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La governabilità si conquista, non è un diritto

14 Novembre 2012

di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 14 novembre 2012)

A proposito della legge elettorale, si potrebbe contraddire la fiduciosa previsione di Obama dopo la sua vittoria alle presidenziali Usa, perché sembra proprio che «il peggio debba ancora venire ». A furia di compromessi tra i partiti, fatti solo sulla base dei pronostici elettorali per l’imminente voto della prossima primavera, si potrebbe arrivare al varo di regole elettorali non solo senza alcuna coerenza politica e costituzionale, ma talmente cervellotiche da non rispondere nemmeno a una delle due fondamentali esigenze: il rispetto della volontà dei cittadini e la governabilità del Paese.

Per capire come sia possibile temere persino che la nuova legge sia peggiorativa del famigerato «porcellum », forse è utile un breve riassunto delle puntate precedenti.
Cominciamo proprio dall’inizio della nostra storia repubblicana.

I partiti nati nel dopoguerra, forti di una fresca legittimazione democratica, animati da ideologie, magari contrastanti, ma profondamente radicate negli animi dei loro adepti, pronti a rivendicare l’ampio consenso elettorale complessivamente a loro attribuito dal popolo italiano, decidono per un sistema perfettamente proporzionale. Soddisfano, perciò, la prima condizione, quella della assoluta rappresentatività del Parlamento rispetto agli umori popolari, poiché è inutile preoccuparsi della seconda. La governabilità è assicurata, infatti, non dal sistema elettorale, ma da quella divisione del mondo tra comunismo e democrazie che garantisce all’Italia, nei fatti, un sostanziale bipolarismo.

La caduta del Muro di Berlino e la quasi contemporanea caduta dei partiti firmatari della nostra Costituzione impone, da questo punto di vista, un cambiamento radicale. Così, l’alternanza al governo, divenuta possibile, si fonda su due schieramenti cementati da un mascherato presidenzialismo. Gli italiani votano, nei fatti, per scegliere un premier, in contrasto sostanziale con la Costituzione. I cittadini, a cominciare dalla riforma battezzata «mattarellum », vengono, via via, espropriati delle preferenze e gli eletti al Parlamento sono scelti dai segretari dei due schieramenti. Il potere, una volta tutto concentrato nei partiti e nell’esito delle lotte tra correnti, si trasferisce sulle figure carismatiche dei leader. Un mutamento che diventa evidente quando sui simboli delle forze politiche prevalgono i nomi dei loro capi. Il fenomeno che viene efficacemente definito come il sistema dei «partiti personali ». La legge elettorale elaborata da Calderoli, a questo punto, è la coerente e necessaria condizione perché si applichi questa metamorfosi della nostra Repubblica.

La terza tappa di questa storia arriva adesso. I partiti, a cominciare da quelli più caratterizzati dai loro leader, vengono travolti dalla disaffezione e, persino, dal disprezzo generalizzato della gran parte degli italiani. Ecco perché, invece di cercare una rilegittimazione del loro ruolo e di riacquistare la fiducia dei loro elettori, meglio ex elettori, cercano, con una nuova legge elettorale, di garantirsi o la vittoria o, almeno, di impedire la vittoria degli avversari. E, comunque, di evitare che il discredito degli italiani nei loro confronti favorisca quel populismo demagogico da loro, per anni, alimentato.

Il vergognoso ritardo con il quale ci si appresta a cambiare il «porcellum » fa sì che la nuova legge elettorale non nasca dalla preoccupazione di garantire un sistema coerente di regole che assicuri quella governabilità voluta dalla maggioranza degli italiani. L’ottica è solamente quella della convenienza partitica, fondata sui più recenti sondaggi per le prossime elezioni. Una volontà, bisogna darne atto, neanche coperta dalla minima ipocrisia, ma confessata spudoratamente da tutti.

In virtù di questa necessità si compiono le acrobazie dialettiche più incredibili. Il Pd è passato dalla «vocazione maggioritaria », di veltroniana memoria, alla «pretesa maggioritaria », rivendicata da Bersani, attraverso un consistente premio di parlamentari al prevedibile piccolo vincitore del voto di aprile. Il Pdl, dopo aver sprecato in questa legislatura quel robusto premio di maggioranza assicurato dal «porcellum », trova ora distorsivo della volontà popolare questo meccanismo di governabilità. Le preferenze, prima demonizzate dal referendum promosso da Segni come simbolo di ogni malaffare, vengono ora riscoperte, come trasparenti mezzi di espressione politica dei cittadini. Il migliore sistema elettorale possibile, inutilmente consigliato da quasi tutti i politologi, quello fondato sul doppio turno in collegi uninominali, non viene neanche preso in considerazione.

A questo punto, la disperazione suggerirebbe persino di auspicare che rimanga in vigore l’orrendo «porcellum », in modo da consentire che, nella prossima legislatura, non più sotto la necessità di guardare a convenienze immediate, prevalga un minimo di ragionevolezza politica e di rispetto per le istituzioni democratiche. Bisognerebbe, però, resistere a questa tentazione e ricordare ai partiti che la rappresentatività dei voleri popolari non si conquista con le regole elettorali quando, come è capitato in Sicilia, la maggioranza degli aventi diritto non va a votare. E che la governabilità non viene garantita dai premi di maggioranza, ma dalla capacità di offrire agli italiani un programma serio e credibile, avanzato da una classe politica rinnovata e altrettanto seria e credibile. Insomma, per governare non basta una legge, bisogna dimostrare di saperlo fare.


Fate ridere, fate pena
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 14 novembre 2012)

Ieri in redazione abbiamo ricevuto due copie, una per me e una per Vittorio Feltri, di un nuovo libro fresco di stampa di Roberto Maroni, segretario della Lega. Su uno la dedica autografa dice: «A Vittorio Feltri, il vero numero 1 ». Sull’altro: «Ad Alessandro Sallusti, buona lettura e buon lavoro ». È lo stesso Roberto Maroni che contemporaneamente dava ordine ai suoi di mandarmi in carcere (Vittorio, non te lo auguro ma temo che presto mi seguirai) con una imboscata al Senato. È infatti della Lega l’emendamento alla legge salva-Sallusti (che ridere) che approvato ieri a scrutinio segreto prevede il gabbio per i giornalisti che incappano in condanne per diffamazione.

Nelle dediche di Maroni c’è la rappresentazione plastica della falsità dei politici: ossequiosi e melensi quando si tratta di chiedere ai giornalisti marchette ai loro libri e convegni, subdoli e arroganti quando hanno occasioni di vendetta. Devo dire che la Lega (insieme a quel fenomeno da baraccone di Rutelli, quello che vuole guidare il Paese e che si è fatto sfilare 20 milioni dalla cassa) in fondo è stata la più onesta: ha dichiarato le sue intenzioni, ci ha messo la faccia. Che però è di tolla. Scusi Maroni, lei si ricorda che è libero, e ha potuto fare il ministro dell’Interno, solo perché si è fatto fare una legge ad personam che ha abolito il reato di oltraggio a pubblico ufficiale per il quale era stato condannato a quattro mesi di carcere? Scusi Castelli, nobile senatore leghista, sa che lei è libero solo perché il Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere per diffamazione quando aveva dato dello sprangatore a Diliberto? E scusi senatore Calderoli, ci spiega come mai non ha mai pagato per quegli undici morti negli scontri fuori dal consolato di Bengasi seguiti alla sua idea geniale di presentarsi, in nome della libertà di opinione, al Tg1 con la maglietta anti Islam? E scusate, leghisti, come mai Bossi è a piede libero pur avendo subito decine di condanne per diffamazione a magistrati, capi dello Stato, avversari politici?

In attesa di risposte, vi dico che mi fate ridere e pena (voi, non i vostri elettori che rispetto). Solo un filo meno di quei vigliacchi del Pd e Pdl che con la benedizione dei loro capi (Angela Finocchiaro e Maurizio Gasparri) si sono trincerati dietro l’anonimato per vendicarsi dei giornalisti che più e più volte li hanno presi con le mani nella marmellata e a volte nella merda. Mi consola che io andrò a San Vittore, ma loro tra pochi mesi spariranno nel nulla dal quale provenivano. Cari senatori, cari deputati, lasciate perdere, non è cosa alla vostra altezza. Potete mandarci in galera e rovinarci, ma come diceva un Humphrey Bogart giornalista al potente di turno nel film L’ultima minaccia: «È la stampa, bellezza. La stampa! E tu non puoi fare niente ». Proprio niente, vigliacchi senza volto.


Monti-Bis, ma solo in libreria
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 14 novembre 2012)

Dopo averci seviziato i portafogli, i conti in banca e le case, Mario Monti si accanisce sulle nostre biblioteche e introduce un’altra tassa, stavolta volontaria: l’acquisto di ben due suoi libri, da domani in libreria.

Non sono libri contabili ma equivalgono all’obbligo delle catene in caso di neve; viaggiando verso il disastro economico occorre munirsi dell’attrezzo.

Il suo organo di stampa bicefalo, La Repubblica della sera, ne ha dato doppia anticipazione. I due testi servono per capire la sua mente sadotecnica e il difficile rapporto tra democrazia e tecnocrazia. Monti è un liberale ma non un democratico e considera i popoli come una specie di fastidioso intralcio al radioso cammino della contabilità e dei suoi teoremi.

Dei tecnici spaventa una cosa: se devono optare tra l’euro e i popoli, scelgono di abolire i popoli. Se devono decidere tra il pareggio di bilancio e la vita di una nazione, scelgono di sacrificare la vita di una nazione. Non lo fanno per satanismo, crudeltà o per un Oscuro Complotto dei Poteri Occulti. Lo fanno perché è il loro mandato e la loro mission, il loro raggio di teoria e di azione professionale.

Passando dagli scritti agli orali noto un’altra peculiarità di Monti, ma anche di Terzi, che gli fa il verso, di Grilli e altri tecnici; quando parlano è come se pensassero in un’altra lingua e stessero traducendo. Buon italiano, per carità, ma con delle pause tecniche tipiche degli stranieri quando cercano la parola equivalente. Monti pensa in inglese, prega in tedesco e tortura in italiano.


Il Vietnam di Bersani e la prossima legislatura
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 14 novembre 2012)

Pierluigi Bersani ha minacciato di scatenare un “Vietnam parlamentare” se Pdl, Udc e Lega non accetteranno le sue richieste di modifica della bozza di accordo sulla nuova legge elettorale. Il leader del Pd ha un numero adeguato di deputati e senatori per concretizzare la propria minaccia. E, quindi, è facile rilevare che o riuscirà a far passare le proprie richieste (in particolare il premio di maggioranza del 10 per cento per il partito più votato) o la riforma del sistema elettorale salterà e si tornerà a votare in primavera con il tanto deprecato Porcellum.
Ed il Vietnam parlamentare? Quello scatterà nella prossima legislatura. E la sostanziale paralisi della politica a causa di una attività parlamentare perennemente bloccata dalla guerriglia degli emendamenti e dell’ostruzionismo si verificherà comunque si verificherà inevitabilmente dopo il voto.

Per evitarla Pierluigi Bersani non si dovrebbe accontentare della bozza Malan corretta secondo i suoi gusti, del Porcellum, della vecchia legge truffa di Mario Scelba e neppure della legge Acerbo di mussoliniana memoria. Dovrebbe avere il controllo totale ed assoluto del nuovo Parlamento con una maggioranza da Comitato Centrale del vecchio Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Ma si tratta di un sogno che il segretario del Pd non potrà mai realizzare. Perché i sondaggi indicano che Pd e Sel difficilmente riusciranno a superare il 30 per cento dei suffragi. E che questa cifra non supererà il quaranta neppure se ad essa si dovessero aggiungere quella attribuita all’Udc di Pierferdinando Casini e la parte dell’Idv fatta scindere allo scopo dal corpo dipietrista.

Nessun premio di maggioranza, né con il ritorno al proporzionale, né con la conferma del Porcellum, in sostanza, può cambiare una realtà che vede comunque minoritaria nel paese ed estremamente ridotta in Parlamento una qualsiasi maggioranza incentrata sulla sinistra alleata con le forze marginali del centro e dell’area post-comunista. In passato, non solo nella Prima repubblica ma anche nella Seconda, una maggioranza del genere avrebbe potuto governare, sia pure a fatica. Ma nel presente questa possibilità è preclusa. Perché in Parlamento entreranno forze d’opposizione non solo di ampie proporzioni ma decise a portare avanti battaglie tese non alla riforma del sistema politico attuale ma alla sua dissoluzione.

E queste forze, dai seguaci di un Grillo che restando fuori dal Parlamento sarà uno stimolo costante alla intransigenza antisistema dei suoi fino ai leghisti ormai indirizzati lungo la strategia delle secessione morbida del Nord, non lasceranno un attimo di tregua in Parlamento e nel paese ad una maggioranza che comunque non potrà in alcun modo derogare dalla linea del rigore e dei sacrifici imposta dall’Europa.

Può essere, allora, che con una nuova legge elettorale fatta a sua immagine e necessità o con la conferma del Porcellum, Pierluigi Bersani possa entrare da vincitore a Palazzo Chigi all’indomani del voto. Ma se mai gli dovesse capitare questa eventualità è bene che il segretario del Pd si prepari subito a tornare alle urne nel giro di pochissimo tempo. Non sarà lui a segnare la fine della Seconda Repubblica e l’avvento della Terza. Sarà lui, semmai, a segnare la fine di un ciclo politico a cui dovrà necessariamente seguire una nuova fase di cui non si sa nulla, tranne che dovrà essere necessariamente fondata sulle macerie definitive dell’attuale sistema. Non alle prossime elezioni ma a quelle successive, quindi, l’area di centrodestra deve guardare per la propria rinascita e per il proprio rilancio.


Beppe Grillo ai poliziotti: “Unitevi alla rivolta”
di Libero Pennucci
(da “il Giornale”, 14 novembre 2012)

Beppe Grillo ha scelto. Sta con la rivolta. Con chi spacca tutto e blocca le città.
Con chi preferisce la violenza alle parole. E consiglia ai poliziotti di posare casco e scudo per unirsi a chi protesta. “Quella in corso è una guerra, non ancora dichiarata, tra le giovani generazioni, una in divisa e una in maglietta, mentre i responsabili stanno a guardare sorseggiando il tè”, scrive il leader del Movimento 5 Stelle in una lettera, pubblicata sul suo blog, e indirizzata a un simbolico “Soldato blu”. “Non ti senti preso per i fondelli a difendere l’indifendibile, a non schierarti con i cittadini? Togliti il casco e abbraccia chi protesta, cammina al suo fianco. Polizia, chi stai difendendo? – scrive Grillo – chi è colui che colpisci a terra? Un ragazzo, uno studente, un operaio? È quello il tuo compito? Ne sei certo? Non ti ho mai visto colpire un politico corrotto, un mafioso, un colluso con la stessa violenza”.

Poi continua: “Ti ho visto invece scortare al supermercato una senatrice o sfrecciare in moto affiancato ad auto blu nel traffico, a protezione di condannati in giacca e cravatta, di cosiddetti onorevoli dei responsabili dello sfascio sociale che invece di occuparsi dello Stato si trastullano con la nuova legge elettorale per salvarsi il culo e passano le serate nei talk show.” E ancora: “Chi ti paga è colui che protesta, e paga anche coloro che ti ordinano di caricarlo. Paga per tutti, animale da macello che nessuno considera e la cui protesta, ultimo atto di disobbedienza civile, scatena una repressione esagerata”.


Un anno di Monti. E di stangate
di Nicola Porro
(da “il Giornale”, 14 novembre 2012)

Il pareggio di bilancio è un falso mi ­to. Lo si può raggiungere rincor ­rendo la spesa con maggiori tas ­se. Oppure lo si può conseguire ridu ­cendo le uscite.
Nel primo caso la be ­stia statuale si rafforza, nel secondo tracolla. Tre quarti delle manovre del governo Monti sono fatte da maggio ­ri e nuove imposte. Un quarto da tagli di spesa, avvenuti grazie alla riduzio ­ne dei trasferimenti a enti locali, dota ­ti di capacità impositiva.

E che dunque aumenteranno il prelievo loca ­le. Insomma, il pareggio di bi ­lancio che si spera di ottenere è quello della peggiore specie. È un saldo negativo per i contri ­buenti.
Il governo Monti ha conti ­nuato nella strada, sbagliata, tracciata nell’ultima parte del governo Berlusconi. E cioè rin ­correre il galoppare della spe ­sa pubblica, con l’aumento del ­le imposte. È una ricetta del tut ­to inutile.
Lo è per la crescita del debito pubblico. In nove mesi esso è salito di 90 miliardi. A ottobre del 2011 (fine governo Berlu ­sconi) il fabbisogno dello Stato era di 1,9 miliardi. A ottobre di un anno dopo è stato superio ­re di circa sei volte.
Lo è per la crescita dell’eco ­nomia. In un periodo di contra ­zione dell’economia, picchia ­re sulle tasse aumenta il disa ­gio.
Un esempio per tutti. Solo grazie all’aumento delle acci ­se sulla benzina il Tesoro ha in ­cassato in questi mesi circa 3,4 miliardi di euro in più. Ma nel contempo è diminuita la do ­manda da parte dei consuma ­tori: che appunto consumano di meno, ma spendono di più, per colpa delle imposte. Il sal ­do apparentemente positivo per il Tesoro,è decisamente ne ­gativo per l’economia grazie al fatto che i consumi (e le tasse su di essi) declinano.
È di tutta evidenza che l’ese ­cutivo dei tecnici paghi anche per colpe non sue. E che alcu ­ne riforme, come quella delle pensioni, incideranno favore ­volmente sulla spesa previden ­ziale dei prossimi anni. Ma re ­sta una questione di fondo. Un paradigma che neanche i tecni ­ci sono riusciti a capovolgere.
Il problema non sono i citta ­dini, i contribuenti, e financo gli evasori (che ci sono e debbo ­no essere combattuti). Il pro ­blema è lo Stato. Un governo che voglia davvero essere rivo ­luzionario e adottare una poli ­tica economica degna, deve ca ­povolgere il modo di ragiona ­re. È pur vero che una falsità detta per molto tempo, diven ­ta verità. Ma questo è il mo ­mento per smascherarla. Com ­pito principale di un governo ri ­formista e impopolare è ridur ­re il peso e il costo dello Stato, non trovare nuove forme per alimentarlo.
Oggi spendiamo circa 810 miliardi di euro, a cui sottrarre 85 miliardi di interessi sul debi ­to. Con le entrate, il Tesoro in ­cassa 780 miliardi. Ballano trenta miliardi che sono il no ­stro deficit (sono dati del 2012, contenuti nel Def). Ebbene, lo sforzo di un governo serio non è quello di recuperare trenta miliardi dai contribuenti, ma tagliarli dalle spese. Come? Con la stessa brutalità e legge ­rezza con cui si chiedono alle famiglie italiane inasprimenti fiscali. Per quale motivo gli au ­me ­nti fiscali possono essere li ­neari e patrimoniali e i tagli al ­la bestia statale debbono esse ­re rispettosi? Che sogno un go ­verno che abbia il coraggio di restituire un euro ai cittadini per tagliarne uno dalle sue spe ­se.


Amato difende la Casta “Politici trombati sono esodati di Stato: paghiamoli”
di Redazione
(da “Libero”, 14 novembre 2012)

Ci manca solo una legge per proteggere i politici che non vengono rieletti. Tranquilli: ci sta pensando  Giuliano Amato. L’ex socialista, oggi al Pd, due volte premier, utilizzatore accanito della patrimoniale, collezionista di vitalizi, pensioni, ministeri, incarichi e poltrone (l’ultima quella da commissario – proprio lui! – sui tagli ai fondi ai partiti), in attesa della scalata al Quirinale, si diletta parlando di Casta e populismo. “In Italia ora tutti vogliono parlamentari giovani e che facciano al massimo due mandati. E tutti sono indignati per i vitalizi e pretendono che vengano elargiti solo al compimento dei sessantacinque anni di età”, sostiene in un’intervista a  Sette  in edicola venerdì. Nota preliminare: di legislature Amato ne ha sul groppone 5 etra vitalizio e pensioni varie incassa qualcosa come  11.500 euro netti al mese. “Un trentenne eletto in Parlamento, dopo due mandati, cioè a quarant’anni, che cosa dovrebbe fare mentre aspetta di compiere i sessantacinque? L’esodato di Stato?”. Accostamento di pessimo gusto perché gli esodati, quelli veri, una pensione rischiano di non averla mai. Ma non è una provocazione, perché poco dopo il  dottor Sottile  propone pacato  “una indennità di reinserimento. Due anni di vitalizio anticipato mentre si cerca lavoro”. Chi cerca lavoro, è sempre bene ricordarlo, è il politico in questione rimasto in parlamento 15 anni. Di tempo, per intessere relazioni e fare esperienza, ne ha avuto. E con buona probabilità non rimarrà molto tempo a spasso. Mal che vada, potrebbe sempre riciclarsi professore e andare in tv per condurre un proprio programma, come ha fatto lo stesso Amato.  Con esiti d’ascolto disastrosi. In fondo, a pontificare e straparlare sono buoni in tanti, soprattutto nei Palazzi.


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Bart