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Non esiste una sentenza con cui eliminare il Cav. Sarà ancora più forte

20 Giugno 2013

di Franco Bechis
(da “Libero”, 20 giugno 2013)

Dice Silvio Berlusconi che sentenza dopo sentenza in un crescendo rossiniano i magistrati vogliono farlo fuori dalla politica. Pensa male, ma non sbaglia. Anzi, c’azzecca proprio come avrebbe detto Giulio Andreotti. Poi ogni tanto il Cav ci ripensa, ascolta le sue colombe, si convince che a fare lo scolaretto modello andando a braccetto con i nemici e stringendo patti non scritti con il Quirinale, le cose possono andare in altro modo. E puntualmente sbatte poi il muso contro una realtà diametralmente opposta.

Accadde con il lodo Schifani, poi con il lodo Alfano e Berlusconi si infuriò. È accaduto ancora una volta ieri con la decisione negativa della Corte Costituzionale sul suo legittimo impedimento, e la rabbia si è ormai trasformata in tranquillo sarcasmo. Poteva andare diversamente ieri, al di là delle promesse sussurrate e mai dette, al di là dei fallaci ragionamenti sulla composizione di una Corte che sempre più si è trasformata nella sua assoluta maggioranza ad immagine e somiglianza di Giorgio Napolitano? Sì, in punta di diritto poteva andare diversamente. Prova ne fu che quando la corte di Milano rifiutò il primo marzo 2010 il legittimo impedimento di un consiglio dei ministri guidato da Berlusconi, a sbottare fu perfino un misuratissimo presidente emerito della Corte costituzionale come Piero Alberto Capotosti: «sostenere », disse, «che il consiglio dei ministri sia stato spostato ad arte per evitare l’udienza milanese mi sembra eccessivo. Così salta la leale collaborazione fra poteri dello Stato ».

Insomma, ci fosse stato ieri Capotosti e qualcun altro come lui, la sentenza sarebbe stata diversa. Invece relatore era quel Sabino Cassese che Repubblica avrebbe voluto al Quirinale, e la Corte era in gran parte composta da giudici nominati da Napolitano. Una maggioranza granitica l’aveva trovata quando si è trattato di polverizzare la procura di Palermo nel conflitto con il Quirinale, ma quel granito è divenuto burro quando una delle parti in conflitto era il Cavaliere.

Sì, Berlusconi ha formalmente ragione: lo vogliono fare fuori per via giudiziaria. Non speri in labilissimi patti con il Colle, perché lassù spira lo stesso vento. E stia certo che nel processo Ruby è destinato a essere preso a schiaffoni dalla sentenza di primo grado. E che la Cassazione confermerà primo e secondo grado del processo sui diritti tv, certificando così la sua espulsione dal Parlamento (e forse anche l’immediata decadenza da senatore). Ma non dica che così lo vogliono fare fuori dalla vita politica del Paese. Questo non è potere nelle mani di alcun giudice, e nemmeno del Quirinale. È un potere esclusivamente nelle mani del popolo italiano, che fin qui ha deciso in modo assai diverso.

Le sentenze con le pene accessorie possono anche (e accadrà) fare fuori Berlusconi dal Parlamento. Non dalla vita politica italiana. Si potrebbe fare politica perfino dal carcere, e Berlusconi questo non rischia (indulto e condono attenuano di molto le condanne di cui parliamo). Figurarsi se non si può farla da palazzo Grazioli o da qualsiasi piazza italiana. Se questo è lo scopo di tanti magistrati, è solo illusione: Berlusconi continuerà a fare politica. E magari in quel modo si invertono le parti: non sarà più qualcuno a cercare di fare fuori lui, ma l’esatto contrario. Che si possa fare politica da fuori è ben dimostrato dalla avventura di Beppe Grillo. Lui stando fuori passa il tempo a fare fuori gli altri: prima gli avversari politici, poi perfino i suoi che ritiene traditori. Chissà che non sia questo lo sfizio futuro del Cavaliere. Lo si può condannare fino alla nausea, ma non si potrà evitare a uno schieramento politico di correre alle prossime elezioni sotto la bandiera di Berlusconi…


A un passo dalla fine
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 20 giugno 2013)

Tutto come previsto. Ora tra la vita e la morte politica di Silvio Berlusconi c’è solo un passo, una sentenza della Cassazione.
È quella sul processo diritti Mediaset che dovrà confermare o no, entro l’autunno, la condanna a quattro anni di carcere e cinque di interdizione dai pubblici uffici inflitta in secondo grado al leader del Pdl.

