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La coscienza del più forte

15 Giugno 2013

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 15 giugno 2013)

È possibile che il processo alla Bce – perché di questo, in realtà, si tratta – che si sta svolgendo a Karlsruhe, sede della Corte costituzionale tedesca, si concluda con una assoluzione. È possibile cioè che la Corte alla fine respinga il ricorso per incostituzionalità contro le omt ( outright monetary transactions ), l’acquisto di titoli pubblici dei Paesi in difficoltà ideato e realizzato da Mario Draghi. Se così non fosse l’euro entrerebbe probabilmente in una crisi irreversibile e difficilmente la Corte tedesca vorrebbe intitolarsene la paternità. Ma il fatto stesso che quel procedimento sia iniziato la dice lunga sullo stato di salute (pessimo) dell’Europa.

Ne avremo quasi certamente un’ulteriore dimostrazione l’anno prossimo, al momento delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Ci si aspetta, per quella occasione, una valanga di voti ai tanti movimenti antieuropei che si agitano in tutta l’Unione. Il genio «nazionalista » (antieuropeo) è uscito dalla lampada e sarà difficile imprigionarlo di nuovo. A meno di un miracolo, a meno che, nel frattempo, l’Europa sperimenti una forte ripresa economica, della quale però non si vedono le condizioni.

Per oltre cinquanta anni (almeno fino al referendum francese del 2005 che disse no al trattato costituzionale) il processo di integrazione europea si era retto su, ed era stato alimentato da, la fiducia reciproca fra i partner. C’era sempre chi voleva accelerare e chi frenava, si confrontavano sempre interpretazioni e aspirazioni più federaliste e interpretazioni e aspirazioni più stataliste, in difesa della sovranità nazionale (Francia). Ma nessuno dubitava del fatto che l’integrazione europea fosse comunque un «gioco a somma positiva », in cui tutti avevano qualcosa da guadagnare.

Adesso non è più così. La fiducia è in larga misura svanita, oggi l’Europa è vista da tanti come un «gioco a somma zero » (qualcuno guadagna e qualcuno perde). Non importa che sia vero o no. Importa che tanti lo credano. Come si ricostituisce la fiducia? Come si rimette il genio nazionalista dentro la lampada? Nessuno lo sa.

Certo è che mentre un tempo l’Europa era una faccenda di cui si occupavano solo le élites (le opinioni pubbliche praticavano il silenzio/assenso, accettavano l’Europa senza fiatare perché ne traevano benefici), ora il gioco è radicalmente cambiato, ora le opinioni pubbliche sono diventate parte integrante, e attiva, attivissima, del processo. E le élites devono tenerne conto. Per mesi e mesi ci siamo sentiti dire che, per affrontare i nodi più gravi, occorreva aspettare le elezioni politiche in Germania (settembre 2013). Perché solo dopo le elezioni, la Merkel (o il suo avversario socialdemocratico se dovesse vincerle) avrà i margini di manovra sufficienti per allentare il rigore, per ridare all’Europa del Sud la possibilità di praticare politiche di sviluppo.

Ma dove sta scritto? Perché mai ciò dovrebbe accadere? Perché la Merkel, o chi per lei, dovrebbe essere disposta, una volta riconfermata nel ruolo di Cancelliere, a sfidare l’impopolarità, a entrare in conflitto con il nazionalismo economico che permea tanta parte dell’opinione pubblica tedesca? La fine della fiducia significa questo: i tedeschi (l’opinione pubblica tedesca) non vogliono che i «loro soldi » servano per togliere dai guai gli spendaccioni europei mediterranei. Gli europei del Sud, a loro volta, ce l’hanno a morte con una Germania che, secondo loro, li strangola, pur ottenendo dall’euro i maggiori vantaggi. E il bello, o il brutto, è che tutti hanno un po’ di ragione.

