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La ragnatela del non fare

14 Luglio 2013

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 14 luglio 2013)

All’apparenza non ci sono spiragli. Il processo di affondamento dell’economia italiana non appare arrestabile. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi ( Corriere , 12 luglio) hanno ben riassunto la situazione. Per bloccare il declino occorrerebbe tagliare tasse e spesa pubblica. Invece, la spesa continua a crescere e le tasse pure. La società affonda lentamente, imprigionata in un triangolo della morte ai cui tre lati stanno, rispettivamente, le tasse, già altissime, in aumento, la spesa pubblica in aumento e la burocratizzazione (l’oppressione del corpo sociale mediante soffocanti lacci e lacciuoli regolamentari), anch’essa in aumento. Quest’ultimo aspetto, la burocratizzazione, merita uguale attenzione degli altri due (tasse e ampiezza della spesa pubblica) con cui ha una stretta connessione.

Al centro del triangolo c’è un ragno velenoso, forse immortale, quasi certamente immodificabile: la macchina amministrativa pubblica in tutte le sue ramificazioni, centrali, periferiche, eccetera. Una macchina che, mentre impone le sue regole asfissianti al corpo sociale, blocca (coadiuvata da magistrature amministrative che sono, anch’esse, organi vitali dello stesso ragno) ogni possibilità di rovesciare il trend di espansione della spesa pubblica e delle tasse. Spesa pubblica e tasse che forniscono il nutrimento al ragno.

Guardiamo al terzo lato del triangolo, la burocratizzazione. Tutti protestano da anni, in tutti i comparti sociali, per l’eccesso di burocrazia, nessuno riesce a fare niente per limitarla: a ogni passo che, con grandi sforzi, viene fatto per semplificare, ne seguono dieci che ricomplicano di nuovo tutto. La burocratizzazione crea una ragnatela normativa che, mentre soffoca la società, funziona da rete di protezione contro qualunque velleità di tagliare o razionalizzare la spesa. In ogni settore della vita sociale c’è stata, c’è, continuerà a esserci, una proliferazione continua di norme ingarbugliate che appaiono prive di scopo, di razionalità e di logica alle vittime ma che uno scopo ce l’hanno: servono all’autoriproduzione degli apparati burocratici. Si pensi a tutti gli interventi amministrativi in quel ramo che potremmo chiamare «industria della lotta agli abusi ».

Ampia parte delle normative da cui siamo torturati è prodotta in nome della lotta contro potenziali abusi. Peccato che ottenga esiti opposti. Perché i furbastri e i maneggioni non sono affatto intimiditi da procedure astruse (anzi, sguazzano meglio quanto più regole e procedure sono complicate). Tutti gli altri invece ne sono oppressi e angariati.

Ad alimentare la burocratizzazione che colpisce e avvolge nelle sue spire imprese, università, professioni, eccetera, ci sono interessi e mentalità. Gli interessi sono tanti. Come ha osservato Mario Deaglio ( La Stampa , 10 luglio), più complesse sono regole e procedure, più contenziosi ci sono e più lavoro c’è per ogni tipo di mediatori professionali (avvocati, commercialisti, eccetera). E ci sono, soprattutto, gli interessi dei burocrati e dei loro uffici che dimostrano così di essere vivi e indispensabili nel ruolo di «controllori » del corpo sociale. Tutto ciò comporta, per le vittime, costi materiali altissimi e un enorme spreco di tempo e di energie. Denaro, tempo e energie distolte dalle altre attività.

Oltre agli interessi, ci sono le mentalità, forgiate da competenze e esperienze. Nessuno ne avrà mai la forza politica ma sarebbe vitale eliminare il predominio dei giuristi nell’amministrazione. Occorrerebbe impedire a chiunque di accedere ai livelli medio-superiori di una qualsivoglia amministrazione pubblica nazionale o locale (e anche delle magistrature amministrative, dal Consiglio di Stato alla Corte dei conti) se dotato solo di una formazione giuridica. Servirebbero invece specialisti addestrati a valutare l’impatto – effetti e costi economici e sociali – di qualunque norma e procedura. Specialisti nel semplificare anziché nel complicare. Meglio se potessero anche vantare lunghi soggiorni di formazione presso altre amministrazioni pubbliche europee e occidentali.
Irrealizzabili fantasie, naturalmente.

La macchina amministrativa è così potente (la sua forza sta nella impersonalità: non c’è una testa che possa essere tagliata) da farsi beffe di qualunque denuncia e di qualunque protesta. La politica (non fa differenza che al governo ci sia Berlusconi oppure Monti oppure Letta) è impotente. Anche ammesso che abbia voglia di provarsi a rimediare, può ben poco contro la forza del ragno. I politici, in realtà, sono un po’ complici e un po’ ostaggi. Per governare (per quel poco che possono governare) hanno bisogno di non inimicarsi l’amministrazione, e soprattutto i suoi vertici. I politici contano, ma meno di quanto pensi il grande pubblico. Funzionano però benissimo come parafulmini. Gli attacchi ai politici di governo per tutto ciò che non riescono a fare non sfiorano nemmeno la macchina amministrativa sottostante, la quale procede, indifferente a tutto e a tutti, con i suoi ritmi, le sue inerzie, le sue opacità, le sue regole interne. L’importante è che nessuno riesca a mettere zeppe capaci di invertire la tendenza della spesa pubblica a crescere (spingendo così sempre più in alto i livelli di tassazione) o a spezzare le catene burocratiche che opprimono la società.