Ieri infatti la Corte costituzionale non ha invalidato quel processo – come chiesto dalla difesa – sostenendo che un Consiglio dei ministri convocato d’urgenza (su pressione dell’Europa) dall’allora premier Silvio Berlusconi non poteva valere come legittimo impedimento a partecipare a un’udienza (che i giudici svolsero senza l’imputato).
In sintesi: dei giudici che decidono che cosa è utile, necessario per un governo e quindi per il Paese. Un’arrogante interferenza di un potere dello Stato (la magistratura) nei confronti di un altro potere (l’esecutivo), ultimo atto di una persecuzione formale e sostanziale iniziata all’indomani della famosa discesa in campo. Tra pochi mesi, quindi, il leader del Pdl perderà l’agibilità politica. Non uso il condizionale perché sono sicuro che la sentenza di morte è in realtà già scritta. Non c’è motivo perché la casta dei magistrati, se lasciata libera di scorrazzare, si fermi sul più bello. So che non pochi, dentro il Pdl e nella corte, consigliano Berlusconi di stare fermo immobile perché in qualche modo le cose ancora si possono aggiustare. Sono le famose colombe, le stesse che garantivano il buon esito della sentenza di ieri. Io non sono contrario alle mediazioni, ma ai fallimenti sì. Colomba è colui che fa la spola portando avanti e indietro un ramoscello di pace. Mi pare che le nostre colombe invece partano col ramoscello e tornino regolarmente a zampe vuote. Cioè sono inutili, direi dannose come i piccioni.
Berlusconi se la cava alla grande quando dà retta solo a se stesso, al massimo all’umore del suo elettorato. E non credo proprio che gli elettori del Pdl siano felici di vederlo uscire di scena silente e umiliato. Perché è chiaro che, via lui, il Pdl si scioglierà come neve al sole. E non è un mistero che già qualcuno dei colonnelli per salvarsi si stia spalmando crema protettiva gentilmente offerta da finti amici (la stessa usata da Fini al tempo del tentato golpe).
Tre mesi. Questo il tempo per stanare il presidente Napolitano, duro nel sostenere il governo di larghe intese ma ambiguo nel garantire l’agibilità politica di uno dei due soci. Non so se la sentenza di ieri inciderà sulla tenuta del governo (Berlusconi dice di no). Ma so che andare a braccetto e spianare la strada a chi ti vuole morto non è da colombe. O è da fessi o da doppiogiochisti.


Biancofiore: «Per la sentenza Mediaset farò ricorso alla Corte dei Diritti Europea »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 20 giugno 2013)

Certifica che mercoledì «è venuto meno il principio cardine della democrazia, ovvero la leale collaborazione tra poteri » e anticipa che farà «ricorso personale, se il Presidente mi darà il via libera, alla Corte dei diritti e di giustizia europea affinché possa avere un giusto processo ». È Michaela Biancofiore, la pasionaria di Silvio Berlusconi e Sottosegretario del governo Letta per la Pubblica Amministrazione, a commentare così a «Citofonare Adinolfì », su Radio Ies, il mancato accoglimento da parte della Consulta di un ricorso dell’ex premier sul legittimo impedimento.

LETTA STIA ATTENTO AL FUOCO AMICO – Il deputato aggiunge che «non è pensabile che i magistrati vengano nominati dalla politica, soprattutto quelli delle alte cariche, o che ci sia una magistratura rappresentata da correnti politiche ». In ogni caso questo non inciderà sul governo da parte del Pdl, ma «Letta non può dormire sonni tranquilli, e non per il centrodestra: è evidente che nell’alveo del centrosinistra, che già due mesi fa era convinto di aver vinto le elezioni, c’è un fuoco amico ».

MAGISTRATI, POLITICI IMMORALI – Non solo: «C’è, indubbiamente, un reticolo di magistrati che di fatto hanno fondato un partito politico ideale, che è andato oltre ogni morale pubblica, e non a caso ci sono molti magistrati scesi in politica e che fanno della loro toga la loro forza ».


La fine di un equivoco
di Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 20 giugno 2013)

La reazione di Silvio Berlusconi alla sentenza con la quale ieri la Corte costituzionale ha negato che la sua assenza da un’udienza del marzo 2010 fosse giustificata, è apprezzabile: se non altro perché, pur ripetendo le accuse alla magistratura di volerlo eliminare dalla vita politica, garantisce che non verrà meno il sostegno al governo di Enrico Letta. Si tratta di un gesto di responsabilità che risponde all’esigenza di tenere separati i due piani, come d’altronde fanno Palazzo Chigi e il Pd. E per ora disarma quanti nel centrodestra evocano dimissioni in massa se il Cavaliere in autunno fosse condannato e subisse l’interdizione dai pubblici uffici.

Ma, sebbene atteso e temuto, il «no » al legittimo impedimento nei processi che vedono Berlusconi imputato è un cuneo nel futuro della legislatura. Prolunga il conflitto tra i giudici e l’ex presidente del Consiglio. Dà fiato a quanti, nella maggioranza anomala che sostiene la coalizione, sono tentati di usare il verdetto come un’arma impropria. E rischia di perpetuare tesi come quella che vede nella decisione di ieri la conferma di una politica subordinata ai giudici; e nelle Procure il braccio provvidenziale dell’antiberlusconismo. Significherebbe una interpretazione grave delle decisioni della Corte, che però trova udienza in una parte dell’opinione pubblica.

Non solo. Il Pdl è sempre stato incline a vedere nel governo di unità nazionale, nato dopo le elezioni di febbraio e dopo la conferma di Giorgio Napolitano al Quirinale, il preludio di una pacificazione: una tregua nella quale si riconosce anche una parte della sinistra, oltre alla formazione dell’ex premier Mario Monti. Il problema è che, a torto o a ragione, il centrodestra ha sempre teso a dilatarne il significato, ricomprendendo nella sospensione delle ostilità i processi a Berlusconi. Sono visti infatti come un pezzo non trascurabile della «guerra dei vent’anni » che ha diviso i due schieramenti della Seconda Repubblica. Per questo il «no » della Corte viene vissuto come una smentita bruciante della tregua.

La distanza fra alleati di governo è racchiusa nel giudizio agli antipodi su una sentenza «politica e faziosa » per il Pdl; «tecnica » per il Pd. Il coro del centrodestra risulta compatto e in qualche caso esagerato. Compensa l’impossibilità di scaricare sul governo un provvedimento destinato a segnare il futuro di Berlusconi, in attesa anche della sentenza sul caso Ruby. E magari vela e cerca di far scivolare in secondo piano qualche errore nell’impostazione della difesa processuale del Cavaliere. Ma è altrettanto vistosa la cautela dei Democratici. Non si vogliono offrire pretesti polemici sia al fronte berlusconiano, sia alla sinistra che accusa il governo Letta di cedevolezza.
Probabilmente non ci sono rischi per la stabilità. Da ieri, tuttavia, è finito l’equivoco di una maggioranza fondata anche sulla pax giudiziaria.


