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Ipotesi sulla decisione Cost. del 19 giugno (nei palazzi, al Quirinale)

18 Giugno 2013

di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 18 giugno 2013)

“Sostituire all’interno della maggioranza Silvio Berlusconi con Vito Crimi e Roberta Lombardi non è cosa di per sé facilissima. E anche fosse, credo che difficilmente un ribaltone potrebbe incontrare la sensibilità politica di un uomo come Giorgio Napolitano”, dice Emanuele Macaluso, che di quella sensibilità presidenziale, è noto, condivide qualche sfumatura. E dunque il Quirinale resta il contrafforte più solido delle larghe intese e di una maggioranza agitata dai guai giudiziari del Cavaliere e dai progetti obliqui, minacciosi e allusivi, che vengono coltivati nei corridoi meno esposti del Pd, dove si maneggia incautamente la parola “ribaltone” mentre, alla luce del sole, l’ex segretario Pier Luigi Bersani spaventa Enrico Letta recuperando il vecchio corteggiamento al mondo in mezza decomposizione di Beppe Grillo: “Se questo governo non regge esiste un’altra maggioranza possibile”. Una mossa dalla tempistica non certo casuale, tra i movimenti occulti di Massimo D’Alema e Matteo Renzi, a pochi giorni dalla sentenza con la quale, domani, la Corte costituzionale dovrà decidere intorno al legittimo impedimento di Berlusconi nel caso Mediaset. E tutti sanno che da questa sentenza dipende forse l’intera impalcatura della grande coalizione, se ne parla infatti molto nei territori di confine tra Palazzo Chigi e la presidenza della Repubblica, tra gli amici di Napolitano, tra “i saggi”, alcuni dei quali oggi sono ministri di Letta. E non è un dettaglio che il relatore del caso Berlusconi, alla Consulta, sia Sabino Cassese, che considera la giurisdizione senza fanatismo.

“La Corte non darà torto a Berlusconi, ma nemmeno gli darà ragione fino in fondo”, dice Rino Formica, l’ex ministro socialista, anche lui tra gli amici storici del presidente della Repubblica. “I giudici metteranno la palla in fallo”, opina, “diranno che gli impegni istituzionali di Berlusconi erano in effetti causa di impedimento ma che il giudice ordinario può decidere se l’impedimento vada utilizzato o meno”, e insomma l’intero dossier, alla fine, dice Formica, precipiterà nelle mani della Corte di Cassazione, presieduta da Giorgio Santacroce, eletto il 7 maggio dal plenum del Csm alla presenza di Napolitano. Chissà. Ad Arcore sono sospettosi e rispettosi, secondo l’ultima versione dell’umore del Cavaliere, ma in effetti si respira una cert’aria di elusivo rinvio nei Palazzi dei cosiddetti poteri neutri. Fosse davvero così, allontanata la prima bomba giudiziaria, il meccanismo delle larghe intese potrebbe guadagnare tempo, prospettiva, tirare il fiato, secondo l’antica strategia del temporeggiamento. Congelata questa grana, esclusi i processi di primo grado e d’appello (che da questo punto di vista preoccupano meno), per il Cavaliere e per il sistema istituzionale tutto si riproporrà tra settembre e novembre, con sentenze che contemplano la possibilità d’interdizione dai pubblici uffici. Ma per allora Letta prevede di aver impostato il grosso della sua opera di governo, “a ottobre le riforme costituzionali saranno in Parlamento”, ha detto il ministro Gaetano Quagliariello, e l’avvio delle riforme viene considerato dagli ambienti del Quirinale come una garanzia di durata e di stabilità. Dunque è come se si volesse trascinare Berlusconi e questo suo enorme garbuglio politico-giudiziario ancora per un po’, senza scioglierlo, fino all’ultimo istante utile alla logica delle larghe intese. D’altra parte tra i grand commis de l’état, tra “i saggi” del Quirinale, tra gli amici di Giuliano Amato, nel mondo dei costituzionalisti che mantengono rapporti trasversali, c’è chi fa sua la teoria del bastone e della carota.

C’è chi pensa che “non bisogna risolvere del tutto i problemi di Berlusconi”, ma è necessario lasciarlo sospeso il più a lungo possibile, per dare il tempo a Letta di finire la prima fase delle riforme. Chissà. Solo così si lega stretto il Cavaliere alla fragile architettura della grande coalizione. Ma questa ipotesi, che i berlusconiani chiamano “della cottura lenta”, è molto temuta a Palazzo Grazioli dove non si aspettano niente di buono: “Non vorrei che la legge valesse per tutti, tranne che per il Cavaliere”, dice Daniela Santanchè. Eppure, i poteri cosiddetti neutri sanno benissimo che il Cavaliere inquieto, che indossa ancora saldamente i panni dello statista compassato, sta ponendo una questione di sistema che riguarda la tenuta della grande coalizione con tutto quello che questo comporta. “Siamo alla resa dei conti finale, ma il problema non è più Berlusconi”, dice Formica. “Questa ordalia che qualcuno insegue immaginando un ribaltone, e teorizzando l’isolamento violento del centrodestra, scivolerà come acqua sul marmo? O piuttosto creerà un nuovo conflitto che, mischiato alla crisi economica, precipiterà l’Italia in altri quindici anni di instabilità?”.

Così anche tra i “saggi” che lavorano alle riforme con molta prudenza si dice che l’indulto e l’amnistia non sono poi ipotesi così fantasiose e bislacche. “L’amnistia serve a tutti i cittadini”, dice il professor Giuseppe Di Federico, membro della commissione di esperti nominati dal governo, i saggi, vecchio garantista molto critico nei confronti del sistema giudiziario italiano. La complicazione è però tutta nelle garanzie che al Cavaliere vengono accennate dai ministri che ha prestato al governo, da Quagliariello e da Alfano, ma anche da Gianni Letta. Loro non gli portano che sfumature, umori presidenziali, un vago e indefinibile sapore di pace, mentre lui, che è uomo pratico e anche un po’ spiccio, sebbene costruttore meticoloso dell’alleanza destra-sinistra, vorrebbe mordere subito la carne della questione.


Legittimo impedimento, la sentenza che definirà gli equilibri del governo
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 18 giugno 2013)

La sentenza di domani della Corte costituzionale sarà politicamente importante in quanto (perlomeno sulla carta) potrà modificare i calcoli di convenienza su cui si reggono le larghe intese. Tra i motivi per cui Berlusconi se ne è fatto propugnatore, c’è senza dubbio la sua speranza di trarne dei benefici nella sua veste di imputato. L’aspettativa del Cavaliere è che, in cambio di una «buona condotta » sul piano politico, possano venirgli riconosciute le ragioni che pensa di avere sul piano giudiziario. Ritenendosi un perseguitato, vuole verificare se un comportamento all’altezza delle responsabilità può meritargli, da parte delle varie magistrature, una valutazione più serena dei suoi diritti.

Sotto questo aspetto, il verdetto della Consulta sul «legittimo impedimento » si colloca in posizione strategica. Sarà cronologicamente la prima di quattro sentenze destinate a susseguirsi nell’arco di sei mesi. La seconda è annunciata per lunedì prossimo al processo Ruby. La terza verrà pronunciata nel tardi autunno dalla Cassazione sui diritti Mediaset (è in gioco la condanna a 5 anni di carcere più interdizione dai pubblici uffici). E l’ultima della serie, protagonista sempre la Suprema Corte, avrà in palio i 560 milioni di risarcimento all’ingegner De Benedetti per il Lodo Mondadori.