Il sociologo Max Weber, all’inizio del Novecento, pensava alla burocrazia come a una «gabbia d’acciaio » che avrebbe alla fine prodotto la pietrificazione delle società occidentali, ne avrebbe prosciugato ogni energia, ne avrebbe svuotato l’anima. In quei termini, la profezia di Weber non si è ancora realizzata. In Italia, però, i segnali ci sono tutti.


Gustavo Zagrebelski: “La mia vita da giurista, attento alla democrazia, all’etica del dubbio e alla vita delle persone”
di Antonio Gnoli
(da “la Repubblica”, 14 luglio 2013)

L’appuntamento con Gustavo Zagrebelsky è nella nuova università torinese che accoglie Giurisprudenza e Scienze politiche. Il campus, dedicato a Luigi Einaudi, ha un’aria sinuosa e trasparente. Colpisce il tetto che sembra l’enorme guscio di una tartaruga. Il professore mi attende all’ingresso. Non c’è nulla di formale, come ci si aspetterebbe da un grande giurista. Noto che tra le mani stringe un libro: una raccolta di saggi dedicata al Grande Inquisitore. Mi informa che sull’argomento sta preparando un libro e che della tantissime interpretazioni che sono state offerte delle pagine di Dostoevskij quella che lo ha maggiormente convinto è del teologo Dietrich Bonhoeffer. Penso alla sua morte avvenuta in un campo di concentramento nazista per impiccagione. E al fatto che lì, in quell’aprile del 1945, l’inquisitore prese il volto di un tiranno folle e crudele che ne decretò la condanna a morte.

Questa sua predilezione per Dostoevskij da cosa nasce?
“Dal senso di inquietudine e di confessione che attraversa i suoi romanzi. Più mi addentro nei suoi personaggi e più resto turbato dall’impasto di abiezione e salvazione che essi restituiscono”.

È la duplicità della natura umana.
“Che non trovo per esempio in Tolstoj, il quale ci regala dei bellissimi monumenti classici, mentre in Dostoevskij si avverte un tormento continuo. Non credo sia secondario che egli scrivesse sotto l’assillo dei debiti”.

Detto da un giurista è curioso.
“Perché? Dostoevskij era attento non tanto alle dottrine generali ma alla condizione umana; seguiva i processi e descriveva i comportamenti degli avvocati, degli imputati e dei giudici. Anche un giurista non può ignorare la vita delle persone”.

Non dovrebbe occuparsi di norme generali e astratte?
“Certo, ma il diritto giusto non esiste in assoluto. Il suo dramma è che la norma pura e semplice può agire con violenza sulla condizione particolare, ma al tempo stesso la singolarità delle situazioni può distruggere la norma”.

E allora?
“La discussione resta aperta. Pascal diceva che alla legge si ubbidisce perché è legge”.

E se la legge è ingiusta?
“Se si introduce un elemento di valutazione di giustizia il rischio è la distruzione dell’ordine, perché ciascuno può dire: la legge è ingiusta e io non obbedisco. È una vecchia questione”.

Talmente antica da risalire ad Antigone?
“Quella tragedia è una delle grandi fonti di ispirazione del diritto. Antigone ne rappresenta il lato tradizionale, il sangue, il genos, gli dèi; mentre Creonte è la legge modernizzatrice e artificiale. Credo ci sia bisogno di entrambi gli aspetti. Se uno dei due si libera dell’altro, il diritto può diventare uno strumento pericoloso. Il compito del giurista si svolge lì in mezzo”.

Per fare esattamente cosa?
“Per difendere la duplicità. Mi sono formato in questa università e la mia impostazione era forgiata sui principi di Hans Kelsen. Mi sembrava un sistema perfetto. Ma le norme possono essere equivoche. Interpretabili. Ed ecco allora il bisogno di andare oltre Kelsen”.

E quindi oltre Bobbio?
“Bobbio fu un pilastro di questa università e vide in Kelsen un punto di riferimento fondamentale. Ma lui, che si definiva positivista aggiungeva che era un positivista inquieto”.

È stato uno dei suoi maestri?
“È stato un mio professore ammiratissimo e ricordo che le sue lezioni erano belle anche esteticamente. Però il mio vero maestro fu Leopoldo Elia, che insegnava diritto costituzionale”.

Perché ha scelto il mondo del diritto?
“Mi piacerebbe risponderle: per convinzione e decisione. In realtà fu per caso. L’iscrizione a giurisprudenza avvenne perché ritenevo fosse una facoltà non molto complicata e in grado di aprire molte strade. Mio padre voleva che prendessi ingegneria. Mi portò da un suo amico, un celebre fisico russo che abitava a Torino e si chiamava Gleb Wataghin. Aveva fatto costruire nel suo laboratorio un acceleratore di particelle. Era un ometto vulcanico. Davanti a quell’acceleratore restai muto. Non sapevo cosa chiedere. E Wataghin disse a mio padre: tutto, ma non la fisica!”.

Il caso ha governato spesso la sua vita?
“Quasi sempre. È incredibile come io mi sia inserito nelle situazioni senza nessun particolare progetto. Devo aggiungere che ho avuto una vita professionale molto fortunata. E mi considero un uomo libero che, con un certo tormento, si illude di fare al momento la cosa giusta”.