Occorrerebbe un piano B. Ma nessuno ce l’ha. L’Italia e altri Paesi potrebbero minacciare l’uscita dall’euro? Ma le minacce che non possono essere attuate (per eccesso di costi, anche politici) sono, per definizione, poco credibili. Battere i pugni sul tavolo è giusto, cercare di formare in Europa coalizioni per condizionare la Germania, pure. Ma è difficile che si possa fare di più. Tutto ciò che si può portare a casa in questo modo, in termini di allentamento dei vincoli che ci soffocano, sarà naturalmente benvenuto. Ma occorrerà giocare soprattutto su risorse interne, su riduzioni della spesa e dei vincoli burocratici, per ridare respiro all’economia. E bisognerà investire di più su autonomi rapporti esterni che consentano all’Italia di svolgere un ruolo strategico di Paese-cerniera, sul piano economico come su quello politico, fra le più vicine aree extraeuropee e il mondo occidentale.

Possiamo girarci intorno quanto vogliamo ma, pur con tutto il male che c’è da dire sugli spendaccioni europei del Sud, il nostro Paese in testa, l’epicentro della crisi europea risiede in Germania. Il Paese più forte dell’Europa non è interessato a svolgere un ruolo di leadership. Non credo ci sia, come invece molti credono, un perverso piano tedesco per dominare l’Europa provocando scientemente la deindustrializzazione dell’Italia e di altri Paesi. Più semplicemente, la Germania non intende assumersi, oltre agli onori, anche gli oneri della leadership.
Per questo suonano ingenui e un po’ patetici gli appelli alla unità politica europea. L’unificazione politica italiana e quella tedesca del XIX secolo avvennero perché Piemonte e Prussia scelsero di unire i due Paesi. La Germania non è oggi disposta a fare qualcosa di simile in Europa.


Sentenza a mezzo stampa del giudice anti Berlusconi
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 15 giugno 2013)

Milano – Se le novantasette pagine depositate in cancelleria non erano sufficienti a spiegare i motivi della condanna di Silvio Berlusconi per l’affare Unipol, il giudice Oscar Magi – presidente del tribunale che ha processato il Cavaliere – colma ieri la lacuna in modo inconsueto: cinquanta righe sul Corriere della sera, in cui spiega ai lettori perché sia stato giusto rifilare a Berlusconi un anno di carcere per la fuga di notizie sulla famosa conversazione tra Piero Fassino e Giovanni Consorte di Unipol, incautamente conclusa dall’allora segretario dei Ds con il trionfale «Abbiamo una banca! ».

Non è frequente che un giudice illustri a mezzo stampa le ragioni di una sua sentenza, fresca di computer e ancora soggetta al giudizio d’appello. Il problema è che, sabato scorso, sulle pagine del Corriere era accaduto un fatto imprevisto: un attacco frontale ai giudici del caso Unipol firmato da Piero Ostellino, ex direttore del quotidiano e oggi suo autorevole commentatore. Dopo avere letto gli articoli di vari giornali sulle motivazioni del caso Unipol, ed essendone rimasto piuttosto stupito, Ostellino si era procurato il testo integrale della sentenza, se l’era letto, e ne era uscito ancora più stupito. Così aveva steso un ampio articolo in cui scriveva pari pari: «Con la surreale sentenza, che piaccia o no, è nato un nuovo tipo di accusa, tutto ideologico ». E, «con un pizzico di ironia », Ostellino si chiedeva cosa sarebbe successo a lui, ai tempi in cui, corrispondente da Mosca, rivelava ai fedeli del comunismo le magagne dell’Unione Sovietica, se fosse stato giudicato col metro di giudizio del tribunale milanese.
Questa, infatti, era per Ostellino la parte più surreale della sentenza. Quella in cui gli stessi giudici definivano la frase di Fassino «Abbiamo una banca! » «significativa della capacita della sinistra di fare affari e mettersi a tavolino coi poteri forti, in aperto contrasto con la tradizione storica, se non di quel partito, quanto meno dell orientamento del suo elettorato ». Secondo Ostellino, la sentenza «lascerebbe intendere che la sinistra sarebbe fatta di mascalzoni sempre pronti a ingannare il prossimo » e i suoi elettori sarebbero «sprovveduti disposti a credere a qualsiasi balla ». Il Giornale ebbe la colpa di alzare il velo sugli affari dei vertici dei Ds. E il fatto che per questo i fratelli Berlusconi vengano condannati spinge Ostellino (e il Corriere, che seppur con qualche resistenza ne ha pubblicato il commento) a parlare di «sentenza surreale » e a evocare scenari sovietici.
La vicenda sembrava destinata a chiudersi così: una sentenza, un articolo che la critica. Ma Magi decide di reagire. Scrive una lettera al direttore del quotidiano, in cui controaccusa Ostellino: avanza il dubbio che non abbia letto la sentenza o ne abbia letto solo i pezzi utili alla sua tesi, lo accusa di avere comunque fatto «un uso per la verità molto spregiudicato di alcuni pezzetti della motivazione per costruire, lui sì, un’accusa ideologica e surreale ». Magi non nega (sarebbe impossibile) che nella sentenza ci sia quella frase sui comunisti creduloni, ma nemmeno ne spiega il senso. Spiega invece il perché della condanna: «Il contenuto della conversazione è del tutto irrilevante, mentre non lo è il movente che ha indotto Silvio Berlusconi a concorrere nella sua diffusione, vale a dire l’offuscamento di immagine che ne sarebbe derivato al Pd e all’allora suo segretario a sfruttare nella tornata elettorale ». La conversazione, conclude Magi, era segreta: «E divulgare notizie che avrebbero dovuto restare segrete è reato ».


Monti torna alla Bocconi
di Redazione
(da “Libero”, 15 giugno 2013)

Mario Monti ha riassunto da oggi le funzioni di presidente del consiglio di amministrazione dell’Università Bocconi, ponendo così termine al periodo di sospensione richiesto nel novembre 2011 a seguito della nomina a presidente del Consiglio dei Ministri. Lo rende noto un comunicato dell’ateneo milanese. Le funzioni di presidente della Bocconi durante il periodo di sospensione di Monti sono state svolte dal vicepresidente Luigi Guatri. “Sono molto grato al professor Guatri per avere accettato tale onere e per aver guidato la Bocconi in questo periodo con autorevolezza ed efficacia”, ha dichiarato il presidente Monti.

Il ritorno in Ateneo – “Nel novembre 2011, lasciando l’università per assumere la guida del governo in un momento particolarmente difficile per l’Italia e per l’Europa, dissi che non consideravo concluso il mio impegno in Bocconi e che, non appena le circostanze lo avrebbero consentito, sarei rientrato per completare il mandato conferitomi, così come all’intero Consiglio di Amministrazione, fino al 31 ottobre 2014. Sono lieto di poter realizzare questo programma e intendo contribuire – con il vice presidente Luigi Guatri, il rettore Andrea Sironi e il consigliere delegato Bruno Pavesi – a condurre la Bocconi a ulteriori affermazioni anche sul piano internazionale, a vantaggio dell’intero Paese, della sua competitività e della sua credibilità nel mondo”. Con la fine del periodo di sospensione, Mario Monti riassume anche le funzioni di consigliere di amministrazione dell’Istituto Javotte Bocconi Manca di Villahermosa – Associazione Amici della Bocconi.


La pericolosa linea del “perdere tempo”
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 15 giugno 2013)

Nessuno lo dice. A partire dai ministri a finire al Presidente del Consiglio, Enrico letta. Ma la linea scelta dal governo per superare le difficoltà del momento presente sembra essere solo quella del “perdere tempo”. Sulle riforme, da quella elettorale a quelle istituzionali, si è scelta la strada tortuosa ed inutile della commissione dei saggi affiancata da una consultazione popolare via web destinata a tradursi nella solita fiera delle vanità di chi ha scambiato internet nel confessionale tecnologico delle proprie nevrosi. Di questo tipo di riforme, dunque, se ne riparlerà non prima dell’autunno.

