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La diffidenza per il leader

18 Maggio 2013

di Giovanni Belardelli
(dal “Corriere della Sera”, 18 maggio 2013)

Il neosegretario del Pd Guglielmo Epifani è stato eletto da pochi giorni, ma il dibattito interno al suo partito ha in gran parte a che fare con il nome del suo successore. Le cause di questo fatto sono molte, evidentemente, a cominciare da un conflitto tra le varie componenti che la comparsa sulla scena di Matteo Renzi (intersecandosi con il mai sopito confronto tra ex diesse ed ex Margherita) ha solo ulteriormente complicato.
In passato, più volte gli esponenti del Pd hanno sostenuto che la presenza nelle loro file di molti leader, nessuno dei quali veniva a godere di una posizione di netta supremazia rispetto agli altri, era semmai una risorsa; dunque non qualcosa di meno ma qualcosa di più rispetto a un centrodestra dominato da un unico «padrone », Berlusconi.

Ma le cose non stanno evidentemente così, come dimostrano le divisioni che lacerano il partito. Non stanno così anche se teniamo conto di quella tendenza generale delle democrazie contemporanee che il politologo Bernard Manin – in un testo diventato rapidamente un classico della politologia – ha sintetizzato come il passaggio dalla democrazia dei partiti, basata sulle grandi narrazioni ideologiche del Novecento, alla «democrazia del pubblico ». Il passaggio cioè a una forma di democrazia che si fonda su partiti leggeri, caratterizzati da una personalizzazione della politica attorno a leader che instaurano un rapporto diretto con i propri elettori. Il peso del leader e delle sue qualità non rappresenta certo un fenomeno inedito. Semmai il fatto nuovo è che il peso della leadership si lega a un rapporto sempre più diretto con gli elettori – reso possibile dai media – e dunque alla marginalizzazione dei partiti tradizionali e delle loro ideologie.
Ma il Pd è l’unico, tra i principali partiti italiani, a non fondarsi su un leader, a non fare della leadership l’elemento strutturante e il punto di forza della propria azione politica. La «democrazia del pubblico » appare anzi alla maggioranza dei suoi esponenti qualcosa di destra, di inevitabilmente berlusconiano, e perciò da respingere. In realtà di per sé essa non è né di destra né di sinistra, tanto che sullo stesso terreno si sono dovuti muovere, benché con risultati anche molto diversi, un po’ tutti i partiti della scena politica italiana: da Grillo a Monti.

Sullo stesso terreno sembra capacissimo di misurarsi Matteo Renzi, che però – anche per questo – viene percepito come un corpo estraneo da una parte importante del suo partito, nonostante i sondaggi indichino un centrosinistra guidato da Renzi probabilmente vincente sul centrodestra. Ma il Pd appare intenzionato a muoversi in una direzione opposta: da sempre diffidente nei confronti del rafforzamento della leadership a livello del sistema politico (si tratti del semipresidenzialismo di tipo francese o del rafforzamento dei poteri del premier sul modello inglese), la maggioranza del suo gruppo dirigente sembra voler portare quella diffidenza fin dentro l’organizzazione interna del partito con la proposta di separare la figura di segretario da quella di candidato premier. Come si capisce, dividere la leadership non è il modo migliore per rafforzarla. E non è neppure il modo migliore per superare quei conflitti interni, scoperti o nascosti, che rischiano di dilaniare il Partito democratico al di là della momentanea unità trovata attorno al nome del segretario Epifani.


Ecco l’agenda di Borsellino dopo la strage: nelle foto mai viste la traccia del diario sparito
di Francesco Viviano
(da “la Repubblica”, 18 maggio 2013)

L’AGENDA rossa di Paolo Borsellino era lì dove avrebbe dovuto essere. A terra, integra, accanto al corpo carbonizzato del magistrato ucciso da un’autobomba in via D’Amelio insieme ai cinque uomini della sua scorta. L’agenda era lì, ben visibile ancora pochi minuti dopo l’esplosione, almeno fino a quando un uomo, non in divisa, si avvicina al corpo di Paolo Borsellino e, con il piede sinistro alza un pezzo di cartone che copre l’agenda rossa.   L’agenda è lì, per terra, accanto ad una delle auto blindate del magistrato e della scorta che ancora fumano dopo l’esplosione.

DOCUVIDEO Ecco i ladri dell’agenda di Borsellino

L’uomo misterioso che si era allontanato di qualche metro torna indietro e sposta quasi del tutto quel pezzo di cartone. Eccola qui l’agenda rossa di Paolo Borsellino, quella da cui il magistrato non si separava e che tutti cercano invano da vent’anni.

Ora c’è una prova schiacciante, un documento finora inedito, un filmato di oltre due ore girato nell’immediatezza della strage dagli operatori televisivi dei vigili del fuoco, accorsi in via D’Amelio quel maledetto pomeriggio del 19 luglio del 1992, per spegnere le fiamme causate dallo scoppio dell’autobomba piazzata da Cosa nostra sotto casa della madre del giudice.

In quel filmato un’agenda rossa si vede nitidamente a fianco del corpo carbonizzato

del magistrato. È quella di Paolo Borsellino? Certo, difficile pensare a una singolare coincidenza e che sia l’agenda di qualcun altro. A stabilirlo con certezza saranno i magistrati della Direzione Distrettuale di Caltanissetta che proprio nei giorni scorsi avevano acquisito numerosi filmati girati da tv nazionali e private e da videoamatori, nei minuti e nelle ore successive alla strage. Il tentativo era quello di trovare tracce di quell’agenda dove si presume che il magistrato avesse annotato appunti di lavoro e riflessioni. Proprio queste avrebbero potuto far luce sul reale movente della strage e sulle possibili responsabilità istituzionali a fianco di Cosa nostra. Perché il sospetto dei Pm di Caltanissetta è che Paolo Borsellino nelle ultime settimane della sua vita avesse scoperto la trattativa tra Stato e Mafia.

Il filmato dei Vigili del Fuoco era stato acquisito, insieme ad altri video dalla Procura di Caltanissetta già 20 anni fa, ma evidentemente tra centinaia di ore di registrazione, questi chiarissimi fotogrammi che mostrano un’agenda rossa accanto al corpo di Paolo Borsellino sono sfuggiti all’esame degli inquirenti. Che il magistrato anche quella domenica del 19 luglio avesse l’agenda rossa con sé è certo, lo hanno ribadito più volte la moglie, Agnese Piraino Leto scomparsa da alcuni giorni, e i figli. Un’agenda che il magistrato teneva spesso in mano e che non lasciava quasi mai nella sua borsa di lavoro che invece, come avvenne il 19 luglio, affidava spesso alla custodia degli uomini della sua scorta. La borsa del giudice fu ritrovata sul sedile posteriore della macchina blindata ma al suo interno l’agenda rossa non c’era. Probabilmente perché, come dimostra ora il filmato di cui Repubblica è entrata in possesso, prima di salire a casa della madre, Borsellino l’aveva presa con sé.

Chi è dunque quell’uomo che indossa mocassini neri, pantaloni beige su una camicia bianca e con un borsellino nero, che si avvicina così tanto e ripetutamente al corpo martoriato di Borsellino, prima ancora che venga coperto pietosamente con un lenzuolo e per ben due volte sposta con un calcio quel pezzo di cartone che copre parzialmente l’agenda? Certamente un uomo in divisa, un “addetto ai lavori” che nessuno allontana dalla scena della strage in quei drammatici momenti in cui decine di poliziotti e carabinieri cercavano di mandare via tutti i curiosi. Un’immagine in linea con la testimonianza resa alcuni anni fa dall’ispettore di polizia Giuseppe Garofalo ai magistrati di Caltanissetta: “Ricordo di avere notato una persona in abiti civili alla quale ho chiesto spiegazioni in merito alla sua presenza nei pressi dell’auto blindata. A questo proposito non riesco a ricordare se la persona mi abbia chiesto qualcosa in merito alla borsa o se io l’ho vista con la borsa in mano o comunque nei pressi dell’auto del giudice. Di sicuro io ho chiesto a questa persona chi fosse e lui mi ha risposto di appartenere ai “servizi”. Posso dire che era vestito in maniera elegante, con una giacca di cui non ricordo i colori”.

Negli anni sono state molte le ipotesi seguite sulla sparizione dell’agenda rossa. Un filmato sembrava indicare nell’ufficiale dei carabinieri Giovanni Arcangioli l’uomo che cammina in via D’Amelio con la borsa del magistrato ma, inquisito, è stato prosciolto perché non c’è la prova che l’agenda si trovasse dentro la borsa. Una relazione di servizio della Polizia di Stato, invece, racconta che quella borsa venne portata alla squadra mobile e consegnata all’allora dirigente Arnaldo La Barbera. Ora il nuovo filmato fornisce una pista decisiva sul giallo dell’agenda rossa.


La pitonessa
di Alessandro Giuli
(da “Il Foglio”, 18 maggio 2013)

Né falco né colomba, Daniela Santanchè avvolge le sue prede televisive con l’implacabile sinuosità di una pitonessa. L’altra sera, ospite di Michele Santoro, chiamata a discettare di olgettine e bunga bunga, Santanchè ha dimostrato ancora una volta d’esser lei la first lady del centrodestra, la perfetta prosecuzione del berlusconismo con altri e più ipnotici mezzi, se non pure il prologo della futura reincarnazione del Cav.

E non soltanto perché ha sfoderato quell’improvviso coming out lesbo per disintegrare la superbia di Marco Travaglio, denudandone l’anima da avanzo atrabiliare di sagrestia (“o signore benedetto, pure lesbica…”, ha detto il questurino irrigidito, forte nel monologo ma rannuvolato in viso quando si tratta di battagliare a duello con una che costringe il suo sangue a raggrumarsi intorno agli organi vitali). E non soltanto perché lo stesso Santoro, mentre l’interrompeva per contenerne l’esultanza, ha tradito con un sorriso complice l’inconfessabile simpatia nei suoi confronti.

Santanchè in televisione buca, spacca, stritola, soffoca e si congeda con l’allure di chi sembra (ma non è così) finita in video per caso o per distrazione, quasi sbagliando strada dopo una passeggiata nel quadrilatero della moda milanese che toglie il sonno alla Boccassini: foulard pitonato (è una pitonessa) e scarpe con la zeppa (“svolta culturale?”, almanaccano affascinate le ragazze liberal, foglianti comprese), Santanchè esprime una speciale irriducibilità ai salotti goscisti nei quali si fa ospitare come front girl del Caimano, epperò li domina in modo aggressivo e sfarzoso. Lì per lì non sembra nemmeno essenziale che cosa vada dicendo, potrebbe anzi declamare un qualunque abracadabra, poiché colpisce subito l’espressione di una consapevolezza oltraggiosa agli occhi dei professionisti della morale. Ma si capisce presto che nessuno come lei, nella corte del Cav., sa difendere il diritto alla felicità attaccando i bassifondi psicologici del puritanesimo, rivendicando in pubblico la dimensione ludica e privata dell’intrattenimento burlesque, delle frequentazioni notturne e della naturale libertà femminile di farsi commensale, confidente, danzatrice o perfino etèra senza per questo doversi sentire cucito sulla carne il marchio della puttana (su questo punto, con timbro e coloritura anche più sonori, Ritanna Armeni ha scritto sul Foglio righe pressoché definitive). Gli altri berlusconiani, le altre berlusconiane e Berlusconi per primo appaiono al confronto timidi, cavillosi o piagnucolosi, inclini a rivestire la divisa dei perseguitati (talvolta pour cause) o il cilicio espiatorio di chi deve proteggere un senso di colpa.

L’improntitudine paga più della tristezza, non c’è dubbio. E tuttavia non si diventa pitonesse senza applicazione. In Santanchè non s’indovina un’adolescenza trascorsa sui libri, ma si avverte il fuoco vitale della fanciulla che ha studiato la lezione mezz’ora prima d’essere interrogata, assimilandola cento volte meglio della secchiona al primo banco. Si chiama brillantezza e a Santanchè, per fare un esempio erratico, è stata unanimemente riconosciuta nel 2005, quando s’è dimostrata uno dei migliori relatori parlamentari in materia di Finanziaria. Detto questo, le pitonesse cambiano molte pelli e Santanchè ha indossato anche quella infelice della destra con la bava alla bocca. Altre ne indosserà, ma l’incantamento (o il pallore) che produce nei suoi antagonisti radical-televisivi certifica che non si deve nepppure pensarla come lei, per ammetterne la superiorità.


La casa è salva
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 18 maggio 2013)

Chi ironizzava, soprattutto tra i moderati delusi, sull’appello al voto utile fatto in campagna elettorale da Silvio Berlusconi, per coerenza a giugno dovrebbe pagare comunque la rata dell’Imu, sospesa ieri dal governo Letta-Alfano come primo provvedimento dell’esecutivo.

Ricordate? Non pagare più l’odiata tassa era stato il primo annuncio del redivivo Pdl che per questo fu spernacchiato da Monti e da Bersani al grido di: impossibile, demagogico, pericoloso, cialtronesco, così come pochi mesi prima era stato trattato Alfano quando lanciò la campagna affinché lo Stato pagasse i suoi debiti alle imprese.

Ora che l’impossibile diventa possibile, gli stessi soggetti, pur di non ammettere di aver sbagliato, usano la stessa ironia: e che sarà mai, vedremo come andrà a finire, serve altro. È vero, ma vogliamo ammettere che per la prima volta da tempo immemorabile il pagamento di una tassa viene tolto invece che aggiunto e che questo lo si deve alla (nostra) politica e non all’anti-politica con la quale si soddisfano le viscere ma non lo stomaco? Dicono, diranno nelle prossime ore: in tutti i Paesi si paga una tassa sulla casa, e giù, a partire da prestigiosi economisti-commentatori che rosicano per non aver azzeccato una previsione negli ultimi dieci anni, con ricette alternative di ogni tipo. Io, che di economia non capisco un tubo, dico due cose. La prima è che negli altri Paesi (vedi Stati Uniti) la tassazione generale è ben inferiore alla nostra e quindi il paragone non tiene. La seconda è che dalla sospensione dell’Imu non ci guadagnano solo i proprietari di prima casa, ma tutti. Perché oltre due miliardi di euro non finiranno nelle casse dello Stato ma in quelle di commercianti, artigiani, operatori turistici. Tutto ciò ha un nome: sviluppo. E un padre, anzi due: il Pdl e il tanto schifato governo dell’azzardata alleanza con il Pd. Che se avrà la forza di procedere sulla via della detassazione chiesta da Berlusconi (Imu definitiva e anche per gli edifici industriali, Iva e imposte sul lavoro) per me può durare all’infinito. Noi non siamo per le soluzioni ideologiche. Voto utile più governo utile uguale politica utile. Così si deve combattere la sinistra radicale e il grillismo rampante. Il resto, fare fuori il nemico, è materia ormai cara solo alle Procure e ai suoi soliti megafoni. Speriamo che duri.


Per Berlusconi e Prodi senatori a vita
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 18 maggio 2013)

Si illude Silvio Berlusconi se pensa sul serio che per chiudere la guerra civile fredda che devasta il paese da troppi anni a questa parte sia sufficiente rispettare il patto tra Pd e Pdl grazie al quale il governo Letta-Alfano riesce a stare in piedi. Non c’è bisogno di ricordare come venne chiusa la guerra civile calda degli anni quaranta per rilevare che senza una apposita amnistia neppure la guerra civile fredda possa essere archiviata nella storia. Ma le condizioni per una amnistia che sarebbe subito vista come la summa della norme ad personam non ci sono. Fino a quando Silvio Berlusconi dovrà fronteggiare processi nei Tribunali di mezza Italia e parte dei suoi avversari continueranno a coltivare la speranza di vederselo tolto dai piedi dalla magistratura, non ci sarà alcuna possibilità di mettere la pietra tombale alla guerra civile attraverso lo strumento dell’amnistia.

Neppure se questa stessa amnistia, se realizzata puntando ad eliminare il gigantesco contenzioso esistente tra una massa gigantesca di cittadini e le strutture burocratiche dello stato, potrebbe rivelarsi un incredibile ed efficace volano per la ripresa del paese e per la sua uscita dalla crisi! Esclusa l’amnistia, però, basta il patto sulle larghe intese per chiudere la conflittualità endemica tra centro destra e centro sinistra? L’unica risposta realistica all’interrogativo è quella negativa. Già è un miracolo che il patto sulle larghe intese riesca ad andare avanti alla giornata. Figuriamoci se una alleanza così precaria e così mal digerita dai contraenti possa essere in grado di realizzare un compito epocale come la chiusura di un conflitto che non ha segnato solo la Seconda Repubblica ma che è l’eredità di tutto il cosiddetto “secolo breve” del novecento. Ed allora? Esiste un altro modo che non sia quello dell’amnistia per dare un segnale al paese che la guerra non continua ma è almeno interrotta per il tempo necessario alla uscita dalla crisi? Da più parti è stato ipotizzato che se il Presidente della Repubblica decidesse di nominare Silvio Berlusconi senatore a vita per tutelarlo dalla persecuzione giudiziaria si determinerebbe una importante condizione per un effettivo armistizio. Ma anche questa ipotesi, minimale rispetto alla amnistia, è stata subito bocciata come si è visto con la sortita del capo gruppo del Pd del Senato Luigi Zanda.

Eppure, a dispetto della bocciatura fatta dall’esponente del Partito Democratico, l’ipotesi di un intervento del Capo dello Stato per sopire l’eterna conflittualità del bipolarismo muscolare non è affatto peregrina. A patto che la motivazione non sia quella di sottrarre Berlusconi alla magistratura persecutrice e non riguardi solo la persona del Cavaliere. Se, ad esempio, il Presidente della Repubblica decidesse di chiudere e storicizzare la Seconda Repubblica nominando senatori a vita i due personaggi che sono stati i principali protagonisti di questa lunga fase politica del paese, cioè Silvio Berlusconi e Romano Prodi, le condizioni per l’avvio del superamento della guerra civile sarebbero due, bilanciate e motivate dalla volontà di riconoscere dignità politica ai fondatori dei due schieramenti che hanno dominato la vita pubblica del paese negli ultimi vent’anni. In questo modo Berlusconi otterrebbe un vantaggio superiore a quello di Prodi che non ha alcuna persecuzione giudiziaria alle spalle? Sicuramente sì. Ma al tempo stesso Prodi, e lo stesso centro sinistra, otterrebbero quel riconoscimento politico e morale che la crisi del Pd ha negato non solo al fondatore dell’Ulivo ed all’unico sfidante vittorioso del Cavaliere ma anche a se stesso. Berlusconi e Prodi senatori a vita, dunque! Perché non provarci?


Trattativa Stato-Mafia, Cicchitto: “Gruppo di magistrati vuole destabilizzare sistema”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 18 maggio 2013)

“Il rinnovato attacco della Procura di Palermo al Presidente Napolitano, e cioè a quella che è non solo la figura istituzionale di maggiore rilievo, ma anche la personalità di maggior prestigio dalla quale dipende per larga parte la stabilità e le possibilità di modernizzazione del quadro politico e istituzionale, è evidente che esiste un nucleo sia pur ristretto di magistrati che vuole destabilizzare tutto il sistema”.

Lo ha dichiarato in una nota il deputato del Pdl Fabrizio Cicchitto a proposito dell’inserimento del capo dello Stato   nell’elenco dei 176 testimoni che il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Antonino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia hanno depositato nella cancelleria della corte d’Assise. Il processo sul patto sotterraneo siglato tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra prenderà il via il prossimo 27 maggio a Palermo. E l’accusa vuole che sul banco dei testimoni salga anche il presidente della Repubblica, recentemente riconfermato per la seconda volta al Quirinale. L’oggetto della testimonianza di Napolitano è legato ad uno scambio di lettere con il suo ex consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, deceduto nel luglio scorso..

“Assai singolare”, ha commentato al Mattino Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte costituzionale e vice presidente del Csm. “Nella sostanza, si chiede che il presidente Napolitano venga chiamato a illustrare, o a dare delucidazioni, su atti e attività che riguardano il suo ufficio espressione di un’attività istituzionale”, spiega. “Si cercano chiarimenti su atti pubblici, la famosa lettera del consigliere del Quirinale, Loris D’Ambrosio, cui rispondeva il capo dello Stato. Documenti resi di dominio pubblico già da tempo. Non vedo l’utilità processuale di una testimonianza su questo atto”, ha ggiunto. “Un parlamentare non può, nelle sue interrogazioni al governo, entrare nel merito dell’attività istituzionale del capo dello Stato. Non è nelle sue prerogative. Per analogia, non credo che un’autorità giudiziaria possa entrare nel merito dell’attività d’ufficio del presidente della Repubblica”. Se la richiesta dovesse essere accolta, aggiunge Mirabelli, “potrebbe derivarne un altro possibile conflitto istituzionale”.


Trattativa Stato-mafia, Grasso: “Non posso che essere disponibile a essere ascoltato”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 18 maggio 2013)

“Dopo aver ascoltato tanta gente nella mia vita non posso che essere disponibile a essere ascoltato. Naturalmente valuterò le prerogative che il mio ruolo mi dà di farmi ascoltare nei palazzi del Senato, magari nella sala della Costituzione che consultarla non fa male”. Pietro Grasso dà la sua disponibilità a essere teste a Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia che partirà il 27 maggio a Palermo, ma probabilmente questo averrà a Palazzo Madama.

Il presidente del Senato è in Sicilia per partecipare alla fiera di ‘Addiopizzo’ e commenta così la richiesta dei pm palermitani di ascoltarlo nell’ambito del procedimento in cui è stato chiamato a testimoniare anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. ”Lo avrei fatto anche io, che sottoscrivo parola per parola tutta la lista dei testi presentata dalla Procura di Palermo nella vicenda della trattativa Stato-mafia” dice l’ex pm di Palermo Antonio Ingroia, ora destinato ad Aosta. ”La richiesta di sentire il presidente della Repubblica non c’entra niente con la vicenda delle intercettazioni – spiega Ingroia – ma serve a chiedergli di riferire se Loris D’Ambrosio gli abbia parlato della lettera nella quale lo scomparso consigliere giuridico del Quirinale scrive di ‘indicibili accordi’ come se sapesse della trattativa Stato-mafia. Potrebbe averne parlato con il presidente Napolitano e per questo – continua ancora Ingroia – mi auguro che il Capo dello Stato venga sentito su questa vicenda. Quando ancora ero a Palermo, dopo la morte di D’Ambrosio, insieme agli altri colleghi del pool avevamo già da allora condiviso sulla necessità di ascoltare il presidente della Repubblica”.

Su un’altra questione relativa alle stragi del ’92 risponde Grasso ai giornalisti sugli ultimi sviluppi in merito all’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino: “Come sapete sono uno che tende sempre ad accertare la verità e a cercare verità e giustizia. Quindi qualsiasi passo avanti si può fare per me è un passo positivo”. Nei giorni scorsi in Tribunale a Caltanissetta è stato mostrato un video inedito in cui si vede un carabiniere prendere la borsa del giudice. Il colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli chiamato a deporre nel processo “Borsellino quater”, incriminato e poi prosciolto dal furto dell’agenda del magistrato, dinanzi alla Corte d’Assise ha ricostruito i suoi movimenti in via D’Amelio subito dopo la strage. Nel filmato preso da Youtube si vede un sottufficiale con pettorina azzurra che avrebbe in mano la borsa del magistrato, poi sparita.


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Bart