E quali sono i suoi tormenti?
“Non essere abbastanza chiaro in quel che dico o scrivo. Poi ci sono i tormenti più personali. A me pesa moltissimo per esempio dire qualcosa che possa dispiacere a qualcuno col quale ho un buon rapporto. E questo tanto più, in quanto viviamo in un tempo in cui la gente si offende facilmente. Davanti a certe reazioni anch’io, a volte, non so trattenermi”.

Nel senso?
“Contrariamente a quello che si vede sono un iracondo. Però cerco di tenere sotto controllo gli scoppi d’ira. Ritrovo in me molto di mio padre. L’ira, insieme alla vodka e al gioco, è una caratteristica del popolo russo”.

Lei ha origini russe?
“La mia famiglia proveniva da San Pietroburgo. I miei nonni erano in vacanza a Nizza nel 1914 quando scoppiò la guerra e furono chiuse le frontiere. Mio padre era nato nel 1909, quindi all’epoca era un bambino. Poi, quando ci fu la rivoluzione in Russia il nonno, che era ufficiale a Mosca, riuscì a rientrare. Di lui per anni non avemmo più notizie. Salvo poi ricomparire con nostra sorpresa. Il regime sovietico lo espulse come persona inutile e non gradita”.

E suo padre cosa faceva?
“Per dare una mano alla famiglia all’inizio fece il garzone di un ciabattino. Poi nella comunità russa di Nizza ci fu una spaccatura. Noi emigrammo a San Remo. Circolava in famiglia la storiella che la nonna era convinta di aver trovato il sistema per sbancare il casinò. Naturalmente dilapidò quel poco di gioielli che ci era rimasto. Mio padre, al quale non mancavano le risorse, si mantenne agli studi di Economia e Commercio con una serie di lavoretti, tra cui la composizione di brevi racconti che spediva al Corriere Mercantile di Genova, spacciandoli come novelline di Gogol da lui tradotte”.

Iracondo e intraprendente.
“Era dotato di quel fascino russo che ha quasi sempre un fondo dissipativo. Di lui, una specie di gagà senza un soldo, si innamorò perdutamente mia madre, una valdese che veniva dalla Val Chisone”.

Cos’è l’ira?
“Spinoza la mette tra le passioni tristi. Per dirla con il mio amato Dostoevskij è la prova che il nostro impasto è fatto di cose belle e pessime”.

Un giurista non dovrebbe misurarsi più con Kafka che con Dostoevskij?
“Non dimentichi le mie origini. In entrambi troviamo l’angoscia, l’assurdo, il nulla, la spersonificazione. Ma mentre in Kafka sembra esserci la resa, in Dostoevskij c’è la resistenza. Kafka è già precipitato; Dostoevskij è sul crinale dell’abisso. Uno parla di una società minacciata dal nulla l’altro di una società vinta dal nulla. Come giurista mi interessa più Dostoevskij”.

Forse anche per la drammatizzazione del problema di Dio. Si nota in lei un interesse per i testi biblici.
“In effetti, ho una certa propensione. Ho perfino dedicato tre anni, nel tempo libero dall’attività alla Corte Costituzionale, alla traduzione di un grande testo di Chaim Cohn che ha studiato i resoconti evangelici dal punto di vista ebraico. Mi è servito come esercizio d’autodisciplina per resistere alla tentazione di trasformarmi in giurista tutto di un pezzo”.

Anche interessarsi di democrazia è un modo per uscire dallo specialismo giuridico?
“Un giurista non ha solo la legge di cui occuparsi. Un tempo si poteva teorizzare la democrazia come il miglior modo di convivenza, adesso si rischia di dire le stesse cose dando l’impressione di fare una predica”.

Evitando la predica, c’è un aspetto della democrazia al quale non possiamo rinunciare?
“Credo che la sua essenza consista nell’allontanare giorno dopo giorno il momento dei coltelli. Parlando, discutendo, confrontandosi e anche confliggendo sugli interessi ma sempre fermandosi un attimo prima che si sfoderino i pugnali. Perciò abrogare l’idea di democrazia significa legittimare il sopruso”.

Vent’anni fa non si sarebbe posto il problema in questi termini.
“Non ne sarei così sicuro. È un paese il nostro che non ha quasi mai saputo discutere”.

Viviamo nell’età del disprezzo?
“Siamo passati dall’ammirazione per il potere all’invidia e alla conseguente frustrazione. Oggi non si invidia più ma si disprezza. La società si è divisa tra i molti che disprezzano e i pochi che sono disprezzati”.

Chi sono i pochi?
“Sono le oligarchie che un tempo erano nascoste e oggi sono percepite come tali”.

Ovvero gli inammissibili privilegi di cui ancora godono?
“Sono mondi – finanziari e politici – chiusi all’esterno e molto litigiosi al loro interno. Da qui ne consegue quello che per me è diventato il chiodo fisso: aprire il mondo dei piccoli numeri ai grandi numeri, immettere energie sociali nuove in questo mondo chiuso”.

La democrazia è ancora dubbio?
“Mi ribello all’idea che chi professa l’etica del dubbio sia un nichilista”.

Magari è solo un relativista.
“Non trovo sia un insulto, se relativismo significa atteggiamento non dogmatico e pluralistico, non sia cioè l’alternativa secca tra vero e falso, amico e nemico. L’etica del dubbio si fonda sulla premessa che la verità esiste ma che nessuno la può afferrare completamente e che però esistendo non è insensato cercarla”.

