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La posta in gioco per il Pd

13 Maggio 2013

di Elisabetta Gualmini

La deprimente Assemblea di sabato ha formalmente aperto il Congresso Pd che, a meno di colpi di mano, dovrebbe concludersi in ottobre, secondo le innovative regole scelte nel 2008, con l’elezione di un nuovo leader da parte di tutti i cittadini che abbiano voglia di partecipare.

Sia gli accordi presi dai maggiorenti nella riunione del «caminetto » tenutasi pochi giorni prima, sia il testo criptico (as usual) di un ordine del giorno approvato sabato, sia l’entusiasmo impalpabile con cui Epifani è stato ascoltato da una platea ridotta a un terzo nel dopo-pranzo, dicono che il neo-segretario dovrebbe essere traghettatore e garante di una breve fase transitoria. Nella quale sarebbe ragionevole attendersi che nuovi attori si facciano ora avanti per contendersi la guida del partito. Corposi indizi lasciano invece intendere che non andrà così, per il prevalere di «istinti di sopravvivenza » che già hanno portato quel partito ben oltre la soglia della auto-dissoluzione.

Chi si aspettava un taglio netto col passato, una cura da cavallo al corpaccione agonizzante del Pd, capace di rianimarlo e di rimetterlo in corsa, non poteva che rimanere deluso, via via che scorreva lo spartito degli interventi, tutti rigorosamente sottotono, in una gara ad apparire modesti, monocordi, elusivi sui clamorosi fallimenti del gruppo dirigente dimissionario, appassionanti come la lettura del codice civile alla fine dei matrimoni. Con l’eccezione, va riconosciuto, del candidato in pectore Gianni Cuperlo, decisamente fuori standard per chiarezza e profondità, l’unico ad aver pronunciato la parola «sconfitta ».

Tra gli indizi visibili al pubblico ci sono i calorosi abbracci, di consolazione e incoraggiamento, tra Bersani, Franceschini, Letta ed Epifani. A conferma che quest’ultimo potrebbe non essere il traghettatore verso un nuovo inizio (che si tratti di far girare la ruota lungo il viale delle rimembranze già solcato da Bersani o di imporre un’agenda alternativa con il metodo Renzi) ma, tutto al contrario, il garante dello status quo. Il rappresentante del «patto di sindacato » che controlla il Pd dal 2010 (Bersani, Letta, Franceschini). E dunque dell’accordo di governo Pd-Pdl, l’ultima spiaggia a cui questo gruppo dirigente è approdato dopo una sconclusionata navigazione a vista. Le parti si sono invertite rispetto ai piani fatti alla vigilia delle elezioni: la «non vittoria » di Bersani ha portato i post-Dc in prima fila; e con quello che ieri era il nemico pubblico numero 1 (Berlusconi) si è oggi dovuta stringere una «alleanza organica » (si sarebbe detto nella Prima Repubblica). Ma il «patto di sindacato » regge. Viene prima di tutto. Anche se per tenerlo in piedi e rimanere a galla si devono fare salti mortali sul piano logico che pochi comuni mortali riescono a seguire.

Non è facile spiegare come Epifani, che da segretario della Cgil fu un combattente tenace contro il governo Berlusconi, ora sia il principale sostenitore dell’accordo con il nemico. Ce lo ricordiamo nell’ottobre del 2010, alla manifestazione Fiom a Roma, mentre urlava e infiammava la piazza, in un crescendo di bordate contro il Caimano, al centro del palco tra due tostissimi come Landini e Cremaschi che ascoltavano annuendo. «Una politica di destra che ha umiliato il Paese, che ha tagliato scuola e ricerca e ha mandato a casa i precari. Che ha usato la crisi per colpire i diritti dei lavoratori ». Il leader che ha spinto la Cgil sulla via delle intese separate, dicendo no alla riforma del modello contrattuale del 2008, il primo degli strappi da Cisl e Uil sino a Pomigliano. Ora è lui la stampella su cui si regge il governissimo con Berlusconi, con il problema giustizia grande come una casa.

