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Due articoli

16 Giugno 2012

L’Unione ritrovi lo spirito dei padri fondatori
di Carlo Azeglio Ciampi
(da ‚ÄúIl Sole 24 Ore”, 16 giugno 2012)

Nel momento in cui l’edi ¬≠ficio europeo mostra crepe cos√¨ profonde da metterne a repentaglio la sta ¬≠bilit√†, mi espongo volentieri al ¬≠la critica di avanzare argomen ¬≠ti altre volte spesi. Per le brevi riflessioni che seguono avver ¬≠to, infatti, la necessit√† di muo ¬≠vere riandando alle scaturigi ¬≠ni del processo di unificazio ¬≠ne europea. In quei pressi vi √® anche la fonte cui ho attinto la fede europeista, abbraccia ¬≠ta negli anni giovanili, prati ¬≠cata con convinzione cre ¬≠scente, e con crescente cogni ¬≠zione di causa, via via che au ¬≠mentavano le responsabilit√† istituzionali delle quali sono stato investito.

Dieci anni or sono, in occa ¬≠sione del conferimento del pre ¬≠mio Carlo Magno all’euro, vol ¬≠li sintetizzare le motivazioni ideali del mio impegno per la costituzione dell’Unione euro ¬≠pea, di cui la moneta unica rap ¬≠presentava una pietra miliare.

Parlai allora di ¬ęuna generazione nata all’indomani della Prima Guerra Mon ¬≠diale; una generazione che nel pieno della giovinezza √® stata stravolta dalla Se ¬≠conda guerra mondiale; una generazione che ha provato, sulla propria carne, l’insen ¬≠satezza di contrapporre con le armi in pu ¬≠gno giovani contro giovani; di distruggere il patrimonio di una comune cultura millena ¬≠ria; di annullare risorse reali e spirituali che, con l’esaltazione della vita e dei suoi valori, potevano essere fonte di benessere per tutti i popoli dell’Europa e per l’intero mondo ¬Ľ.

Quelle motivazioni, rivestite di nuovi si ¬≠gnificati, si rafforzarono nel secondo dopo ¬≠guerra, allorch√© l’Europa, divisa da contrap ¬≠posizioni ideologiche e dallo spirito di con ¬≠tesa delle due superpotenze vincitrici, dove ¬≠va trovare una risposta efficace alla minac ¬≠cia della distruzione atomica.

La realizzazione dell’Unione europea √® un processo strutturalmente non lineare – caratterizzato da una alternanza di accelera ¬≠zioni e di fasi stallo – perch√© esso va a incide ¬≠re su Stati e su popolazioni che vantano una lunga storia, ricca di cultura e di tradizioni consolidate, con ordinamenti e istituzioni ¬†profondamente diversi.

La costituzione della moneta unica e del ¬≠la sua Banca centrale ha impresso al proces ¬≠so unitario un’indubbia accelerazione, an ¬≠che in risposta al fenomeno della globalizza ¬≠zione dei mercati e all’affacciarsi sulla sce ¬≠na mondiale di nuove e importanti econo ¬≠mie – quelle della Cina, dell’India, del Brasi ¬≠le – con popolazioni che sono multipli rile ¬≠vanti di quella del Continente europeo. Si tratta di economie la cui capacit√† di produ ¬≠zione, avvalendosi della pi√Ļ avanzata tecno ¬≠logia, pu√≤ rendere marginale quella di Paesi di antica tradizione industriale.

Gli uomini di governo e i tecnici che si im ¬≠pegnarono nella realizzazione del progetto della moneta unica non ignoravano le riser ¬≠ve di coloro che ritenevano la tenuta dell’eu ¬≠ro soggetta alle insidie delle differenze tra i Paesi aderenti; di chi temeva che i pi√Ļ debo ¬≠li tra questi sarebbero stati schiacciati dai pi√Ļ forti; di chi paventava il contagio dell’in stabilit√† dalle economie pi√Ļ fragili a quelle pi√Ļ robuste. Essi erano ben consapevoli che il sistema avrebbe retto a condizione che la sua architettura fosse integrata, nel breve termine, dal governo unitario dell’economia, con le implicazioni e le scelte istituzio ¬≠nali che questo richiede: un bilancio comu ¬≠ne, una Banca centrale dotata di tutti i poteri e le prerogative proprie di tali organismi.

In altri termini, dopo la rinuncia a quella monetaria altri considerevoli pezzi di so ¬≠vranit√† nazionale dovevano essere ceduti dagli Stati membri dell’Unione. I gover ¬≠nanti dei principali Paesi non trascuraro ¬≠no di mettere in conto che – dopo quello della moneta unica – il perseguimento dell’obiettivo finale avrebbe richiesto di porre mano all’assetto istituzionale dell’Unione. L’Europa paga il conto di non avere una Costituzione che fissi i principi ispiratori dell’Unione e le regole di gover ¬≠no; di non avere organi di governo e legisla ¬≠tivi effettivamente rappresentativi della volont√† dei popoli e degli Stati membri.

Non √® questo il momento di rivangare gli errori compiuti, di recriminare sulle oc ¬≠casioni mancate, di sottolineare le difficol ¬≠t√† incontrate, di cui pure √® opportuno non sottovalutare ragioni e rilevanza. Questo √® piuttosto il momento di guardare al di l√† di tutto ci√≤, senza sentirsi zavorrati dal passato e di andare avanti con realismo, ma an ¬≠che con la volont√† e la passione di chi sa di inseguire un traguardo ambito, necessita ¬≠to dalla Storia. Quello che, all’indomani del ¬≠la Secondo conflitto mondiale, vide impe ¬≠gnati a tracciarne il percorso un gruppo di statisti europei – i Padri fondatori dell’Unione – i quali seppero coniugare con spirito libero e innovativo interessi dei rispettivi Paesi con quelli dell’Europa nel suo insieme, in modo da assicurarle pace e prosperit√†, laddove sino a poco prima essa era stata teatro di conflitti tragici.

La scelta della moneta comune

Per avanzare in quel percorso, nella secon ¬≠da met√† degli anni ottanta del secolo scor ¬≠so, fu concepito il disegno di una moneta unica per l’Europa. La decisione di procede ¬≠re sulla strada dell’unificazione monetaria fu squisitamente politica; non fu decisione di banchieri. Ho ricordato altrove l’incon ¬≠tro avuto, da Presidente del Consiglio, con il Cancelliere Kohl, nel corso del quale con ¬≠venimmo entrambi che anche solo un rin ¬≠vio del Trattato di Maastricht sarebbe stato non una semplice battuta d’arresto nel pro ¬≠cesso di unificazione dell’Europa; ne avreb ¬≠be segnato l’avvio del fallimento, con il ri ¬≠schio di risvegliare tentazioni nazionaliste e con esse gli spettri degli anni trenta.

Non ci sbagliavamo. Gli effetti della glo ¬≠balizzazione, la crisi economica hanno su ¬≠scitato in molti paesi europei, anche in quel ¬≠li di pi√Ļ robusta tradizione democratica, spinte alla formazione o al rafforzamento di movimenti le cui basi ideologiche richiama ¬≠no tristemente esperienze che ritenevamo sepolte per sempre. Non siamo, dunque, im ¬≠memori delle conseguenze drammatiche che siffatti movimenti ebbero per Paesi, co ¬≠munit√†, individui, non solo sul piano del be ¬≠nessere materiale, ma per la pace, per la li ¬≠bert√†, per la dignit√†.

√ą questa memoria, innanzitutto, che im ¬≠pone di non desistere dal fare ogni possibi ¬≠le sforzo per dare risposte convincenti ai problemi pur gravi del presente. Risposte in grado di rimediare a errori e insufficien ¬≠ze del passato e di porre premesse solide per progredire nella direzione che sappia ¬≠mo essere la sola per la salvezza del Vec ¬≠chio Continente e del suo immenso patri ¬≠monio di civilt√†, dei Paesi che lo compon ¬≠gono, dei popoli che lo abitano: l’unione politica dell’Europa.

La ‚Äúlezione degli Stati Uniti”