Non occorre essere scienziati della politica o del diritto per rendersi conto che la decisione di domani potrebbe condizionare le tre successive. Perché un conto sarebbe se Silvio si presentasse in Tribunale a Milano, e soprattutto in Cassazione, con la medaglia appuntata al petto di «pater patriae »; o comunque con la chance di ottenere ragione dalla Consulta in ultimissima istanza. Altra cosa sarebbe se la Corte costituzionale domani gli desse torto, affibbiandogli per giunta l’etichetta dell’imputato sleale, che il 1 ° marzo 2010 convocò un Consiglio dei ministri al solo fine di non presentarsi in udienza davanti ai giudici milanesi (il «legittimo impedimento » di cui si discute). In questo secondo caso, la vicenda processuale del Cavaliere imboccherebbe un piano inclinato inarrestabile, con il colpo di grazia del mezzo miliardo e passa da risarcire al suo peggior nemico…

Una volta che fosse disintegrato sul piano giudiziario (e pure su quello finanziario), a Berlusconi resterebbe molto meno da dire pure su quello politico. La stagione di tregua sancita dalle larghe intese si risolverebbe dunque interamente a vantaggio del Pd, che avrebbe il tempo di darsi un nuovo leader laddove quello avversario verrebbe rottamato. Per cui non deve stupire l’apprensione con cui viene atteso, specie nell’ex Palazzo dei Papi che sta proprio di fronte alla Consulta, il pronunciamento di domani. In base alla piega che prenderanno le cose, Silvio valuterà le mosse future con il tasso di imprevedibilità che da sempre lo contraddistingue. Un autorevole ministro Pdl confida preoccupatissimo: «Potrà davvero accadere di tutto ».


Sartori accusa il Corriere: scorretto sullo ius soli
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 18 giugno 2013)

Che il prof fosse un tipo alquanto suscettibile e fumantino, questo lo sapevano tutti. E, proprio al Corriere della Sera, se ne sono recentemente accorti anche i più distratti, dopo le vibrate proteste per essere stato escluso da un forum sulle riforme istituzionali, che peraltro è materia sua.

Ma adesso, dopo un secondo sgarbo, Giovanni Sartori minaccia addirittura di «chiudere la collaborazione ». Per la prima volta il suo articolo, piuttosto critico con il ministro Kyenge e lo ius soli, invece che come editoriale, cioè a sinistra e in apertura di giornale, è stato pubblicato di spalla, ossia a destra: sempre in prima pagina, sempre con il capolettera e la firma in palchetto, però non come «fondo », perché evidentemente non rappresenta la posizione ufficiale del quotidiano.

Parrebbe un cosa da poco, una formalità, invece il professore la considera un oltraggio e se ne lamenta via radio alla Zanzara. «Se mi avessero detto che lo avrebbero pubblicato in quel modo, avrei ritirato l’articolo, com’è previsto dagli accordi. Al Corriere si sono comportati in modo scorretto e offensivo, mi hanno fatto una cosa che mi ha indignato senza nemmeno dirmelo ». Perché? Sartori parla di censura: «È un articolo molto educato sul tema dell’integrazione, un problema che un’oculista come il ministro non conosce per niente. La Kyenge non è un’intoccabile ».

Questa infatti è la tesi sostenuta dal professore: la Kyenge, «nata in Congo, si è laureata in Italia in medicina e si è specializzata in oculistica », quindi «cosa ne sa di integrazione, di ius soli e correlativamente, di ius sanguinis? ». E ancora: «La brava ministra ha anche scoperto che il nostro è un Paese meticcio. Se lo Stato italiano le dà i soldi, si compri un dizionarietto e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitori di etnie (razze) diverse ». Questo, sostiene Sartori, può valere per il Brasile ma non certo per l’Italia.

Ma non finisce qua, il prof attacca il ministro pure su un altro punto. «La nostra presunta esperta di integrazione dà per scontato che i ragazzini arabi e africani nati in Italia siamo ipso facto cittadini integrati. Questa è da premio Nobel. Non ha mai sentito parlare del sultanato di Dehli, che durò dal XIII al XVI secolo, e poi dell’impero Moghul che controllò il continente indiano fino all’arrivo della Compagnia delle Indie? Eppure indù e musulmani non si sono mai integrati ». La prova sta nel fatto che quando gli inglesi se ne andarono, «furono costretti a creare uno Stato islamico », che da allora è costantemente «sul piede di guerra » con l’India. La Kyenge, fanno sapere dal ministero, «risponderà nei prossimi giorni » con una letta dal Corriere della Sera. Resta aperto lo strappo del giornale con Sartori. «Chiederò spiegazioni – annuncia – Gli accordi sono chiari: o i miei articoli li mettono come editoriali o io li ritiro. Peggio di così non potevano sistemarlo. In cinquant’anni non era mai successo ».


Il vero partito mai nato
di Michele Salvati
(dal “Corriere della Sera”, 18 giungo 2013)

Viviamo in un regime non di «partito unico », ma di «unico partito ». Con tutti i suoi difetti, la sola organizzazione politica che assomiglia ai grandi partiti di un tempo è il Pd, radicato nella società sia a livello nazionale che a livello locale, con legami articolati nello Stato e nelle pubbliche amministrazioni, con diffuse capacità di reclutamento di quadri tecnici in grado di cooperare a funzioni di governo, con una connotazione ideologica sufficientemente chiara. I difetti (… un grande partito, non un vero partito) li vedremo subito, e sono profondi. Ma assai più grandi sono quelli delle altre organizzazioni politiche. Il fallimento della Seconda Repubblica, al di là delle politiche inadeguate che ha adottato, sta nel non essere riuscita a creare un secondo grande partito, un secondo stabilizzatore politico, dotato delle stesse caratteristiche del primo, così risolvendo un problema di fondo della nostra democrazia: l’assenza di un grande partito di destra democratica.

Berlusconi aveva le risorse di consenso necessarie a creare una grande e stabile destra liberal-conservatrice, che nel tempo si rendesse autonoma dal carisma del suo fondatore. Non ha voluto o potuto guidare il delicato passaggio dal carisma all’istituzione; in ogni caso, non ci è riuscito. Ancor oggi, o scende in campo il suo attempato fondatore, o la destra balbetta e perde, anche se una «domanda di destra » è forte nella società. Delle altre organizzazioni politiche non vale la pena di parlare. O sono il frutto di vecchi radicamenti ideologici e di domande circoscritte localmente e settorialmente, o sono partiti e movimenti ancor più personali e carismatici del Popolo delle libertà, funghi che nascono nel terreno irrigato dall’indignazione diffusa, alternative episodiche all’astensionismo e al rifiuto della politica.

Condivido dunque, nell’analisi e nello spirito, l’editoriale del 16 giugno di Luciano Fontana, ma farei un’eccezione: il Pd è ancora (e chissà per quanto) un grande partito, e di un partito svolge le principali funzioni. Ma questo aggrava, non attenua, le critiche che gli possono essere rivolte. Passare dal carisma all’istituzione, dal potere personale ad una solida struttura ideologica e organizzativa – il compito di Berlusconi – era un’operazione difficilissima, e il nostro «Cavaliere » non è un De Gaulle. Il compito che attendeva la leadership della sinistra di governo, dall’Ulivo al Partito democratico, nei vent’anni che sono passati dalla crisi politica del 1992-93, era invece accessibile a un ceto politico capace ed esperto come quello di origine comunista e democristiana.

Questo ceto – i D’Alema, i Veltroni, i Marini, le Bindi – sapeva benissimo che, creato un amalgama in cui si fossero scolorite le vecchie appartenenze, il problema principale era quello di tenere insieme due tendenze che si sarebbero inevitabilmente contrapposte in una sinistra riformista con «vocazione maggioritaria »: una tendenza con orientamento più liberale e un’altra con orientamento più socialdemocratico. L’accento qui cade sull’espressione «tenere insieme ».

Un partito è una comunità d’intenti, e si è partito se si riconosce lo stesso spirito di parte, la stessa comunanza profonda, lo stesso soffio vitale, alle principali tendenze che in esso operano, non se si respinge una di esse al di fuori dei confini del partito, gabellando la tendenza più liberale come «destra ».
Se questo è vero, e nonostante le capacità e i meriti che prima ho riconosciuto, il Pd è un grande partito, ma non è ancora un vero partito: nel Labour, nel Ps, nella Spd, nel Psoe si combatte, ma nessuno mette in dubbio l’appartenenza al partito delle diverse tendenze che in essi si confrontano.

