L’Unione ritrovi lo spirito dei padri fondatori
di Carlo Azeglio Ciampi
(da “Il Sole 24 Ore”, 16 giugno 2012)
Nel momento in cui l’edi ficio europeo mostra crepe così profonde da metterne a repentaglio la sta bilità, mi espongo volentieri al la critica di avanzare argomen ti altre volte spesi. Per le brevi riflessioni che seguono avver to, infatti, la necessità di muo vere riandando alle scaturigi ni del processo di unificazio ne europea. In quei pressi vi è anche la fonte cui ho attinto la fede europeista, abbraccia ta negli anni giovanili, prati cata con convinzione cre scente, e con crescente cogni zione di causa, via via che au mentavano le responsabilità istituzionali delle quali sono stato investito.
Dieci anni or sono, in occa sione del conferimento del pre mio Carlo Magno all’euro, vol li sintetizzare le motivazioni ideali del mio impegno per la costituzione dell’Unione euro pea, di cui la moneta unica rap presentava una pietra miliare.
Parlai allora di «una generazione nata all’indomani della Prima Guerra Mon diale; una generazione che nel pieno della giovinezza è stata stravolta dalla Se conda guerra mondiale; una generazione che ha provato, sulla propria carne, l’insen satezza di contrapporre con le armi in pu gno giovani contro giovani; di distruggere il patrimonio di una comune cultura millena ria; di annullare risorse reali e spirituali che, con l’esaltazione della vita e dei suoi valori, potevano essere fonte di benessere per tutti i popoli dell’Europa e per l’intero mondo ».
Quelle motivazioni, rivestite di nuovi si gnificati, si rafforzarono nel secondo dopo guerra, allorché l’Europa, divisa da contrap posizioni ideologiche e dallo spirito di con tesa delle due superpotenze vincitrici, dove va trovare una risposta efficace alla minac cia della distruzione atomica.
La realizzazione dell’Unione europea è un processo strutturalmente non lineare – caratterizzato da una alternanza di accelera zioni e di fasi stallo – perché esso va a incide re su Stati e su popolazioni che vantano una lunga storia, ricca di cultura e di tradizioni consolidate, con ordinamenti e istituzioni profondamente diversi.
La costituzione della moneta unica e del la sua Banca centrale ha impresso al proces so unitario un’indubbia accelerazione, an che in risposta al fenomeno della globalizza zione dei mercati e all’affacciarsi sulla sce na mondiale di nuove e importanti econo mie – quelle della Cina, dell’India, del Brasi le – con popolazioni che sono multipli rile vanti di quella del Continente europeo. Si tratta di economie la cui capacità di produ zione, avvalendosi della più avanzata tecno logia, può rendere marginale quella di Paesi di antica tradizione industriale.
Gli uomini di governo e i tecnici che si im pegnarono nella realizzazione del progetto della moneta unica non ignoravano le riser ve di coloro che ritenevano la tenuta dell’eu ro soggetta alle insidie delle differenze tra i Paesi aderenti; di chi temeva che i più debo li tra questi sarebbero stati schiacciati dai più forti; di chi paventava il contagio dell’in stabilità dalle economie più fragili a quelle più robuste. Essi erano ben consapevoli che il sistema avrebbe retto a condizione che la sua architettura fosse integrata, nel breve termine, dal governo unitario dell’economia, con le implicazioni e le scelte istituzio nali che questo richiede: un bilancio comu ne, una Banca centrale dotata di tutti i poteri e le prerogative proprie di tali organismi.
In altri termini, dopo la rinuncia a quella monetaria altri considerevoli pezzi di so vranità nazionale dovevano essere ceduti dagli Stati membri dell’Unione. I gover nanti dei principali Paesi non trascuraro no di mettere in conto che – dopo quello della moneta unica – il perseguimento dell’obiettivo finale avrebbe richiesto di porre mano all’assetto istituzionale dell’Unione. L’Europa paga il conto di non avere una Costituzione che fissi i principi ispiratori dell’Unione e le regole di gover no; di non avere organi di governo e legisla tivi effettivamente rappresentativi della volontà dei popoli e degli Stati membri.
Non è questo il momento di rivangare gli errori compiuti, di recriminare sulle oc casioni mancate, di sottolineare le difficol tà incontrate, di cui pure è opportuno non sottovalutare ragioni e rilevanza. Questo è piuttosto il momento di guardare al di là di tutto ciò, senza sentirsi zavorrati dal passato e di andare avanti con realismo, ma an che con la volontà e la passione di chi sa di inseguire un traguardo ambito, necessita to dalla Storia. Quello che, all’indomani del la Secondo conflitto mondiale, vide impe gnati a tracciarne il percorso un gruppo di statisti europei – i Padri fondatori dell’Unione – i quali seppero coniugare con spirito libero e innovativo interessi dei rispettivi Paesi con quelli dell’Europa nel suo insieme, in modo da assicurarle pace e prosperità, laddove sino a poco prima essa era stata teatro di conflitti tragici.