Consulta sentenza Mediaset: l’ira di Silvio Berlusconi su Giorgio Napolitano per non aver rispettato i patti
di Alessandro De Angelis
(da “L’Uffinghton Post”, 20 giugno 2013)

“Non è servito a niente il senso di responsabilità dimostrato. I giudici non avranno pace, finché non mi avranno eliminato dalla scena politica”. La botta è di quelle devastanti. Rabbia, delusione, sconcerto su quel che accadrà. Adesso Silvio Berlusconi vede nero davvero. Perché il Verdetto è durissimo. E non ammette margini interpretativi. Per la Consulta la richiesta di legittimo impedimento è infondata. E ora non resta che sperare nel “giudice a Berlino” della Cassazione per evitare che l’ex premier, con la senza Mediaset, venga interdetto e cacciato dal Senato. A caldo viene diramata una nota per rassicurare che il governo non rischia, preparata già da ieri. E ai dichiaratori viene chiesto di andarci giù duro sui giudici, quegli ayatollah di una guerra senza fine, mettendo a riparo il governo dalla scossa.

Ma a questo punto tutto le certezze sono avvolte in una nube di paura. Silvio Berlusconi si sente sul piano inclinato di chi sta scivolando nel ruolo di imputato in attesa di giudizio. È chiaro che il Verdetto, ragionano Ghedini e Longo, ha un effetto psicologico su tutte le toghe all’opera per distruggere il Cavaliere. A partire da quelle che lunedì gli rifileranno una condanna per prostituzione minorile sul processo Ruby. O quelle che il 27 saranno chiamati a decidere sul rinvio a giudizio sulla compravendita dei senatori. O sul processo sul lodo Mondadori, che il 27 inizierà in Cassazione. Una valanga che prefigura quello che l’ex premier chiama “il massacro”. Ecco perché, nel giorno più difficile, l’urlo di dolore del mondo berlusconiano è assordante: “Sentenza sconcertante”, “politicizzata”, “accanimento” vergogna, è infinito l’elenco delle dichiarazioni, dal più alto in grado all’ultimo peones.

È la valanga, il timore. Perché, in fondo, qualche speranza che non partisse in questo modo Berlusconi l’aveva. E c’è un motivo se nell’ora del panico finisce nel mirino Giorgio Napolitano. Con i fedelissimi, il Cavaliere si lascia andare: “Non ha mosso un dito – è il ragionamento – neanche con i membri della Corte nominati dal Colle”. Come ai tempi del Lodo Alfano, l’ex premier si sente ingannato dall’inquilino del Colle che in privato chiama “il bolscevico”. A microfoni spenti, un ex ministro che ha avuto più di un contatto col Cavaliere racconta: “La prima offerta di bis a Napolitano, e questo fu anche scritto dai giornali, fu fatta quando i nostri salirono al Colle dopo la manifestazione davanti al tribunale di Milano. Fu l’inizio di un appeasement. Napolitano rispose che era prematuro, ma bacchettò la magistratura. La rielezione è avvenuta anche grazie a noi, che abbiamo mostrato responsabilità in tutti i modi, governo Letta compreso, dove non abbiamo messo nessun berlusconiano vero. Ora su questi presupposti la Corte avrebbe potuto se non accogliere in toto la nostra richiesta, quantomeno mandare tutto alla Consulta”.

E invece, secondo le informazioni pervenute a palazzo Grazioli, a palazzo della Consulta i giudici di area Colle non si sarebbero impegnati più di tanto. Se si fossero impegnati, dicono nella cerchia ristretta del Cavaliere, “sarebbe finita otto a sette per noi”. E invece è arrivata la scossa perché “la decisione della Corte – spiega Sandro Bondi – formalizza ormai il principio della prevalenza delle decisioni della magistratura rispetto a quelle del potere politico legittimato a tutelare gli interessi dello Stato”.

È un clima rovente, quello che si respira a palazzo Grazioli fino a notte fonda. Col passare delle ore sono arrivati pressoché tutti per stare vicino al Cavaliere, ma anche per capire cosa si fa ora. A partire dai ministri che – appena finito il cdm – hanno mandato la loro dichiarazione sulla Corte, parlando di “decisione che tradisce ogni principio di leale collaborazione e sancisce la subalternità della politica dall’ordine giudiziario”.

La parola d’ordine è che il governo non è in discussione. Ma chissà. A palazzo Grazioli la domanda che tutti fanno è: “Se non c’è la tregua giudiziaria, che ci stiamo a fare nel governo?”. Anche in questo caso, nel mirino c’è “il bolscevico” che non scioglie le Camere per votare. Ma per la prima volta da un po’ di tempo a questa parte in molti hanno riaperto il dossier della rottura, da consumare a settembre sull’economia, pensando alla prossima ora X, quando la Cassazione deciderà sulla cacciata di Berlusconi dal Parlamento. Per ora il Cavaliere pare aver scelto la via andreottiana di difesa, con l’avvocato Coppi che chiede un profilo responsabile, poche esternazioni, e una linea di difesa nel processo e non dal processo. Per ora.