Un atto di fede.
“No, una dimensione terza che un tempo era Dio, poi lo Stato. Oggi quel terzo dobbiamo crearlo dal basso”.

Sembra affiorare l’anima russa.
“Non mi dispiacerebbe. Provengo da una famiglia con una lunga storia alle spalle. Noi, i figli, sappiamo poco anche di quella che, poi, è stata la vita di esuli, tra la Costa Azzurra e la riviera ligure. Sembra quasi che volutamente si sia steso un velo di oblio su vicende dolorose che sarebbe stato molto interessante cercare di riportare alla luce. In fondo, si è trattato d’una sia pur piccola scheggia di una grande storia europea”.

E cosa le fa venire in mente?
“Penso a nostro padre che riposa vicino a nostra madre nel piccolo cimitero di San Germano Chisone, in terra valdese. Chi si aspetterebbe mai di trovare lì, su una lapide, la croce ortodossa? Quante vicende, traversie, dolori, sradicamenti e nuovi radicamenti; quanta storia!”.

Quando dice figli allude a lei e a suo fratello?
“In realtà siamo in tre. Io, quello che una volta si diceva “il più piccolo”. Poi, Vladimiro, giurista anche lui, di tre anni più vecchio di me. Il più grande di tutti è Pierpaolo, non giurista, che ci protegge”.

Da cosa?
“Dall’ipertrofia giuridica”.


La grande confusione del partito democratico
di Eugenio Scalfari
(da “la “Repubblica”, 14 luglio 2013)

Si sapeva da tempo, anzi da sempre, che una condanna definitiva di Silvio Berlusconi, quando fosse arrivata, avrebbe provocato un terremoto. Si sapeva e non stupiva nessuno: Forza Italia prima e il Pdl poi sono partiti acefali, anzi non sono partiti, sono elettori che hanno in comune alcune emotività come l’anticomunismo, l’odio per le tasse e l’ostilità verso lo Stato e sono anche “lobbies” portatrici d’interessi concreti da soddisfare rapidamente.

Questa massa notevole che a volte viene definita liberale, a volte moderata, a volte populista e antipolitica e spesso tutte queste cose insieme, viene gestita dai luogotenenti d’un capo-padrone con formidabili capacità di venditore, cioè di demagogo moderno, che è anche il proprietario di quella struttura poiché possiede gli strumenti di comunicazione necessari per tenerla insieme ed estenderla.

Perciò un’eventuale condanna che lo mettesse fuori dal gioco politico significherebbe il crollo dell’intera architettura. Questa essendo la situazione – finora evitata a colpi di leggi “ad personam” concentrate soprattutto sui termini della prescrizione – è evidente che l’improvviso incombere d’una sentenza definitiva che potrebbe confermare la condanna inflitta in appello, crea il panico nel Pdl e una gran confusione nel Pd.
Il panico nel Pdl, come abbiamo già ricordato, è comprensibile; la confusione nel Pd molto meno.

Essa è determinata dall’esistenza d’un governo di coalizione dettato dallo stato di necessità dovuto alla crisi economica che dura ormai da sei anni e dai risultati elettorali dello scorso febbraio che hanno trasformato il precedente bipolarismo in un tripolarismo non gestibile dal punto di vista parlamentare. Di qui il governo di necessità voluto dal presidente della Repubblica per mancanza di alternative e per la stessa ragione accettato dalle forze politiche della “strana maggioranza”.

Ho ricapitolato fin qui cose a tutti note ma spesso dimenticate o passate in sottordine rispetto a pulsioni emotive che sono spiegabili nei cittadini ma assai meno nei gruppi dirigenti dei partiti o meglio dell’unico partito esistente che è quello democratico. I 5Stelle sono un movimento che ha anch’esso un proprietario-venditore; Scelta civica è da tempo una scheggia irrilevante; del Pdl abbiamo già detto.

Il Pd è dunque il solo partito attualmente esistente, alla cui sinistra c’è soltanto il massimalismo che ha sempre combattuto il riformismo nella storia d’Italia, favorendo oggettivamente le destre conservatrici.
Ebbene, il Pd si trova da tempo in una sorta di stato confusionale. Personalmente ho evitato finora di approfondire un tema sgradevole per chi, come me, vota per quel partito fin da quando nacque nella forma dell’Ulivo e poi nella forma attuale. Ma ora quell’approfondimento s’impone perché, se la confusione continuasse potrebbe seriamente compromettere l’interesse generale e la stessa democrazia già abbastanza fragile nel nostro Paese.

* * *

La causa primaria della confusione è del tutto evidente: nasce dal fatto che un’alleanza, sia pure di necessità, con l’avversario di sempre, guidato per di più da un demagogo indiziato di reati per fatti commessi prima e durante la sua ascesa politica, non è accettata da una parte notevole degli elettori democratici e da una parte assai “vociante” del gruppo dirigente del partito, ormai diviso anzi frantumato in correnti che sono diventate fazioni.

La differenza tra correnti e fazioni può sembrar sottile ma non lo è affatto. Le correnti sono modi d’interpretare la visione del bene comune propria di tutti i partiti, accantonandone alcuni aspetti e accentuandone altri. Le fazioni si dividono invece sul tema della conquista del potere; le modalità d’interpretazione del bene comune rappresentano per loro un dettaglio facilmente modificabile quando la modifica può essere utile all’obiettivo che si propongono.

