di Giuliano Gramigna
[da “La fiera letteraria”, numero 9, giovedì, 29 febbraio 1968]

HEINRICH Bí–LL
Dov’eri, Adamo?
Bompiani, pagine 215, lire 1500.

La formula herderiana «lette ­ratura come storiografia », ripre ­sa da Hans Magnus Enzensberger in un saggio famoso, è abba ­stanza generica da comprendere se stessa e il suo contrario (o la sua critica) : comunque funziona bene come modulo di lettura per la narrativa tedesca del dopo ­guerra fino ai nostri giorni. Tale letteratura intesa come unica au ­tentica storia restituita attraver ­so il particolare non tanto simbo ­lico quanto mimetico, il « verisi ­mile » parcellare concreto contro il « vero » astratto generalizzante, ha avuto diversi momenti, così che vi possono rientrare Böll e Schmidt, Weiss e Kluge. Questa volontà o meglio esigenza di scri ­vere la storia con segni letterari, con la fabula, rileva lo stesso Enzensberger, ebbe agli inizi una « fase di intervento ingenuo, a ogni costo. Per lo più i nuovi scrittori dei tardi Anni Quaranta e dei primi Anni Cinquanta ten ­tarono di porsi davanti all’acca ­duto in modo ancora diretto e frontale ».

La situazione qui rozzamente abbozzata può servire per situare e leggere meglio proprio Dov’eri, Adamo? di Böll, uscito nel ’51. appartenente dunque agli inizi della carriera letteraria dello scrittore (il primo libro era stato, nel ’49, II treno era in orario, nel ’50 Viandante, se giungi a Spa…, nel ’53 e oltre E non disse nem ­meno una parola, Casa senza cu ­stode, Il pane dei verdi anni, Bi ­liardo alle nove e mezzo, Opinio ­ni di un clown, Racconti umori ­stici e satirici, tutti conosciuti an ­che in Italia): ed è abbastanza chiaro che qui l’attacco « storio ­grafico » alla guerra appena con ­clusa e ai suoi orrori, al suo siste ­ma (un’epigrafe di Dov’eri, Ada ­mo? », ricavata da Sainte-Exupery dice: « La guerra è una malat ­tia ») ha quel carattere « ingenuo e frontale » di cui si diceva, e an ­cora trascura una considerazione critica dei mezzi del proprio at ­tuarsi, insomma una riflessione estetica. Enzensberger parla ad ­dirittura di « scrivere in brutta copia », sia pure con l’attenuazio ­ne « è una cosa che perfino li ono ­ra » e il svio riferimento è diret ­tamente a Dov’eri Adamo? Un giudizio così drastico, accettabile in linea teorica, andrà tuttavia circostanziato e limitato.

Un esame di come è costruito Dov’eri, Adamo? non sarà un omaggio obbligativo a una moda critica ma servirà a mettere in luce la parte di originalità nell’impiego di uno schema abba ­stanza noto. Il romanzo risulta composto da nove momenti,, cia ­scuno isolante un luogo, una si ­tuazione e una porzione della fol ­la senza volto (anche se ha un nome) della guerra: procedimen ­to che potrebbe richiamare a mo ­delli piuttosto vecchi degli Anni Venti e Trenta, da Doeblin a Dos Passos. I luoghi deputati sono successivamente una città centro- europea prossima al fronte orien ­tale (capitolo I), un ospedale mi ­litare (II e III), un paese unghe ­rese (IV), un campo di sterminio (VII), le immediate vicinanze di un ponte investito dall’armata rossa (VIII), un centro tedesco lungo la linea di separazione fra americani e tedeschi (IX) ecc.

Il filo più evidente che cuce i diversi momenti e luoghi in una unità ideale parrebbe dato dal personaggio del soldato Feinhals, già architetto che partecipa a tut ­te le varie scene (salvi i capitoli IV e VII) e finisce, con amaro simbolismo, ucciso dalle cannona ­te cieche dei suoi commilitoni proprio sulla porta di casa, sotto una grande bandiera bianca: ma in realtà c’è un rapporto molto più sottile e calcolato che deter ­mina l’incastro e il movimento successivo dei vari capitoli. In generale ognuno dei nove mo ­menti ha un personaggio secon ­dario che però serve di legame e di rilancio rispetto a un capitolo successivo : per esempio il capita ­no Bauer fra il primo e il terzo capitolo, il colonnello Bressen fra il primo e il secondo, il dottor Greck fra il terzo, il quarto, il se ­sto ecc.

Non sono rilievi oziosi: assu ­mendo uno schema, Böll l’ha ani ­mato in modo proprio: nella mas ­sa grigia delle vittime livellate dai « signori della guerra », quei richiami, quelle ricomparse di un nome, di un viso non segnano tanto l’affermarsi di un personag ­gio ma si configurano come i bri ­vidi che percorrono una colonia di protozoi: la nuova « storio ­grafia » non è più quella degli eroi ma dei « muratori della Grande Muraglia », per dirla con Brecht. Così è significativo il modo di procedere del primo ca ­pitolo, il più bello, e a suo modo un esempio perfetto. L’artificio della ripetizione riduttiva ( « Tut ­ti i trecentotrentatre uomini per tre… », « Marciarono poi centoun ­dici per tre… », « Adesso erano ri ­masti trentacinque per tre… », « Dei mille uomini ne era rimasto uno solo ») restituisce meglio di ogni sfogo o invettiva la tetra fol ­lia di ogni fatto bellico, come la lugubre estraneità di oggetti livi ­di, piovuti da un altro mondo, che assumono i volti, le case, il sole stesso, il cielo.

Si pensi a tutto l’episodio del ­l’incontro e del fulmineo idillio fra Feinhals e Ilona, al massacro di Ilona da parte del folle coman ­dante del campo di sterminio, con l’accompagnamento delle lita ­nie di Ognissanti (qui si scopre un certo cattolicesimo a facile effetto di Böll). Allora si arriva perfino alla banalità psicologica:

« La lancetta sul quadrante avan ­zava lentamente se sì stava a os ­servarla, se invece l’occhio si di ­stoglieva un attimo sembrava che desse un balzo..: ».

In conclusione: in questo Do ­v’eri, Adamo?, che risente un po’ del tempo in cui nacque, i punti resistenti, i punti di efficacia sono puntualmente quelli nei quali, ol ­tre l’impegno morale, l’autore ha avuto una viva coscienza dei mezzi che usava e del modo d’impiegarli; mentre la debolezza o banalità formale non è che la spia proprio di una debolezza o banalità emotiva e ideologica.

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