molte storie di cronaca nera. Dal delitto di Perugia a quello di Garlasco. In questo caso, si andrebbe dritti verso le sabbie mobili della prescrizione, dove questa storia affonderebbe fra l’aprile e il luglio 2014. In questo caso, il Cavaliere rimarrebbe senatore e non sconterebbe alcuna pena. Certo, resterebbe l’ammaccatura di una condanna evitata solo perché non c’è più sabbia nella clessidra dei giudici.

C- Conferma della condanna

Quel che accade nelle aule di giustizia non è mai scontato, ma una robusta corrente di pensiero profetizza: ad ottobre, o quando sarà, comunque presto, la Suprema corte metterà il proprio autorevole timbro sulla pena stabilita nei precedenti gradi di giudizio. Che cosa accadrà? La pena, teoricamente, è di 4 anni, e 3 sono coperti dall’indulto. Dunque resta da scontare un anno secco. E qua scattano, senza il solito condizionale, gli automatismi di legge. Il countdown verso l’esecuzione della pena viene sospeso e la palla passa ai difensori che possono chiedere una misura alternativa al carcere: di solito, in una situazione del genere, l’affidamento in prova ai servizi sociali. Si tratta di un percorso rieducativo in cui il condannato s’impegna e si mette a disposizione della società. Le soluzioni sono infinite: qualcuno dedica energie ai disabili, altri ai tossicodipendenti o ai malati. Dipende. Il punto è il rapporto che si stabilisce fra il condannato e il suo giudice. Il magistrato può piazzare paletti su paletti ma può rendere questa fase anche soft. In teoria le limitazioni ci sono e pesano: non si può uscire da quella determinata regione, o peggio, provincia, non si può dormire fuori casa, non si può andare in certi luoghi o locali. Un viaggio all’estero, poi, è fantascienza. Ma il potere discrezionale del magistrato può ampliare o ridurre queste misure. Le barriere invisibili possono diventare quasi trasparenti oppure assomigliare a quelle di una cella.
Sull’altro versante, invece, i margini di manovra del Parlamento, appaiono molto ridotti: il Senato, davanti a una condanna, non potrà che ratificarla con una sorta di presa d’atto. E dunque Berlusconi, se si arriverà sin qui, dovrà lasciare Palazzo Madama. Per la democrazia italiana questa sarebbe una ferita profonda.
E il vulnus si accompagnerebbe alle umiliazioni imposte al Cavaliere dalla trafila dell’affidamento in prova. Che, però, come accennato, potrebbe essere mitigato, e non di poco, da un giudice di larghe vedute.

D- Berlusconi va ai domiciliari

È un’ipotesi remota, ma che a priori non può essere scartata. Il magistrato e poi il tribunale di Sorveglianza hanno, come San Pietro, le chiavi del destino del condannato. Possono rifiutare dunque la sua proposta di affidamento, ma sulla carta possono anche dire no tout-court a questa strada e imboccarne un’altra: quella che passa per la detenzione domiciliare. In questo caso il Cavaliere sarebbe «prigioniero » ad Arcore o in un’altra dimora e il regime sarebbe, va da sé, ancora più rigido. Più duro. Più severo.

E- Berlusconi in carcere

È quel che non s’immagina. Ma in teoria tutto è possibile. Almeno in teoria. Se gli altri processi – da Ruby al nastro Consorte-Fassino – dovessero marciare veloce, e con il Cavaliere l’alta velocità è la regola, per arrivare ad una condanna definitiva, allora si entrerebbe in un’altra dimensione: la revoca dell’indulto. E sul pallottoliere le pene si sommerebbero. Ma questo dovrebbe avvenire in tempi rapidi, entro una stretta finestra temporale, e anche i più accaniti nemici del cavaliere non credono a questo finale. Più facile che dall’uovo della cassazione esca la sorpresa dell’assoluzione.


Caso Idem, il guaio è doppio. Spunta pure l’abuso edilizio
di Stefano Filippi
(da “il Giornale”, 21 giugno 2013)

Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, dice di avere «fiducia in quello che il ministro Josefa Idem ha spiegato ». Non è molto, ma è sufficiente perché lo scandalo degli immobili dell’olimpionica di canoa resti lontano dal governo, almeno per ora.

