di Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”, 17 ottobre 2012)
Traffico di influen ze: io conosco uno che conosce uno che conosce uno che potrà parlare al giudice. E il fatto che, il più delle volte, il processo si svolga senza in terferenze è solo merito di una magistratura che il no stro paese non si merita. Ma questa era la logica di Man cino.
Il carteggio di Loris D’Ambrosio con il presidente della Repubblica è stato reso pub blico proprio da Napolitano. Dice D’Ambrosio: “…con ri guardo ai procedimenti sulle stragi ho sempre ritenuto e stigmatizzato in qualsiasi col loquio le criticità e i contrasti sullo svolgimento di quei procedimenti … che impor rebbero, per la loro comples sità, delicatezza e portata, strategie unitarie … oltre che il ripudio di metodi investi gativi non rigorosi … criticità e contrasti esistono e sono gravi ma a essi non si riesce a porre effettivo rimedio”.
Va chiarito subito che il pro blema non è se criticità, con trasti e metodi investigativi non rigorosi esistano o no. Il problema è se è legittimo che D’Ambrosio e Napolitano se ne debbano occupare; e dun que, poiché se ne sono oc cupati (il che non vuol dire che vi sia stata una interfe renza concreta nelle indagi ni), se hanno fatto bene o ma le.
IL SISTEMA legalmente fun ziona così. Esistono le Procu re Distrettuali Antimafia (Dda â— in ogni Corte d’Ap pello) e la Procura Nazionale Antimafia (Dna â— presso la Procura Generale della Cas sazione). Le indagini le fanno le Dda. La Dna ha poteri di coordinamento e, se non rie sce a coordinare, di avocazio ne (cioè si prende l’indagine e la fa lei). Quando due o più Dda indagano sugli stessi fatti ci sono quattro possibilità. Le Dda si coordinano sponta neamente: per esempio una Dda vuole eseguire alcuni ar resti; ma ciò può pregiudicare l’indagine di un’altra Dda (con gli arresti tutti vengono a sapere dell’indagine e ma gari sono in corso intercetta zioni); allora ci si mette d’ac cordo per posticiparli.
Oppure le Dda non ne voglio no sapere di coordinarsi; in questo caso la Dna, in appo site riunioni, fornisce diretti ve e indicazioni a seguito del le quali, magari con un po’ di mugugno, il coordinamento si fa. Se il coordinamento proprio non riesce, la Dna può prendersi l’indagine, sot traendola alle Dda; questo pe rò, in più di 20 anni, fin dalla creazione delle Procure An timafia, non è mai avvenuto. Residua un’ultima ipotesi che è comunque di carattere ge nerale, cioè riguarda tutte le Procure e non solo quelle an timafia. Se una Dda sostiene che l’indagine è di sua esclu siva competenza ma un’altra Dda non è d’accordo; se in somma ‘tutte e due vogliono indagare sullo stesso fatto; al lora si fa un ricorso alla Pro cura Generale della Cassazio ne che decide quale Dda deve occuparsi dell’indagine. Infi ne il Procuratore Generale della Cassazione ha un potere di vigilanza sulla Dna; che si gnifica che può chiedere in formazioni e atti; al limite, av viare procedimenti discipli nari; ma non può imporre alla Dna quello che deve fare e non può farlo al suo posto. Come si vede nessuna norma coinvolge la Presidenza della Repubblica nel sistema. Sic ché la risposta alla domanda “è legittimo che D’Ambrosio e Napolitano si siano occu pati dei processi sulle stragi? ha, a livello normativo, una risposta semplice: no, non è legittimo.
La lettera di D’Ambrosio fa sorgere anche perplessità di diversa natura. “Ho sempre ritenuto e stigmatizzato le cri ticità e i contrasti”. Ma che ne sa D’Ambrosio di criticità e contrasti?” Ha conoscenza diretta dei procedimenti? Ha letto gli atti? In una parola, ha svolto le indagini? Ovvia mente no. Allora come si è formata la sua opinione? In base alle parole di Mancino? Cioè di una persona che, al di là della successiva incrimina zione, aveva, evidentemente, un interesse personale preci so. “Imporrebbero strategie unitarie”. E chi gli dice che così non è stato? Le riunioni di coordinamento tra le Dda di Palermo, Caltanissetta e Fi renze ci sono state. Il Procu ratore Nazionale Antimafia non ha proceduto all’avoca zione e dunque deve aver ri tenuto che tutto fosse confor me a diritto.