Il caso Renzi è esemplare. Difficile negare che Renzi sia il migliore acchiappavoti che il Pd ha oggi a disposizione. Se nel prossimo congresso Renzi corresse per la segreteria e vincesse, quanti, nei circoli, tra i militanti, nei quadri intermedi, riconoscerebbero in lui il «loro » segretario e collaborerebbero con lealtà, se non con entusiasmo? Le bizantine polemiche di cui i giornali ci informano – sulle regole statutarie, sulle primarie… – hanno tutte a che fare con questo problema profondo. E se il Pd non lo risolve, il problema non è solo del Pd, ma della democrazia italiana: un vero partito sul lato della sinistra di governo aiuterebbe la formazione di un vero partito sul lato della destra, perché una tendenza politica così diffusa non può rimanere a lungo senza rappresentanza. Che il Pd risolva il suo problema è una speranza, naturalmente. Ma il realismo mi costringe a far mia la frase finale dell’editoriale di Fontana: «La speranza di una “democrazia normale” con due poli… che competono per conquistare il consenso degli elettori è sempre più lontana ».


Centrodestra: una rete, non un apparato
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 18 giugno 2013)

È un falso dilemma quello tra partito pesante e partito leggero, partito apparato radicato sul territorio e partito movimento in campagna elettorale perenne per conquistare e tenere stretto il sempre più ampio elettorato d’opinione. L’alternativa è fasulla per la semplice ragione che il partito pesante e d’apparato, quello che si articola nel territorio e si sostiene occupando il più possibile le strutture pubbliche, è in via di sostanziale estinzione. Rimane in vita la parte clientelare che resta abbarbicata a tutti i diversi livelli delle amministrazioni locali e di quelle nazionali ma che fronteggia con sempre minore capacità di resistenza la rabbia diffusa e crescente contro le caste burocratiche che hanno occupato lo stato e gravano sulle spalle dei contribuenti. Ma la parte apparato è ormai in via di progressivo smantellamento.

E non perché, come pensa erroneamente Pier Luigi Bersani fermo ad una idea novecentesca e tradizionale del partito di massa, sul mercato politico ci sono ormai solo partiti leaderistici affidati alla visibilità ed alla forza comunicativa del “padre padrone” ad eccezione del Partito Democratico privo di padroni (e di leader). Ma perché nella moderna società segnata dalla molteplicità e dalla diversità dei canali di comunicazione, di informazione e di formazione, il partito come unico canale di comunicazione tra istituzioni e corpo elettorale formato da un corpo chiuso di funzionari e di professionisti della politica è ormai definitivamente e totalmente superato. L’esempio del Pd, proprio quello che Bersani cita a modello alternativo a quello leaderistico, è fin troppo significativo. Il vecchio apparato, quello che ha vinto le primarie contro il corpo estraneo Renzi, è talmente in ritirata da pensare addirittura che l’unica possibilità di salvezza sia di portare lo stesso Renzi alla guida del partito. E se non ci fossero le strutture collaterali, dalle masse dei pensionati della Cgil alla rete di interessi delle cooperative, il Pd (come dimostrano i dati delle elezioni) non avrebbe una capacità molto ridotta di presa e di mobilitazione del popolo della sinistra.

Il centro destra alle prese con il problema del modello di partito da costruire dopo che la vecchia macchina del Pdl sarà rottamata, dunque, ha una indicazione chiara. Non può pensare di mettere in piedi un partito pesante e di apparato. Sia perché i suoi professionisti della politica sono pochi, sia perché le sue clientele locali non sono capaci di conquistare e conservare fette di potere, sia perché alle proprie spalle non ha né sindacati, né cooperative. La scelta obbligata è dunque quella del cosiddetto partito leggero? Sicuramente sì. A condizione che la formula di questo tipo di partito non sia quella che affida al solo Silvio Berlusconi il compito di effettuare miracoli in occasione delle diverse tornate elettorali. Essere leggeri, infatti, non significa essere inesistenti. Significa, al contrario, dare vita a strutture snelle formate da persone di riconosciuta capacità. E, soprattutto, significa che queste strutture sappiano creare collegamenti costanti tra elettori ed istituzioni attraverso il sostegno di molteplici canali di comunicazione esterni al partito ma ispirati ai valori ed alle idee del centro destra.