E solo per investire il Parlamento, che poi è l’unico titolato a discutere ed ad approvare i provvedimenti di riforma, della intricata questione. Stessa solfa per i provvedimenti economici. Chi aspetta qualche provvedimento urgente per evitare l’aumento dell’Iva e stabilire il riassetto definitivo della tassazione sulla casa è destinato a rimanere deluso. Il Ministro Zanonato ha annunciato che non ci sono soldi. E, di conseguenza, che la decisione di non aumentare l’Iva e annullare l’Imu sulla prima casa è rinviata a data da destinarsi. Questo significa che le risorse non impegnate su questi fronti potranno essere destinate al fronte della riduzione delle tasse alle imprese ed ai lavoratori? Niente affatto.

Se i soldi non ci sono per Imu e Iva non possono esserci neppure per gli sgravi sulle assunzioni. Ma poiché sbattere la verità in faccia a commercianti , consumatori e proprietari è politicamente corretto mentre non lo è avere la stessa brutale franchezza nei confronti dei sindacati, della Confindustria e dei partiti della sinistra, il governo ha annunciato che non ci saranno provvedimenti d’urgenza di sorta sul tema del lavoro perché prima bisognerà effettuare una doverosa consultazione con le forze sociali. Insomma, anche in questo caso , l’esecutivo di Enrico Letta ha scelto la linea del “ prendere tempo” . Fino a quando andrà avanti questa sorta di paralisi decisionale ? Nessuno dubita che si tratti di una scelta priva di alternative. E che il governo, se ci fossero le condizioni, non avrebbe difficoltà a non alzare l’Iva, ad eliminare l’Imu ed a varare la riduzione delle tasse per le imprese e per i lavoratori.

Ma un limite temporale allo stallo deve essere pur dato. Non tanto in nome di quella chiarezza e trasparenza che tutti invocano ma nessuno applica, quanto sulla base della considerazione che alla lunga il non fare porta automaticamente al tracollo della situazione sociale del paese e della stabilità del governo. Chi, all’interno dell’esecutivo, è convinto di poter contare su una sorta di scudo protettivo formato dall’emergenza, dal sostegno dell’Europa e dalla volontà di Giorgio Napolitano, compie un grave errore. Perché i fattori che garantiscono la tenuta dell’attuale esecutivo di larghe intese possono tenere finché le tensioni sociali che serpeggiano nel paese rimangono contenuti e nei limiti sostenibili. Ma se le tensioni esplodono lo scudo di emergenza (Europa e Quirinale) salta . E con esso salta il governo del “prendere tempo”.

È probabile, come molti sostengono, che per uscire dalla paralisi si debba attendere il risultato delle elezioni tedesche di settembre. Solo un allentamento della linea di estremo rigore portato avanti dal governo della Cancelliera Merkel potrebbe consentire ad Enrico Letta ed ai suoi ministri di incominciare ad operare concretamente per ridurre le tensioni. Perché, però, invece che inventare pretesti per prendere tempo e rinviare le decisioni, non dirlo apertamente? È certo che una “operazione chiarezza” in questo senso alimenterebbe le polemiche nei confronti non solo della Germania ma anche degli altri paesi rigoristi dell’Europa del Nord. Ma chi garantisce che tenere nascosta questa verità non impedisca la crescita e l’esplosione delle spinte antieuropee? E, soprattutto, se il problema è l’eccesso di rigore imposto da Berlino, perché non incidere in qualche modo sulle future scelte della Germania facendo sapere che di eccesso di rigore non rischiano di morire solo i paesi del Mediterraneo ma la stessa Unione Europea?


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Bart