COSA AUTORIZZA D’Ambrosio a pensarla diversa mente? E comunque, la pensi pure come vuole ma si asten ga dall’intervenire (“stigma tizzato in qualsiasi collo quio”, dice) visto che non ha né titolo per farlo né infor mazioni a supporto della sua convinzione (tranne le la mentele di Mancino), “Ripu dio di metodi investigativi non rigorosi”. Quali, quando, dove? E che ne sa D’Ambrosio? Glielo ha detto Mancino? Quanti imputati, testimoni, parti offese discettano ogni giorno sulla conduzione del processo? Le loro parole han no qualche importanza? Sì, quando si traducono in im pugnazioni istituzionali. No, quando vanno da qualche po tente a lamentarsi.
Alla fine non è solo l’interes samento della Presidenza del la Repubblica che deve essere stigmatizzato; è l’adesione al le tesi di Mancino, il prendere parte a favore di una persona la cui posizione processuale era evidentemente, per dirla con D’Ambrosio, “delicata e complessa”. Un magistrato avrebbe detto: “Scusami, ma rivolgiti al tuo avvocato. Non è opportuno che io mi occupi della tua vicenda”.
________
Interessante anche questo articolo di Dina Lauricella.
Qui Ingroia difende il suo diritto di parola.
La casta dei politici ricondanna Sallusti
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 17 ottobre 2012)
Prima doveva essere un de creto legge immediata mente esecutivo, ma Monti e Napolitano han no detto no.
Poi si è passati alla via mediana di un provvedimento ap provato dalle commissioni di Sena to e Camera saltando le lungaggini dell’aula. Adesso neppure quello. La legge che cancella la vergogna del carcere per i reati di opinione è stata di fatto affossata ieri da una politica incapace ormai di tutto, anche di mettere in pratica ciò che a parole di ce di voler fare.
E non ne faccio un caso personale, an che se questo vorrà dire andare pre sto in carcere per quattordici mesi. Così come difendo la libertà di noi giornalisti di fare ciò che in coscien za sentiamo, altrettanto riconosco ai politici, che devono rispondere non a noi ma agli elettori. Se così fos se avrebbero tutto il mio rispetto. Il fatto è che così non è, lo dicono i fatti. Da un minuto dopo la condanna, il presidente della Camera Gianfranco Fini e la sua avvocatessa Giulia Bongiorno, presidente della com missione Giustizia, hanno brigato dietro le quinte per affossare la legge salva Sallusti come vendetta perso nale per il caso Montecarlo ( rimasto tutt’ora senza colpevoli). Di Pietro idem, nonostante a parole garantis se personalmente ilcontrario. La rot tamanda Finocchiaro, capessa sac cente dei senatori Pd (quella che si fa fare la spesa dalla scorta di Stato), non ha neppure avuto il coraggio di dichiarare la sua contrarietà, nel Pdl è stato un fuggi fuggi di colonnelli e colonnelle allo sbando che non ve dono l’ora di liberarsi di me. Posso rimanere io, personalmen te a professionalmente, appeso al l’ipocrisia di questi mediocri che ho pure, come tutti voi, mantenuto per anni pagandogli con le mie tasse amanti, vacanze e vizi vari? Direi di no, non supplico, non mi inginoc chio né umilio. Sapete che c’è, cari politici? Lasciate perdere, andate tutti a quel paese, non voglio essere salvato da gente come voi. Siete alla stessa stregua di quei due giudici che in malafede, e per potermi arre stare, mi hanno appiccicato l’eti chetta infame di «persona social mente pericolosa » e degli autorevoli colleghi di altre testate che in queste settimane non hanno speso un rigo né una parola per difendere una li bertà che oltre che mia è anche loro. Ma vado oltre, e a questo punto de nuncio una omissione di atti d’uff i cio da parte della Cassazione e della Procura di Milano che a distanza di settimane dalla sentenza, a differen za di quanto avviene per un cittadi no qualunque, ancora non mi han no notificato l’ordine di carcerazio ne. Come mai un trattamento di fa vore non richiesto? Cosa c’è,vi vergo gnate di quello che avete fatto? Co raggio, tirate fuori le palle, e soprat tutto non fate giochini strani sulla mia pelle. Devo scontare quattordi ci mesi, non quattordici più questo tempo che mi fate passare nel limbo dell’incertezza,che è condanna an cora più grave. Almeno su questo sia te giusti e leali.