Il partito leggero, in sostanza, deve svolgere il ruolo di coordinatore e di regista di una rete di organismi intermedi in grado di utilizzare tutti i più moderni strumenti di informazione, comunicazione e formazione. Ci sono giornali, siti, fondazioni, centri studi, associazioni culturali, movimenti monotematici e di scopo, società, cooperative, onlus ed i più diversi organismi del volontariato che possono contribuire a mettere in piedi la rete con cui il partito nuovo deve avere la possibilità di raccogliere il proprio elettorato. Impresa impossibile? Niente affatto. La rete c’è già ed è spontanea. Basta riconoscerla ed organizzarla.


Se dicessi che sui vincoli europei ha ragione Berlusconi?
di Riccardo Realfonzo
(da “il Fatto Quotidiano”, 17 giugno 2013)

Si dirà che lo fa per calcolo politico. Si dirà che ha governato per anni adeguandosi all’austerità. Si dirà che parla fuori tempo massimo. E si diranno altre cose più o meno sensate. Ma saremmo intellettualmente disonesti se negassimo che questa volta ha ragione Berlusconi: la politica economica del governo dovrebbe effettivamente guardare oltre i vincoli europei.

Per quanto mi riguarda, credo di averlo già chiarito pochi giorni fa sul “Sole 24 Ore”: bisogna utilizzare l’avanzo primario (l’eccedenza delle entrate fiscali sulla spesa, esclusi gli interessi sul debito), sfondando il vincolo europeo del deficit al 3%. Nelle condizioni date, non ci sono altre strade altrettanto efficaci, certe, per rilanciare l’economia. Infatti, nessuno ormai può più negare quanto una parte della accademia italiana ha chiarito già tre anni fa, con la famosa “Lettera degli economisti”: le politiche di austerità sono fortemente recessive e fanno sprofondare l’Europa nel baratro. Quanti sostenevano che i moltiplicatori della politica fiscale – che appunto misurano l’impatto dei tagli e delle tasse sulla produzione nazionale – fossero trascurabili (o addirittura negativi, secondo la favoletta per cui l’austerità favorirebbe la crescita) sono stati sbugiardati nella maniera più plateale. Come ha scritto Krugman, mai nel ring della storia del pensiero economico un match teorico si era chiuso con un ko così netto. I keynesiani, favorevoli alle politiche anticicliche di stimolo della domanda, hanno messo al tappeto i falchi della austerità. Insomma, oggi vi è una clamorosa contraddizione tra la condizione in cui siamo, per molti aspetti peggiore di quella del ’29, e l’idea di proseguire con tagli della spesa pubblica (che, si badi bene, è già a livelli inferiori della media europea, considerando anche la spesa per interessi) e aumenti delle tasse.

L’azzeramento dell’avanzo primario, costruito con le politiche di lacrime e sangue, vale oltre 35 miliardi di euro e avrebbe un effetto benefico rilevante per l’economia italiana. Quanto benefico? Ebbene, utilizzando l’intervallo stimato da Olivier Blanchard – l’illustre quanto moderato capo economista del Fondo Monetaria Internazionale – l’effetto espansivo sul Pil italiano sarebbe, nel giro di 9-15 mesi, variabile tra i 34 e i 62 miliardi di euro, cioè tra i 2 e i 4 punti di Pil, con un valore medio superiore ai 45 miliardi di euro. Ma quest’ultima sarebbe una stima davvero molto prudente, se è vero che un ulteriore recente studio dello stesso Fondo Monetario Internazionale considera che il moltiplicatore della spesa in Italia, in una condizione recessiva come quella in cui siamo, dovrebbe assumere molto più probabilmente un valore intorno al massimo dell’intervallo proposto da Blanchard. Per non parlare delle stime compiute sugli effetti delle politiche espansive di Obama (l’American Recovery and Reinvestment Act) che sono arrivati ad individuare moltiplicatori ben più ampi, pari a 3.

A quanti osserveranno che questa manovra farebbe incrementare il rapporto tra deficit e Pil, ricordiamo che un intervento di questo genere avrebbe ampi effetti retroattivi positivi. Intanto, la crescita del Pil tenderebbe ad arginare significativamente l’aumento dei rapporti di finanza pubblica. E, d’altra parte, le entrate fiscali aumenterebbero non meno di un punto di Pil, come conseguenza automatica della crescita. A coloro che vivono nell’incubo del debito pubblico, vorrei piuttosto ricordare che nella storia italiana il debito raramente è cresciuto velocemente come in questo periodo di austerità e che (per quanto il paragone sia in buona misura improprio) se una impresa è indebitata il modo razionale per risolvere la questione può ben consistere nello spendere qualcosa in più per tentare di incrementare il fatturato, riducendo il peso dei debiti. A chi si chiede di quanto aumenterebbe lo spread sui titoli del debito pubblico, replico che si tratta di questione più politica che tecnica, perché se la Banca Centrale Europea assumesse un profilo accomodante gli spread potrebbero addirittura ridursi.

Una strada difficile da percorrere? Certamente. Ma è la sfida cui siamo sfortunatamente chiamati e il resto sono frottole.


Lagarde, lettera a Sarkozy. “Al tuo fianco per servirti”
di Giampiero Martinotti
(da “la Repubblica”, 18 giugno 2013)

PARIGI – Non si sa quando l’ha scritta e nemmeno se l’abbia mai spedita, ma gli appunti per una lettera a Nicolas Sarkozy buttati giù da Christine Lagarde, attuale direttrice del Fondo monetario internazionale, sono quanto meno imbarazzanti. E sarebbe davvero interessante sapere se l’ex capo dello Stato ha mai ricevuto una lettera di quel genere, se non altro per sapere se dopo aver scritto la brutta copia la Lagarde ha capito quale lecchino avesse messo insieme in poche righe.

L’appunto è stato ritrovato dagli inquirenti durante una perquisizione a casa Lagarde nel quadro della vicenda Tapie. Il testo non ha niente a che fare con l’inchiesta, ma mette in luce il grado di sottomissione della Lagarde all’ex presidente, sospettato di aver spinto a fondo per favorire il finanziere nel suo contenzioso con lo Stato. L’appunto fa sorridere o piangere, a scelta:

“Caro Nicolas, molto brevemente e rispettosamente
1) Sono al tuo fianco per servirti e per servire i tuoi progetti per la Francia.
2) Ho fatto del mio meglio e ho potuto fallire periodicamente. Te ne chiedo scusa.
3) Non ho ambizioni politiche personali e non desidero diventare un’ambiziosa servile come tanti di quelli che ti attorniano, la cui lealtà è talvolta recente e talvolta poco durevole.
4) Utilizzami per il tempo che ti conviene e che conviene alla tua azione e alla tua distribuzione dei ruoli
5) Se mi utilizzi, ho bisogno di te come guida
e come sostegno : senza guida, rischio di essere inefficace, senza sostegno rischio di essere poco credibile. Con la mia immensa ammirazione. Christine L.”.

Non c’è dubbio che la lettera potrebbe aggiudicarsi immediatamente il “lecchino d’oro”. L’appunto risale probabilmente a qualche anno fa, quando la Lagarde era ministro delle Finanze. E al di là dell’ammirazione per un personaggio politico, è difficile immaginare la Lagarde in un tale stato di venerazione quasi infantile. Comunque sia, il testo esiste e la rete se n’è impadronita, sbeffeggiando senza pietà la direttrice dell’Fmi con testi e immagini sarcastiche.


In difesa di Beppe, Travaglio torna all’anticomunismo
di Michele Prospero
(da “l’Unità”, 18 giugno 2013)

Non è bello vedere Travaglio così nervoso. Sentendosi ferito, nel suo punto più debole, si arrabbia di brutto e quindi per coprirsi spara a raffica. Con il tipico repertorio metaforico e politico di un uomo di destra, si rivolge a chi lo critica con queste formule: attaccando me, Prospero «si guadagna la pagnotta ». Che raffinatezza, ragazzi. Travaglio vede solo una contropartita in denaro dietro ogni mossa. Si dà il caso però che la pagnotta uno se la guadagni in altro modo, e quindi stia pure tranquillo Travaglio: se uno lo critica, non lo fa certo per il pane. Se ne faccia una ragione. Quanto al «volgare falsario », basta, per ripristinare il vero, riprodurre per esteso le frasi che Travaglio ha scritto di suo pugno e ora d’un colpo ritratta: «Chi non vi è portato, come la furbona che ha scoperto improvvisamente che il guaio di 5 Stelle è Grillo, o quell’altro genio che s’è iscritto al M5S per andare dalla D’Urso o i dissidenti sul nobile ideale della diaria, va semplicemente ignorato, o liquidato con una battuta, o affidato a un collegio dei probiviri che faccia rispettare le regole ». Dov’è dunque la falsificazione? Irritato Travaglio nega ora anche di aver criticato il Parlamento. Basta però rileggerlo: «I capigruppo convochino iniziative di piazza per spiegare le porcate che scoprono in quell’ente inutile che ormai è il parlamento ». Ente inutile, parole vergognose, ma sono le sue.

I giornali che non gli piacciono non meritano alcun rispetto. E quindi l’Unità per lui non è un foglio libero perché è un «giornale di partito ». Eccola finalmente pronunciata l’altra parola terribile. La semplice espressione partito per Travaglio equivale infatti a un insulto. E dei peggiori. Cui segue a ruota un secondo affondo: è «un giornaletto ». In tutte le cose non andate per il verso giusto, dalla chiusura dell’Unità alla bicamerale, Travaglio vede lo zampino degli «amici di Prospero ». Troppa grazia, conduco una vita molto, molto appartata.

Ma il meglio di sé Travaglio lo dà ancora una volta su Togliatti. Mi chiama, con intenzione offensiva, «Palmiro Prospero » che «di recente ha additato al Pd come modello da seguire non Enrico Berlinguer, ma Palmiro Togliatti ». E quando avrei contrapposto i due leader del comunismo italiano? Il discorso, si sa, è complesso. Ma Travaglio lo risolve alla sbrigativa e crede lecito separare un Berlinguer buono, letto alla sua maniera però (cioè come una sorta di padre nobile del giustizialismo), da un Togliatti cattivo, molto cattivo. Ma questa sua immagine è un oltraggio alla grande cultura politica di Berlinguer, rimasto sempre fedele non solo a Togliatti ma anche, se è per questo, a Lenin e alla vicenda storica e ideale del comunismo. Ma mentre su un Berlinguer moralizzatore, l’anticomunista all’antica Travaglio transige, spacciandolo anzi per una sorta di produttore di Servizio Pubblico, su Togliatti va giù feroce. Il leader del Pci è per lui solo uno che «i dissidenti li lasciava crepare nel gulag », pronto a «perseguitare e ad ammazzare in Spagna ». Repertorio cabarettistico da anni 50, che urta contro tutte le acquisizioni storiografiche, unanimi nel valorizzare, anche nell’esperienza spagnola, un Togliatti che opera nella tragedia come elemento di moderazione. Proprio in quei giorni mette a punto l’obiettivo di «una democrazia di tipo nuovo » (che dice no alla rivoluzione e alla conquista del potere, no alla collettivizzazione e alla persecuzione della Chiesa, e sì al ripristino immediato della vita religiosa) che tanta strada farà al suo rientro in Italia.

Il bello è che Travaglio scolpisce nel suo editoriale quale sua linea politica ispiratrice una semplice parola: la Costituzione. Che fa Travaglio, adesso, prende a modello proprio un documento che ha avuto per suo padre ispiratore, insieme a pochi altri, proprio il terribile Togliatti? Anche lui adesso è un «Palmiro Travaglio » con gli scarponi chiodati?


Letto 1872 volte.


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Bart