Il grosso guaio del Pd attuale consiste dunque, secondo me, nel fatto che le correnti si sono trasformate in fazioni salvo naturalmente poche “anime belle” che ci sono dovunque e non hanno mai contato nulla.
Le fazioni utilizzano il mal di pancia causato dall’esistenza del governo di necessità, accettato da tutti (o quasi tutti) ma facile da usare come strumento di discordia in un partito il cui gruppo dirigente è ormai diviso su tutto.

Questa è la penosa e preoccupante situazione, confermata quasi ogni giorno da episodi che appaiono logicamente incomprensibili ma sono invece comprensibilissimi dal punto di vista dei contrapposti interessi che antepongono il “particulare” al generale interesse del Paese.

* * *

Ne segnalo due che sono i più recenti anelli d’una ormai lunga catena. Il primo è il clamore suscitato dalla sospensione dei lavori della Camera dalle ore 17 di mercoledì scorso per render possibile un’assemblea indetta dai parlamentari del Pdl, senatori compresi, per discutere i problemi derivanti da un’eventuale sentenza negativa della Cassazione. I falchi e le amazzoni di quel partito avevano chiesto la chiusura del Parlamento per tre giorni in segno di protesta contro la Cassazione per l’anticipo della sentenza Mediaset. Proposta ovviamente irricevibile. La sospensione di poche ore per render possibile la predetta riunione è decisione di tutt’altra natura che infatti è stata duramente contestata da amazzoni e falchi ma ancora di più dalle fazioni del Pd, da Renzi a Civati.

Non è mancata, specie a Renzi, l’occasione di ripetere il suo appoggio al governo Letta “purché faccia e non bivacchi”. Forse sarebbe venuto il momento che Renzi dicesse chiaramente che cosa significa per lui il “fare” di Letta. Deve minacciare la Merkel? Deve prospettare l’uscita dell’Italia dall’euro se l’Europa non ci consente di sfondare il pareggio del bilancio? O che cos’altro? Lo dica e ne prenderemo debita nota. Per quanto lo riguarda personalmente, Epifani ha già detto che le primarie per l’elezione del segretario saranno aperte e il congresso si farà entro l’anno. Allora decida. Il secondo episodio riguarda il disegno di legge sull’incompatibilità, presentato da un gruppo di deputati democratici tra i quali il capogruppo Luigi Zanda. Il testo dà un anno di tempo al concessionario di aziende che sia anche parlamentare; un anno per vendere la sua partecipazione a quelle aziende o lasciare la politica.

La proposta è stata bollata dal Pdl come l’ennesimo attacco contro Berlusconi, ma è stata bollata ancora di più dalle fazioni del Pd come un favore al proprio avversario. Anche Vendola non è mancato a questo appuntamento.

C’è da strofinarsi gli occhi quando si vedono cose del genere. La spiegazione sarebbe che con questa proposta si elimina l’ineleggibilità con l’incompatibilità. È vero ed è un passo avanti, non indietro. Ai fini specifici di Berlusconi è del tutto equivalente. E allora?

Per fortuna l’attuale segretario del Pd (che alcuni si ostinano a chiamare “reggente”) non soffre di questo costante mantra perché non appartiene né a correnti né a fazioni. Sa soltanto che il Pd deve sostenere il governo Letta se e fin quando esso non metta in discussione i valori democratici. Se questo accadesse, sarebbe lui a provocare la crisi e, personalmente, sono sicuro che lo farebbe.

Non spenderò parole sul caso riguardante il presidente della Repubblica e sollevato dal giornale “Libero” (e dal “Fatto”) sull’ipotesi di una “grazia” che Napolitano avrebbe pensato di concedere ad un Berlusconi condannato. Ipotesi non solo cervellotica ma avanzata per screditare e vilipendere il capo dello Stato. Questa è gente che gioca a palla con le istituzioni, anarcoidi di infima qualità.

* * *
Berlusconi si dice sereno e sicuro d’esser riconosciuto innocente dalla Cassazione e conferma il suo pieno appoggio al governo Letta ribadendo che comunque le sue vicende giudiziarie sono cosa diversa da quelle politiche. Riconosce che se fosse condannato la sua gente sarebbe presa da un’agitazione più che comprensibile, ma lui farebbe di tutto per calmarla.

Mi sembra difficile che le cose vadano in questo modo, ma credo che sarebbe saggio prender Berlusconi sul serio e attendere lo sviluppo dei fatti. Del resto l’ipotesi che la Cassazione non condivida in tutto o in parte le conclusioni della corte d’Appello non può in teoria essere esclusa, rientra nelle possibilità del libero convincimento del giudice che è uno dei cardini della giurisdizione. L’opinione pubblica può criticare una sentenza ritenuta tecnicamente sbagliata ma deve accettare il libero convincimento e prenderne atto, tanto più la sinistra democratica che ha fatto dell’indipendenza della magistratura uno dei cardini della sua visione politica.

Continuiamo dunque a difendere questo principio augurandoci che il libero convincimento della sezione feriale della Corte coincida con il nostro, che non ha dubbi sulla colpevolezza dell’imputato.