Fiorito, Berlusconi sapeva. In una lettera la denuncia un mese prima del caso
di Marco Lillo
(da “il Fatto”, 17 ottobre 2012)
Silvio Berlusconi sapeva tutto sui soldi rubati daFranco Fiorito al partito e non ha preso alcun provvedimento per più di un mese. Già il 6 agosto del 2012, quasi quaranta giorni prima dell’esplosione del caso, il capo del suo gruppo in consiglio regionale,Francesco Battistoni, scriveva al Cavaliere per segnalargli le spese pazze, i bonifici all’estero sui conti personali e i prelievi in contanti dai fondi del gruppo, alimentati con i soldi dei contribuenti. L’ex premier non era il solo a sapere. Anche il segretario del Pdl Angelino Alfano e il coordinatore, Denis Verdini, hanno ricevuto la lettera sulla razzia di soldi pubblici in seno al Pdl laziale. Eppure né il leader né il segretario né il coordinatore del Pdl hanno preso le opportune iniziative politiche e giudiziarie. Anzi. Dopo l’esplosione del caso Fiorito, il 20 settembre, sarà Battistoni a essere destituito da capogruppo.
Le lettere che il Fatto pubblica oggi sono state scritte e protocollate il 6 agosto 2012. Il 24 luglio il consigliere regionale viterbese in quota Forza Italia era riuscito a diventare presidente del gruppo scalzando il ciociaro aennino Fiorito. Appena insediato Battistoni prende in mano la contabilità bancaria scoprendo lo scenario inquietante che dilagherà sulle cronache solo molto tempo dopo. Il capogruppo non porta le carte in Procura ma scrive ai suoi capi: “Caro presidente”, è l’incipit preveggente che apre la lettera diretta a Berlusconi “sono costretto, con estremo dispiacere, a portarvi a conoscenza di una situazione che è talmente grave da poter minare, in maniera pesante, sia la stabilità della Regione Lazio che la credibilità del nostro partito (…) l’esame, ancorché superficiale della documentazione relativa ai conti correnti ha evidenziato una serie di ‘anomalie‘ tali che mi ha immediatamente indotto a nominare dei consulenti al fine di poter esaminare a fondo tali riscontri e consigliarmi sulle scelte consequenziali. Nel frattempo, nonostante i ripetuti solleciti, non sono ancora riuscito a ottenere alcuna documentazione e l’on. Fiorito, oltre a disertare le riunioni di gruppo, assume di essere stato defraudato e addirittura accusa colleghi, peraltro sulla stampa, di poca chiarezza sui conti! La situazione è sconfortante! Al contrario delle sue asserzioni, dai primi riscontri contabili emergono anomalie gravissime dovute a pagamenti ‘non in linea’ con le finalità istituzionali e politiche delle somme dallo stesso amministrate, come acquisti di autovetture, soggiorni lussuosi ingiustifìcabili, prelievi in contante, uso disinvolto di carte ricaricabili e da ultimo, ma non per ultimo, bonifìci personali su conti esteri”.
E ora leggiamo qui sotto e vediamo se Gianfranco Fini si dimetterà da presidente della camera come aveva promesso (qui)
Fini-Montecarlo, nuova botta
di Paolo Biondani e Luca Piana
(da “l’Espresso”, in edicola il prossimo 19 ottobre 2012)
Una serie di documenti inediti, sequestrati al re delle slot machine Francesco Corallo, riapre il mistero della casa di Montecarlo dove abitava Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini.
Lo ha scoperto “l’Espresso” in un’approfondita inchiesta in edicola venerdì 19 ottobre, nella quale si rivela che nel gennaio 2008 Giancarlo Tulliani aprì nel paradiso fiscale di Saint Lucia una società rimasta finora sconosciuta, la Jayden Holding, che aveva come attività le compravendite immobiliari. E che, per farlo, si appoggiò a James Walfenzao, lo stesso fiduciario che figura come rappresentante legale della Printemps, la società di Saint Lucia che nel luglio 2008 acquistò da An l’appartamento di Montecarlo.
I documenti sono emersi durante la perquisizione effettuata nell’abitazione romana di Corallo, nell’ambito dell’inchiesta sui finanziamenti concessi dalla Banca Popolare di Milano al proprietario del gruppo Betplus (ex Atlantis World).
Si tratta di una serie di fax inviati durante i primi mesi del 2008 dagli uffici di Corallo allo studio di Montecarlo di Walfenzao, che tra i suoi molti ruoli ricopre anche quello di rappresentante legale del trust a cui sono intestate le quote del gruppo Atlantis.
Tra il marzo e il giugno del 2008, Corallo mandò a Walfenzao una copia del passaporto di Giancarlo Tulliani, una copia di quello della sorella Elisabetta e un modulo per l’apertura di un conto corrente a Saint Lucia intestato alla Jayden Holding.
Nel modulo, l’effettivo titolare della società viene indicato proprio in Giancarlo Tulliani.
La Jayden Holding, costituita nel mese di gennaio del 2008, aveva come attività la compravendita di unità immobiliari. Come ha potuto ricostruire “l’Espresso”, la società offshore di Tulliani è stata chiusa nel maggio 2011 ed era rappresentata da un legale di nome Cathy Walfenzao, con uffici allo stesso indirizzo di Montecarlo del più famoso James. Nelle carte sequestrate non ci sono però altri elementi che permettano di capire quali operazioni immobiliari abbia effettuato nei suoi tre anni e mezzo di vita la Jayden Holding.
La perquisizione che ha portato al ritrovamento dei documenti è quella di cui si parlò parecchio per l’intervento del deputato Amedeo Laboccetta, che portò via un computer portatile che venne restituito ai magistrati solo in seguito, quando i contenuti erano stati manomessi.
Nell’ambito dell’inchiesta sui finanziamenti della Bpm, la procura ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Corallo, accusato del reato di corruzione e oggi latitante.
Sull’Espresso in edicola venerdì l’inchiesta completa
Casa di Montecarlo, nuovi problemi per Fini
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 17 ottobre 2012)
Sembra che così il cerchio si chiuda. E si stringe su Gianfranco Fini. Il motivo è sempre lo stesso: la casa di Montecarlo. Quell’appartamento donato ad Alleanza Nazionale e venduto (secondo i critici «svenduto ») a una società. E in cui ha vissuto Giancarlo Tulliani. Cioè il cognato del Presidente della Camera. Ora L’Espresso rivela che la casa è stata venduta alla Printemps rappresentata legalmente da James Walfenzao. Lo stesso avvocato che aiutò Tulliani ad aprire nel 2008, nel paradiso fiscale di Santa Lucia, la Jayden Holding che aveva come attività la compravendita di immobili.
LE CARTE- I documenti sequestrati sono venuti fuori durante la perquisizione effettuata nella casa romana del re delle slot machine Francesco Corallo. La perquisizione è stata disposta nell’ambito dell’inchiesta sui finanziamenti concessi dalla BpM al proprietario del gruppo Betplus (ex Atlantis World). «Si tratta di una serie di fax inviati durante i primi mesi del 2008 dagli uffici di Corallo allo studio di Montecarlo di Walfenzao, che è rappresentante legale del trust a cui sono intestate le quote del gruppo Atlantis ». Corallo, tra marzo e giugno del 2008, «mandò a Walfenzao una copia del passaporto di Giancarlo Tulliani, una copia di quello della sorella Elisabetta e un modulo per l’apertura di un conto corrente a Saint Lucia intestato alla Jayden Holding. Nel modulo, l’effettivo titolare della società viene indicato proprio in Giancarlo Tulliani. La Jayden Holding, costituita nel mese di gennaio del 2008, aveva come attività la compravendita di unità immobiliari ». La società offshore di Tulliani «è stata chiusa nel maggio 2011 ed era rappresentata da un legale di nome Cathy Walfenzao, con uffici allo stesso indirizzo di Montecarlo del più famoso James ». Nei documenti «non ci sono però altri elementi che permettano di capire quali operazioni immobiliari abbia effettuato nei suoi tre anni e mezzo di vita la Jayden Holding ».
IL COMPUTER- La perquisizione che ha portato al ritrovamento dei documenti è quella di cui si parlò parecchio per l’intervento del deputato Amedeo Laboccetta, che portò via un computer portatile che venne restituito ai magistrati solo in seguito, quando i contenuti erano stati manomessi. Nell’ambito dell’inchiesta sui finanziamenti della Bpm, la procura ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Corallo, accusato del reato di corruzione e oggi latitante.