Ma se questa è la base di partenza, il Congresso Pd potrebbe rivelare sorprese. Il discrimine potrebbe diventare, per l’appunto, quello che separa i difensori dello status quo (patto di sindacato interno, larghe intese) e chi ritiene che vada superato (sotto tutti e due i punti di vista). Che poi vuole anche dire, chi scommette sulla durata dell’attuale governo per più di dieci mesi e su Enrico Letta come bandiera elettorale del Pd anche nelle prossime elezioni, e chi pensa che la nuova bandiera non potrà che essere Renzi, il prima possibile.


Berlusconi, un governo ai suoi ordini
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 12 maggio 2013)

Dopo ciò che è successo ieri a Brescia, un governo degno di questo nome dovrebbe cessare all’istante di esistere e il premier dovrebbe altrettanto inevitabilmente dimettersi. Per tre ragioni almeno.

Primo: in una piazza spaccata a metà, da una parte i fans azzurri, dall’altra i contestatori grillini e quelli con le bandiere rosse, il “delinquente” confermato in appello per evasione fiscale Silvio Berlusconi ha sferrato l’attacco finale alla magistratura, annunciando che imporrà al governo, che lui controlla, la sua personale riforma volta a neutralizzare l’azione penale e a ridurre i pm al rango di obbedienti funzionari al servizio dei politici.
Secondo: Alfano vicepremier e ministro degli Interni e Lupi ministro delle Infrastrutture erano lì, in prima fila, ad applaudire le frasi eversive, malgrado fino all’ultimo il Pdl avesse smentito la partecipazione di membri del governo. Un colpo reso ancora più efficace  perché sferrato di sorpresa.
Terzo: attorniato dai suoi ministri festanti, il Caimano ha detto, chiaro e tondo, che si deve a lui se questo governo è nato e che solo per generosità non lo farà cadere “con un fallo di reazione” dopo la sentenza Mediaset che l’altroieri l’ha condannato a 4 anni di carcere e a 5 di interdizione dai pubblici uffici.

Insomma, con schietta ruvidezza Berlusconi ha finalmente detto ciò che tutti avevano capito: Enrico Letta non conta niente e se non ubbidisce alle disposizioni di palazzo Grazioli – oggi l’abolizione dell’Imu, domani la demolizione della giustizia e della legalità – può tranquillamente tornarsene all’amato subbuteo.

Di fronte a tanta insultante arroganza, il Pd riunito a Roma ha reagito con alcuni pigolii e l’unica dichiarazione maschia è di Rosy Bindi.  Dopo il suicidio assistito (da Napolitano) del partito, l’Assemblea nazionale è parsa una mesta cerimonia funebre con tanto di esecutore testamentario, l’ottimo Guglielmo Epifani. Non parliamo naturalmente dei milioni di elettori e militanti traditi da un gruppo dirigente desideroso, a quanto pare, di farsi annettere dal Cavaliere. A un certo punto Epifani ha detto: “Abbiamo rischiato di toccare il fondo”. Non è esatto, segretario. Dopo i ceffoni di Brescia, adesso state scavando con buona lena.


Boccassini all’attacco: “Ruby si prostituiva fece sesso con il Cav”. Chiesti 6 anni per Berlusconi
di Redazione
(da “Libero”, 13 maggio 2013)

“Ruby ha fatto sesso con Silvio Berlusconi e si è prostituita. Dal Cavaliere ha ricevuto in cambio 4,5 milioni”. Per questo, il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, accusa al processo per prosituzione a carico di Berlusconi, ha chiesto per l’ex premier una condanna a 6 anni di reclusione (5 per concussione, uno per prostituizone) e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Un’arringa conclusiva interminabile, cominciata poco prima delle 9 e conclusa alle 16.40. Oltre sei ore per ribadire che Berlusconi “è colpevole” delle accuse di prostituzione minorile e concussione. Una lunga ricostruzione quella del procuratore aggiunto milanese, conclusa con un giudizio tranchant sul Cavaliere: “Non merita le attenuanti generiche, ancora una volta Berlusconi si è difeso fuori dal processo e non nel processo”. “Una richiesta altissima”, si è limitato a commentare Niccolò Ghedini, legale del leader Pdl. Il 3 giugno è fissata la sua arringa difensiva, mentre il 24 giugno è in programma la sentenza di primo grado.