Il paradosso del leader resuscitato
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 20 giugno 2013)

La sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dato torto a Berlusconi e ragione ai giudici di Milano – rifiutatisi di rinviare un’udienza tre anni fa, di fronte a un’ennesima richiesta di aggiornamento dell’allora premier – non cambierà di molto, a meno di sorprese, il percorso politico del centrodestra, né gli equilibri del governo di larghe intese.

È stato il Cavaliere in persona a garantirlo, pochi minuti dopo il comunicato della Consulta. E seppure in passato s’è sempre distinto per i bruschi ripensamenti dell’indomani, è la logica a dire che stavolta difficilmente cambierà idea. Terrà aperto l’ombrello del governo sui suoi guai, almeno fino alla conclusione dell’iter giudiziario dei processi – non solo quello per i fondi neri Fininvest per cui è stato condannato in appello, ma anche del caso Ruby e della controversia civile con De Benedetti, che gli è già costata oltre cinquecento milioni di euro. Non a caso le dimissioni in massa dei parlamentari Pdl, minacciate a sorpresa in mattinata dal vicepresidente del Senato Gasparri, anche prima che Berlusconi dettasse la sua reazione alla sentenza, hanno trovato scarsissima accoglienza tra i deputati e i senatori del centrodestra.

Ciò che cambia davvero, però – e sensibilmente –, dopo il pronunciamento dei giudici costituzionali è il rapporto tra la condizione dell’imputato e quella del leader. Dopo il «no » al ricorso dei legali del Cavaliere è diventato tecnicamente possibile – anche se non si può ancora dire quanto probabile – che la Cassazione, in autunno, confermando il verdetto dei giudici di Milano, chiuda d’imperio la carriera di Berlusconi, dichiarando in via definitiva la sua interdizione dai pubblici uffici. Questo è il dato politico e la conseguenza più forte della sentenza. Ed è un passaggio simbolico, pesante e praticamente finale, che forse non poteva non avere Berlusconi al centro della lunghissima guerra tra politica e giustizia in corso ormai da decenni.

La Seconda Repubblica era nata, sulle macerie della Prima, anche per affrontare questo problema. Un’infinità di tentativi, da destra e da sinistra, non hanno tuttavia portato a nulla. E sarà adesso la Cassazione a decidere se la storia dell’uomo simbolo di questo ventennio debba concludersi sul piano giudiziario, e non su quello politico, come accadde per l’altro protagonista del mezzo secolo precedente, Giulio Andreotti.

Naturalmente non è detto che finisca così. Berlusconi, lo dicono gli osservatori che hanno letto le carte, potrebbe, sì, essere condannato, ma anche no: prescritto o sottoposto a un nuovo processo, se la sentenza d’appello dovesse essere annullata con rinvio a un’altra corte. Ma quel che resta da capire è se l’imputato, in caso di condanna, smetterebbe di far politica, o ne coglierebbe l’occasione per un’estrema battaglia: trasformandosi in un Berlusconi alla Grillo, che fa campagna elettorale senza candidarsi, e una volta presi i voti di milioni di italiani, detta le sue condizioni stando fuori dal Parlamento. Conoscendolo, la seconda è l’ipotesi più probabile. E il paradosso di un Berlusconi resuscitato, invece che abbattuto da una sentenza, quando ormai era avviato verso il declino, è purtroppo destinato a pesare ancora sul governo, sul Paese, sullo scorcio di una legislatura nata morta, e sul tramonto – cupo, sterile, infinito – di un’altra inutile stagione repubblicana.


Il Cav: “Il governo non si tocca”. Ma è tensione con il Quirinale
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 20 giugno 2013)

A differenza di quel che prevede il clichè e delle tante volte in cui il Cavaliere ha faticato a trattenersi, Berlusconi resta insolitamente tranquillo quando gli consegnano il comunicato con cui la Corte Costituzionale respinge il ricorso sul processo Mediaset.
Bocciato su tutta la linea, non solo perché quel Consiglio dei ministri del marzo 2010 non viene considerato «impedimento assoluto » ma pure perché l’agenda delle udienze era già stata concordata e l’imputato non si è preoccupato neanche di fornire una data alternativa.
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L’ex premier, però, non batte ciglio. La dichiarazione di sostegno al governo che uscirà sulle agenzie di lì a pochi minuti è infatti già pronta e limata in ogni dettaglio, segno che la decisione della Corte Costituzionale era attesa esattamente come è arrivata. «Ti aspettavi altro? », ripete infatti Berlusconi ai diversi interlocutori. Il Cavaliere, insomma, non si era fatto troppe illusione, consapevole – questo il ragionamento ripetuto negli ultimi giorni a chi ha avuto occasione di vederlo – che un gesto di pacificazione adesso non poteva arrivare. Troppo presto, secondo il leader del Pdl. E soprattutto troppo a ridosso della decisione della Cassazione sul lodo Mondadori. È questa, infatti, la vera partita su cui sta spingendo da tempo il «partito di Repubblica » e il gruppo di De Benedetti che aspetta dalla Cassazione la conferma di un risarcimento da 560 milioni di euro. E se la Consulta ieri si fosse pronunciata legittimando in qualche modo Berlusconi la strada del lodo Mondadori poteva farsi più complicata. Un processo, quello per i diritti tv, che non sarebbe mai esistito se nel 2002 Mediaset avesse fatto il condono tombale.

A differenza di quando la Corte Costituzionale bocciò il lodo Alfano, insomma, il Cavaliere non si scompone più di tanto. Nessuno sfogo, anche se la tensione con Napolitano è palpabile quando a sera incontra a Palazzo Grazioli i big del Pdl. D’altra parte non è un segreto che quattro dei cinque giudici di nomina presidenziale abbiano giocato un ruolo chiave nel respingere il ricorso in maniera così dura. Per il resto, la prima preoccupazione di Berlusconi è proprio quella di mettere in chiaro che «il sostegno al governo continua » e non è in discussione. La nota è già pronta dal primo pomeriggio e parte a stretto giro. Anche se contemporaneamente sono i ministri del Pdl – tra cui il vicepremier Alfano – a criticare duramente la Consulta tanto dal definire la decisione della Corte Costituzionale «incredibile ». Una presa di posizione netta per chi è nel governo, a cui segue il gesto fisico di andare a Palazzo Grazioli proprio per dare un segnale anche visivo di vicinanza a Berlusconi. E dopo i ministri a sparare sui giudici costituzionali è praticamente tutto il partito, nessuno escluso, con toni che fanno pensare che difficilmente una simile equilibrio reggerà serenamente ai prossimi appuntamenti.

Già, perché nei giorni scorsi Berlusconi ha confidato a diversi interlocutori la preoccupazione per quello che definisce «un vero e proprio assalto giudiziario ». Che avrebbe un solo obiettivo: «Vogliono farmi fuori per via giudiziaria, vogliono mettermi fisicamente in carcere ». Ecco perché le prossime settimane saranno determinanti. Prima con la sentenza di primo grado su Ruby e poi con il lodo Mondadori e l’eventuale discussione in Parlamento dell’ineleggibilità del Cavaliere, calendarizzata per i primi di luglio.
Berlusconi, però, predica cautela. Con i ministri che lo vanno a trovare, durissimi nella loro reazione anche perché alcuni di loro (Alfano e Quagliariello) erano molto ottimisti su un rinvio alla Cassazione. A loro e agli altri parlamentari che lo vanno a trovare a Palazzo Grazioli il Cav chiede «reazioni lucide ». Non alzare troppo il tiro e non esagerare, è la parola d’ordine. Il governo – ripete – non è in discussione.


La condanna politica delle toghe: “Cav, un presidente corruttore”
di Maria Giovanna Maglie
(da “Libero”, 20 giugno 2013)

Il Cav con sprezzo del pericolo le chiama motivazioni surreali. Io, con l’aria che tira per i giornalisti, mi limito a riaffermare quel che già al momento della condanna della Corte d’Appello di Milano, quattro anni di carcere per Silvio Berlusconi nel caso Mediaset per il reato di frode fiscale, era parso evidente, ovvero che la smoking gun, la pistola fumante, non si vede, e nemmeno si vede una sua versione mini, un pistolino almeno che fumi colpevolezza aldilà di qualsiasi ragionevole dubbio, ma sì che si vede una guerra che ancora oggi intende non fare prigionieri, che esplicitamente o implicitamente offre ragioni pesanti come la pietra ai congiurati dell’ineleggibilità del Cav. Mi limito anche ad affermare che le altre motivazioni fresche di giornata, quelle del no alla Cassazione al trasferimento del processo da Milano a Brescia per legittimo sospetto, confermano come dal nostro solenne tribunale che dovrebbe misurare non il merito ma il metodo delle cose sia abbastanza ingenuo aspettarsi che decida secondo una civile cultura dello stato di diritto e secondo le regole costituzionali del giusto processo, almeno non quando le ragioni delle diatribe sono ascrivibili più alla battaglia politica che alle leggi, non quando in ballo sono le guerre che non intendono fare prigionieri di alcuni magistrati contro alcuni illustri imputati, nemmeno in risposta a esercizi di “moral suasion”, richiami al buon senso, venuti dal Quirinale e dal Csm.

Lo dovrà tenere nel debito conto, un conto pesante, il ministro della Giustizia del governo di larghe intese, donna di polso ma forse persuasa dalla situazione a stare in penombra, al riparo fornito dalle già strazianti divisioni e discussioni su legge elettorale, crisi economica, ricatti europei. Non è così, ministro Cancellieri. C’è nella vicenda processuale di Silvio Berlusconi tutta la storia dello stato disastroso della giustizia italiana, ne è il simbolo, il coagulo, ormai in modo perfino indipendente dai suoi difettacci provati e dalle sue eventuali colpe. E’ proprio che così si fa da noi come non si dovrebbe fare, da più di vent’anni, a colpi di “non poteva non sapere”, che valgono a giorni alterni e solo per alcuni, e guai a credere che certe follie, arbitri, connivenze di una casta che qui è la stessa, che si sieda ad accusare, che sia assisa a giudicare, non tengano a debita distanza gli imprenditori stranieri terrorizzati, non colpiscano inevitabilmente anche gli imputati anonimi, i poveri cristi, i senza protezione o difesa adeguata. Se un magistrato sbaglia e poi risbaglia, sbaglia ancora, ma non paga mai, riguarda tutti, non solo il Cav; se a distanza di tanti anni niente è cambiato dall’ingiustizia del caso Enzo Tortora, è uno scandalo che si incarna anche nel Cav, inutile inorridire e fare le snob del benaltrismo, care figlie di Enzo Tortora.

Certe dolenti affermazioni sulla responsabilità civile, sulla separazione delle carriere, sull’ideologia imperante del politically correct, le fanno fuori dalle aule anche tanti magistrati, un numero sempre più alto che prova crescente disagio, ma ancora restano nell’associazione/ sindacato unico, e comandano gli altri, probabilmente una minoranza militante. Se è minoranza quella mlitante, e se possono come tutti gli umani dei giudici anche sbagliare,non appare certo dalle motivazioni della Cassazione, quando scrive che l’asserita esistenza di “contesti deliberatamente persecutori o complottistici dell’intera autorità giudiziaria milanese” nei confronti di Berlusconi, è “un’accusa infamante”, perché “ intacca il dovere di imparzialità e l’indipendenza di giudizio”, requisiti che vengono evidentemente dati per scontati e connaturati quasi per legato divino all’intera categoria; oppure quando afferma che “l’eventuale probabilità di un turbamento della libertà valutativa e decisoria del giudice” è “fondata – come in tutti i casi descritti da Berlusconi – su mere illazioni o sulla generica adduzione, causalmente irrilevante, di timori o sospetti personali” dell’ex premier, “non espressi da fatti oggettivi e muniti di intrinseca capacità dimostrativa” Non pare anche a voi che il Cav e i suoi avvocati la storia dell’antipatia, diciamo così, di una Boccassini, per dirne una, se la siano inventata? Tanto che, è sempre la prosa della Cassazione, “non può destare sorpresa il comunicato stampa che i vertici degli uffici giudicanti milanesi hanno emesso a tutela della professionalità dei giudici del tribunale, così superficialmente dileggiati”. Non si toccano, non ci provate.

Non è per pregiudizio se le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Milano sulla frode fiscale di Mediaset parlano di “un sistema portato avanti per molti anni” dall’ex premier e “proseguito nonostante i ruoli pubblici assunti e condotto in posizione di assoluto vertice”. “Era assolutamente ovvio – si sottolinea nella sentenza – che la gestione dei diritti, il principale costo sostenuto dal gruppo, fosse una questione strategica, quindi fosse interesse della proprietà, di una proprietà che, appunto, rimaneva interessata e coinvolta nelle scelte gestionali, pur abbandonando l’operatività giornaliera”. Secondo i giudici “era riferibile a Berlusconi l’ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto al fine di mantenere e alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere”. Leggete bene i termini usati, quel “assolutamente ovvio”, quel “riferibile a Berlusconi”, quel “pur abbandonando l’attività giornaliera”.Certo prove non sono, ma si legge chiaramente la presunzione conclamata di conoscenza superiore di una realtà pur non evidente. Io che sono maligna ci leggo anche una bella indicazione a tipini fini e ostinati come Zanda, Finocchiaro, etc.


Mediaset, la Consulta contro Berlusconi: il ruolo di Cassese
di I. S.
(da “Libero”, 20 giugno 2013)

Nessuna sorpresa. La consulta ha scritto il finale di una storia già scritta. Il “no” al ricorso per il legittimo impedimento del Cav per il processo Mediaset era già stato deciso da tempo. La Cassazione non poteva che adeguarsi a quanto deciso nel gennaio del 2011 dall’allora giudice relatore Sabino Cassese. Nella sentenza della Corte Costituzionale che ha decretato l’illegittimità parziale della legge sul legittimo impedimento il punto fermo era uno: “Il principio di leale collaborazione tra poteri ha carattere bidirezionale, nel senso che esso riguarda anche il presidente del Consiglio, la programmazione dei cui impegni, in quanto essi si traducano in altrettante cause di legittimo impedimento, è suscettibile a sua volta di incidere sullo svolgimento della funzione giurisdizionale”.

Copia e incolla – Un principio, quello portato avanti da Sabino Cassese, che è stato ripreso completamente nelle motivazioni che ieri, mercoledì 19 giugno, hanno portato alla bocciatura del ricorso dei legali di Berlusconi. “In base al principio di leale collaborazione – e fermo rimanendo che il giudice, nel rispetto del principio della separazione dei poteri, non può invadere la sfera di competenza riservata al governo – spettava all’autorità giudiziaria stabilire che non costituisce impedimento assoluto alla partecipazione all’udienza penale del 1 marzo 2010 l’impegno dell’imputato presidente del Consiglio dei ministri di presiedere una riunione del Consiglio da lui stesso convocata per tale giorno, giorno che egli aveva in precedenza indicato come utile per la sua partecipazione all’udienza”, scrivono i giudici della Consulta. Cassese dixit, Consulta esegue.

Cassese l’uomo rosso – Il nervosismo tra le fila del Pdl era ben giustificato. Le toghe hanno fatto squadra e hanno in pratica replicato la “sentenza preventiva” di Cassese. Quello di Cassese è un nome troppo pesante perché qualche toga, anche della Consulta, possa contraddirlo. Sulla sua posizione c’è stata una maggioranza bulgara. La camera di consiglio è durata lo spazio di un’ora e mezza. Giusto il tempo di ascoltare la tesi di minoranza votata solo da 4 giudici. Gli altri 11 avevano già deciso da tempo. Cassese è un uomo legato per diversi motivi a quella sinistra che vuole vedere il Cav fuori dai giochi. A marzo scorso fu spinto verso il Quirinale con un endorsement esplicito da Repubblica.

L’endorsement di Ezio Mauro – Fu proprio Ezio Mauro a consigliare il nome di Cassese a Bersani. “Si parla a bassa voce di un nome molto autorevole e stimato, un giudice della Corte costituzionale attualmente in carica. Dal profilo bipartisan e senza precedenti parlamentari ma con esperienza politica. Mister x potrebbe essere Sabino Cassese”, scriveva il quotidiano romano. Insomma Cassese piaceva tanto alla sinistra. Lui che aveva inguiato il Cav sul legittimo impedimento meritava una ricompensa. E’ stato nominato giudice della Corte Costituzionale nel 2005 da Ciampi. Dal “partigiano” Ciampi. La sua nomina riempì un’altra casella di quella squadra di giudici costituzionali che la sinistra ha allestito con la collaborazione del Colle per bloccare ogni riforma giudiziaria dei governi Berlusconi. Il legittimo impedimento era una di queste. Cassese fece il suo dovere. La Consulta ieri ha replicato. Senza “se” e senza “ma”. Quando c’è il Cav di mezzo il muro rosso si ricompatta. (I.S)


