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La costituente dei moderati

22 Ottobre 2012

Il presidente del senato Renato Schifani in una lettera indirizzata al direttore del “Corriere della Sera” auspica la formazione di una costituente dei moderati per riformare lo Stato. Riconosce che anche una legge buona ha difficoltà ad imporsi a causa della ruggine che invade i gangli delle nostre istituzioni. Dunque, i moderati si riuniscano in una costituente e approntino un progetto di riforma che metta al passo con i tempi il nostro Paese.

Direi che questa proposta dovrebbe essere diretta a tutte le forze politiche moderate o meno, in quanto è interesse di tutti che le leggi di uno Stato non solo siano ben fatte ma sortiscano il loro effetto. Tanto i moderati che i non moderati, una volta ottenuta dal popolo la legittimazione al governo del Paese, hanno tutto l’interesse, per realizzare il proprio progetto approvato dal responso elettorale, che lo Stato funzioni, e funzioni al meglio.

Ma un simile progetto, al di là delle buone intenzioni, può concretizzarsi in Italia?
Ne dubito fortissimamente. La ragione? Sta nella solita sconfortante analisi di una classe politica inadeguata e corrotta.

Se si pensi che la legislatura che sta per concludersi era nata con una maggioranza robusta ritenuta a prova di bomba e con un programma solido di riforma dello Stato, e che ha fatto la fine che tutti conosciamo, sarà difficile che si possano creare le condizioni perché un nuovo progetto di riforma, magari facile a disegnarsi, possa poi essere realizzato.

Questa è una delle lezioni che il governo Berlusconi ci ha lasciato in eredità. Ha dimostrato che con uno Stato siffatto niente può essere cambiato. La ruggine non solo ha corroso i gangli, ma si è cementata e ha compromesso il funzionamento della macchina.
Se a riformare lo Stato non ci è riuscita una maggioranza siffatta, che non aveva precedenti nella storia repubblicana, come è possibile far nascere una costituente che si ritrovi in un progetto di riforma comune?
Di questi tentativi in passato ne abbiamo avuti diversi, ma tutti sono falliti.

Dove sta il busillis?  Sta nel fatto che la classe politica attuale risente di una formazione stravecchia e non più attuale. Troppe scorie accompagnano i ragionamenti e gli obiettivi quantomeno dei leader politici, i quali non sono stati in grado (e non potrebbero esserlo) di liberarsi della loro formazione per lanciarsi verso la visione di uno Stato efficiente, libero da lacci e lacciuoli, capace di stare al passo con una modernità che non richiede indugi pena la vanificazione di ogni proposito.

I fenomeni Grillo e Renzi sono il frutto, magari ancora acerbo, di questa verità. La società avverte, forse ancora indistintamente, che non è a questa classe politica che si può affidare il nostro futuro. I guai che ci hanno portato al fallimento totale derivano dalle ragioni suesposte e non vi è rimedio se non cambiando radicalmente la classe politica.

I partiti se ne stanno accorgendo, ma i loro propositi di cambiamento non sono affidabili. Puzzano di opportunismo, di un mascheramento gattopardesco, di un bluff.
Si ha timore di un camuffamento che lascerà le redini del potere nelle stesse mani che ci hanno portato al fallimento.
Che fare?
Non c’è altra strada che quella di una tabula rasa per ricominciare tutto da capo. I rischi sono enormi, ma senza affrontare i rischi non è possibile migliorare questo Stato.

Faccio i due esempi che più mi stanno a cuore, i quali danno la misura di quanto i rapporti di fiducia tra i cittadini e le istituzioni siano compromessi.
Ai vertici di esse stanno due uomini che appaiono coinvolti in comportamenti assai chiacchierati, e che insistono a non fare chiarezza, lasciando che le cariche che ricoprono pro tempore siano assediate da dubbi e sospetti.

Delle misteriose conversazioni telefoniche tra Mancino e Napolitano ho già parlato a lungo, e ho detto come la penso, ossia che il loro contenuto non può essere dissimile da quello intercettato tra Mancino e D’Ambrosio, e dunque probabilmente assai compromettente (“scottante”) per il capo dello Stato, e ciò necessiterebbe di un intervento chiarificatore da parte di quest’ultimo che invece manca del tutto, anzi la richiesta avanzata dal quirinale alla consulta è quella di distruggere i nastri prima che qualcuno ne apprenda il contenuto. È un comportamento che, a mio avviso, manca della trasparenza necessaria.

E poi c’è il caso della terza carica dello Stato. Oggi abbiamo il presidente della camera Gianfranco Fini esplicitamente accusato con una lettera pubblica da un dirigente in pensione della Rai, Guido Paglia, di avere raccomandato (e con successo, dopo le iniziali difficoltà) per un lavoro presso la televisione pubblica il cognato Giancarlo Tulliani. Non solo, ma abbiamo anche scoperto che la sua compagna Elisabetta Tulliani costituì insieme al fratello una società off-shore il cui rappresentante era quel James Walfenzao che poi acquistò come fiduciario di un’altra off-shore la casa di Montecarlo.

Un presidente della camera, lambito da queste accuse provate (non c’è stata smentita in nessuno dei due casi) dovrebbe immediatamente dare le dimissioni, per non offuscare il prestigio della carica che ricopre pro tempore. Invece non solo non lo fa, ma da un articolo di Ugo Magri abbiano perfino appreso (anche qui non c’è stata smentita) che Napolitano ha sconsigliato a Fini le dimissioni con il pretesto che ci troviamo a vivere un momento delicato.
Vi sembra una giustificazione gratificante per le istituzioni?

A me no. Ripeto: qui non si tratta del bunga bunga berlusconiano (dare scandalo a causa delle donne ha accomunato tanti uomini di Stato dai Kennedy a Mitterand, a Churcill, e come non ricordare le liti tra le due donne di Hollande all’inizio del suo mandato presidenziale?), ma si tratta di mantenere o meno al suo posto un personaggio che si è permesso di far ottenere al cognato  un lavoro alla Rai  sfruttando il potere che gli deriva dalla sua carica. A parte i guai familiari, questa sarebbe una ragione più che sufficiente (ove provata, come sembra) affinché il capo dello Stato intervenisse a sollecitarne le dimissioni. Invece si comporta come ne spalleggiasse la resistenza. E il brutto è che nessun serio tentativo per ottenere le sue dimissioni viene mosso dai partiti. Dopo qualche strillo iniziale ora regnano il silenzio e l’assuefazione.

Si può sperare in una riforma dello Stato con una simile classe politica?
Si può accogliere la proposta del presidente del senato di fondare una costituente con l’attuale classe politica?
Forse nemmeno Gesù Cristo riuscirebbe a redimerla.

I cittadini non credono più nei loro attuali rappresentanti. Vogliono un radicale rinnovamento.
La risposta al presidente del senato, insomma, i cittadini l’hanno già data, incoraggiando i movimenti protestatari di Grillo e di Renzi.
Più chiari di così…


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Bart