La scelta della moneta comune
Per avanzare in quel percorso, nella secon da metà degli anni ottanta del secolo scor so, fu concepito il disegno di una moneta unica per l’Europa. La decisione di procede re sulla strada dell’unificazione monetaria fu squisitamente politica; non fu decisione di banchieri. Ho ricordato altrove l’incon tro avuto, da Presidente del Consiglio, con il Cancelliere Kohl, nel corso del quale con venimmo entrambi che anche solo un rin vio del Trattato di Maastricht sarebbe stato non una semplice battuta d’arresto nel pro cesso di unificazione dell’Europa; ne avreb be segnato l’avvio del fallimento, con il ri schio di risvegliare tentazioni nazionaliste e con esse gli spettri degli anni trenta.
Non ci sbagliavamo. Gli effetti della glo balizzazione, la crisi economica hanno su scitato in molti paesi europei, anche in quel li di più robusta tradizione democratica, spinte alla formazione o al rafforzamento di movimenti le cui basi ideologiche richiama no tristemente esperienze che ritenevamo sepolte per sempre. Non siamo, dunque, im memori delle conseguenze drammatiche che siffatti movimenti ebbero per Paesi, co munità, individui, non solo sul piano del be nessere materiale, ma per la pace, per la li bertà, per la dignità.
È questa memoria, innanzitutto, che im pone di non desistere dal fare ogni possibi le sforzo per dare risposte convincenti ai problemi pur gravi del presente. Risposte in grado di rimediare a errori e insufficien ze del passato e di porre premesse solide per progredire nella direzione che sappia mo essere la sola per la salvezza del Vec chio Continente e del suo immenso patri monio di civiltà, dei Paesi che lo compon gono, dei popoli che lo abitano: l’unione politica dell’Europa.
La “lezione degli Stati Uniti”
In questo momento appaiono esasperate – persino incolmabili – le differenze che sepa rano la periferia dal centro dell’Europa; dif ferenze che sembrano dar ragione dello scetticismo di alcuni – fra questi non pochi economisti e opinionisti accreditati – sulla fattibilità di una Europa unita. Un sentimen to, lo scetticismo, quasi mai estraneo alle re alizzazioni ardite, forse per un difetto di “vi sta” o forse di coraggio. Altiero Spinelli, in un convegno nel lontano 1957, ne segnalava esempi illustri nella diffidenza dell’econo mista Josiah Tucker e nel dubbioso interro garsi dell’incaricato di Francia in America, Louis Guillaume Otto, entrambi assai poco convinti delle possibilità di riuscita della giovane America. Il primo nel 1786 afferma va: «Quanto alla futura grandezza dell’Ame rica e dell’idea che essa possa mai diventare un possente impero sotto una testa, sia mo narchica o repubblicana, questa è una delle utopie più folli e più visionarie che siano mai state immaginate da scrittori di roman zi. Le antipatie reciproche e gli interessi op posti degli Americani, le loro differenze di governi, di abitudini e di costumi provano che non avranno alcun centro di unione o di interesse comune. Mai potranno essere uni ti in un impero compatto sotto qualsiasi for ma di governo: gente disunita fino alla fine dei tempi, pieni di sospetti e diffidenze de gli uni verso gli altri, saranno divisi e suddi visi in piccole comunità o principati, secon do le loro frontiere naturali, i grandi golfi e i vasti fiumi, i laghi e le catene di montagne ». Quanto al diplomatico francese, egli scrive va al suo governo: «Gli Stati si lasceranno spogliare di parte della loro sovranità?… La loro politica ispira loro reciprocamente av versione e gelosia…questi repubblicani non hanno più Filippo alle porte! ».
La questione europea va ricondotta nel suo alveo naturale che, come ha ricordato qualche giorno fa dalle colonne di questo giornale Helmut Schimdt con chiarezza e franchezza, è quello politico. Politiche sono infatti, scrive Schmidt, le motivazioni sotto stanti al progetto dell’Unione. Mostrando realismo, senso della storia e capacità di af frontare il nuovo, le sue considerazioni ri mandano a quelle dei Padri fondatori, Adenauer, Monnet, Schuman, Spaak, De Gasperi, i quali convennero sull’esigenza di costi tuire una comunità di Stati europei per scon giurare il ripetersi di distruzioni catastrofi- che, ma anche per inserire (nell’articolo ri cordato Schimdt non teme di ricorrere al termine imbrigliamento) la Germania in una unione e impedire il ripetersi di avven ture egemoniche.
È il rischio di una egemonia – osserva an cora Schimdt – che sollevò più di una per plessità in Gran Bretagna, Francia e Italia sulla riunificazione tedesca; perplessità superate grazie all’impegno assunto da Mitterrand e da Kohl di associare alla riuni ficazione una ulteriore, più stretta forma di integrazione europea così da costituire un contrappeso al nuovo assetto che si sa rebbe configurato.
La questione trattata da Schimdt è stata e rimane fondamentale per la realizzazio ne dell’Unione europea. Oggi ad essa si ag giunge quella del futuro economico dell’Europa, area tra le più ricche e svilup pate del mondo, la cui integrazione è ne cessaria per conservare i livelli di prosperi tà raggiunti; per reggere il confronto con altre grandi economie, alcune delle quali giovani e agguerrite.
E’, dunque, riduttivo trattare le questioni dell’euro e dell’Unione europea circoscri vendole alle modalità operative della Bce, al cosiddetto “Fondo salva Stati” o al coordi namento delle politiche di bilancio dei paesi membri. L’euro è in primo luogo un pro blema di politica internazionale. Occorre chiarezza circa la volontà dei principali Pae si dell’Unione di pervenire a un assetto in cui trovi soluzione la questione “centro te desco-periferia”, come ha sintetizzato su queste pagine l’ex Cancelliere tedesco.
Recuperare lo spirito delle origini
La sintonia che avverto con le posizioni dell’anziano Cancelliere nasce oltre che da antica stima, forse anche dalla comune con dizione anagrafica. Una condizione che in sieme con l’apprensione con cui guardo al presente e al suo possibile evolversi mi in duce a fare appello a coloro che oggi posso no decidere delle sorti dell’Europa perché, pur nella diversità dei tempi e delle situa zioni, si rivestano dello spirito, tutt’altro che utopico o visionario, ma totus politicus, che animò convinzioni, scelte, azioni di una classe di governo europea che sessant’anni or sono ritenne di inscrivere inte ressi nazionali all’interno di un più ampio e coraggioso disegno. Essi avevano contezza della condizione dei rispettivi Paesi, stre mati, non meno dei colossali sforzi e delle enormi risorse da mettere in campo per la ricostruzione. Ciò non ne rendeva angusta la visione; semmai ne acuiva la vista nella messa a fuoco della realtà, nella valutazio ne della posta in gioco che rendevano ine luttabile ragionare in termini di “noi”.
Il noi era l’Europa; non Francia, Germa nia, Italia.
Ecco allora Schuman affermare che «do po il crollo del terzo Reich è giunta l’occa sione per aiutare la Germania vinta e pro strata, ad uscire dal proprio isolamento, di tenderle la mano amichevolmente facendo le un posto tra i Paesi europei ». E osservare che «non ci sarà pace in Europa se gli Stati verranno ricostruiti sulla base della sovra nità nazionale, con tutto ciò che questo comporta di politica, di prestigio e di prote zione economica. I Paesi europei sono trop po piccoli per assicurare ai loro popoli la prosperità che le condizioni moderne ren dono possibile e necessaria. Il benessere e gli sviluppi sociali indispensabili non si rag giungeranno a meno che gli Stati dell’Euro pa non si costituiranno in una federazione o in una entità europea che ne faccia una en tità economica comune ».
È la medesima consapevolezza maturata da Adenauer fin dal primo dopoguerra cir ca la necessità che la Germania dovesse ar monizzarsi con il resto dell’Europa, anche a scapito dei suoi propri interessi. Egli com prendeva il bisogno di sicurezze della Francia. Anche se a proposito del Trattato di Versailles aveva osservato che «nella storia europea medioevale e moderna non c’è nes sun documento così oltraggioso verso i di ritti fondamentali, umani e cristiani, come questo diktat di Versailles ».
