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Quella della Boccassini è un’accusa senza prove

13 Maggio 2013

Chi ha ascoltato come me la requisitoria  della pm Ilda Boccassini   sul caso Ruby (anche qui) non può non aver notato che in tutto il suo lungo discorso ciò che manca è la prova certa della consumazione del reato, che nei tribunali di paesi assai più evoluti del nostro in questo campo è condizione pregiudiziale per non procedere alla condanna.

Le accuse della Boccassini sono schiumanti di deduzioni che possono essere contestate con analisi eguali e contrarie. Per esempio che la dazione di soldi sia prova della avvenuta prostituzione è tutto da dimostrare, come pure l’affermazione che Ruby è dotata “di quella furbizia orientale propria della sua origine”, oltre che discutibile e razzista, rende evidente che il pm si aspettava dalla vittima, rimanendone delusa,  una confessione che non c’è stata, visto che Ruby ha sempre negato di aver avuto rapporti sessuali con Silvio Berlusconi. Mi pare, fra l’altro, di non aver inteso che sia stata richiesta per Ruby l’incriminazione per falsa testimonianza.

Così pure l’assunto secondo il quale Berlusconi sapeva che Ruby era minorenne è fondato su presupposti di cui non v’è alcuna prova. Il fatto che Emilio Fede l’avesse conosciuta  ad un concorso di bellezza non significa che Fede avesse comunicato a Berlusconi questo particolare (ad esempio, potrebbe avere avuto interesse a tenerglielo nascosto, o addirittura, come dichiara in un’intervista al Corriere, avrebbe potuto ignorarlo). Anche qui mancano le prove.

L’articolo di Repubblica (qui quello del Corriere) può dare un’idea dei punti salienti della requisitoria ed è al contempo più che sufficiente a dimostrare quanto il castello delle accuse sia stato costruito sulle sabbie mobili e sia più frutto di una trattazione della materia in chiave psicologica che giudiziaria.

Questo a riguardo della  requisitoria in senso stretto.
Ma la valutazione deve andare ben oltre, considerando che la difesa di Berlusconi aveva richiesto che il processo fosse trasferito a Brescia mancando a Milano quell’imparzialità che deve ispirare l’azione di un magistrato.

La requisitoria della Boccassini è tutta intrisa di odio (se ne sarà accorta la cassazione?), un odio che coinvolge non solo la persona dell’imputato, ma anche tutto ciò che gli gira attorno, a partire dalle donne, trattate da bugiarde e prostitute con accentuati toni di disistima. Da un procuratore della repubblica ciò è inammissibile. Siamo in presenza di un modello di accusa ispirato da pregiudizi e da malevolenza. Quando potremo tutti ascoltare il video o leggere sulla stampa l’intero intervento della Boccassini, apparirà evidente quanto la fitta rete delle indagini sia stata improntata da un convincimento di colpevolezza che non ha mai avuto riscontro probatorio. Un fiume enorme di denaro, che grava sulla collettività, speso alla ricerca spasmodica di una verità che comprovasse un pregiudizio.

Ammesso che Berlusconi abbia avuto davvero rapporti sessuali con la minorenne Ruby, non è sicuramente con i risultati raggiunti dalle indagini che si può chiederne la pesante condanna.
Quelle che ha addotto la Boccassini non sono, in qualunque modo le si voglia considerare, le prove necessarie a giustificare una richiesta di condanna.

Dalla requisitoria appare chiaro l’intento del pm di colmare la mancanza di una prova certa con propri convincimenti, alcuni dei quali assai censurabili come quello in cui arriva a definire la furbizia orientale di Ruby quale conseguenza, ovviamente negativa, della sua origine, ossia della sua razza. Allo stesso modo in cui lo lasciavano intendere i vecchi film che dipingevano il mondo arabo con forti tinte di ambiguità, di tradimento e di astuzia. La Boccassini è parsa rimanere prigioniera – e non doveva – di un tale cliché.


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2 Comments

  1. Commento by Franco Cattaneo — 14 Maggio 2013 @ 15:45

    Egr. dr. Di Monaco,

    Negli Stati Uniti (non so se in tutti gli stati dell’Unione) il Procuratore è eletto dal popolo e si avvale di una serie di collaboratori stipendiati per l’esercizio dell’azione penale. E’ comunque il titolare (eletto) della procura che porta tutte le responsabilità dell’attività del proprio ufficio. I cittadini americani sono molto attenti ai costi della pubblica amministrazione ed ai benefici che dall’attività di questa  conseguono per la cittadinanza. Ragion per cui la procura rinuncia a sottoporre all’esame della corte (che costituisace comunque un costo) cause dall’esito (condanna dell’imputato) dubbio perchè alla fine del mandato gli elettori fanno i conti in tasca al procuratore e se l’ufficio ha speso troppo rispetto alle condanne ottenute, il procuratore va a casa.

    Siccome la funzione di procuratore negli Usa è spesso propedeutica a più importanti cariche elettive, nessuno se la sente di rischiare di spendere i soldi dei contribuenti per cause dalle fragili fondamenta.

    Non sarebbe il caso di pensare ad un tale sistema anche in Italia e liberarsi così di scialacquatori (in misura forse ben superiore aquelli che sono i costi della politica) del pubblico denaro alla sola ricerca di pubblicità personale ? (Da poeur fioeu de campagna dimenticavo però che sono costi della politica anche quelli di molte procure, basta scorrere l’elenco dei parlamentari, governatori e sindaci).

    Cordialità,

    Franco Cattaneo

     

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 14 Maggio 2013 @ 18:02

    Sono completamento d’accordo con lei. Per questo vorrei che i pm, quando sbagliano clamorosamente pagassero i costi e i danni di tasca propria.

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