In questo momento appaiono esasperate – persino incolmabili – le differenze che sepa ¬≠rano la periferia dal centro dell’Europa; dif ¬≠ferenze che sembrano dar ragione dello scetticismo di alcuni – fra questi non pochi economisti e opinionisti accreditati – sulla fattibilit√† di una Europa unita. Un sentimen ¬≠to, lo scetticismo, quasi mai estraneo alle re ¬≠alizzazioni ardite, forse per un difetto di “vi ¬≠sta” o forse di coraggio. Altiero Spinelli, in un convegno nel lontano 1957, ne segnalava esempi illustri nella diffidenza dell’econo ¬≠mista Josiah Tucker e nel dubbioso interro ¬≠garsi dell’incaricato di Francia in America, Louis Guillaume Otto, entrambi assai poco convinti delle possibilit√† di riuscita della giovane America. Il primo nel 1786 afferma ¬≠va: ¬ęQuanto alla futura grandezza dell’Ame ¬≠rica e dell’idea che essa possa mai diventare un possente impero sotto una testa, sia mo ¬≠narchica o repubblicana, questa √® una delle utopie pi√Ļ folli e pi√Ļ visionarie che siano mai state immaginate da scrittori di roman ¬≠zi. Le antipatie reciproche e gli interessi op ¬≠posti degli Americani, le loro differenze di governi, di abitudini e di costumi provano che non avranno alcun centro di unione o di interesse comune. Mai potranno essere uni ¬≠ti in un impero compatto sotto qualsiasi for ¬≠ma di governo: gente disunita fino alla fine dei tempi, pieni di sospetti e diffidenze de ¬≠gli uni verso gli altri, saranno divisi e suddi ¬≠visi in piccole comunit√† o principati, secon ¬≠do le loro frontiere naturali, i grandi golfi e i vasti fiumi, i laghi e le catene di montagne ¬Ľ. Quanto al diplomatico francese, egli scrive ¬≠va al suo governo: ¬ęGli Stati si lasceranno spogliare di parte della loro sovranit√†?… La loro politica ispira loro reciprocamente av ¬≠versione e gelosia…questi repubblicani non hanno pi√Ļ Filippo alle porte! ¬Ľ.

La questione europea va ricondotta nel suo alveo naturale che, come ha ricordato qualche giorno fa dalle colonne di questo giornale Helmut Schimdt con chiarezza e franchezza, √® quello politico. Politiche sono infatti, scrive Schmidt, le motivazioni sotto ¬≠stanti al progetto dell’Unione. Mostrando realismo, senso della storia e capacit√† di af ¬≠frontare il nuovo, le sue considerazioni ri ¬≠mandano a quelle dei Padri fondatori, Adenauer, Monnet, Schuman, Spaak, De Gasperi, i quali convennero sull’esigenza di costi ¬≠tuire una comunit√† di Stati europei per scon ¬≠giurare il ripetersi di distruzioni catastrofi- che, ma anche per inserire (nell’articolo ri ¬≠cordato Schimdt non teme di ricorrere al termine imbrigliamento) la Germania in una unione e impedire il ripetersi di avven ¬≠ture egemoniche.

√ą il rischio di una egemonia – osserva an ¬≠cora Schimdt – che sollev√≤ pi√Ļ di una per ¬≠plessit√† in Gran Bretagna, Francia e Italia sulla riunificazione tedesca; perplessit√† superate grazie all’impegno assunto da Mitterrand e da Kohl di associare alla riuni ¬≠ficazione una ulteriore, pi√Ļ stretta forma di integrazione europea cos√¨ da costituire un contrappeso al nuovo assetto che si sa ¬≠rebbe configurato.

La questione trattata da Schimdt √® stata e rimane fondamentale per la realizzazio ¬≠ne dell’Unione europea. Oggi ad essa si ag ¬≠giunge quella del futuro economico dell’Europa, area tra le pi√Ļ ricche e svilup ¬≠pate del mondo, la cui integrazione √® ne ¬≠cessaria per conservare i livelli di prosperi ¬≠t√† raggiunti; per reggere il confronto con altre grandi economie, alcune delle quali giovani e agguerrite.

E’, ¬†dunque, riduttivo trattare le questioni dell’euro e dell’Unione europea circoscri ¬≠vendole alle modalit√† operative della Bce, al cosiddetto “Fondo salva Stati” o al coordi ¬≠namento delle politiche di bilancio dei paesi membri. L’euro √® in primo luogo un pro ¬≠blema di politica internazionale. Occorre chiarezza circa la volont√† dei principali Pae ¬≠si dell’Unione di pervenire a un assetto in cui trovi soluzione la questione “centro te ¬≠desco-periferia”, come ha sintetizzato su queste pagine l’ex Cancelliere tedesco.

Recuperare lo spirito delle origini

La sintonia che avverto con le posizioni dell’anziano Cancelliere nasce oltre che da antica stima, forse anche dalla comune con ¬≠dizione anagrafica. Una condizione che in ¬≠sieme con l’apprensione con cui guardo al presente e al suo possibile evolversi mi in ¬≠duce a fare appello a coloro che oggi posso ¬≠no decidere delle sorti dell’Europa perch√©, pur nella diversit√† dei tempi e delle situa ¬≠zioni, si rivestano dello spirito, tutt’altro che utopico o visionario, ma totus politicus, che anim√≤ convinzioni, scelte, azioni di una classe di governo europea che sessant’anni or sono ritenne di inscrivere inte ¬≠ressi nazionali all’interno di un pi√Ļ ampio e coraggioso disegno. Essi avevano contezza della condizione dei rispettivi Paesi, stre ¬≠mati, non meno dei colossali sforzi e delle enormi risorse da mettere in campo per la ricostruzione. Ci√≤ non ne rendeva angusta la visione; semmai ne acuiva la vista nella messa a fuoco della realt√†, nella valutazio ¬≠ne della posta in gioco che rendevano ine ¬≠luttabile ragionare in termini di “noi‚ÄĚ.
Il noi era l’Europa; non Francia, Germa ¬≠nia, Italia.

Ecco allora Schuman affermare che ¬ędo ¬≠po il crollo del terzo Reich √® giunta l’occa ¬≠sione per aiutare la Germania vinta e pro ¬≠strata, ad uscire dal proprio isolamento, di tenderle la mano amichevolmente facendo ¬≠le un posto tra i Paesi europei ¬Ľ. E osservare che ¬ęnon ci sar√† pace in Europa se gli Stati verranno ricostruiti sulla base della sovra ¬≠nit√† nazionale, con tutto ci√≤ che questo comporta di politica, di prestigio e di prote ¬≠zione economica. I Paesi europei sono trop ¬≠po piccoli per assicurare ai loro popoli la prosperit√† che le condizioni moderne ren ¬≠dono possibile e necessaria. Il benessere e gli sviluppi sociali indispensabili non si rag ¬≠giungeranno a meno che gli Stati dell’Euro ¬≠pa non si costituiranno in una federazione o in una entit√† europea che ne faccia una en ¬≠tit√† economica comune ¬Ľ.

√ą la medesima consapevolezza maturata da Adenauer fin dal primo dopoguerra cir ¬≠ca la necessit√† che la Germania dovesse ar ¬≠monizzarsi con il resto dell’Europa, anche a scapito dei suoi propri interessi. Egli com ¬≠prendeva il bisogno di sicurezze della Francia. Anche se a proposito del Trattato di Versailles aveva osservato che ¬ęnella storia europea medioevale e moderna non c’√® nes ¬≠sun documento cos√¨ oltraggioso verso i di ¬≠ritti fondamentali, umani e cristiani, come questo diktat di Versailles ¬Ľ.

Proprio per superare l’inimicizia eredita ¬≠ta dal passato, auspicava una collaborazio ¬≠ne organica dell’industria pesante tedesca con quella franco-belga. Ricerc√≤ anche una possibile unione economica che propizias ¬≠se la pace tra i due paesi. Nel maggio del 1950 quando Schuman lo informa del pro ¬≠getto che l’anno successivo avrebbe porta ¬≠to alla costituzione della CECA, Adenauer annota nelle sue memorie: ¬ęMi comunica ¬≠va che lo scopo della sua proposta non era economico ma eminentemente politico… Il Piano Schuman corrispondeva in pieno al ¬≠le mie idee… Non avevamo il dovere, noi che nel passato ci eravamo resi responsabi ¬≠li di gravi colpe con la guerra, di consacrare tutte le nostre forze spirituali, morali ed eco ¬≠nomiche, alla creazione di un’Europa che potesse diventare elemento di pace? ¬Ľ. Nel 1954 arriva a dichiarare all’allora Primo mi ¬≠nistro francese Mend√®s-France di antepor ¬≠re l’unit√† dell’Europa alla riunificazione del ¬≠la Germania, a condizione che la nuova enti ¬≠t√† avesse una connotazione fortemente an ¬≠corata agli ideali e allo spirito delle demo ¬≠crazie occidentali.

Il dovere di fare presto

Se permangono le ragioni di fondo per l’Unione europea; se esiste la volont√† politi ¬≠ca di portare a compimento questo proget ¬≠to che, ripeto, √® ambizioso e innovativo, ma anche necessario affinch√© l’Europa possa continuare a essere un’area di pace, di stabi ¬≠lit√†, di prosperit√†, di progresso, ebbene gli uomini e le donne cui oggi sono affidate le sorti dell’Unione hanno il dovere di lavora ¬≠re per introdurre tempestivamente gli ele ¬≠menti istituzionali e operativi che consenta ¬≠no di superare l’attuale situazione di crisi economica, di difficolt√† sociale e politica.