Nuovi documenti sulla casa di Montecarlo
di Raffaello Binelli
(da “il Giornale”, 17 ottobre 2012)
Ricordate la “casa di Montecarlo” dove viveva Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini? Il presidente della Camera ha sempre negato che fosse del cognato.
E ha continuato a farlo. Ora il settimanale l’Espresso mostra alcuni documenti che potrebbero riaprire il caso. Personaggio chiave è James Walfenzao, il legale rappresentante della Printemps, la società di Saint Lucia che nel luglio 2008 aveva acquistato l’appartamento di Montecarlo ereditato da Alleanza Nazionale. Attraverso alcuni documenti inediti, sequestrati a Francesco Corallo nell’ambito di un’altra inchiesta, emergono nuovi particolari interessanti.
Nel numero in edicola venerdì 19 ottobre l’Espresso rivela che nel gennaio 2008 Tulliani aprì a Saint Lucia una società – finora sconosciuta – la Jayden Holding, che operava nel settore immobiliare. Indovinate a chi si appoggiò? A Walfenzao, che figura come rappresentante legale della Printemps, la società (sempre di Saint Lucia) che nel luglio 2008 acquistò l’appartamento dal partito di Fini.
Ma come si è arrivati a questi documenti scottanti? Sono stati trovati durante la perquisizione dell’abitazione romana di Corallo – di cui si parlò parecchio per l’intervento del deputato Amedeo Laboccetta, che portò via con sé un computer portatile – mentre si indagava sui finanziamenti concessi dalla Bpm al proprietario del gruppo Betplus (ex Atlantis World). Sarebbero dei fax inviati nei primi mesi del 2008 dagli uffici di Corallo allo studio di Montecarlo di Walfenzao. Quest’ultimo ricopre diversi ruoli, compreso quello di rappresentante legale del trust a cui sono intestate le quote del gruppo Atlantis.
A un certo punto, tra il marzo e il giugno del 2008, Corallo inviò a Walfenzao dei documenti: una copia del passaporto di Giancarlo Tulliani, una copia di quello di Elisabetta Tulliani e un modulo per aprire un conto corrente a Saint Lucia intestato alla Jayden Holding. Dal modulo risulta che l’effettivo titolare della società offshore è Giancarlo Tulliani. Costituita nel gennaio 2008, l’Espresso scrive che la Jayden Holding è stata chiusa nel maggio 2011. Era rappresentata da un avvocato, Cathy Walfenzao, il cui ufficio è a Montecarlo (stesso indirizzo di James Walfenzao). Non si sa, però, quali operazioni immobiliari abbia effettuato la società. Una cosa sola è certa: i Tulliani facevano affari nell’isola di Saint Lucia, tanto da aprire – proprio lì – una società. Che si occupava di beni immobili.
Lo dice anche la sinistra: la casa di An a Montecarlo fu svenduta a Tulliani
di Luciano Capone
(da “Libero”, 17 ottobre 2012)
Ora che Gianfranco Fini non serve più alla sinistra nella sua battaglia di distruzione del centrodestra, l’Espresso riapre il “caso Montecarlo“. Secondo una serie di documenti inediti sequestrati al faccendiere delle slot machines Francesco Corallo, Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, sarebbe pienamente coinvolto nella transazione dell’immobile donato dalla contessa Colleoni ad Alleanza Nazionale per la “buona battaglia”.
La società sconosciuta – Dalle carte del settimanale emerge che “ nel gennaio 2008 Giancarlo Tulliani aprì nel paradiso fiscale di Saint Lucia una società rimasta finora sconosciuta, la Jayden Holding, che aveva come attività le compravendite immobiliari. E che, per farlo, si appoggiò a James Walfenzao, lo stesso fiduciario che figura come rappresentante legale della Printemps, la società di Saint Lucia che nel luglio 2008 acquistò da An l’appartamento di Montecarlo”. I documenti sono stati ritrovati in Italia a seguito di una perquisizione nella casa di Corallo a Roma, all’interno di un’inchiesta sui finanziamenti della Banca Popolare di Milano alla sua società di giochi Betplus (ex Atlantis World). Francesco Corallo, figlio di Gaetano, uomo di Nitto Santapaola condannato negli anni Ottanta nel processo per l’assalto politico-mafioso al casino di Sanremo, ad oggi è latitante con un’accusa di corruzione sulle spalle.
I documenti sequestrati sarebbero “una serie di fax inviati durante i primi mesi del 2008 dagli uffici di Corallo allo studio di Montecarlo di Walfenzao”, rappresentante legale del trust che detiene le quote del suo gruppo. Tra il marzo e il giugno del 2008, Corallo manda a Walfenzao una copia del passaporto di Giancarlo Tulliani, una copia di quello della sorella (e consorte di Fini) Elisabetta e un modulo per l’apertura di un conto corrente a Saint Lucia intestato alla Jayden Holding, società il cui titolare effettivo è il cognato di Fini. Giancarlo Tulliani. Sempre secondo l’Espresso la società immobiliare sarebbe stata chiusa nel maggio 2011, dopo l’esplosione del caso politico attorno all’appartamento di Montecarlo. Emergono tanti particolari su fatti già noti e ampiamente raccontati dall’inchiesta di Libero. Dopo la nostra campanga, Fini giurò pubblicamente: “Se Tulliani risulterà essere il proprietario della casa di Montecarlo, sono pronto a lasciare la mia carica”. Ma poi non ha mai dato seguito alle sue parole. Allora era coccolato e difeso dalla sinistra, mentre Libero era additato come la “macchina del fango”, per aver detto con largo anticipo ciò che oggi conferma anche l’Espresso.
Adesso che Fini è diventato irrilevante politicamente la sinistra lo abbandona. E lui si dimetterà?
Rilassiamoci ora con questa intervista a Lina Wertmuller, in cui si parla anche di Veronica Lario.
Wertmuller uber alles
di Matilde Amorosi
per il settimanale “Oggi”
(da “Dagospia“, 17 ottobre 2012)
Lina Wertmuller nell’autobiografia appena uscita “Tutto a posto e niente in ordine” (Mondadori), scritta con la collaborazione di Valerio Ruiz, ricostruisce il mosaico di un’esistenza ricca di emozioni e di incontri straordinari. Irriverente, ironica, sincera fino ad essere impietosa, piena di vitalità, Lina, 84 anni, va avanti come una forza della natura, svelando, nel raccontare se stessa, i segreti di personaggi del calibro di Federico Fellini, Marcello Mastroianni e Sofia Loren. Alla quale non perdona di aver rifiutato la proposta di matrimonio di Cary Grant.
«Senza disconoscere i meriti di Carlo Ponti, non capisco come si faccia a preferirlo a un gran figo come Grant », scrive. E non trascura il presente, attaccando Nanni Moretti e lanciando qualche frecciata anche all’ex first lady Veronica Lario. Per passare al rimpianto e alla tenerezza nel ricordo dell’amatissimo marito, il grande scenografo Enrico Job, scomparso nel 2008. Vent’anni fa la loro unione fu allietata da una figlia deliziosa, Maria Zulima, detta Maucì. Una nascita chiacchierata perché avvenuta quando la regista aveva già 63 anni, causando inevitabili dubbi e illazioni. Ma di questo argomento Lina non vuole parlare. «Maucì va protetta da ogni possibile turbamento », spiega.
«Con lei ho un rapporto molto sereno. Certo, fare la mamma in una stagione della vita in cui si potrebbe essere nonna è faticoso, ma, con l’amore, tutto è possibile. E adesso, negli occhi azzurri di Maucì mi sembra di rivedere quelli di suo padre. Mia figlia avrebbe le doti per fare l’attrice, o la cantante, ma è totalmente disinteressata all’ambiente artistico. Penso che da grande farà il capitano di lungo corso, visto che ha la passione per il mare. Ha uno spirito avventuroso e io la lascio libera di realizzare i suoi sogni ».
Lina, come è nata l’idea di un autobiografia?
«Dalla voglia di rivivere la mia vita fortunata. A differenza di Alberto Sordi, non penso che questa iniziativa porti iella. Rievocare situazioni e persone che ho amato, mi è piaciuto molto. Non mitizzo nessuno e descrivo i miei compagni di viaggio anche nelle loro debolezze, che nulla tolgono al loro carisma ».
Due nomi leggendari, Federico Fellini e Marcello Mastroianni: come erano in famiglia?
«Con la mentalità dei classici maschi italiani, cornificavano le rispettive mogli, Giulietta Masina e Flora Carabella. Quest’ultima si ribellò e decise che lei e Marcello sarebbero stati una coppia aperta. Nel senso che in casa, come si dice, ognuno si faceva i fatti suoi. Giulietta, che aveva pure lei un cavalier servente, lo scrittore Salvato Cappelli, si consolava con le sedute spiritiche. In fondo Federico e Marcello, a modo loro le amavamo e non le avrebbero mai lasciate. Infatti, quando Faye Dunaway chiese a Mastroianni di sposarla, lui preferì rinunciare a lei piuttosto che divorziare. La Masina negli ultimi tempi era un po’ triste perché Federico non girava più film con lei. L’ultimo fu Giulietta degli spiriti che Fellini definiva con inconsapevole crudeltà “il film della menopausa” ».
Lei ha lanciato tante attrici, ne ricorda qualcuna in particolare?
«Me ne viene in mente una, con gli occhi verdi, Veronica Lario. La diressi nel film del 1984 “Sotto sotto….strapazzato da anomala passione” con Enrico Montesano. Era bella e brava e se avesse continuato la carriera sarebbe certo diventata famosa. Aveva già una relazione con Silvio Berlusconi, che ogni tanto si faceva vedere sul set, affettuoso e protettivo. Un giorno, mentre la compagna girava una scena in cui doveva correre tra le rovine di un anfiteatro romano, mi sussurrò: “Guardi che Veronica è incinta”. “Perché non me lo avete detto?”, sbottai, “sapete bene che per un attore lavorare con me è come andare in guerra”. Tuttavia apprezzai la professionalità della Lario, che aveva lavorato tacendo il suo stato, non sospettando che un giorno sarebbe diventata la nostra first lady ».
Pensa che ne avesse le doti?
«Si è comportata bene, fino a quando ha scritto una lettera a Repubblica per raccontare che il marito le metteva di corna. Lo so, fanno male, ma certe faccende si risolvono in privato. E poi, volendo fare i moralisti, quando Berlusconi si innamorò di lei era sposato. Per cui, almeno all’inizio, le corna entravano anche nella loro storia. Diciamola tutta, quella lettera era volta soltanto a danneggiare Berlusconi e la cosa non mi è piaciuta. Secondo me, fin da giovanissima, Veronica, che era sempre accompagnata dalla madre, nella sua voglia di arrivare in alto, covava dentro una forma di rivalsa, dovuta a chissà quali motivazioni psicologiche, che probabilmente non si è mai placata ».
Lina, da regista, qual è l’insegnamento più particolare che abbia dato a un attore?
«Sul set di Francesca e Nunziata ho insegnato a Raoul Bova e a Claudia Gerini come baciarsi. Il bacio deve essere un contatto di labbra lento e avvolgente, non uno scontro di bocche aperte come si usa oggi. Raoul Bova imparò subito e Claudia Gerini, rivedendo la scena, riuscita benissimo, si commosse. “Lina, nessuno mi ha mai baciato così”, mi disse ».
Con il suo carattere immagino che le capiti spesso di litigare…
«Non più di tanto. Una lite c’è stata, con Nanni Moretti, ma era inevitabile. Nel suo primo film “Io sono un autarchico”, aveva girato una scena in cui, sentendo nominare alcuni dei miei film, il protagonista vomitava. Dopo qualche tempo, incontrai Moretti al Festival di Berlino dove fu presentato il mio film “Un complicato intrigo”. Gli andai incontro sorridendo e gli tesi la mano, per dimostrargli che avevo apprezzato la sua ironia. Ma Nanni ignorò il mio gesto e mi voltò le spalle. A quel punto non mi trattenni e, nel bel mezzo del red carpet, gli urlai: “Moretti… ma vaffa….!”. E ora che è assurto alla direzione del Festival di Cannes, posso ripetere con maggior cognizione di causa che è uno str…, depositario, all’epoca, di un’invidia vergognosa ».
Lina, verrà il giorno in cui lei si fermerà per riposarsi un po’?
«No. Ignoro l’anagrafe e vivo con allegria la mia età. In passato ho fatto il lifting, ma ora mi tengo tranquillamente le rughe: ci sono perché rido spesso ».
_________
Su Veronica Lario anche qui.