Concludo questa nota con un plauso al disegno di legge approvato dal governo sulla parificazione dei figli naturali con quelli legittimi. È un passo avanti nel diritto e cancella una discriminazione non più compatibile con la concezione moderna dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ora ci attendiamo che il governo si allinei alle parole dette dal Papa a Lampedusa e intervenga sullo “ius soli” e sulle modalità di accoglienza degli immigrati. La Chiesa di Francesco è molto diversa da quella che finora abbiamo conosciuto. Questo è un discorso che merita di esser ripreso e approfondito con la dovuta ampiezza, come ci ripromettiamo di fare quanto prima.


Macché perseguitato, è un avventuriero. Ecco la vera storia di Mukhtar Ablyazov
di Fausto Biloslavo
(da “il Giornale”, 14 luglio 2013)

La consegna dell’Italia al regime del Kazakistan di Alma Shalabayeva e sua figlia Alua, adesso ritrattata, è stata «miserabile », come ha detto il ministro degli Esteri Emma Bonino.
Mukhtar Ablyazov, oppositore del governo kazako

Altrettanto miserabile è la grancassa dei giornaloni nostrani, che continuano a dipingere, Mukhtar Ablyazov, marito e padre delle due deportate, vero obiettivo mancato del blitz alle porte di Roma, come un dissidente senza macchia e paura, una specie di Robin Hood del Kazakistan, un combattente della libertà contro il despota di turno.

Peccato che Ablyazov sia un «dissidente » un po’ furbetto, ex ministro e delfino del regime kazako, con mandati di cattura internazionali, pure per truffa e reati finanziari, che lo rincorrono in tutta Europa. «È ricercato dall’Interpol in oltre 170 Paesi con ordini di arresto della Russia, dell’Ucraina e del Kazakistan » rivela una fonte del Viminale. Non solo: è fuggito da Londra, dove aveva ottenuto asilo politico, per una condanna a 22 mesi di carcere e il congelamento delle sue lussuose proprietà a causa dell’appropriazione indebita di 5 miliardi di dollari.
Ablyazov è un oligarca costretto all’esilio, che sogna di prendere il potere in Kazakistan, non certo un dissidente che lotta in nome della democrazia. Radio Free Europe, sempre critica con il regime kazako, lo ricorda come un oligarca dei selvaggi anni Novanta del dopo Urss. Non a caso nel 1998 viene nominato ministro dell’Energia, l’industria e il commercio proprio dal suo acerrimo nemico attuale, Nursultan Nazarbayev. Il padre-padrone del Kazakistan lo considerava assieme ad altre giovani leve del potere, il futuro del Paese, uno dei delfini. Nel 2001 i giovani leoni «tradiscono » il padrino e fondano il primo raggruppamento di opposizione. Un anno dopo Ablyazov finisce in galera con una condanna a sei anni, ma in pochi mesi viene rilasciato. A differenza di altri rimasti dietro le sbarre accetta l’accordo con Nazarbayev di tornare a fare business lasciando perdere la politica.
Il «dissidente » conquista la Bta Bank e comincia a far la spola con Mosca. Oltre a vivere nel lusso finanzia a piene mani qualsiasi tentativo di insidiare il regime kazako con milioni di dollari. Nel 2009 perde il controllo della banca e ripara a Londra con un gruzzolo non indifferente. Il «maggiore oppositore » del Kazakistan compra nella capitale inglese una casa con nove stanze da letto, spa, parco, laghetto, campo di polo nell’area chiamata dei «miliardari ». Ablyazov ha collegamenti con altri discutibili oligarchi diventati oppositori per necessità, come i russi Mikhail Khodorkovsky e Boris Berezovsky.
La Bta gli fa causa e lui parla subito di rappresaglia politica del governo kazako. Davanti all’alta corte di Londra deve rispondere di appropriazione indebita per 5 miliardi di dollari. Il «dissidente » furbetto riesce a ottenere nel 2011 l’asilo politico dall’Inghilterra, che in passato l’ha concesso anche a personaggi che poi si sono rivelati terroristi islamici. Lo scorso anno la giustizia inglese ordina ad Ablyazov di restituire 1,63 miliardi di dollari più gli interessi e gli confisca il passaporto. Sulla sua testa pende anche un mandato di cattura internazionale della Russia per truffa e altri reati finanziari.
Secondo i giudici inglesi Ablyazov ha dimostrato «una sprezzante indifferenza » nei confronti della corte. Per aver mentito si becca 22 mesi di carcere, ma fugge imbarcandosi su un treno diretto a Parigi. Il quotidiano londinese Indipendent titola il 6 novembre 2012 riferendosi al «dissidente »: «Cinico e subdolo boss bancario kazako » rischia il congelamento dei suoi beni per 3 miliardi di sterline. Lo scorso maggio è iniziata la procedura di vendita all’asta di alcune proprietà londinesi di Ablyazov. Altri beni dell’oligarca sarebbero al sicuro nelle Isole Vergini britanniche.
«L’obiettivo del blitz a Roma era lui – conferma al Giornale una fonte del Viminale – Sul suo conto c’erano sia dei mandati di cattura internazionali, che degli alert in cui veniva indicato come armato e pericoloso ». L’ambasciata kazaka a Roma ha sicuramente approfittato della situazione facendosi consegnare moglie e figlia, che verranno utilizzate come «ostaggi ».
Con questa storiaccia Ablyazov, che dopo la fuga da Londra era stato segnalato in Svizzera o nei paesi dell’Europa orientale, si accrediterà ancor più come oppositore stile Robin Hood. Il suo lato oscuro, però, viene debitamente omesso mentre invia messaggi via Facebook al governo italiano.


