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La Libia è un pantano

21 Giugno 2011

Se volete sapere come si possa fare di un deserto un pantano, e più ancora un pantano maleodorante e infetto, prendete ad esempio la guerra in Libia.

Sbagliata sin dal principio, perché indotta da interessi economici di parte (per rammentare che cosa significhi il petrolio basterebbe riguardarsi il bel film di Francesco Rosi intitolato “Il caso Mattei”), ha visto l’Italia imbarcarsi in un’impresa che, come succede per ogni guerra, sembra ormai protrarsi a tempo indeterminato.

Mi ricordo quando il ministro Frattini, ai primi rimbrotti della Lega Nord rispose che entro tre quattro settimane tutto si sarebbe concluso e l’Italia avrebbe contribuito ad insediare in quella regione una novella democrazia.

Piovono, invece, ancora bombe, mietendo vittime tra i civili, e della fine della guerra non si vede nemmeno l’ombra. Si parla di settembre, ma chi ci crede?

Pur non essendo la Lega Nord il mio partito, anzi su di esso ho ancora tante riserve, oggi mi schiero con il ministro Maroni che si contrappone a Napolitano, il quale è il più accanito sostenitore della nostra entrata in guerra.

Un Napolitano che si adira se qualcuno vuol ritirarsi dalla guerra libica, ma niente fa per proteggere le popolazioni di altri Stati vicini alla Libia, dove imperversa una sanguinosa e lunga repressione. Mi riferisco in particolare alla Siria.

Siccome la Siria è protetta dall’Iran, ecco che di nuovo assistiamo ad un Italia che è belligerante con i deboli, e vile con i forti.
Anche per questa disparità di trattamento la guerra libica è una vergogna.

Ma questa guerra ha messo in risalto, se ce ne fosse stato ancora bisogno, il ruolo anomalo che Napolitano svolge in un’Italietta in cui la politica è andata in vacanza.
Questo vuoto è stato ricoperto da due istituzioni: la magistratura e il capo dello Stato.

Spero che Maroni (giacché Berlusconi sembra non voler aprire uno scontro con il presidente della Repubblica) insista e faccia capire a Napolitano che è il governo a dettare l’agenda della politica tanto interna che internazionale. Aprire un’ambasciata palestinese a Roma, oppure continuare una guerra, non è affare del capo dello Stato, ma del governo e del parlamento.

Una logorrea prolungata nel tempo può fare più danni di un voto di sfiducia. Dunque, rientri Napolitano nel suo ruolo istituzionale e parli secondo le modalità che sono indicate dalla nostra Costituzione, di cui si dichiara fedele servitore. Se proprio non può stare zitto, scriva una lettera al parlamento, dove può esternare tutti i suoi desiderata. Altro non gli è consentito.


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Bart