Il ritratto di Ruby – La Boccassini ha iniziato con un ritratto della giovane marocchina, sulla quale “non ci sono dubbi che si prostituisse”, e delle altre partecipanti alle feste di Arcore; quindi il ruolo di Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti, la notte di Ruby in Questura, la “bufala grossolana” sulla nipote di Mubarak. In poche parole, per Boccassini, “un sistema prostitutivo per il soddisfacimento dell’ex premier”. Berlusconi, ricostruisce il pm, non poteva non sapere che Karima fosse minorenne, dal momento che Fede ne era a conoscenza: “Possiamo immaginare che una persona con cui aveva un rapporto di fedeltà come Fede non avesse detto a Berlusconi che aveva introdotto ad Arcore una minorenne?”. E ancora, per il pm “non c’è dubbio che Ruby avesse fatto sesso con l’imputato e ne aveva ricevuto benefici”. Benefici che, sosterrà poi la Boccassini, sono rappresentati da 4,5 milioni di euro versati da Berlusconi a suo favore in tre mesi: ottobre, novembre e dicembre 2012.

Vittima del sogno italiano – La ragazza, dal canto suo, è stata “vittima del sogno italiano” in negativo, quello che hanno “le ragazze delle ultime generazioni” i cui unici obiettivi sono “entrare nel mondo dello spettacolo e fare soldi”: “Difficile poter credere che una ragazza possa avere mille euro in tasca facendo animazione, che vuole dire far ridere clienti stupidi”. Ruby, secondo Ilda Boccassini, “è una giovane di furbizia orientale” (gaffe che ha destato più di una critica), “non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere a meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, nel cinema”.

Il doppio lavoro della Minetti – Al centro del “sistema” Arcore tre organizzatori: Fede, Mora e Nicole Minetti. Quest’ultima si barcamenava in “un doppio lavoro”: “Siamo di fronte a una rappresentante delle istituzioni che aveva un doppio lavoro – dice ancora il pm – consigliera regionale alla luce del sole e, non alla luce del sole, gestire le case delle olgettine. Dalla ormai famosa notte di Ruby in Questura deriva quindi per Berlusconi l’accusa di concussione “perchè abusando della sua qualità ha fatto in modo che la minore ricevesse un indebito vantaggio non patrimoniale consistente nella sua fuoriuscita dalla sfera di controllo della polizia e per sè che non si disvelasse quanto accadeva nelle serate di Arcore”. Quindi Boccassini, che parla di un “apparato militare” per nascondere la verità, passa in rassegna le ragazze “sfilate” nell’aula del processo dopo avere frequentato la residenza di Berlusconi: “Extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore, come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi”

Testimoni pagati – Ilda Boccassini ha poi sostenuto che alcuni testimoni sono stati costretti a mentire, tra questi il pubblico ministero cita Miriam Loddo, una delle ospiti delle cene di Arcore e il collaboratore dell’ex premier Valentino Valentini.


Ruby, chiesti sei anni per Berlusconi. Il Cav: “Bugie e odio”
di Redazione
(da “Il Foglio”, 13 maggior 2013)

Nelle prime ore della sera è arrivato il commento di Silvio Berlsuconi alla requisitoria tenuta nel pomeriggio da Ilda Boccassini. In una nota, l’ex premier dichiara che “Non mi è stato possibile ascoltare la requisitoria. Ho letto le agenzie. Che devo dire? Teoremi, illazioni, forzature, falsità ispirate dal pregiudizio e dall’odio, tutto contro l’evidenza, al di là dell’immaginabile e del ridicolo. Ma tutto è consentito sotto lo scudo di una toga. Povera Italia!”.

