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La governabilità

12 Settembre 2010

Ho scritto già altre volte che la governabilità è il bene più prezioso di qualunque democrazia.
Tutto deve tendere ad essa. La politica innanzitutto, e i politici devono esserne i servitori.

La legge elettorale vigente ha dato un contributo alla governabilità. Proprio il premio di maggioranza, così tanto vituperato nella prima Repubblica, ha consentito di allungare i tempi di durata dei governi della seconda Repubblica. Il premio di maggioranza consente al partito che ha avuto più voti di avere una maggioranza solida, almeno in uno dei due rami del Parlamento, la Camera. Resta il problema delle maggioranze in Senato, un po’ più a rischio. Non sarebbe male riformulare meglio anche qui.

Sul fatto di riaprire ai cittadini la scelta dei candidati da eleggere, avevo più sicurezza qualche tempo fa, quando mi ero schierato a favore del suo ripristino. Ora ho qualche dubbio che ciò potrebbe alimentare di nuovo il mercato delle vacche e stimolare il peggio tra i candidati, smaniosi di raggiungere una poltrona in grado di dar loro potere e soldi.

L’attuale sistema che fa scegliere ai partiti i propri candidati, ha anch’esso dei lati bui, in quanto in lista vanno e continueranno ad andare solo coloro che sono considerati ligi alla volontà del partito che li ha scelti.

Bisognerebbe analizzare quale sia il grado di corruzione che riescono a scatenare i due sistemi. Non so se qualche analista, in questi giorni in cui si parla di riforma elettorale, abbia provato   a fare uno studio a riguardo, che possa aiutare a capire e a decidere.

Ma la governabilità non si regge solo, come si è visto, sul premio di maggioranza.
Nel corso della legislatura, i singoli eletti nelle liste di un partito decidono qualche volta, per vari motivi, di abbandonarlo, e di iscriversi ad altri partiti e più spesso ad un gruppo che viene chiamato il gruppo misto, dove si ritrovano tanti parlamentari che hanno avuto in partenza un diverso orientamento politico.

Il caso dei finiani è il più eclatante che si sia verificato in questi ultimi tempi. Un significativo numero di parlamentari ha deciso di fare un gruppo a parte e di sganciarsi dal partito in cui sono stati eletti. Con ciò minacciando la governabilità.

Dunque, la governabilità è legata anche a fatti di questa specie, che non è forzato classificare come tradimento nei confronti degli elettori. Può anche essere che qualche elettore sia consenziente al mutamento, ma basta che non lo sia uno soltanto, per giudicare l’operazione un tradimento.

E poiché può mettere a rischio la governabilità (come è nel caso dei finiani) è chiaro che si debba intervenire per proteggerla, visto che è il bene più prezioso in democrazia.

C’è un modo molto semplice per evitare questi tradimenti: intervenire sulla Costituzione (ad esempio, cancellando o modificando l’art. 67) e stabilire che chi cambia casacca dovrà dimettersi e lasciare il posto al primo dei non eletti della propria lista.

Sono sicuro che avremmo meno giravolte. Fra l’altro non va dimenticato che la nascita di nuovi gruppi parlamentari prosciuga un bel po’ di soldi alla comunità.

Ma la regina delle riforme costituzionali resta l’elezione diretta del premier, con la statuizione che, venendo meno il governo del premier, si ritorni a dare la parola agli elettori.

Se Berlusconi, il quale   anche stamani, ai giovani del Pdl, ha assicurato che la legislatura andrà avanti (gli voglio credere, ma ho i miei dubbi), riuscirà a radicare nel nostro Paese, con queste modifiche, la governabilità, saranno ricompensate ostinazione e delusioni di molti di noi, patite per sostenerlo.

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“Se potessi avere un Parlamento degno del nome” di Antonio Polito. Qui.


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1 commento

  1. Commento by Mario Di Monaco — 13 Settembre 2010 @ 12:03

    L’ingovernabilità è dovuta, a mio avviso, ad una crisi di sistema causata dal mancato adeguamento dell’ordinamento della nostra Repubblica ai radicali cambiamenti intervenuti nella società e ad un generale scadimento delle quali qualità morali dei nostri politici.

    La realizzazione dell’Unione europea ed il risveglio degli egoismi delle comunità locali hanno affievolito il senso d’identità nazionale dei nostri cittadini.

    Le diversità economiche, sociali e culturali favoriscono la frammentazione politica e la conseguente nascita di piccoli partiti in grado di corrispondere meglio alle particolari esigenze delle varie realtà.

    In questa situazione, neppure un leader dotato di un grande carisma come Berlusconi e una legge elettorale che assegna alla coalizione vincente un consistente premio di maggioranza alla Camera sono riusciti a garantire la governabilità del paese.

    Capita poi, sempre più spesso, che, dopo le elezioni, i politici delusi dall’assegnazione degli incarichi, rompano il patto elettorale ed utilizzino il loro voto come merce di scambio, avvalendosi di un’arbitraria ed interessata interpretazione della norma costituzionale sulla mancanza di un vincolo di mandato che consentirebbe anche la possibilità di tradire la volontà e la fiducia degli elettori.

    Si riuscirà a trovare un rimedio a tutto questo? I poteri che hanno interesse a remare contro sono forti ed attrezzati. Possiamo sperare nel buon esito del processo di integrazione nella Comunità Europea e che il suo Parlamento riesca ad imporci quei cambiamenti di cui abbiamo estremo bisogno.

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