La faccenda non si placa. Aumentano le interrogazioni, in Parlamento e al comune di Ravenna dove sono stati compiuti gli abusi.
Starebbe per arrivare un esposto alla Procura della città romagnola. Cresce il numero di chi vuole le dimissioni del ministro dello Sport e delle Pari opportunità: la Lega ha pronta una mozione di sfiducia individuale.

«Fosse successo nella Germania dov’è nata, il ministro Idem sarebbe già stata licenziata », tuona il leader del Carroccio, Roberto Maroni. Il nodo, oltre che nel denaro sottratto al fisco, sta nelle false dichiarazioni rese all’amministrazione. I controlli disposti in questi giorni dal Comune di Ravenna, dove Idem è stata assessore allo Sport, hanno accertato due tipi di irregolarità: l’illecito tributario e l’abuso edilizio.

Il primo è legato al fatto che la canoista plurimedagliata ha fissato la residenza in un luogo diverso da quello in cui vive con il marito e i figli. È un immobile a due piani in Carraia Bezzi 104 a Santerno, comune di Ravenna: al piano terra c’è l’attrezzatissima palestra JaJoGym pubblicizzata come «una bomboniera immersa nel verde » sul sito internet www.gguerrini.com. Guglielmo Guerrini è il nome del coniuge della Idem e suo ex allenatore. Dal 2008 al 2011 il ministro avrebbe dovuto pagare l’Ici su tale immobile, ma non l’ha fatto sfruttando l’esenzione prima casa introdotta dall’odiato governo Berlusconi. Un’elusione che ammonterebbe, secondo i calcoli del Resto del Carlino, a circa 5mila euro.

Nel 2012, quando Mario Monti ha introdotto l’Imu, Idem ha pagato la quota relativa alla prima casa invece che a un immobile destinato ad attività sportiva e commerciale. Il 4 febbraio scorso, senza modificare la residenza, ha presentato la dichiarazione in cui indica «nucleo familiare nella residenza del marito » e il 5 giugno ha pagato il ravvedimento operoso. Che coincidenza: tre giorni prima la Voce di Romagna aveva sparato in prima pagina lo scandalo. Il tutto risulta da relazioni che il sindaco non voleva divulgare per ragioni di riservatezza.
Ma il peggio è che la palestra risulta abusiva. L’immobile che la ospita è accatastato come abitazione. I locali risultano come taverna, studio, soggiorno, sala attrezzi. Alcune opere edili sono prive di autorizzazione. Soprattutto, però, manca la richiesta di conformità edilizia e agibilità. Il Comune rileva un «cambio d’uso senza opere, quindi un restauro e risanamento conservativo realizzato in assenza di Segnalazione certificata inizio attività ». I proprietari, bontà loro, dopo il sopralluogo avvenuto l’11 giugno scorso si sono detti disponibili a sanare gli abusi.

Soltanto dopo lo scoppio dello scandalo l’amministrazione di Ravenna ha verificato la situazione patrimoniale del suo famoso ex assessore. In precedenza il Comune ha concesso il patrocinio a iniziative sportive promosse dall’Associazione sportiva dilettantistica Canoa Kayak Standiana (operativa nella sede di Carraia Bezzi) e ha inserito la JaJoGym tra gli impianti sportivi raccomandati nelle guide alle attività ricreative comunali. Nel sito internet della palestra appare anche una fotografia di Sefi Idem assieme all’ex sindaco Vidmer Mercatali, il primo cittadino che la volle assessore, in mezzo agli attrezzi sportivi della palestra che esibiscono il marchio di una famosa azienda del fitness della zona.

Tasse non pagate. Abusi edilizi. Attività sportive non autorizzate. Dichiarazioni non conformi. Un ravvedimento operoso e la disponibilità a una sanatoria, peraltro soggetta alla valutazione degli uffici comunali. Poiché la palestra è affittata ad associazioni, sarebbe interessante leggere gli estremi catastali riportati nel contratto di locazione. E siccome la palestra è sconosciuta al catasto, c’è anche il sospetto che al fisco non siano state nascoste soltanto le quote Ici.


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Bart