Proprio per superare l’inimicizia eredita ta dal passato, auspicava una collaborazio ne organica dell’industria pesante tedesca con quella franco-belga. Ricercò anche una possibile unione economica che propizias se la pace tra i due paesi. Nel maggio del 1950 quando Schuman lo informa del pro getto che l’anno successivo avrebbe porta to alla costituzione della CECA, Adenauer annota nelle sue memorie: «Mi comunica va che lo scopo della sua proposta non era economico ma eminentemente politico… Il Piano Schuman corrispondeva in pieno al le mie idee… Non avevamo il dovere, noi che nel passato ci eravamo resi responsabi li di gravi colpe con la guerra, di consacrare tutte le nostre forze spirituali, morali ed eco nomiche, alla creazione di un’Europa che potesse diventare elemento di pace? ». Nel 1954 arriva a dichiarare all’allora Primo mi nistro francese Mendès-France di antepor re l’unità dell’Europa alla riunificazione del la Germania, a condizione che la nuova enti tà avesse una connotazione fortemente an corata agli ideali e allo spirito delle demo crazie occidentali.
Il dovere di fare presto
Se permangono le ragioni di fondo per l’Unione europea; se esiste la volontà politi ca di portare a compimento questo proget to che, ripeto, è ambizioso e innovativo, ma anche necessario affinché l’Europa possa continuare a essere un’area di pace, di stabi lità, di prosperità, di progresso, ebbene gli uomini e le donne cui oggi sono affidate le sorti dell’Unione hanno il dovere di lavora re per introdurre tempestivamente gli ele menti istituzionali e operativi che consenta no di superare l’attuale situazione di crisi economica, di difficoltà sociale e politica.
Crescita, rigore e governance sono i tre temi su cui da mesi i governanti europei di scutono. I Paesi con economie più solide pongono l’enfasi sul rigore; quelli economi camente più deboli chiedono un sostegno consistente alla crescita; tutti sono sospetto si sulla governance, temendo di vedere sa crificati interessi nazionali. I tre aspetti si in tersecano, fino a intrecciarsi e l’uno raffor za l’altro. È necessario che i governanti li af frontino con vista lunga, nella consapevo lezza che la prosperità dei singoli paesi trae beneficio e si accresce se avviene in un con testo in cui il benessere è diffuso e le tensio ni sociali e politiche sono sostenibili.
Alla fine della seconda guerra mondia le, gli Stati Uniti contribuirono in modo so stanziale alla ripresa economica dei paesi dell’Europa, dei vincitori come degli scon fitti. Erano coscienti che la rinascita eco nomica europea non solo avrebbe sostenu to e ampliato la loro attività e la loro sfera di influenza, ma si sarebbe anche creata al di qua e al di là dell’Atlantico una comuni tà di Stati coesa, legata da interessi comu ni. I Paesi dell’Europa occidentale hanno goduto di uno dei periodi più lunghi di pace e di prosperità; sono stati assicurati lo ro libertà, progresso sociale, politico e cul turale in misura sconosciuta nel passato. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto quei Paesi dell’Europa al loro fianco nella lun ga fase della guerra fredda.
Se la Storia è anche magistra vitae, allora quando in una comunità di Stati si instaura una corrente intensa e costante di scambi, non solo commerciali, ma anche di idee, di culture, i paesi più dinamici, più “virtuosi” finiscono col costituire per tutti gli altri un punto di riferimento. A essi si guarda per i risultati che sono in grado di conseguire; per i contributi che sanno offrire. Con i loro stili di governo, con le loro prassi e le loro modalità organizzative e operative rappre sentano un modello con cui confrontarsi e alla lunga emulare.
Il superamento della crisi che ha aggredi to in modo particolare l’Europa, mettendo in dubbio la sopravvivenza dell’Unione, po trà avvenire in tempi brevi e a costi minori se i governanti dei Paesi europei procede ranno con determinazione e tempestività a definire nuovi assetti costituzionali, istitu zionali e operativi dell’Unione, onde con sentirle di agire con efficacia in uno scena rio mondiale complesso, ma ricco di oppor tunità. Occorre che i responsabili dei gover ni affrontino questa fase di cambiamento con lo spirito e il coraggio con cui i fondato ri della Comunità europea decisero di ac cantonare contrasti secolari, tentazioni ege moniche, atteggiamenti di irriducibile in transigenza, perché volevano un’Europa pacificata, libera, solidale. Ritrovare quello spirito è necessario per conservare all’Euro pa un ruolo di primo piano. Spetta ai gover nanti di dare alle nuove generazioni speran ze di un futuro che possa lasciarsi alle spalle l’angoscia di questi anni tormentati.
Occorre allora che i responsabili dei go verni trovino il passo giusto per muoversi e procedere con saggia speditezza; consape voli della responsabilità che si assumono di fronte alla Storia e perché non abbia a suo nare per loro la riprovazione evangelica : «Dicono e non fanno. Legano fardelli pesan ti e difficili da portare e li pongono sulle spal le della gente, ma essi non vogliono muover li neanche con un dito (Mt. 23,1-12) ».
La debolezza della Germania
di Massimo D’Antoni
(da “L’unità”, 15 giugno 2012)
Angela Merkel ci ricorda che la forza della Germania non è infinita. Affermazione vera, ma anche rivelatrice di una visione non corretta del problema. Immaginare la crisi europea come la somma di tante crisi nazionali, la cui soluzione richiederebbe accesso alla cassaforte tedesca, significa infatti non comprendere la vera natura del problema. Per affrontare adeguatamente la crisi occorre innanzitutto riconoscerne la natura europea, e abbandonare una certa visione che contrappone buoni e cattivi, forti e deboli.
La crisi è europea innanzitutto perché l’architettura dell’unione monetaria è una delle ragioni per cui si fatica a trovare una soluzione tramite cure nazionali. Se fino al 2008 l’unione monetaria poteva apparire un geniale compromesso, capace di garantire la certezza nei rapporti commerciali e la mobilità (soprattutto dei capitali) senza una rinuncia a politiche fiscali e sistemi bancari nazionali, la crisi ha messo in luce la debolezza di tale costruzione. Di fronte alla crisi di fiducia, i singoli Stati dell’unione si trovano privi degli strumenti di cui dispone uno Stato dotato della propria moneta e al tempo stesso di quelli di cui potrebbero disporre se fossero parte di una vera federazione. Se i capitali fuggono dal Regno Unito si determina un automatico deprezzamento della valuta che ristabilisce condizioni di competitività, e la possibilità teorica della banca centrale britannica di stampare moneta rappresenta una formidabile garanzia rispetto al rischio di rifinanziamento del debito pubblico. È per questo che il Regno Unito gode di condizioni di credito vicine a quelle tedesche pur avendo condizioni di finanza pubblica peggiori di quelle spagnole. Se una crisi colpisce la California, la presenza di un bilancio federale funge da ammortizzatore e la garanzia federale per le banche californiane frena la fuga di capitali dallo Stato. Gli Stati europei sono in una sorta di limbo, una situazione che può risolversi solo procedendo nell’integrazione oppure tornare bruscamente indietro (non solo rispetto alla moneta unica, ma a buona parte del processo di integrazione del dopoguerra). E se il ritorno alle monete nazionali ha dei costi che chi lo propone sottovaluta in modo drammatico, la prospettiva dell’integrazione incontra anch’essa enormi resistenze, soprattutto nei paesi del Nord Europa.
Vero è che un’unione fiscale e politica non è qualcosa che si può improvvisare nei tempi che sarebbero richiesti dalla soluzione della crisi. Ma nell’immediato basterebbe probabilmente qualcosa di molto più semplice: una chiara affermazione della volontà di far sopravvivere l’euro a qualunque costo, accompagnata da azioni conseguenti, irreversibili e decisive. Il dubbio degli investitori non riguarda più infatti tanto la tenuta delle finanze dei singoli Stati quanto la sopravvivenza dell’euro. Chi mette in salvo i propri capitali fuggendo dalle banche e dai titoli di Stato dei Paesi periferici sta assicurandosi rispetto alla possibilità che l’euro possa saltare. Che si ricorra agli eurobond o ad interventi della Bce è secondario rispetto alla necessità di dare un segnale adeguato.
Dire che tra i Paesi europei oggi manca la solidarietà è forse banale. Ma non si tratta di appellarsi a buoni sentimenti o altruismo. Allo scopo basterebbe la solidarietà che nasce dal riconoscimento dell’unione monetaria come contesto ricco certo di opportunità ma allo stesso tempo tale da esporre i singoli Paesi a rischi di fronte ai quali sono disarmati. Tutte le istituzioni di tipo mutualistico non sono in fondo che forme di socializzazione del rischio, che nascono dal riconoscimento del vantaggio che viene dal garantirsi assicurazione reciproca in modo solidale.
Dunque, alla signora Merkel e alla Germania dovremmo chiedere non tanto o non solo di mettere a disposizione la propria innegabile forza, quanto di ammettere, anche nei confronti dell’opinione pubblica tedesca, la propria non autosufficienza. Di riconoscere che c’è una debolezza europea che è anche debolezza tedesca, di renderla esplicita assumendosi parte del rischio comune. Ciò indebolirà la Germania? Probabilmente sì, ma in un certo senso è proprio qui il punto: finché non sarà chiaro che un ulteriore aggravarsi della crisi è un rischio enorme per tutti, Germania compresa, sarà razionale scommettere contro l’euro, e questo ci porterà sempre più vicini al punto di non ritorno.