Belpietro e la grazia al Cav: peggio di certi politici solo certi giornalisti
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 14 luglio 2013)

Peggio dei nostri politici, ci sono solo i nostri colleghi, nel senso di giornalisti. I quali se si trovano davanti a una notizia fanno di tutto per scansarla, temendo che il pubblicarla possa arrecare fastidio a qualcuno. Nel nostro caso, il fastidio lo avrebbero dato a Giorgio Napolitano, il quale da giorni stava rimuginando sulla possibilità di concedere la grazia a Silvio Berlusconi. Qualora il 30 luglio la Cassazione confermasse la condanna a quattro anni di reclusione e a cinque di interdizione dai pubblici uffici, un provvedimento di clemenza sarebbe la sola via d’uscita in grado di impedire che un terzo degli italiani venga privato della rappresentanza politica con l’incarcerazione del proprio leader. L’ipotesi era stata discussa con alcuni esponenti della maggioranza e anche con il presidente del consiglio, perché dalla permanenza a piede libero del Cavaliere possono dipendere le sorti del governo. E noi di Libero ne avevamo dato ampiamente conto, senza curarci che la notizia desse fastidio a qualcuno, che si trattasse di Silvio Berlusconi (che ha tutto l’interesse a non parlare di questa possibilità) o di Giorgio Napolitano (che aveva preteso segretezza sul suo piano).

Come è ovvio avevamo messo in conto l’irritazione del capo dello Stato, il quale giunto al suo secondo mandato si sente una specie di monarca e quando viene disturbato reagisce di conseguenza. Per contro non avevamo calcolato la sollevazione dei suoi trombettieri, i quali, dal Corriere della Sera a Repubblica, hanno replicato all’unisono, riuscendo a negare perfino l’evidenza. Sui suddetti giornali a proposito della grazia a Berlusconi si è dunque parlato di menzogna e addirittura di un ricatto nei confronti del Quirinale. Si fosse trattato di un falso inventato di sana pianta, al presidente della Repubblica non sarebbe saltata la mosca al naso. E fosse stato un ricatto vorrebbe dire che il capo dello Stato può essere condizionato da pressioni esterne, cosa che solo gli allocchi possono credere. Ma, soprattutto, fosse stata un’invenzione, nel corso della giornata di ieri noi di Libero non avremmo ricevuto tante sollecitazioni a mettere il silenziatore al caso, perché l’eccesso di pubblicità attorno all’ipotesi di un provvedimento di clemenza avrebbe messo Napolitano nell’impossibilità di concedere in futuro una grazia che gli fosse stata suggerita da Libero.

Del resto, da chi ha passato la vita a riportare le veline del Colle senza capirle non c’era da aspettarsi che stavolta riuscisse a leggere un comunicato comprendendo ciò che sottintendeva. O che per una volta riportasse una notizia.


L’inevitabile inerzia del governo Letta
di Guglielmo Forges Davanzati
(da “MicroMega”, 12 luglio 2013)

La gran parte dei commentatori sembra essere concorde sul fatto che, in materia di politica economica, questo Governo è sostanzialmente inerte e sopravvive grazie a continui rinvii, soprattutto in materia di tassazione. Si tratta di una valutazione in larga misura condivisibile che, tuttavia, nella gran parte dei casi, viene accreditata con argomenti che attengono alla dialettica politica interna alla maggioranza che lo sostiene. Al di là delle oggettive difficoltà che incontra un Esecutivo “di larghe intese”, può essere utile chiedersi perché il Governo Letta, pur volendo, non può agire. Per provare a fornire una risposta, occorre partire da un dato di fatto.

Dopo l’incontestabile fallimento delle politiche di austerità – sul piano dei fatti, ma anche sul piano teorico (si consideri il ripensamento del Fondo Monetario Internazionale e della gran parte degli economisti accademici in merito alla loro efficacia) – ben pochi economisti oggi negherebbero che in un fase di profonda recessione è opportuno mettere in campo politiche fiscali espansive. Realisticamente, immaginare che interventi “a costo zero” possano generare crescita è del tutto inverosimile. E’, tuttavia, ovvio che misure di stimolo alla crescita della domanda interna sono impraticabili per i vincoli di rigore posti in sede europea, per volontà tedesca. Occorre quindi chiedersi per quale ragione il Governo tedesco ha interesse a mantenere (e perpetuare) un’Europa a doppia velocità.

L’economia tedesca, ad oggi, costituisce circa il 23% del PIL dell’eurozona. Nel 2010 ha registrato il più alto tasso di crescita dalla sua riunificazione (+3.7%), nel 2011 il tasso di crescita si è attestato al 3% per poi declinare intorno all’1% nel 2012. Nell’ultimo triennio il reddito pro-capite è aumentato di circa il 3%, generando un aumento dei consumi privati e un aumento del gettito fiscale. La crescita economica tedesca è essenzialmente trainata dalle esportazioni e circa il 60% delle esportazioni tedesche è rivolto ai Paesi dell’eurozona. A fronte di ciò il resto dell’eurozona (i Paesi mediterranei, innanzitutto) fa registrare tassi di crescita negativi, consistenti aumenti della disoccupazione – e in particolare della disoccupazione giovanile – riduzione dei consumi e degli investimenti. Se la crescita economica tedesca è trainata dalle esportazioni, e se le imprese tedesche esportano prevalentemente nell’eurozona, ci si dovrebbe attendere che sia nell’interesse del capitale tedesco consentire agli altri Paesi membri dell’Unione Monetaria Europa di mettere in atto politiche che accrescano la loro domanda.

Evidentemente, la perseveranza tedesca nell’imporre politiche di rigore contrasta con questa ipotesi, e porta a considerare due fattori che rendono conveniente, al capitale tedesco, l’impoverimento del resto del continente.

1) Al ridursi della domanda estera, le imprese tedesche accrescono le loro esportazioni. Per quanto questo effetto possa apparire paradossale, lo si può spiegare in questo modo. L’aumento della pressione fiscale e la riduzione della spesa pubblica nei Paesi periferici, generando compressione dei mercati di sbocco interni per le imprese che lì operano (e, dunque, riducendone i profitti e accrescendone la probabilità di fallimento), consente alle imprese tedesche di acquisire, in quelle aree, quote di mercato crescenti. Si consideri, a riguardo, che, su fonte ISTAT, la Germania è il primo Paese da cui importiamo beni, per un valore circa pari a 62,4 miliardi di euro, e che l’incidenza dell’export sul PIL tedesco è passata, dal 2000 al 2011, dal 33,4 al 50,1%.

2) In considerazione dell’aumento della disoccupazione – soprattutto giovanile e intellettuale – nei Paesi periferici, le imprese tedesche hanno un’ulteriore ragione di convenienza nell’imporre in quei Paesi politiche recessive. L’attrazione di manodopera altamente qualificata, infatti, consente al capitale tedesco di accrescere la sua competitività su scala internazionale, mediante gli incrementi di produttività derivanti dall’occupazione di forza-lavoro dotata di elevato capitale umano.
Queste due considerazioni portano a ritenere che è solo producendo recessione nel resto d’Europa che il capitale tedesco può fare profitti.

In questo scenario, è del tutto evidente che il nostro Governo può far poco o nulla. Nella migliore delle ipotesi, può contrattare vincoli meno stringenti in ordine ai limiti oltre i quali non sono consentiti aumenti della spesa pubblica in rapporto al PIL. Ma, come mostrato dai recenti tentativi in tal senso del Presidente Letta, si tratta di importi assolutamente insufficienti per mettere in atto politiche fiscali espansive anticicliche di entità tali da prospettare il recupero di un percorso di crescita in Italia.

L’elevato potere contrattuale tedesco – che si sostanzia nell’imporre politiche che accentuano l’intensità della recessione nei Paesi periferici dell’eurozona – deriva essenzialmente dal fatto che questi Paesi temono la deflagrazione dell’Unione Monetaria Europea. E la temono con motivazioni da prendere seriamente in considerazione. Gli attacchi speculativi sui titoli del debito pubblico dei c.d. PIIGS si sono fermati essenzialmente a seguito degli interventi della BCE di acquisito di titoli emessi da questi Stati, e dell’annuncio del Governatore della BCE di procedere all’emissione di moneta “in misura illimitata” per frenare la speculazione. E’ opinione diffusa – e condivisibile – che qualora un Paese decidesse di tornare alla propria valuta, abbandonando l’euro, subirebbe nuovamente attacchi speculativi sui titoli che emette. In più, un’eventuale fuoriuscita dell’Italia dall’UME non comporterebbe altri vantaggi se non il potersi avvalere di svalutazioni competitive, il cui impatto sulle esportazioni è sostanzialmente imprevedibile, essendo invece prevedibile un aumento dell’inflazione importata (data la nostra non autosufficienza per l’approvvigionamento di materie prime) e, in assenza di indicizzazione, un ulteriore calo dei salari reali. Ma soprattutto l’abbandono dell’euro da parte italiana non avrebbe effetti sull’economia “reale”, lasciando inalterata una struttura produttiva fatta da imprese di piccole dimensioni, poco innovative e poco esposte alla concorrenza internazionale.

D’altra parte, il capitale tedesco ha ben poco da perdere dal ritorno al marco, anche nella peggiore delle ipotesi, ovvero anche se gli altri Paesi europei dovessero mettere in atto misure protezionistiche. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che una quota consistente delle esportazioni tedesche è già indirizzata altrove: la quota delle esportazioni tedesche intra-UE si è ridotta negli ultimi anni, a vantaggio di altre aree, Cina in primis. Stando così le cose, e considerando gli elevati margini di incertezza che aleggiano sulla tenuta dell’Unione Monetaria Europea, si può ragionevolmente concludere che la tenuta dell’Unione dipende, in larga misura, dalla capacità dell’industria tedesca di accrescere ulteriormente la propria quota di esportazioni in Paesi extra-UE, e che è semmai la Germania, non l’Italia, a poter ottenere i maggiori vantaggi dall’abbandono dell’euro. Rispetto alle dimensioni del problema, dibattere sull’efficacia di misure di “semplificazioni” e di “riforme strutturali” è, in larga misura, fuorviante: un Governo al quale vengono posti vincoli alla gestione della politica fiscale è, per definizione, un Governo condannato all’inerzia.


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Bart