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La confusione tra partito e istituzioni

12 Maggio 2013

di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 12 maggio 2013)

Nata in una giornata in cui la tensione attorno al governo ha toccato il suo apice – con l’assemblea del Pd riunita per eleggere il nuovo segretario e assediata dai militanti contrari alle larghe intese, e con il Pdl di nuovo in piazza contro i magistrati -, la polemica sulla presenza dei ministri berlusconiani alla manifestazione di Brescia dimostra che i due maggiori partiti, avversari fino a ieri e oggi alleati, sono ancora attraversati da timori simmetrici di non trovarsi in sintonia con i propri elettori. Per quanto la collaborazione venga spiegata come «obbligata », «temporanea », «eccezionale », a dettare la linea sono ancora le frange estreme dei due schieramenti, contrarie a qualsiasi tregua o pacificazione e orientate a riprendere appena possibile la guerra civile degli ultimi venti anni.

La prudenza con cui Berlusconi aveva accolto in un primo momento la condanna in appello inflittagli dai giudici di Milano non a caso è durata neppure un giorno. E dopo le parole ascoltate ieri dal palco di Brescia, è evidente che il Cavaliere non può e non vuole rinunciare allo scontro frontale con la magistratura. E s’illude di poter continuare a farlo, senza mettere a repentaglio la stabilità del governo a cui promette quotidianamente il suo appoggio.

Alla vigilia del ritiro in abbazia del governo, ideato per favorire la conoscenza e lo spirito di squadra tra ministri di opposte sponde, Letta e Alfano, vale a dire il presidente e il vicepresidente del Consiglio, sono finiti così nel tritacarne delle rispettive tifoserie, che alle accuse contro il ministro dell’Interno per la sua partecipazione alla manifestazione di Brescia hanno risposto denunciando l’intervento del premier all’assemblea romana del suo partito. Ora, a parte la natura diversa delle due iniziative e dei toni e degli slogan adoperati (ma anche dall’interno dell’assise Pd s’è alzata qualche voce contro il governo), forse sarebbe meglio, almeno in questa fase d’avvio di un quadro politico così difficile da tenere insieme, che i membri dell’esecutivo si tenessero a distanza dalla vita di partito. Specie quando è prevedibile, già da prima, che il risultato sarà di indebolire l’equilibrio del governo.

Non è un mistero che i ministri del Pdl, e in particolare Alfano, avessero riflettuto a lungo fino alla vigilia sull’opportunità di recarsi a Brescia. Venerdì era perfino circolata voce, poi smentita, che Letta e il suo vice si fossero consultati in proposito. Perché Alfano, come ministro dell’Interno, non è solo il responsabile dell’ordine pubblico e della sicurezza, ma anche del funzionamento della macchina elettorale e della libera e ordinata manifestazione della volontà popolare. Un compito della cui rilevanza istituzionale, così come della necessaria cautela che richiede di stare sempre un passo indietro, il ministro s’è subito mostrato avvertito, con il suo stile abituale, fin dal giorno in cui il battesimo del governo era avvenuto con la tragica sparatoria davanti a Palazzo Chigi e con il ferimento dei due carabinieri. Una consapevolezza che avrebbe mantenuto anche ieri, se le pressanti richieste del leader del suo partito non lo avessero condotto a Brescia, nel clima infuocato di una piazza in cui a tratti s’è rischiato l’incidente.

Si sa che è inutile chiedere a Berlusconi di non essere Berlusconi. Anche se di tanto in tanto riesce a farlo contro se stesso. Anche stavolta, avrebbe certamente fatto meglio a lasciare al suo posto il ministro dell’Interno. Senza coinvolgerlo nell’ennesima battaglia sulla giustizia: tornata, dopo un breve ripensamento, ai suoi esagerati toni di sempre.


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Bart