Cinque anni per concussione più un anno per prostituzione minorile e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Queste le richieste avanzate dal Pm Ilda Boccassini al termine della sua requisitoria nell’aula del processo Ruby che vede imputato Silvio Berlusconi. Una lunga ricostruzione durata più di quattro ore con cui la Pm ha inteso ricostruire ciò che accadeva durante le feste che si svolgevano ad Arcore. Spiegando perchè non merita le attenuanti generiche, Ilda Boccassini ha affermato che “ancora una volta Berlusconi si è difeso fuori dal processo e non nel processo sottolineando ancora una volta che “tutti i testi erano e sono a libro-paga di Berlusconi” e che “le indagini difensive sono state fatte in luoghi non consoni”.

Ruby. “Vittima del sogno italiano in negativo”, ossia “entrare nel mondo dello spettacolo e fare soldi”, Ruby è, secondo la Boccassini, “una giovane di furbizia orientale” che “non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere ai meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, del cinema”. “Difficile poter credere che una ragazza possa avere mille euro in tasca facendo animazione, che vuol dire far ridere clienti stupidi” – ha aggiunto la Pm nel corso della sua requisitoria – “non ci sono dubbi che si prostituisse” così come non ci sono dubbi che Berlusconi non poteva non sapere che Karima fosse minorenne. “E’ provato – ha proseguito la Pm – che Berlusconi non solo era a conoscenza della minore età ma che ha anche fatto sesso con la minore”. “Possiamo immaginare che una persona con cui aveva un rapporto di fedeltà come Fede non avesse detto a Berlusconi che aveva introdotto ad Arcore una minorenne?”, ha concluso la Boccassini.

Fede, Mora, Minetti. “Un sistema prostitutivo per il soddisfacimento del premier” di cui Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti erano gli organizzatori. “Siamo di fronte a una rappresentante delle istituzioni che aveva un doppio lavoro – ha detto la Pm – , consigliera regionale alla luce del sole e, non alla luce del sole, gestire le case delle olgettine”. Ilda Boccassini ha poi ricordato come fu Emilio Fede ad aver incontrato Karima in occasione di un concorso di bellezza che si svolse in Sicilia e in cui fu la stessa ragazza a rivelargli la sua minore età.

La notte in Questura. E’ da quella notte che, secondo la Boccassini, deriverebbe l’accusa di concussione “perché abusando della sua qualità (Berlusconi) ha fatto in modo che la minore ricevesse un indebito vantaggio non patrimoniale consistente nella sua fuoriuscita dalla sfera di controllo della polizia e per sé che non si disgelasse quanto accadeva nelle serate di Arcore”, ha aggiunto la Pm. Inoltre la presunta parentela tra Ruby e l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak è “una balla colossale” e lo sapevano anche i funzionari della questura di Milano che furono contattati da Silvio Berlusconi per ottenere il suo rilascio. “Pensate davvero – dice il pm – che non si fossero resi conto che c’era un interesse personale del presidente del Consiglio?”. L’esistenza di questo interesse, secondo Boccassini, doveva essere palese ai funzionari visto che “nel 2010 era nota una situazione in cui Berlusconi era coinvolto in storie con minorenni, come Noemi Letizia, e prostitute, nel caso Tarantini”.

Da qui, secondo la ricostruzione della Boccassini, la creazione di un vero e proprio “apparato militare” per nascondere la verità, complice le ragazze “sfilate” in aula dopo aver frequentato la residenza di Berlusconi. “Extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore, come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi”. “Pensate davvero che si scateni questo apparato – ha poi affermato il Pm – per proteggere una minorenne che aveva fatto pena perchè le avevano buttato l’olio bollente sulla testa? Veramente possiamo credere a queste risibili dichiarazioni?”. “Pensate davvero che Berlusconi riceve una telefonata mentre ha un importante impegno in Francia da una prostituta (Michele Conceicao, ndr) e si attiva per togliere dalla questura una ragazzina che aveva conosciuto occasionalmente come tante altre?”.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart