Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

La politica e il sesto senso degli artisti

14 Agosto 2011

Io ci credo. È arcinoto che gli artisti hanno una sensibilità fuori dell’ordinario. Avvertono, interpretano e percepiscono emozioni, immagini, avvenimenti, che i più non colgono.
Parlando di politica con mio figlio Stefano, proprio ieri, mentre mi raccontava delle sue delusioni di giovane anestesista appena specializzato che vede bloccati i concorsi e dunque le possibilità di lavoro, mi ha anche ricordato quanto scrisse un autore teatrale lucchese, amico mio, morto nel 1993. Mio figlio ricordava lo scritto, perché, ancora ragazzino recitava nella compagnia “La Vernacola”, messa in piedi dall’artista che si chiamava Cesare Viviani.

Attenzione, non va confuso con l’omonimo artista senese, vincitore alcuni anni fa del premio Viareggio per la poesia. Ma pure Cesare Viviani, il lucchese, nell’arte sua era un maestro.
Scriveva soprattutto in vernacolo, opere teatrali, stornelli e poesie, alcune delle quali sono rimaste memorabili, conosciutissime dalla città. Per la poesia basta ricordare “La buccina del limone ner ponce”; per la commedia, l’intramontabile “Ir Troppo stroppia”, da cui ho ricavato, ogni volta che esagero nel mangiare e qualcuno mi invita a far il bis, l’esclamazione colorita di uno dei suoi personaggi più riusciti, Agenore, che ad un certo punto, ad un invito così risponde: “E ccome disse ‘r grande Filomeno: ‘Oh genti, ho già cenato, ma riceno!’”.
Scrisse anche, rispettando la metrica dantesca e i XXXIV canti, “L’inferno – ‘Robba dell’artro mondo’”, in cui a fare le spese della sua satira sono i lucchesi.

Uom mite, magrolino, aveva l’acutezza dell’osservatore che ama la sua città e le sue tradizioni popolari, e le gusta attraverso l’arte, anche quando sono vizi e difetti. A teatro faceva sempre il pieno e numerosi erano gli applausi del pubblico.
Beh, dopo che qualche giorno fa mi sono permesso di riportare l’incipit di un mio romanzo, un po’ pessimista sul fatto che l’Italia riesca a darsi un’amministrazione e un Stato più moderno ed efficiente, il lettore mi perdonerà se insisto, anche perché questa volta lo faccio con le parole di un autore di fronte al quale mi levo tanto di cappello. Si tratta del prologo a una delle sue commedie esilaranti: “Amore, non mandarmi… a quer Paese” del 1989.
Leggiamolo insieme (il grassetto è mio):

Siamo nell’anno 2010 e ci troviamo in Vallebuia, ma potremmo essere in qualsiasi altra parte d’Italia. Una paurosa crisi economica sta mettendo a dura prova i sopravvissuti. Miseria, miseria e ancora miseria come forse mai avevamo visto.
Fame, disoccupazione e affannosa ricerca di un pezzo di terra dove poter sperare in un misero raccolto di un pugno di grano o di un cesto d’insalata o di qualche chilo di patate.
Siamo in quel duemila da tanto tempo atteso e sognato; da tempo immaginato come il secolo del benessere, del progresso, di civiltà e di impensabili conquiste.
Siamo in un duemila di dolore e di paurose, antistoriche corse ali’indietro; l’industria è quasi totalmente sparita: la FIAT ha lasciato Torino ed ora ha trasferito i suoi impianti a Mosca; quasi tutte le Banche hanno chiuso i battenti e il debito pubblico ha ormai raggiunto livelli incalcolabili. L’Italia è ormai invivibile, l’inflazione non viene più nemmeno calcolata. Di tutto quello che un tempo si faceva non rimane quasi niente ad eccezione delle frequenti crisi di governo e di conseguenti elezioni ormai ricorrenti con scadenza annuale, tanto per peggiorare una situazione economica ormai incredibilmente deficitaria.
A Lucca, come alla fine dell’ottocento ed ai primi del novecento, è ripresa una massiccia emigrazione soprattutto verso l’America o verso Paesi europei più ricchi di noi.
Sono molti, anzi moltissimi, coloro che per non morir di fame, sono costretti ad ANDARE A… QUEL PAESE!

Pare una profezia. Siamo nel 2011, ma già nel 2010 si scontava questa crisi mastodontica.
Bisognerebbe che Cesare fosse ancora vivo, per chiedergli come finirà.

Altri articoli

“Crediamoci ancora. Solo Berlusconi può toglierci dal pantano” di Alessandro Sallusti. Qui.

“Serve un partito anti-tasse” di Maurizio Belpietro. Qui.

“Lettera dal passato” di Mario Sechi. Qui.


Letto 1087 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart