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La democrazia sotto tutela (giudiziaria)

8 Luglio 2013

di Dino Cofrancesco
(da “LSblog” 7 Luglio 2013

Riassumendo con le parole di un filosofo del diritto, Paolo Becchi, candidato alla carica di Kronjurist del M5S, «la decisione della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento non poteva che respingere il ricorso presentato da Berlusconi. La Consulta, infatti, non ha negato che, quantomeno in astratto, la necessità di partecipare al Consiglio dei Ministri possa costituire un’ipotesi di legittimo impedimento a comparire nelle udienze di procedimenti penali in cui il Presidente del Consiglio è imputato. Diversamente, essa ha censurato il tentativo di Berlusconi di sottrarsi ad un’udienza mediante la convocazione di un Consiglio dei Ministri ad hoc e senza «fornire alcuna indicazione […] né circa la necessaria concomitanza e la non rinviabilità dell’impegno, né circa una data alternativa per definire un nuovo calendario ».

Non ho le competenze del Carl Schmitt di Beppe Grillo che, nell’articolo di cui queste parole costituiscono l’incipit, Ne resterà solo uno (byoblu.com 28 giugno 2013), sembra esultare al pensiero del Cavaliere messo fuori gioco dai giudici, ma in tutta questa vicenda c’è qualcosa che mi rattrista e qualcosa che non mi convince.

A rattristarmi, è l’irrimediabile costume italico per cui se il proprio avversario viene allontanato dal teatro della politica (e, nei casi estremi, non lo si vedrà più non solo sul palcoscenico ma, altresì, in hac lacrimarum valle) sono leciti i festeggiamenti, non importa il modo in cui è stato estromesso dal potere. Nell’accurato sceneggiato sulla Grande Révolution, realizzato dalla TV francese per il bicentenario e suddiviso in due parti (“Les Années Lumière” diretta da Robert Enrico e “Les Années Terribles” diretta da Richard Heffron), la saggia Lucille Desmoulins impallidisce alla notizia che il più implacabile nemico del marito Camille, Jacques-René Hebert, sia stato processato e condannato a morte per complicità con la monarchia: se gli hanno potuto muovere un’accusa così assurda, dice in sostanza a Camille – a torto alleviato dall’uscita di scena del fanatico estremista suo persecutore al Club dei Cordiglieri – significa che sono capaci di tutto e che quindi neppure noi possiamo considerarci al sicuro. Nel caso di Berlusconi, accuse assurde, come lo ‘sfruttamento della prostituzione’, che assimilano Trimalcione – il corrotto epulone del Satyricon di Petronio – a un impresario di bordelli, non hanno fatto riflettere, a sinistra, nessun garantista di lungo corso, ove si eccettui un bellissimo articolo di Ritanna Armeni sul ‘Foglio’: era così grande la gioia dell’azzoppamento del caimano da portare i suoi antipatizzanti, nel migliore dei casi, a sobrie e contenute dichiarazioni di ‘rispetto delle sentenze della magistratura’ (formula ipocrita e gesuitica come poche altre, se non si chiarisce cosa s’intende per rispetto o addirittura se si pretende che il rispetto includa anche il divieto di critica) e, nel peggiore, a invocare il ristabilimento dell’Inquisizione (laica, questa volta, beninteso e affidata ai custodi della pubblica moralità, che in piena coerenza, tessono l’elogio del moralismo). Nessuno sembra aver ragionato come Lucille Desmoulins: il potere di formulare i più incredibili capi d’accusa azzera i nostri diritti civili ed espone le nostre esistenze alla più assoluta precarietà. L’essenziale, per molti, è che, «nella sostanza », sia stata fatta giustizia e che un farabutto abbia avuto quel che si meritava. Essere persone perbene, che non hanno niente da nascondere, al di là delle ‘forme’ (che, oltretutto, impediscono di tradurre in giudizio un criminale quando non si hanno le prove del reato) e delle procedure, è considerata la migliore garanzia dall’arbitrio delle istituzioni. «Se non ho fatto nulla di male, non può accadermi nulla »: non erano queste le rassicurazioni date da Antonio Di Pietro a quanti si mostravano preoccupati dalle intercettazioni?

A non convincermi delle decisioni della Consulta, invece, è l’affermazione di un principio che, se ho capito bene è (per non dire altro) sconvolgente, alla luce sia del buon senso dell’uomo della strada, sia di una concezione seria e responsabile della democrazia liberale. Si tratta, in parole semplici, di attribuire ai giudici il potere di stabilire se un Consiglio dei Ministri, convocato per una certa data e con un certo ordine del giorno, giustifichi o no il «legittimo impedimento a comparire nelle udienze di procedimenti penali in cui il Presidente del Consiglio è imputato ». Non si è rilevato abbastanza, soprattutto da parte dei costituzionalisti, che tale potere, ad essere coerenti fino in fondo, significa l’azzeramento della politica ovvero lo spostamento della sovranità effettiva dalla politica alla magistratura. «E’ sovrano – secondo la nota formula di Carl Schmitt – chi decide sullo stato d’eccezione »: in Italia, diventa sovrano chi decide sulla rilevanza dell’odg sottoposto al Consiglio dei Ministri. Il capo del governo è, sì, libero di riunire i ministri attorno a un tavolo, alla data che riterrà opportuna e con un determinato odg ma, nel caso in cui debba presentarsi davanti a un tribunale, sarà quest’ultimo a decidere se la data era davvero indilazionabile e se all’odg vi erano davvero questioni urgenti.

Non vorrei essere equivocato. Non nego affatto che un premier furbastro e spregiudicato si possa avvalere degli ‘improrogabili impegni di governo’ per sottrarsi a imbarazzanti interrogatori in aula gestiti da PM nel loro ruolo di mastini del Codice Penale: quello che mi preoccupa, come cittadino e come liberale, è la facoltà del magistrato di fare il ‘processo alle intenzioni’ e, ancora di più, il diritto di esaminare la validità della giustificazione. Al giudice, insomma, si riconosce lo stesso potere del preside di accertare se i motivi addotti dai genitori per le assenze dei figli dalle lezioni siano validi o no, siano plausibili o no. Ne consegue che, comunque la si giri, la Consulta ha assegnato alla magistratura – che, per la nostra Costituzione, non è un potere ma un ordine – prerogative che la pongono su un piano nettamente superiore all’esecutivo – che invece è un potere (e, particolare non trascurabile, legittimato dal consenso popolare). In tal modo, è andata oltre lo stesso Montesquieu o, meglio, dei suoi interpreti nordamericani che vedevano i tre poteri –esecutivo, legislativo, giudiziario– in relazione dialettica e posti sullo stesso piano.

E’ forse superfluo sottolineare che in un rapporto tra governo e magistratura ‘alla pari’, un impedimento dovuto a un impegno ministeriale non avrebbe alcun bisogno di essere giustificato quanto al giorno di convocazione e agli argomenti in discussione: nel debito riguardo dovuto alla magistratura, dovrebbe essere solo ‘comunicato’. Come si verifica, del resto, nelle relazioni che si instaurano nella società civile: se all’ultimo momento non posso partecipare a un Convegno, che mi vede tra i relatori, sono tenuto ad avvisare gli organizzatori ma nessuno può sindacare sui motivi del mio ritiro e condannarmi a una penalità anche se, dopo averli spiegati (per dovere di ospitalità), quei motivi venissero trovati deboli.

Nello stato moderno – e la sua species democratica liberale non fa eccezione – è al leader politico che spetta decidere (sovranamente) come e quando indire un Consiglio dei Ministri e per discutere cosa: come il pilota di un aereo transcontinentale, può cambiare le disposizioni di bordo e invertire, in caso di necessità, la rotta senza essere obbligato a consultarsi coi passeggeri della business class o a chiederne il benestare. Il comandante risponderà poi alla Compagnia per il suo operato, il capo del governo risponderà agli elettori.

Lasciamo perdere per un momento il Cavaliere e i suoi guai personali (a mio avviso, meritati, peraltro, sul piano morale ma non su quello giudiziario) e facciamo, almeno una volta, mente locale ai principi – quei famosi principi che, a differenza delle leggi che, nella spiritosa battuta di Giovanni Giolitti, «si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici », sono chiamati a tutelare i diritti di tutti, amici e nemici. Se dovessero decidere i giudici – che hanno in mano il coltello della messa in stato d’accusa di un’alta carica dello Stato – quali giorni e quali temi giustifichino il ‘legittimo impedimento’, chi potrebbe trattenerli dal ritenere, ad es., che una visita di Stato sia assai poco importante o che progetti di legge all’esame del governo possano tranquillamente essere rinviati ad altra data, senza alcun pregiudizio per il paese?

Chi ricopre una carica pubblica dispone di un potere – non siamo nati ieri – di cui può avvalersi per le sue convenienze personali sennonché i problemi che si pongono sono due. Il primo è quello di stabilire se l’autorità politica, superiorem non recognoscens, è tenuta a giustificare i suoi comportamenti ad altri organi dello Stato e non agli elettori, com’è nella logica della democrazia rappresentativa (soprattutto quando quei comportamenti non pregiudicano in alcun modo gli affari pubblici e non abbiano un carattere criminoso che faccia scattare l’impeachment); il secondo è quello di chiedersi se il possibile uso privatistico di facoltà attribuite a una carica dello Stato giustifichi – sempre in mancanza di ‘delitti’ palesi e accertati di cui si sia resa responsabile nello svolgimento delle sue mansioni – l’attribuzione di un potere sanzionatorio alla magistratura, destinato a promuoverla non solo a ‘ terzo potere’ (senza tener più conto della Costituzione ‘più bella del mondo’!) ma, altresì, a conferirle prerogative che la rendono superiore agli altri due e che non è forzato definire ‘sovrane’.

In queste delicate faccende politiche e costituzionali, non è affatto pretestuoso il ricorso alla democrazia fatto dai critici delle sentenze della Consulta, con grande scandalo delle Vestali della Pubblica Moralità: non si tratta, infatti, di contrapporre la sovranità popolare alla sovranità della legge – contro la pretestuosa ‘tirannia della maggioranza’ – ma, al contrario, di far valere la distinzione liberale tra sanzioni giudiziarie e sanzioni politiche. Se uno statista si comporta in maniera disinvolta, disertando un’udienza che lo riguarda come privato cittadino enon come capo del governo, il compito di punirlo spetta agli elettori non ai magistrati o a un eventuale collegio dei probi viri da istituirsi per venire incontro alla ‘fame di giustizia e di trasparenza’ dei lettori del ‘Fatto quotidiano’ e dei blogger di Beppe Grillo.

Nella fattispecie, «la legge è eguale per tutti » non significa, genericamente, che i cittadini vanno trattati tutti allo stesso modo ma che i «ruoli » che si trovano a svolgere siano pesati tutti sulla stessa bilancia. A un generale incaricato di guidare un reparto di marines nello sbarco in Normandia non si toglie il comando se, a suo carico, pende l’accusa di aver abusato della domestica minorenne: il reato di cui lo s’incolpa, infatti, non ha nulla a che fare col ruolo che si trova a svolgere in quel momento cruciale. (In un paese civile sarebbe stato inconcepibile un avviso di garanzia fatto recapitare a un Presidente del Consiglio durante una conferenza internazionale ma da noi si è visto anche questo). Ovviamente, tornato in patria e messo in congedo (o sospeso dal servizio), quel ruolo viene meno e, ridiventato un cittadino come tutti gli altri, è costretto a presentarsi in giudizio (accompagnato, naturalmente dal suo avvocato e forte dell’habeas corpus, che sta nella Costituzione americana ma non nella nostra!). Le cariche governative non sono eterne e se un premier si sottrae alla comparizione in aula in un giudizio che lo riguarda come ‘privato’â—purché non scattino i termini di prescrizione del reato – si può ben aspettare in nome della ‘democrazia’ (sì proprio in nome della ‘democrazia’ e del rispetto degli elettori…) che torni ad essere un ‘uomo qualunque’ e come tale sia costretto ad assumersi le sue (eventuali) responsabilità penali. Insomma, nella filosofia moderna, ogni ruolo come ha diritti e doveri specifici così va incontro a sanzioni specifiche ovvero comminate per quel preciso ruolo non per altri. Talleyrand sarà stato pure, come lo definì Napoleone, un pezzo di letame in un guanto di seta ma il suo ruolo di ministro e di diplomatico ne ha fatto un benemerito della Francia, e forse anche dell’Europa, stando al noto saggio di Guglielmo Ferrero.

Si è parlato di ‘ritorno al medio Evo’, e a mio avviso non a torto. Nell’ideologia di certi settori della magistratura e della nuova sinistra (antagonista e non), la magistratura è quasi divenuta il vecchio ‘potere spirituale’ al quale il potere temporale (governo e parlamento) deve prestare atto di obbedienza e di sottomissione. L’Autorità Ecclesiastica dei ‘secoli bui’ colpiva i potenti della terra con la scomunica, oggi l’Autorità Giudiziaria può colpirli con la galera. La vecchia talpa tribunalizia ha scavato bene e sta beneficiando di un trend postmoderno in atto da almeno settant’anni. Rendere trasparenti tutti i rapporti sociali, giuridicizzare tutte le intersezioni umane ha finito per erodere definitivamente lo spazio di discrezionalità, di insindacabilità, di responsabilità differita che caratterizzava la dimensione politica dello Stato moderno. Quando tutti i giochi si fanno a carte fanno a carte scoperte per consentire al Grande Fratello Magistrato di verificare se sono in regola, se non ci sono state violazioni di diritti, se le cose si sono fatte al tempo giusto e al modo giusto, si entra nella dimensione della ‘trasparenza totalitaria’, in quella incubosa casa di vetro, in cui non ci sono più segreti per nessuno e in cui, cancellata ogni privacy, si metterà un potere immenso nelle mani di concittadini «più eguali degli altri ». Forse non è mai troppo tardi per scoprire, con buona pace di Leo Strauss, il nesso profondo (e insospettato) che lega Nicolò Machiavelli al liberalismo dei moderni.

Mi scrive un filosofo del diritto:

«Caro Dino

stavolta devo dissentire: hai isolato infatti un elemento della faccenda, trascurando tutti gli altri: in particolare che il calendario delle udienze era stato negoziato più e più volte con l’imputato e definito in base alle esigenze di quest’ultimo e che il CdM in questione venne convocato ad horas, senza che ci fosse all’OdG alcun evento straordinario che necessitasse di urgente discussione.

Per come stanno le cose oggi nel nostro ordinamento, la legittimità dell’impegno addotto da un imputato deve esser vagliata dai giudici: in altre parole, quello del legittimo impedimento non è un diritto potestativo dell’imputato. E questo vale anche quando l’imputato sia il Presidente del CdM. Potremmo certo reputare desiderabile un sistema diverso, che garantisca al Premier l’immunità dai procedimenti giudiziari – anche per reati comuni – per tutta la durata della carica: tale sarebbe infatti il sistema, ove si ritenesse il Pres. del Cons. giudice ultimo dei propri impedimenti istituzionali. Ma non si può rimproverare alla Corte Cost. di avere valutato il caso in base alla legge esistente piuttosto che a quella che tu (non il sottoscritto) preferiresti ci fosse. Te lo dice una persona alla quale la Corte non è tanto simpatica.

Caro Collega

«il calendario delle udienze », scrivi «era stato negoziato più e più volte con l’imputato e definito in base alle esigenze di quest’ultimo » .E se, improvvisamente, l’imputato si vedesse costretto a rinviare l’impegno? Qui non si tratta del tabaccaio all’angolo e della «legittimità dell’impegno [da lui] addotto »… ma del capo del governo! Sappiamo bene come ‘sono andate le cose’ (“il Berlusca ha fatto al solito il furbo…”) ma qui il problema è di forma e di principi. Se il vertice dell’esecutivo dice di avere un impegno di governo al quale non si può sottrarre e un magistrato contesta tale necessità, perché la parola del secondo dovrebbe valere più della parola del primo? Pur ammesso che la magistratura sia un ‘potere’ (nel senso di Montesquieu) e non un ordine, perché la parola di un giudice (potere giudiziario) dovrebbe valere più di quella del capo del governo (potere esecutivo?)

Sono poi in netto dissenso quando scrivi che l’odg che non conteneva «alcun evento straordinario che necessitasse di urgente discussione »: non perché ritengo che non fosse vero, nel caso di Berlusconi, quanto affermano i giudici ma perché mi sembra pericolosissimo lasciare a loro tale valutazione. Al limite, si potrebbe prevedere che, in caso di conflitto, sia chiamato a fare da arbitro il Presidente della Repubblica. Comunque, per me, è stato un gravissimo errore della sinistra non accordarsi su una legge in grado di sottrarre il capo dell’esecutivo ai processi fino alla durata del suo mandato. (Il mio povero amico Alfredo Biondi venne demonizzato per aver sostenuto tale linea..) Finché la nave procede nella sua rotta, è il comandante che deve prendere le sue decisioni: una volta sbarcato a terra, lo prendano pure in custodia i CC per aver messo l’arsenico nel tè della suocera… Dixi et servavi animam meam.

(Pubblicato su Libertates)


Creare lavoro non solo difenderlo
di Mario Calabresi
(da “La Stampa”, 8 luglio 2013)

Nei primi cinque mesi dell’anno sono fallite in media 35 imprese al giorno, questo significa che dall’alba al tramonto si certifica la fine di un’attività ogni venti minuti. Si spengono le luci delle aziende e quelle dei negozi, questa è l’emergenza dell’Italia, anche se si continua a parlare molto di più di Imu, di Province e di Ruby.

Si parla di deindustrializzazione del Paese, chi è qui fatica e rischia di chiudere, chi può se ne va attratto dalle sirene delle regioni oltreconfine (oggi sono molto più calamitanti la Savoia, la Carinzia, il Canton Ticino o la Slovenia rispetto alla Romania o alla Cina del decennio scorso) e chi è fuori non ci pensa più a venire da noi. La settimana scorsa Confindustria ha lanciato l’allarme sugli investimenti esteri in Italia crollati del 70 per cento nel 2012: sono le multinazionali che non mettono più piede nel nostro Paese scoraggiate dalle troppe incertezze del nostro sistema.

L’idea prevalente, pur di fronte a questi dati, resta però che il lavoro si difende, non che si crea. C’è una sfiducia profonda nell’idea che le cose possano cambiare, che ci possano essere lavori nuovi e diversi, che ci sia bisogno di aggiornarsi e di rimettersi in discussione.

Non c’è dubbio che sia sacrosanto difendere i livelli di qualità e i diritti fondamentali raggiunti sul lavoro, ma quest’ottica ha il limite di chiudersi solo nell’idea della difesa, della trincea, finendo per tutelare soltanto chi è dentro e quei pochi che riescono ad entrare e non mettendo al centro della discussione tutti quelli che sono fuori.

Un anno fa avevamo fatto un viaggio nei fattori penalizzanti dell’economia italiana, individuando gli ostacoli al fare impresa, dalla burocrazia al costo dell’energia, dai ritardi dei pagamenti alla lentezza della giustizia all’alta tassazione, ora ne cominciamo uno sul lavoro che si crea, sulle caratteristiche che devono avere i territori per permettere che germogli l’impresa, sulle sfide delle tecnologie, sulle ricette che la manifattura non può perdere, sulle elasticità che il sistema dovrebbe essere capace di darsi e sulle porte che si possono aprire ai giovani.

I giovani sono quelli che più stanno pagando questa crisi, perché sono vittime non solo della mancanza di lavoro ma anche della chiusura del sistema a difesa dell’esistente. Ho sotto gli occhi un esempio che riguarda i giornali che mi sembra illuminante: le aziende editoriali in stato di crisi – la maggioranza oggi in Italia – che accedono ai contributi per i prepensionamenti non possono assumere nessuno, nemmeno fare contratti a termine (per sostituzione malattia, maternità o ferie) e nemmeno ospitare stagisti delle scuole di giornalismo.

In questo schema ci sono almeno due soggetti tutelati: il giornale, a cui viene data una possibilità per sopravvivere e ripartire, e il giornalista a cui è garantito uno scivolo alla pensione. Un solo soggetto è sconfitto: i giovani giornalisti o gli aspiranti tali, quasi che il problema fossero loro. Non solo gli si dice che per salvare l’esistente è necessario alzare un muro che li tenga lontani ma non gli si da nemmeno la possibilità di fare gli stages: insomma non devono farsi vedere. E pensare a quanto i giornali avrebbero bisogno di energie nuove, di pensieri freschi, di aggiornarsi alla società, di aprirsi ai nativi digitali. La logica, qui e in tutto il mondo del lavoro italiano, andrebbe ribaltata: chi vuole avere contributi in fase di ristrutturazione non deve chiudersi ma gli andrebbe chiesto, al contrario, di investire in tecnologie, giovani e cambiamento.

L’obiezione a questo punto è sempre la stessa: che ci sono aziende che i giovani li sfruttano senza riconoscere nulla o che fanno lavorare gli stagisti come dipendenti a tempo pieno. Ma anche qui la risposta non può essere che i giovani vanno lasciati a casa: la risposta deve essere che vanno perseguiti gli sfruttatori e aiutati tutti gli altri a crescere.

Di fronte alla deindustrializzazione del Paese è fondamentale cambiare passo ma anche cultura, non si può pensare di continuare a leggere la realtà con le lenti del Novecento e a considerare il lavoro e l’impresa come soggetti non interdipendenti. Non si può pensare che il lavoro si crei senza le imprese e che il benessere dell’uno non sia legato a quello dell’altro. Non abbiamo bisogno di nuovi scontri ideologici ma di capire in che modo si può riaccendere il motore, dobbiamo chiederci perché nessuno viene più a investire qui e ripartire da questa domanda. Perché se saremo in grado di avere un sistema di nuovo capace di attrarre gli stranieri allora di sicuro quel sistema sarà un buon posto per fare impresa e per dare lavoro anche agli italiani.

Le prime pagine del giornale di oggi ci raccontano il dramma di chi non ce l’ha fatta, da domani proveremo a raccontarvi come si può provare ad essere un’altra Italia.


Imu, abolizione fasulla: un trappolone anti Pdl
di Antonio Signorini
(da “il Giornale”, 8 luglio 2013)

Puntuali come un treno svizzero, rispuntano ogni volta che il clima si scalda sul tema tasse, con l’effetto prevedibile, forse voluto, di una secchiata di benzina sul fuoco.
Di ipotesi di riforma dell’Imu ne sono uscite diverse negli ultimi mesi, sempre seguite da altrettante smentite della presidenza del Consiglio.
«Tutte vere e tutte false, nel senso che per il momento ci sono solo simulazioni che non hanno altro valore di esercizi teorici », spiegava ieri una fonte dell’esecutivo. Perché se spesso il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni si è sbilanciato (e non certo a favore dell’abolizione dell’imposta sulla prima casa) l’orientamento di Palazzo Chigi è noto: dopo la proroga e forse la cancellazione della rata di giugno, si lavora a una riforma complessiva che dovrà essere varata collegialmente dalla maggioranza. Prima si scioglie il nodo politico – per forza di cose con un accordo Pd e Pdl – e solo dopo verrà il tempo delle ricette. Palazzo Chigi ha provato più volte a fermare lo stillicidio di ipotesi e ballon d’essai, ma ieri non c’è riuscito.

In una botta sola sono uscite almeno tre ricette di riforma dell’imposta comunale sugli immobili. Tutte diverse, ma accomunate da due dati: sono tutte indigeste al Pdl e servite a un giorno dall’affaire Fmi, cioè dall’uscita del documento del Fondo monetario pro Imu che il centrodestra sospetta essere ispirato da «manine » italiane.
Il quotidiano Repubblica ha addirittura puntato sulla «stangata sui villini », che sembra tanto un accanimento verso la classe media e lo zoccolo duro dell’elettorato moderato. «È chiaramente un avvelenamento dei pozzi, ossia notizie false, inquinate. È buttar benzina sul fuoco per far cadere il governo », ha attaccato il capogruppo del Pdl alla Camera Renato Brunetta. D’accordo anche un esponente importante del Pd nel ministero dell’Economia, il sottosegretario Pierpaolo Baretta: «Ridicolo confondere case di lusso con villette a schiera ».

Difetto di comunicazione, vista dal punto di osservazione del governo e del Pd. Nel Pdl, invece, c’è chi punta il dito contro il ministro dell’Economia. «È una mia visione, ci sarebbe bisogno in questa fase di un politico e non di un tecnico di Bankitalia », attacca Daniela Santanchè. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Gasparri. «Ci vuole un ministro dell’Economia. Non una figura grigia e inadeguata ». Pronta la replica di Dario Franceschini, ministro ai rapporti con il Parlamento, e di Stefano Fassina, viceministro dell’Economia: «Chi attacca Saccomanni attacca il governo ».

Resta il fatto, che le altre indiscrezioni uscite ieri fanno riferimento alla vecchia proposta del Pd di estendere l’esenzione Imu, senza abolirla sulla prima casa. E che, per la seconda volta in due giorni, Enrico Letta ha dovuto confermare gli impegni del governo. Questa volta il premier ha preso di mira direttamente l’ipotesi lanciata da Repubblica. «Contrariamente a quanto riportato da alcune testate giornalistiche non è prevista alcuna stangata sui villini ».
Dopo circa quattro ore anche il ministero dell’Economia ha fatto dietrofront con una nota. Il dicastero «ha allo studio una pluralità di soluzioni, sulle quali il Governo deciderà collegialmente ». Via XX Settembre cerca di allontanare il sospetto di essere all’origine delle notizie. Parla di «non meglio precisate fonti » e poi prende le distanze dalle ipotesi-Repubblica su villini che «non riflettono le posizioni del Governo e del Ministro ». Calma e gesso. Almeno fino alla prossima indiscrezione.


Il capogruppo bersaniano del pd: “Basta col tifo nei processi, non facciamoci ammanettare dai giustizialisti”
di Claudio Cerasa per “Il Foglio”, tratto da “Dagospia”, 8 luglio 2013)

Roberto Speranza ha 34 anni, guida i deputati del Pd dall’inizio di aprile, è stato il coordinatore della mozione Bersani durante la campagna elettorale, è corteggiato da tempo dai vecchi campioni del correntone rosso per scendere in campo e guidare il partito e dopo tre mesi passati alla guida del più grande gruppo di parlamentari alla Camera è arrivato a una conclusione importante: che la grande coalizione non solo potrebbe non far male al suo partito ma potrebbe persino aiutare il Pd a rafforzarsi, a migliorarsi e a trovare una nuova e più robusta identità politica.

Già, ma come? Speranza, in questa conversazione con il Foglio, sostiene che oggi siano due i principali termometri da osservare per comprendere il grado di evoluzione e di maturità di un partito che intende essere moderno come il Pd. Da un lato, dice Speranza, c’è la giustizia; dall’altro c’è il complesso del tiranno. “Nella storia recente del centrosinistra – dice il capogruppo del Pd – un nostro limite è stato aver seguìto per troppo tempo un carrozzone giustizialista che, complice un anti berlusconismo sfrenato che ha fatto il gioco dello stesso Berlusconi, spesso ci ha costretto a curvare la nostra identità sul nostro essere contro qualcuno e non a favore di qualcosa, e spesso ci ha impedito di affrontare alcuni temi che invece avrebbero dovuto far parte del nostro patrimonio genetico”.

Sulla giustizia, per esempio, “sono dell’idea che il Pd debba affrontare il tema senza pregiudizi e senza farsi offuscare dai problemi di Berlusconi. Dal punto di vista politico, ovvio, io e il Pd condanniamo il Cavaliere per quello che ha fatto e quello che non ha fatto in tutti questi anni.

Ma non per questo possiamo restare immobili come delle sfingi di fronte alla giustizia: dobbiamo avere il coraggio di affrontare il tema, di far diventare la parola garantismo una parola di sinistra, di smetterla di tifare quando c’è un processo e di evitare di farci ammanettare da quei campioni del giustizialismo che spesso danno ai nostri avversari un alibi per accusare una parte della magistratura di essere politicizzata. Insomma: è arrivato il momento di riconoscere, senza schermi ideologici, che l’arretratezza del nostro sistema giudiziario è uno dei simboli dell’arretratezza del nostro paese”.

Speranza sostiene che, oltre a una revisione del processo civile, “non sia un tabù, anche se non è una priorità, discutere di come regolare il sistema delle intercettazioni; non per togliere uno strumento prezioso per gli inquirenti ma solo per evitare, come purtroppo accade, che queste vengano utilizzate dai giornali prima ancora che siano state depositate”.

Ma al centro dello “scandalo del sistema giudiziario italiano”, continua il capogruppo Pd, c’è però un altro problema: il sistema carcerario. Speranza considera un passo importante la recente approvazione del disegno di legge delega che consentirà ai magistrati di chiedere una misura alternativa al carcere per i condannati che dovranno scontare una pena non superiore ai due anni.

Ma oltre a questo, dice il capogruppo Pd (che rimarrà a fare lo stesso mestiere anche nei prossimi mesi e non si candiderà alle regionali in Basilicata), c’è una questione culturale che dovrebbe diventare patrimonio del Pd. “Dovremmo dire con parole chiare – continua Speranza – che in Italia esiste un problema di abuso di carcerazione preventiva, e ignorare questo problema significa, ancora una volta, fare la figura delle sfingi.

Se poi dobbiamo andare avanti nel ragionamento io arrivo a dire che nel nostro paese esiste un equivoco sulla funzione del carcere. Il carcere non ha solo una funzione punitiva, ma anche riabilitativa. E mi permetto di dire di più: nel rispetto totale delle vittime dei reati io credo che il nostro partito, per onorare la funzione riabilitativa del carcere, dovrebbe aprire una riflessione su un tema importante: l’abolizione dell’ergastolo. E la famosa lezione di Aldo Moro del 1976 credo sia davvero un punto da cui partire.

Assieme alla giustizia, continua Speranza, l’altro termometro da tenere d’occhio per misurare la capacità di evoluzione e di salute del Partito democratico riguarda un tema che, per molti versi, tocca anche le questioni congressuali: il complesso del tiranno.

Secondo il capogruppo del Pd, “il nostro paese, come le tante nazioni che hanno vissuto in modo diretto l’incubo di una dittatura, si è via via trasformato, come aveva intuito anni fa Piero Calamandrei, in un sistema di partiti deboli che partoriscono governi che non decidono nulla.

Il problema ̬ oggettivo, e anche qui non dobbiamo cadere nel solito tranello che se una cosa la dicono anche i nostri avversari significa necessariamente che quella cosa sia sbagliata. Il centrosinistra Рcontinua Speranza Рdeve superare questa paura e chiedersi anche qui se non sia il caso di ragionare seriamente su una proposta che personalmente a me convince: il sistema semipresidenziale con doppio turno alla francese ed elezione diretta del capo dello stato.

Certo: occorrerebbe poi ragionare su tutti i contrappesi necessari da attribuire magari alla Corte costituzionale, ma detto ciò sono convinto che su questo tema il Pd non deve chiudersi a riccio, e non deve avere paura di affrontare l’argomento”. Il tema del non aver paura dell’uomo solo al comando, a voler essere maliziosi, è uno slogan che ultimamente è stato utilizzato anche da Matteo Renzi, che non a caso è un sostenitore del sistema semipresidenziale.

Speranza non è un renziano, e come detto è stato il coordinatore della campagna elettorale dell’ex segretario del Pd. Ma su Renzi, in un certo modo, concede un’apertura, seppure molto cauta. “Sono personalmente convinto che voler trasformare le primarie per eleggere il segretario del Pd in primarie per eleggere il candidato premier sia un errore grave che avrebbe l’effetto di diventare un elemento di destabilizzazione per il governo. Se Renzi vuole fare il segretario deve capire che deve fare il segretario e che deve sacrificarsi per svolgere quel ruolo. Lui ha le carte in regola per farlo e, considerando anche che oggi le sue idee mi sembrano in parte diverse rispetto a quelle di qualche mese fa, credo che potrebbe avere anche un consenso più ampio di quello avuto alle ultime primarie.

Ma nel caso in cui si dovesse davvero candidare, l’unico consiglio che mi sento di dare è questo: caro Matteo, un premier oggi ce l’abbiamo e si chiama Enrico Letta; se un giorno tu farai il segretario attento a non cadere nella tentazione di togliere l’ossigeno al governo: perché stai certo che poi le macerie potrebbero cadere su tutti noi, nessuno escluso”.


Boldrini assenteista in Aula proprio come Fini e Casini
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 8 luglio 2013)

“Laura non c’è”. Il Corriere della Sera fa le pulci a Laura Boldrini.
Una presidente della Camera assenteista. “Non vi è luogo, occasione o manifestazione in cui Laura Boldrini non si faccia vedere – spiega Maria Teresa Meli – l’aula di Montecitorio l’unico posto in cui Boldrini fatica a metter piede. Le sedute presiedute da lei sono sempre più rare e qualche deputato ha cominciato a lamentarsene pubblicamente”. I numeri, va sé, danno ragione alla notista politica di via Solferino: l’esponente del Sel bazzica Montecitorio davvero poco. All’incirca il 28% delle volte. Perfettamente in linea con gli ex presidenti, Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini.

La Boldrini è sempre in giro. Ha tempo per sfilare al Gay Pride. Ha tempo per manifestare contro il femminicidio. Negli ultimi tempi la presidente della Camera ha tirato solo un “bidone”. E l’ha fatto per motivi prettamente politici. Giovedì scorso ha, infatti, rifiutato l’invito dell’ad della Fiat Sergio Marchionne a visitare lo stabilimento di Val di Sangro: “Affinchè il nostro Paese possa tornare competitivo è necessario percorrere la via della ricerca, della cultura e dell’innovazione. Una via che non è in contraddizione con il dialogo sociale e con costruttive relazioni industriali: non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa”. In tutte le altre occasioni, invece, la Boldrini non ha mai mancato di presenziare. L’appunto fattole dalla Meli su Io donna ha infastidito il suo portavoce personale Roberto Natale che è corso a difendere la terza carica dello Stato. “Dall’inizio della legislatura al 30 giugno ci sono state 42 sedute della Camera, per un totale di poco più di 190 ore – ha spiegato Natale – la Boldrini ha presieduto per circa 54 ore”. Circa il 28%. Dato che, ci tiene a far notare il portavoce, è uguale “a quello dei suoi predecessori nei corrispondenti periodi delle due legislature precedenti”. Purtroppo Natale, lavorando a montecitorio solo da pochi mesi, non sa che sia Fini sia Casini non erano certo famosi per essere assidui frequentatori della Camera.


La pitonessa in pantaloni che divide la politica
di Giancarlo Perna
(da “il Giornale”, 8 luglio 2013)

Ho sempre pensato che se Daniela Santanchè avesse incontrato degli uomini che portavano davvero i pantaloni non li avrebbe mai indossati lei. Il fatto è però che Daniela ha un’idea tanto eroica della virilità – un incrocio tra Sigfrido e Lawrence d’Arabia – che noi maschi comuni siamo ai suoi occhi delle amebe.
O, come lei preferisce dire, riferendosi ai titubanti colleghi del Pdl, delle «palle di velluto ».
«È tutta la vita che sogno un uomo che mi dica: “Ciao piccolina, hai bisogno di qualcosa? ” ». Questo confessò Santanchè, con un sospiro, proprio al sottoscritto in un’intervista, aggiungendo: «Mi trovo invece di fronte solo uomini intimoriti dalla mia apparente sicurezza che mi fanno sentire un maschio in un corpo di donna ». Per onestà, va aggiunto che, nonostante si lagnasse, non aveva affatto un’aria disperata e che, anzi, avendole io offerto la spalla perché vi poggiasse la testa per sentirsi protetta, ignorò la premura con un’occhiata di compatimento.

Diciamo, insomma, che le circostanze della vita hanno fatto sì che Daniela diventasse una domatrice di uomini. Ha visto che dietro i muscoli c’erano delle pappemolli e ha deciso di guidarli. Oggi le piace definirsi «pitonessa », epiteto affibbiatole, pare, dal Foglio. Ci si rispecchia volentieri immaginandosi, presumo, come un grande serpente femmina dalle spire possenti e voluttuose. Non vorrei deluderla ma pitonessa in italiano non è la moglie del pitone, bensì una chiaroveggente che predice il futuro ispirata da un dio, come la Pizia sacerdotessa di Apollo. Veda ora lei se tenersi un soprannome che sa di strega.
A dare a Santanchè l’aspetto deciso e liquidatorio che la rende famosa è stata la convivenza con i suoi principali compagni. Figlia di Ottavio Garnero, imprenditore di Cuneo nel ramo trasporti, Daniela si trasferì a Torino dopo la licenza liceale per addottorarsi in Scienze Politiche. Si imbatté nel chirurgo plastico Paolo Santanchè, se ne innamorò come una pera cotta e lo impalmò all’istante. A cose fatte, scoprì che lui, contrariamente a lei, non voleva figli (sadicamente, le sfogliava libri specialistici per mostrarle la bruttezza di feti e settimini). L’unione ne fu incrinata. Decise allora di fare, più che la moglie, la manager del marito con un patto: «Appena incontro un uomo che vorrà da me un figlio, sciogliamo il sodalizio ». Daniela si trasformò in pr con l’obiettivo di lanciare Santanchè come il migliore plastico d’Italia. «Gli facevo da campionario: ho fatto credere che mi avesse rifatta », raccontò. Coltivando la grinta che oggi è il suo marchio e il suo guaio, Daniela portò il coniuge alla notorietà. Raggiunto l’obiettivo, incontrò l’uomo che le disse: «Da te, voglio un figlio ».

Era Canio Mazzaro, industriale farmaceutico. Piantò il marito, ne mantenne il cognome che faceva più scena del Garnero paterno, e mise al mondo Lorenzo, oggi diciannovenne. Anche la storia con Canio, durata lustri, è ormai finita. Pure lui, non è stato all’altezza dell’ideale mascolino santancheniano. Amava il quieto vivere, tanto che se doveva litigare con una persona, lo faceva fare a lei. Un giorno il posapiano fuggì con Rita Rusic, l’ex moglie di Cecchi Gori. Daniela bruciò all’istante tutte le foto del fedifrago, sostituendole con quelle del figlio rimasto con lei. Quando l’estate successiva i rotocalchi pubblicarono le immagini di Canio con la nuova fiamma sulla barca chiamata «Dani », Daniela commentò: «Il buon gusto non è di tutti. Quella barca l’avevo trovata io, ristrutturata io ». Alla domanda, «lei invece è rimasta a Milano a piangere? », Santanchè dette una risposta che fotografa a pennello la sua capacità di reazione: «Ho noleggiato un veliero di cinquanta metri e fatto una meravigliosa crociera con mio figlio ». È, infatti, ricca perché, oltre che un politico, è un’aggressiva imprenditrice pubblicitaria.

Santanchè è una donna di destra destra che dice pane al pane. L’immigrazione selvaggia e il disordine dei costumi la offendono. «Io sono una ruspante di Cuneo e voglio urlare con la bava alla bocca », disse una volta. Richiesta, spiegò: «Vorrei scuotere gli italiani e dirgli: “Incazzatevi per tutto questo casino ”. Perché dobbiamo sopportare il racket dell’elemosina sottocasa e i travestiti con le chiappe al vento? ». Per questa furia, è definita «divisiva » dal Pd che si rifiuta, in queste ore, di eleggerla vicepresidente della Camera. Il Pd ha una bella faccia tosta dopo avere preteso, e ottenuto, nella scorsa legislatura, il voto Pdl per la vicepresidenza di Rosy Bindi. Nota gentildonna che ha riempito di insulti il Cav e che, con toscana soavità, disse di due colleghi che rifiutavano di fare quello che pretendeva lei: «Quando gli str.. so’ str.. galleggiano anche senz’acqua ».
Di famiglia liberale, Daniela dirazzò, entrando, per influsso del suo amico, Ignazio La Russa, in An. Ne divenne deputato nel 2001 e nel 2006. Traslocò poi – in rotta con Gianfranco Fini – nella Destra di Storace. Ci restò un fiat. Appena il tempo di dire alla vigilia delle elezioni, marzo 2008, «donne, non date il voto a Berlusconi, perché ci vede solo orizzontali. Silvio è ossessionato da me, ma tanto non gliela do », che già in novembre era entrata nella corte del Berlusca. Da allora, lo adora e circuisce.

Santanchè, quando vuole, ottiene. A marzo, ambiva alla carica di responsabile dell’Organizzazione del Pdl, lasciata vacante dal ministro in spe, Maurizio Lupi. Il Cav le aveva dato garanzie: «È già tua », ma prendeva tempo. Conoscendo l’inaffidabilità dei maschi, Dani ha occupato manu militari Arcore e tampinato per ore il capo. Ha tolto l’assedio solo dopo l’uscita del comunicato ufficiale che le attribuiva l’incarico. Fa lo stesso con tutti quelli che contano. Accompagna a cena Denis Verdini, che per mani in pasta nel Pdl viene subito dopo il Berlusca, lo incita a mangiare quanto la sua natura godereccia gli suggerisce – mentre lei digiuna essendo iperattenta alla linea – finché Denis, sazio e beato, dice sì a qualsiasi pretesa.

La giornata di Daniela comincia immancabilmente con un’ora di jogging. Se è ad Arcore, come capita spesso, corre con la fidanzata del Cav, Francesca Pascale, di cui è diventata inseparabile e che rappresenta il suo periscopio in casa Berlusconi. Le restanti ventiquattro ore sono decise dal destino. Dani è pronta a viaggi improvvisi, pernottamenti di fortuna, ubiquità. All’uopo, utilizza la leggendaria saccoborsa-cornucopia con il necessario per ogni evenienza: snack ipercalorici, trucco mattino-sera, cambio veloce, scarpe con e senza tacco. I disagi, lei, nemmeno li mette in conto. L’essenziale è raggiungere l’obiettivo del giorno.
Una dura. Bravo chi le tiene testa.


Papa Francesco a Lampedusa, i politici nella reggia
di Flavia Perina
(da “il Fatto Quotidiano”, 8 luglio 2013)

Comincia a diventare impietoso, in modo del tutto inaspettato, il confronto “estetico” tra i due poteri che storicamente si sovrappongono in Italia: lo Stato e la Chiesa. Napolitano e Letta nella reggia di Monza e Francesco I al porto di Lampedusa. Il Presidente e il premier in una location esclusiva, appuntamento a inviti, circondato da una impenetrabile zona rossa. Il Papa su una qualsiasi jeep scoperta, in mezzo a persone qualsiasi, nell’isola più disgraziata del Mediterraneo.

Non entro nel merito dei discorsi e dei ruoli evidentemente diversi. Ma certo nessuno avrebbe pensato, fino a un anno fa, che l’icona pop al tempo della crisi sarebbe diventato un Pontefice che non sbaglia un colpo, sul piano della comunicazione, e dà la birra a tutto il colossale apparato di spin doctor e consulenti per l’immagine che si muove intorno alle istituzioni laiche.

Con un po’ di furbizia, e di feeling con l’immaginario collettivo, le istituzioni si regolerebbero allo stesso modo: l’Expò avrebbe potuto essere inaugurata tra gli operai, in un cantiere, parlando di lavoro, sviluppo e ripresa non a una platea di privilegiati ma ai manovali e agli stagisti, agli elettricisti e ai piccoli imprenditori dell’indotto. Qualcuno di loro avrebbe potuto anche avere voce, al microfono, accanto al Presidente e al premier.

E magari ottenere una risposta, a nome di tutti. Invece no. La nostra politica, le nostre istituzioni, non ci arrivano. E continuano a coltivare riti castali – l’incontro nella Villa Reale, la super-vigilanza, gli inviti selezionatissimi – che li rendono sempre più marziani. Speravamo un po’ tutti, fino a qualche anno fa, un una politica “più obamiana”. Ora scopriamo che a fare l’Obama, in Italia, non è un presidente del consiglio o un capo dello Stato, ma il Vescovo di Roma. Mah.


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Bart