Crescita, rigore e governance sono i tre temi su cui da mesi i governanti europei di ¬≠scutono. I Paesi con economie pi√Ļ solide pongono l’enfasi sul rigore; quelli economi ¬≠camente pi√Ļ deboli chiedono un sostegno consistente alla crescita; tutti sono sospetto ¬≠si sulla governance, temendo di vedere sa ¬≠crificati interessi nazionali. I tre aspetti si in ¬≠tersecano, fino a intrecciarsi e l’uno raffor ¬≠za l’altro. √ą necessario che i governanti li af ¬≠frontino con vista lunga, nella consapevo ¬≠lezza che la prosperit√† dei singoli paesi trae beneficio e si accresce se avviene in un con ¬≠testo in cui il benessere √® diffuso e le tensio ¬≠ni sociali e politiche sono sostenibili.

Alla fine della seconda guerra mondia ¬≠le, gli Stati Uniti contribuirono in modo so ¬≠stanziale alla ripresa economica dei paesi dell’Europa, dei vincitori come degli scon ¬≠fitti. Erano coscienti che la rinascita eco ¬≠nomica europea non solo avrebbe sostenu ¬≠to e ampliato la loro attivit√† e la loro sfera di influenza, ma si sarebbe anche creata al di qua e al di l√† dell’Atlantico una comuni ¬≠t√† di Stati coesa, legata da interessi comu ¬≠ni. I Paesi dell’Europa occidentale hanno goduto di uno dei periodi pi√Ļ lunghi di pace e di prosperit√†; sono stati assicurati lo ¬≠ro libert√†, progresso sociale, politico e cul ¬≠turale in misura sconosciuta nel passato. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto quei Paesi dell’Europa al loro fianco nella lun ¬≠ga fase della guerra fredda.

Se la Storia √® anche magistra vitae, allora quando in una comunit√† di Stati si instaura una corrente intensa e costante di scambi, non solo commerciali, ma anche di idee, di culture, i paesi pi√Ļ dinamici, pi√Ļ “virtuosi” finiscono col costituire per tutti gli altri un punto di riferimento. A essi si guarda per i risultati che sono in grado di conseguire; per i contributi che sanno offrire. Con i loro stili di governo, con le loro prassi e le loro modalit√† organizzative e operative rappre ¬≠sentano un modello con cui confrontarsi e alla lunga emulare.

Il superamento della crisi che ha aggredi ¬≠to in modo particolare l’Europa, mettendo in dubbio la sopravvivenza dell’Unione, po ¬≠tr√† avvenire in tempi brevi e a costi minori se i governanti dei Paesi europei procede ¬≠ranno con determinazione e tempestivit√† a definire nuovi assetti costituzionali, istitu ¬≠zionali e operativi dell’Unione, onde con ¬≠sentirle di agire con efficacia in uno scena ¬≠rio mondiale complesso, ma ricco di oppor ¬≠tunit√†. Occorre che i responsabili dei gover ¬≠ni affrontino questa fase di cambiamento con lo spirito e il coraggio con cui i fondato ¬≠ri della Comunit√† europea decisero di ac ¬≠cantonare contrasti secolari, tentazioni ege ¬≠moniche, atteggiamenti di irriducibile in ¬≠transigenza, perch√© volevano un’Europa pacificata, libera, solidale. Ritrovare quello spirito √® necessario per conservare all’Euro ¬≠pa un ruolo di primo piano. Spetta ai gover ¬≠nanti di dare alle nuove generazioni speran ¬≠ze di un futuro che possa lasciarsi alle spalle l’angoscia di questi anni tormentati.

Occorre allora che i responsabili dei go ¬≠verni trovino il passo giusto per muoversi e procedere con saggia speditezza; consape ¬≠voli della responsabilit√† che si assumono di fronte alla Storia e perch√© non abbia a suo ¬≠nare per loro la riprovazione evangelica : ¬ęDicono e non fanno. Legano fardelli pesan ¬≠ti e difficili da portare e li pongono sulle spal ¬≠le della gente, ma essi non vogliono muover ¬≠li neanche con un dito (Mt. 23,1-12) ¬Ľ.


La debolezza della Germania
di Massimo D’Antoni
(da “L’unit√†”, 15 giugno 2012)

Angela Merkel ci ricorda che la forza della Germania non è infinita. Affermazione vera, ma anche rivelatrice di una visione non corretta del problema. Immaginare la crisi europea come la somma di tante crisi nazionali, la cui soluzione richiederebbe accesso alla cassaforte tedesca, significa infatti non comprendere la vera natura del problema. Per affrontare adeguatamente la crisi occorre innanzitutto riconoscerne la natura europea, e abbandonare una certa visione che contrappone buoni e cattivi, forti e deboli.

La crisi √® europea innanzitutto perch√© l’architettura dell’unione monetaria √® una delle ragioni per cui si fatica a trovare una soluzione tramite cure nazionali. Se fino al 2008 l’unione monetaria poteva apparire un geniale compromesso, capace di garantire la certezza nei rapporti commerciali e la mobilit√† (soprattutto dei capitali) senza una rinuncia a politiche fiscali e sistemi bancari nazionali, la crisi ha messo in luce la debolezza di tale costruzione. Di fronte alla crisi di fiducia, i singoli Stati dell’unione si trovano privi degli strumenti di cui dispone uno Stato dotato della propria moneta e al tempo stesso di quelli di cui potrebbero disporre se fossero parte di una vera federazione. Se i capitali fuggono dal Regno Unito si determina un automatico deprezzamento della valuta che ristabilisce condizioni di competitivit√†, e la possibilit√† teorica della banca centrale britannica di stampare moneta rappresenta una formidabile garanzia rispetto al rischio di rifinanziamento del debito pubblico. √ą per questo che il Regno Unito gode di condizioni di credito vicine a quelle tedesche pur avendo condizioni di finanza pubblica peggiori di quelle spagnole. Se una crisi colpisce la California, la presenza di un bilancio federale funge da ammortizzatore e la garanzia federale per le banche californiane frena la fuga di capitali dallo Stato. Gli Stati europei sono in una sorta di limbo, una situazione che pu√≤ risolversi solo procedendo nell’integrazione oppure tornare bruscamente indietro (non solo rispetto alla moneta unica, ma a buona parte del processo di integrazione del dopoguerra). E se il ritorno alle monete nazionali ha dei costi che chi lo propone sottovaluta in modo drammatico, la prospettiva dell’integrazione incontra anch’essa enormi resistenze, soprattutto nei paesi del Nord Europa.

Vero √® che un’unione fiscale e politica non √® qualcosa che si pu√≤ improvvisare nei tempi che sarebbero richiesti dalla soluzione della crisi. Ma nell’immediato basterebbe probabilmente qualcosa di molto pi√Ļ semplice: una chiara affermazione della volont√† di far sopravvivere l’euro a qualunque costo, accompagnata da azioni conseguenti, irreversibili e decisive. Il dubbio degli investitori non riguarda pi√Ļ infatti tanto la tenuta delle finanze dei singoli Stati quanto la sopravvivenza dell’euro. Chi mette in salvo i propri capitali fuggendo dalle banche e dai titoli di Stato dei Paesi periferici sta assicurandosi rispetto alla possibilit√† che l’euro possa saltare. Che si ricorra agli eurobond o ad interventi della Bce √® secondario rispetto alla necessit√† di dare un segnale adeguato.

Dire che tra i Paesi europei oggi manca la solidariet√† √® forse banale. Ma non si tratta di appellarsi a buoni sentimenti o altruismo. Allo scopo basterebbe la solidariet√† che nasce dal riconoscimento dell’unione monetaria come contesto ricco certo di opportunit√† ma allo stesso tempo tale da esporre i singoli Paesi a rischi di fronte ai quali sono disarmati. Tutte le istituzioni di tipo mutualistico non sono in fondo che forme di socializzazione del rischio, che nascono dal riconoscimento del vantaggio che viene dal garantirsi assicurazione reciproca in modo solidale.

Dunque, alla signora Merkel e alla Germania dovremmo chiedere non tanto o non solo di mettere a disposizione la propria innegabile forza, quanto di ammettere, anche nei confronti dell’opinione pubblica tedesca, la propria non autosufficienza. Di riconoscere che c’√® una debolezza europea che √® anche debolezza tedesca, di renderla esplicita assumendosi parte del rischio comune. Ci√≤ indebolir√† la Germania? Probabilmente s√¨, ma in un certo senso √® proprio qui il punto: finch√© non sar√† chiaro che un ulteriore aggravarsi della crisi √® un rischio enorme per tutti, Germania compresa, sar√† razionale scommettere contro l’euro, e questo ci porter√† sempre pi√Ļ vicini al punto di non ritorno.


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Bart