L’ipotesi di un Cav. che regge all’azzoppamento come leader da lontano
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 20 giugno 2013)

“Da Cavaliere ad Ayatollah? E’ difficile immaginarsi Berlusconi che fa lo spirito santo del Pdl, uno che parla di teologia e da ordini dalla distanza, lui è il verbo che si fa carne”. E Carlo Freccero, che nel 1994 tra le risate e lo scetticismo altrui disse “guardate che quello lì vince le elezioni”, in materia di profezie berlusconiane va preso sul serio. Anche se la domanda che stavolta gli viene fatta appartiene al campo semantico dell’irrealtà (“una fiction”, dice lui). Che succede se tra otto mesi la Corte di Cassazione, quando si riunirà per esaminare le carte del processo Mediaset, dovesse confermare la sentenza d’Appello e privare così Silvio Berlusconi dei diritti politici rendendolo ineleggibile? “Prima che accada farà lui un casino che la metà basta”, immagina Freccero. E poi? Sarebbe politicamente finito? “Lui non finisce perché non finisce il Milan, non finisce Mediaset e non finisce nemmeno la Mondadori, che sono la sua linfa vitale”. Allora può fare l’Ayatollah, la guida spirituale, senza seggio e senza incarichi. “Da un certo punto di vista sarebbe anche un martire, una vittima ascetica, un simbolo vivente di lotta. Chissà che questa immagine non finisca per sedurlo. L’uomo è notoriamente, come dire… elastico”.

Quello dell’interdizione è un pensiero serpeggiante e tormentoso che attraversa la mente del personale politico di centrodestra. Nel Pdl alcuni credono che prima di farsi condannare Berlusconi cercherà di ottenere nuove elezioni. Ma poi, a un certo punto, comunque sia, le sentenze arrivano. E dunque che succede se i grandi magistrati d’Italia non lo salvano? Fabrizio Cicchitto, ex capogruppo del Pdl, opina, in bilico tra ironia e rassegnazione, “una condanna sarebbe inaccettabile”, dice, “un sopruso”, ma poi: “A destra c’è una tale assenza di alternativa che Berlusconi può benissimo fare l’Ayatollah. Casini, Fini, Tremonti si sono tutti suicidati, mezze cartucce. Lui è invece una forza naturale che può adattarsi a tutto”, come guidare il centrodestra senza sedere in Parlamento, prestare il suo nome, il suo volto, la sua voce e senza aver alcun ruolo formale. Ecco, adesso pare quasi di vederlo con il turbante in testa, l’Ayato-Cav.

“In autunno sarà chiuso il ciclo delle sentenze che potrebbero dargli l’interdizione dai pubblici uffici, ma prima dovrà anche esprimersi il Parlamento”, dice Rino Formica, l’ex ministro che ritiene secondario il destino giudiziario di Berlusconi rispetto “al partito dei moderati” e che dunque non ritiene impossibile l’equilibrismo tra l’interdizione e la sopravvivenza carismatica del Cavaliere monumentalizzato. “Per vie traverse, persino illogiche e non razionali, Berlusconi in questi anni ha incontrato un popolo di destra che si è fatto governo”, dice Formica. “Questa cosa non si spazza via. Basta che qualcuno, un uomo di prestigio culturale e politico, a un certo punto si alzi in piedi e dica queste parole: ‘A noi interessa il partito dei liberali e moderati d’Italia’, quel popolo esiste anche se Berlusconi sta fuori dal Parlamento. Alla caduta del fascismo, Nenni e De Gasperi non si posero il problema di Mussolini, ma del fascismo di massa. Ricordo sempre che nel 1947 fu scritto nella Costituzione, all’articolo 12 delle norme transitorie, che non si sarebbe dovuto sospendere i diritti politici degli esponenti e dei fondatori del Partito fascista per più di cinque anni. Sapete che significa? Significa che nel 1952 uno qualsiasi dei triumviri, o lo stesso Mussolini se fosse sopravvissuto, sarebbe potuto diventare parlamentare”.

Il senatore Andrea Augello, ex di An, peraltro relatore del procedimento di ineleggibilità che pende sulla testa del Cavaliere a Palazzo Madama, dice che “Ayatollah per Berlusconi non basta, lui dovrebbe essere perlomeno Ayatollah supremo, come Khomeini. E’ indubitabile che Berlusconi resti a vita il capo, anche chi pensava il contrario oggi si è ricreduto. Ma il problema è serio. Se la Cassazione conferma le condanne, e in punto di diritto non vedo come possa, allora si realizza la profezia che da vent’anni attraversa l’Italia, sempre sussurrata ma mai avverata. E saremmo la prima democrazia occidentale ad avere un capo dell’opposizione che non può sedere in Parlamento. Non ci vedo niente di buono. Non si rinuncia a un diritto così importante senza denunciare con forza la lesione degli equilibri democratici che ne consegue”. Certo, ma qui ci si chiede se dopo aver strepitato, dopo il fermento, la polvere non possa depositarsi in un nuovo ordine, certo anomalo e un po’ paradossale. Che Ayatollah sarebbe Silvio Berlusconi? “Con queste premesse, il suo sarebbe un tipo di sacerdozio molto militante”, dice Augello cui non fa difetto l’ironia. “D’altra parte ne esiste già uno di Ayatollah in Italia”. Chi? “Grillo ovviamente, non è parlamentare, non è segretario di partito, ma è guida suprema della rivoluzione, e ha pure la barba come un iraniano. Che non guasta”.


Ferrara: “Io faccio ridere, i pm piangere”
intervista di Salvatore Dama a Giuliano Ferrara
(da “Libero”, 20 giugno 2013)

Giuliano Ferrara in parrucca rossa che, con un testo rimaneggiato sulle note del Rigoletto, fa il verso a Ilda Boccassini.

«È solo per estrema generosità “artistica” che ho deciso di fare un video elegante, verdiano, melodrammatico ».

Il suo video-burla non è piaciuto a Rodolfo Sabelli. «Non c’è niente da ridere sulla giustizia », dice il capo dell’Anm.

«Ha ragione ».

Ha ragione?

«Altro che ridere, c’è da piangere. Sabelli è il capo di un sindacato dei magistrati che avalla un processo talebano ».

Il caso Ruby.

«Se ci fosse la prova di un reato – la concussione o l’amplesso con una minore in cambio di soldi – allora nulla da dire: la giustizia è la giustizia, per Berlusconi come per ogni altro cittadino ».

La prova non c’è?

«No che non c’è, ed è chiaro a tutti. Al posto della prova c’è una filosofia di vita, la teorizzazione di come si deve essere. Quello che i tedeschi chiamano il sollen, cioè il dover essere della società ».

Il pm Boccassini ha chiesto la condanna di Berlusconi a sei anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

«La Boccassini vuole condannare una persona di cui si è dimostrato solo che ama ricrearsi con delle giovani donne e con dei vecchi amici. Questo è ridicolo. Anzi grottesco. Una roba del genere ha un impianto di tipo talebano. Ricordiamo che questa campagna è stata nutrita da un’assemblea in un palasport… ».

Febbraio 2011. La manifestazione di Libertà e Giustizia per chiedere le dimissioni di Berlusconi, allora premier.

«Il fior fiore dell’intellighenzia italiana, da Umberto Eco in giù, ha preso un ragazzo di 13 anni – dico tre-di-ci! -, l’ha messo su un palco e gli ha fatto dire che Berlusconi è un maiale. Allora io dico: questo non è un Paese occidentale e democratico. Prenda il caso di Strauss-Kahn ».

L’ex direttore del Fondo monetario accusato di stupro da una cameriera e poi scagionato dalle indagini della procura di New York.

«La giustizia americana, avendo ricevuto una denuncia dettagliata da una donna che accusava Strauss-Kahn di averla costretta a fare sesso, è stata durissima con lui. Ma, appena ha avuto il dubbio che il reato non fosse perfettamente dimostrabile in giudizio, allora ha fatto cadere l’accusa ».

In Italia non funziona proprio così.

«Ed è pazzesco. Cosa vuole la pubblica accusa? Non si possono invitare a casa propria delle ragazze di vent’anni? Certo, io non dico, come Berlusconi, che erano cene eleganti… ».

Cos’erano?

«Erano cene gaudenti. C’era la lap dance, i travestimenti, i pettegolezzi che si inseguivano, le cortigiane. Hanno giocato all’harem ».

È «accanimento giudiziario », come lamenta Berlusconi?

«È neopuritanesimo vergognoso. È la tendenza “shariota” di una procura che ha mostrato tutta la gamma del pregiudizio, dell’odio misogino, dell’invidia sociale nei confronti dei ricchi, dell’incapacità di capire la differenza tra regalo e mercede in cambio di prostituzione. Un harem di prostituzione non è un harem satrapico-ricreativo come quello di Berlusconi. Quello è il giro dei suoi amici. Il giro di un uomo ricco che si ricrea. È un fatto evidentemente privato. Ed è inviolabile in una democrazia liberale moderna ».


Bernanke chiude il rubinetto
di Superbonus
(da “Dagospia”, 20 giugno 2013)

Come previsto (da Dagospia) Bernanke ha annunciato che rallenterà la stampa di dollari già nel 2013 ed i tassi dei titoli di Stato americani sono schizzati ai massimi dal 2011.

Oggi gli investitori inizieranno a chiedere ritorni maggiori sui titoli di Stato europei e, fra qualche settimana, si inizieranno a chiedere se i paesi più indebitati (Italia e Spagna in testa) riusciranno ad onorare i propri debiti con i nuovi livelli dei tassi.
Sarà una brutta sorpresa per il duo Saccomanni-Letta (nipote) che hanno basato l’intera politica economica del Governo puntando su una riduzione del costo del debito.

Ci avevano spiegato che uscendo dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo lo spread si sarebbe ridotto ed invece si troveranno a dover fare i conti con un aumento delle uscite per interessi.
angela merkelangela merkel

Per fare una scommessa di questo tipo o bisogna essere molto incompetenti o molto in mala fede, delle due l’una: o ignorano completamente le variabili di mercato oppure non vedono l’ora di essere commissariati dalla Merkel.

Presto torneremo a sentire le parole “speculatori, attacco all’Italia, crisi dell’Euro” che serviranno solo a giustificare una tassa sul risparmio degli Italiani. Aspettiamo con ansia il messaggio alla nazione di re Giorgio in cui chiederà “sacrifici per salvare il paese” mentre invece pagheremo solo il conto di un establishment inetto che per anni ha sperperato risorse e truccato i conti.

Il governo di Letta(zio) e Letta(nipote) sarà solo il liquidatore fallimentare del paese e tenterà di tenere in piedi gli ultimi centri di potere dell’ancient regime durante la tempesta perfetta dei Btp.
Guardatevi bene dal chiedere pane, potrebbero rispondervi che vi daranno delle brioches.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart