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La Repubblica è sospesa nel vuoto

20 Aprile 2013

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 20 aprile 2013)

Fino ad ora ha vinto Beppe Grillo. Mentre nel Partito democratico, la cui malattia paralizza da due mesi l’Italia pubblica, dopo un’impressionante serie di rovesci, si chiude, con le dimissioni annunciate, l’era Bersani. Ricapitoliamo le ultimissime vicende. Prima Grillo, gettando il nome di Stefano Rodotà in pasto ai grandi elettori, e sfruttando il conflitto fra Bersani e Renzi, ha affossato l’accordo Pd-Pdl su Franco Marini. Ieri, giunti alla quarta votazione, è riuscito ancora una volta a incornare il Pd: Rodotà ha ottenuto più voti (una cinquantina) di quelli di cui disponeva sulla carta il Movimento 5 Stelle. Soprattutto, il nuovo candidato del Pd Romano Prodi, è andato incontro a una sconfitta: centouno voti in meno di quelli che avrebbe ottenuto se il Pd, compatto, lo avesse sostenuto.
Con grande dignità Prodi si è ritirato.

È la seconda personalità, dopo Marini, che un Pd allo sbando è riuscito a bruciare. Qualunque cosa ora può accadere. Ma è comunque Grillo, per ora, a condurre il gioco. Si sta affermando come il nuovo vero leader della sinistra italiana (Matteo Renzi, al massimo, può aspirare al posto di comprimario). La Repubblica sta forse per cambiare natura?

La malattia del Pd: constatato di che pasta fosse fatto ormai il gruppo dirigente si capisce meglio perché l’anima profonda del partito, la sua vera base (non quella finta, mediatica), sia sempre stata, per anni, prevalentemente dalemiana. Perché Massimo D’Alema è stato l’unico a ereditare non solo i limiti ma anche le virtù (forza, serietà, realismo, indisponibilità a piegarsi ai diktat di piazza o di giornali e intellettuali fiancheggiatori) che caratterizzarono molti del gruppo dirigente del Partito comunista. Quelli, a differenza di questi, «davano la linea », non se la facevano dare. Immaginiamo che cosa sarebbe accaduto se Prodi, secondo il disegno di Bersani, fosse stato eletto con i voti determinanti dei 5 Stelle. Prodi è un uomo con l’esperienza politica e il profilo internazionale necessari oggi a un presidente della Repubblica. È anche (in tempi di pseudo-democrazia assembleare) un uomo della democrazia rappresentativa. Non c’è dubbio che se fosse stato scelto non sarebbe mai venuto meno ai suoi doveri costituzionali e avrebbe fatto anche i dovuti gesti distensivi nei confronti del «nemico », di quel Berlusconi (che rappresenta una così rilevante parte del Paese) contro il quale egli sarebbe stato eletto. Ma la combinazione fra il suo lungo passato di leader di successo del fronte antiberlusconiano e le modalità della sua elezione avrebbe pesato sull’intero settennato. Eletto da una parte contro l’altra, avrebbe dovuto tenerne conto. E, a causa di quel vizio d’origine, mezzo Paese (quello che non ha votato Grillo né Bersani) non lo avrebbe mai riconosciuto come il «proprio Presidente ». Il rischio, per il Paese, sarebbe stato quello di scivolare verso una situazione «venezuelana ». Già la scelta aventiniana fatta da Pdl e Lega alla quarta votazione evocava brutti scenari. In questo momento la Repubblica è come sospesa. Può ancora prevalere un presidente di garanzia. I voti ricevuti da Anna Maria Cancellieri, candidata di Scelta Civica, vanno in quella direzione. Ma potrebbe anche essere riproposta una presidenza politica. Con la politicizzazione integrale dell’elezione del presidente della Repubblica, con la scelta esplicitamente partigiana di una parte contro l’altra, la trasformazione, già da tempo iniziata, della natura della Presidenza della Repubblica si compirebbe. Servirebbe allora una classe dirigente capace di prenderne atto e di mutare subito le regole del gioco. Per togliere la democrazia italiana dalla pericolosa china che ha imboccato. Ma c’è purtroppo in giro troppo pressapochismo istituzionale (mescolato a malafede). C’è, in primo luogo, in settori dell’opinione pubblica, una diffusa incomprensione dell’abc della democrazia. Quando si dice che la democrazia è procedura si intende dire che solo se si danno procedure formali chiare, pubbliche e rispettate si può, prima di tutto, misurare il consenso di cui gode il rappresentante. È la certezza delle procedure che ci tutela contro coloro che pretendono di parlare a nome del «popolo » avendo alle spalle, o manipolando, piccole minoranze più o meno organizzate: per esempio, quanti, nelle Quirinarie di Grillo, hanno votato Rodotà? Mistero. È questo, prima di tutto, che fa della democrazia rappresentativa l’unica forma possibile di democrazia, la sola che impedisca la prevaricazione dei piccoli numeri (le minoranze intense orientate da capipopolo che nessuno ha eletto) ai danni dei grandi numeri (il grosso degli elettori). C’è poi una diffusa incapacità/indisponibilità (anche fra le élite ) a capire le vere regole della democrazia rappresentativa. Se si sceglie la politicizzazione della Presidenza bisogna trarne le conseguenze: il presidente della Repubblica può essere il frutto di una scelta partigiana (guelfi contro ghibellini, blu contro bianchi, eccetera) solo se egli prevale in una competizione aperta i cui arbitri siano gli elettori. La presidenza politica è incompatibile con il parlamentarismo. È però in qualche modo tragico il fatto che proprio coloro che sembrano tuttora orientati a favore di una scelta partigiana siano gli stessi che più si oppongono all’elezione diretta del presidente. È questo impasto di inconsistenza culturale e di partigianeria cieca che, spesso, fa morire le democrazie.


E Berlusconi: presidente, ora ci aiuti lei
di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 20 aprile 2013)

Il Cavaliere: «Non posso parlare con sei persone diverse ».
Il nome di Amato.

Gliel’ha richiesto ieri, quasi supplicandolo, «si faccia ricandidare, presidente ». E dinnanzi al fermo e definitivo no di Napolitano, Berlusconi si è sfogato: «Allora ci aiuti a trovare una soluzione ».

Quella del Cavaliere non è stata una richiesta, ma un accorato appello al capo dello Stato: «Non sappiamo più con chi parlare nel Pd. Non posso fare sei riunioni con sei persone diverse, le chiedo di fare per quanto possibile da mediatore con tutti questi interlocutori ». Il crollo dei Democratici consegna di rimbalzo il gioco del Quirinale nelle mani di Berlusconi.

Ma c’è un motivo se invece di esultare il leader del Pdl si fa prudente, se si appella a Napolitano come estremo negoziatore per trovare una soluzione alla crisi provocata da quello che è stato il suo partito. La faida nel centrosinistra che per quindici anni ha visto come protagonisti Prodi, D’Alema e Marini, in due giorni è stata consumata sul terreno delle istituzioni, fino al punto quasi di annientarle. Dinnanzi a un simile spettacolo, nemmeno Berlusconi può esultare, infatti non lo fa, consapevole che le macerie potrebbero travolgerlo.

Dopo la disfatta di Prodi – a cui ha assistito da spettatore – il capo del centrodestra ha chiaro che un Pd, ormai senza più guida, si trova davanti a un bivio nella corsa per il Colle: accucciarsi sulle ginocchia di Grillo, votando Rodotà, o tornare a trattare per una soluzione condivisa. La scelta avrebbe implicazioni non solo politiche ma di sistema, un’onda d’urto che colpirebbe anche il Cavaliere, convinto comunque che – in un caso o nell’altro – i Democratici sarebbero destinati a spaccarsi.

Ecco perché si è rivolto a Napolitano, l’arbitro a cui – in una condizione di estrema emergenza – viene di fatto chiesto di giocare, di esercitare un ruolo, di trovare un successore a se stesso che sia poi votato da un Parlamento ridotto a enclave bosniaca dal Pd. È una navigazione terribile, ai confini ed oltre le colonne d’Ercole della Costituzione, una rotta segnata in un mare ignoto: si partirebbe con la convocazione dei gruppi che hanno collaborato con i loro «saggi » alla stesura dei documenti sulle riforme economiche e istituzionali, così da precostituire un percorso condiviso. E da lì arrivare all’individuazione di una personalità da eleggere alla presidenza della Repubblica.

È una zattera a cui aggrapparsi, «e dove non ci sarà posto per i deboli di cuore », diceva Casini ieri pomeriggio prevedendo il fallimento della candidatura di Prodi. Un’impresa improba per lo stesso Napolitano, aggravata dal fatto che – come racconta il centrista Dellai – «tocca a noi di Scelta civica fare da mediatori tra Pd e Pdl, visto che i due partiti non si parlano più direttamente ». Inseguiti per strada e sul web, i Democratici sono terrorizzati dalle reazioni della base del partito, che trasforma persino una foto d’Aula tra Bersani e Alfano in «inciucio ».

Visto il clima, Berlusconi ha chiesto il soccorso di Napolitano. Non ci sono più rose da sfogliare, candidati da votare, suggerimenti da dare: «Anche perché – dice il Cavaliere – qualsiasi nome noi facessimo, verrebbe sotterrato a scrutinio segreto ». Semplicemente il Pd non regge più niente: non reggerebbe l’indicazione per D’Alema – che insieme ad altri ha lasciato le impronte nell’agguato a Prodi – figurarsi quella per Amato. I centristi stanno cercando di aprire un varco nel Pd per la Cancellieri, sebbene Berlusconi sia scettico: «Ci vuole un presidente della Repubblica capace di gestire una situazione così complessa ».

Non era mai accaduto che l’opposizione riuscisse ad espugnare la gestione della trattativa per il Colle. Le ragioni sono evidenti, e l’ex segretario della Cgil Epifani le riassume in una sorta di epitaffio per il Pd: «Siamo diventati inaffidabili per Scelta civica, siamo diventati inaffidabili per M5S, siamo diventati inaffidabili per il Pdl. Siamo diventati inaffidabili per noi stessi »…


Il partito che divora i fondatori
di Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 20 aprile 2013)

Romano Prodi ha compiuto un gesto di responsabilità, prendendo atto che la sua candidatura non c’era più. E a cascata sta venendo giù il vertice del Pd. Vedersi mancare oltre cento voti dopo che un Pier Luigi Bersani dimissionario aveva accreditato un partito graniticamente schierato con Prodi, è più di uno schiaffo: è il finale di una strategia fallimentare, cominciata con la bocciatura di Franco Marini. Quella che si proponeva con una punta di iattanza come la forza-pivot del dopo elezioni, appare il vero elemento destabilizzante di equilibri politici e istituzionali già logorati. Nel momento cruciale della trattativa per il Quirinale il Pd si presenta dunque subalterno e, di fatto, acefalo. Il passaggio da Marini e dall’intesa col Pdl, a Prodi e all’alleanza col movimento dell’ex comico Beppe Grillo ha distrutto la credibilità di chi li ha proposti. Dopo due giorni e quattro scrutini, si profila una sfida fra il candidato del Movimento 5 Stelle, il giurista Stefano Rodotà, e quello di Scelta Civica, il ministro dell’Interno uscente Anna Maria Cancellieri, indicata da Mario Monti. Sono loro ad aver preso più consensi del previsto, non Prodi: al contrario di ogni previsione. Da oggi il Pd dovrà indossare il cilicio del donatore di voti a Grillo o al premier; o perfino a Silvio Berlusconi.

Il leader del centrodestra chiede la ricandidatura di Giorgio Napolitano; o almeno la mediazione del capo dello Stato uscente per trovare una figura di raccordo: magari quella dell’ex premier Giuliano Amato. È l’esito paradossale di un partito che ha trasferito le proprie lacerazioni sull’elezione del presidente della Repubblica: autodistruggendosi e proiettando l’ombra di profonde spaccature proprio sul Quirinale. Le macerie sono tali che è difficile perfino dire chi sia il più sconfitto, dopo Bersani. Lo stesso Matteo Renzi, suo più diretto antagonista, aveva puntato tutto su Prodi. Per non parlare della componente degli ex Popolari: e infatti ieri sera Rosy Bindi si è dimessa dal vertice del partito. È stato additato Massimo D’Alema come regista del siluramento dell’ex presidente della Commissione europea. Ma non sarebbe giusto addossargli tutte le responsabilità.

Non si può cercare un capro espiatorio per una sequela di errori e per una defezione parlamentare di massa da distribuire equamente fra le tribù del Pd. Rimane da capire se dopo questo falò di personalità e di vanità, frutto di una miscela di presunzione e dilettantismo, sarà possibile presentare qualcosa che somigli a una proposta condivisa. Purtroppo, la frattura della sinistra lascia prevedere un aumento dell’attrazione di mezzo Pd verso Rodotà, mentre l’altra metà punta a una ricomposizione con il Pdl. Insomma, rimane il pericolo che l’implosione si prolunghi oltre il fallimento di questi giorni, con una subalternità politica agli uni e agli altri.

Quanto è accaduto finora dice che le logiche e gli schemi sono saltati, senza che il Pd sia riuscito a percepirlo e a trarne le conseguenze. L’elezione mancata prima di Marini, poi di Prodi è anche simbolica. Si tratta di due leader avversari in un centrosinistra che in quindici anni ha espresso posizioni agli antipodi; e che si è illuso di farle sopravvivere senza rendersi conto che non potevano più coesistere. Non è finito solo il primato di un Pd illuso che bastasse il premio di maggioranza di una legge elettorale vergognosa: si è chiusa un’epoca. Il dramma è che l’agonia dura da 52 giorni. Si riverbera sul Quirinale. E non si capisce ancora come e se sarà possibile emancipare l’Italia da una classe politica che sta sfidando pericolosamente la pazienza dell’opinione pubblica.



Prodi e il «suo » Ulivo. Torna la maledizione del pallottoliere

Pierluigi Battista
(dal “Corriere della Sera”, 20 aprile 2013)

Il pallottoliere stavolta no, in viaggio dal Mali Romano Prodi non se l’era procurato. Quello strumento per far di numero è infatti il simbolo dell’episodio parlamentare che ha condensato in modo crudele il legame conflittuale tra il mondo del centrosinistra e il suo leader nel corso della Seconda Repubblica. Quel pallottoliere che nel novembre del ’98 dimostrò quanto il cerchio magico prodiano avesse fatto male i conti. I voti della fiducia in Parlamento mancarono all’ultimo. Finiva il primo governo Prodi dopo due anni di perigliosa navigazione. Bertinotti se ne andava. Si preparava il governo D’Alema. Ma non sarebbe stata l’ultima, gigantesca amarezza aritmetica che Prodi ha dovuto subire da quelli che avrebbe dovuto essere, ieri come quindici anni fa, suoi fedeli supporters.

Prodi e il suo Ulivo. Prodi e la sua Unione. Prodi e il suo Pd. Ma il suo Ulivo, la sua Unione, il suo Pd l’hanno sempre vissuto come un corpo estraneo. C’erano gli ex comunisti, divisi anche loro da avversioni inscalfibili, ma che comunque sentivano il calore di una comunità, di un lessico, di un’iconografia, insomma di una storia. Poi c’erano gli ex democristiani, poi Popolari, anche loro con le stesse consuetudini. A rigore Romano Prodi non poteva non essere considerato anche lui come un ex democristiano. Ma fu catapultato sul centrosinistra ancora frastornato dal trionfo di Berlusconi, chiamato da Beniamino Andreatta, per fare il federatore, l’esterno che avrebbe messo insieme i tasselli del mosaico. Questo ruolo non poteva essere incarnato da un ex comunista, perché a pochi anni dal crollo del muro di Berlino era inimmaginabile che una figura così, un figlio di Botteghe Oscure, potesse conquistare la maggioranza “silenziosa”, l’elettorato moderato, instabile, oscillante, incerto ad ogni elezione se scegliere la destra o la sinistra. Ma non poteva essere incarnato nemmeno da un ex dc, perché la disfatta di Tangentopoli era ancora troppo angosciosa, il partito si era frantumato, il suo popolo disperso. Il salvatore, esterno, poteva essere solo lui, Romano Prodi.

Prodi che aveva l’antiberlusconismo nel suo Dna culturale. Aveva fatto il ministro di Andreotti, ma come capo dell’Iri, il primo dei boiardi di Stato, uno dei protagonisti del cenacolo intellettuale bolognese del Mulino in cui prendeva forma il cattolicesimo democratico con una forte propensione ad interloquire con il mondo del Pci, non poteva che nutrire un’ostilità antropologica assoluta nei confronti del craxismo prima e soprattutto del berlusconismo: il mondo scollacciato e sgangherato della tv commerciale, la volgarità, l’economia del self made man e non quella da insegnare nelle aule universitarie e nei consessi internazionali che contano. Prodi salvò il centrosinistra dal dominio berlusconiano. Ma è sempre stato vissuto con una punta di rancore, in modo sordamente ostile. C’erano i “prodiani”, ma si sentivano circondati dal gelo degli orfani dei grandi partiti. Coltivavano relazioni economiche di altissimo livello, ma non avevano, come si dice, “radicamento”. Servivano per vincere le elezioni. Ma dopo un po’ dovevano farsi da parte.

E mentre gli ultrà del prodismo come Arturo Parisi teorizzavano addirittura lo scioglimento dei partiti, l’Ulivo stentava a trasformarsi da cartelle elettorale a partito, inevitabilmente guidato da Romano Prodi. Nel ’98 il ribaltone fu un colpo brutale, un assalto finale alla diligenza condotta da Prodi. Il quale, da quel momento, coverà propositi immarcescibili di vendetta, specialmente con Massimo D’Alema, ma anche con Franco Marini (suo predecessore nell’impallinamento rituale di questi giorni) e persino con Walter Veltroni, reo, a suo parere, di non aver contrastato con sufficiente forza il disegno di D’Alema a Palazzo Chigi e lo stesso Veltroni alla guida dei Ds. «No, noooooo », gridava infuriato Prodi dal palco all’indomani del giorno del pallottoliere, con Veltroni alle sue spalle, a chi gli chiedeva un gesto distensivo nei confronti dei congiurati. D’Alema fu poi il più fervente architetto della nomina di Prodi alla guida dell’Ue, e i soliti maliziosi interpretarono tanta generosità come un modo dalemiano furbo di spedire l’ex leader dell’Ulivo lontano da Roma, di neutralizzarne gli impulsi vendicativi.

Storia finita, sembrava. Sembrava e basta. Perché al termine del quinquennio berlusconiano, periodo nel quale i due partiti pilastri della coalizione hanno perso molto tempo prima di decidersi a una formale unificazione, Prodi fu nuovamente chiamato a contrastare il nemico, stavolta descritto dai fallaci sondaggi come un cadavere politico. Di nuovo. Con un’unica differenza: che l’Ulivo era stato ribattezzato Unione, per includervi, imprigionandolo in un gigantesco carcere cartaceo detto anche “Programma”, quel Bertinotti che già si era defilato nel 1998 provocando la caduta di Prodi. Un’Unione in cui ci stava dentro di tutto, dall’ala trotskista di Rifondazione comunista all’ipermoderatismo di Lamberto Dini e di Clemente Mastella. Vennero fatte anche delle primarie, per rafforzare la leadership prodiana nel popolo di centrosinistra. Si dimostrò però che Berlusconi non era affatto un cadavere politico, avvicinandosi al multiforme schieramento prodiano di poche migliaia di voti. E si dimostrò che il governo Prodi non avrebbe avuto vita facile, con un margine risicatissimo e con i senatori a vita a far da guardiani a Palazzo Madama. Ribattezzarono quell’esperienza «un Vietnam », per dare l’idea dell’idillio. Fecero anche il Partito democratico con Veltroni leader. Ma a quel punto anche il secondo governo Prodi era agli sgoccioli, e non tutti nel centrosinistra si strapparono le vesti per quell’ennesima dipartita. Sembrava finita. Per Prodi si erano schiuse le porte di impegni internazionali di alto livello, con missioni africane sotto l’egida dell’Onu e per lezioni di economia nella Cina capital-comunista. Fino alla crudeltà dell’ultima chiamata finita ieri in una disfatta immeritata da un uomo che comunque aveva portato il centrosinistra due volte nelle competizioni elettorali con Berlusconi. L’ultimo oltraggio che il suo mondo gli ha voluto infliggere. L’ultimo atto di una storia di amore e odio (molto più odio che amore).


Renzi: «Io l’affossatore di Prodi? No. Sarebbe stato un ottimo presidente »
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 20 aprile 2013)

MILANO – Matteo Renzi non ci sta. Non vuole essere accusato di aver tramato per non far eleggere Romano Prodi alla Presidenza delle Repubblica. Così affida a Facebook la sua difesa. E se da una parte non ha remore nel sostenere che la candidatura dell’ex presidente della Commissione europea ed ex premier «non c’è più », dall’altra afferma che «Prodi sarebbe stato un ottimo presidente » perchè «il Presidente della Repubblica deve avere caratura internazionale e senso dello stato e il Quirinale richiede per definizione una persona esperta e competente ». Poi si difende così: «Per tutto il giorno sono stato accusato su Facebook di sostenere una candidatura, quella di Romano Prodi. Ora l’accusa è opposta: aver complottato contro la candidatura Prodi. Se non ci fosse di mezzo l’Italia sarebbe da ridere ».

NO AI DOPPIOGIOCHISTI – «Io le cose le dico in faccia, sempre. I doppiogiochisti non mi piacciono », aggiunge il sindaco di Firenze. «Se dico che sosteniamo Prodi, lo facciamo. Se andiamo contro Marini lo… diciamo a viso aperto ». Ma allora chi ha sgambettato Prodi? . «Oggi il segretario del Pd – ha spiegato il sindaco – ha chiesto per l’unità del partito di offrire una candidatura molto autorevole come quella di Prodi. Tutti hanno detto sì, hanno fatto l’applausone e poi hanno fatto il contrario. Hanno fatto il giochino dei franchi tiratori, che non è una battaglia a viso aperto. Il risultato è assolutamente più basso delle aspettative ».


C’era una volta il Pd
di Mario Calabresi
(da “La Stampa”, 20 aprile 2013)

C’era una volta un partito che appariva come il più attrezzato per affrontare l’antipolitica, che era rimasto l’unico organizzato sul territorio e che si poteva permettere il lusso di lasciare in panchina un leader giovane che pescava consensi trasversali. Quel tempo era soltanto tre mesi fa.

Ora c’è un partito senza direzione, senza guida e diviso in correnti che si fanno una guerra spietata arrivando a usare le schede per l’elezione del Presidente della Repubblica come uno stratagemma per contarsi e controllarsi. Ogni corrente ha un modo diverso di scrivere il nome del candidato: solo il cognome, anche il nome per intero o con l’iniziale puntata, messa prima o dopo.

Questo partito non è più in grado di decidere quali sono gli amici con cui allearsi e quali i nemici a cui dare battaglia e allora si è cullato nell’illusione di un’autosufficienza impossibile. Questo partito in sole 24 ore ha bruciato due linee politiche, il padre ispiratore e il segretario, lo ha fatto perché ha smarrito ogni solidarietà interna e perfino l’istinto di sopravvivenza, cancellato dalle paure, dagli egoismi e dalla mancanza di visione.

Pierluigi Bersani ha annunciato ieri sera le sue dimissioni, ma lo ha fatto quando ormai il disastro della sua indecisione aveva già prodotto i massimi risultati possibili: il primo partito italiano non è riuscito ad andare al governo e nemmeno a indicare il Presidente della Repubblica, dopo aver rinunciato a mettere uomini suoi alla guida di Camera e Senato. Questo è successo perché la legislatura è cominciata senza una visione generale delle cose, in cui ogni passaggio è una tessera del mosaico. Prima di tutto si doveva decidere una strategia per eleggere il successore di Giorgio Napolitano, non era tanto importante il nome ma il metodo e soprattutto con quali compagni di strada. Da questa scelta era chiaro che sarebbe disceso tutto il resto, le presidenze delle Camere, le alleanze di governo e il futuro della legislatura.

Invece ogni mossa è apparsa non coordinata con le altre, tanto che si sono annullate a vicenda. Se la tua preoccupazione è parlare a Grillo e recuperare gli elettori conquistati dall’antipolitica allora Grasso e Boldrini hanno un senso, ma allora non puoi presentare una rosa a Berlusconi per eleggere il nuovo capo dello Stato con lui. Perché se avverti l’urgenza di dare segnali di novità e cambiamento, tanto da aver eletto capogruppo alla Camera un trentenne alla prima esperienza parlamentare, poi non candidi l’ottantenne Franco Marini, segretario del Ppi in un’altra era politica.

Se invece pensi che la pacificazione italiana passi dalla fine della guerra con il Cavaliere, allora hai il coraggio di incontrarlo alla luce del sole per definire i termini di una collaborazione. Ma perché tutto ciò accadesse bisognava aver prima capito che forma ha preso oggi la società italiana, quali sono le pulsioni che la agitano e dove stanno andando interi settori di elettorato. Operazione non certo semplice e che mette tutti a dura prova, ma senza la quale si procede a tentoni.

Ieri mattina Mario Monti ha accusato Bersani di aver anteposto l’interesse del partito, scegliendo Prodi per provare a ricompattare il Pd, all’interesse generale, che sarebbe stato invece quello di pacificare la politica italiana. Questa tesi è in parte vera, ma non basta più a spiegare la situazione nella quale ci troviamo: nello schema classico la guerra era fra destra e sinistra e dall’intesa tra questi due campi passava la pace. Ma oggi l’Italia è tripolare e la pacificazione non è solo interna agli schieramenti ma anche e soprattutto tra politica e antipolitica.

Dopo aver provato a eleggere il Presidente della Repubblica insieme a Berlusconi, il Pd si è reso conto che la guerra di cui ha più paura è quella con Grillo e con quella parte ampia della sua base che gli sta voltando le spalle, conquistata dalle parole d’ordine della rete e della lotta alla casta. E’ una battaglia che sente di non poter vincere o di cui ha troppa paura, perché avviene dentro casa, nella propria metà del campo, perché sfascia appartenenze, amicizie e fedeltà antiche. Per questo ieri hanno preferito tornare alle vecchia – e rassicurante – battaglia con Berlusconi, pensando che perlomeno si sarebbe svolta su un terreno conosciuto e che avrebbe ricompattato sia i parlamentari sia l’elettorato.

Non è successo. Perché mentre Bersani temporeggiava la Storia correva avanti strappandogli il partito e approfittando delle sue indecisioni, delle giravolte e dei silenzi. Il tempismo spesso è tutto, saper spiegare le proprie scelte con chiarezza è il resto: Prodi come scelta iniziale poteva essere vincente, mentre ora ogni nome appare vecchio e la mancanza di una strategia comprensibile ha avvelenato ogni passaggio. Ora il Pd è lacerato da spinte che tirano in direzioni opposte e sembrano inconciliabili tra loro, ma soprattutto ha perso lucidità di analisi.

Una parte dei suoi deputati è angosciato dalle pressioni della base e degli intellettuali storicamente di area e vive con il telefono in mano compulsando con ansia l’ultimo messaggio su twitter o su facebook. Perdendo però di vista il fatto che tre quarti degli elettori non hanno votato per Grillo e magari preferirebbero partire dai problemi più urgenti, che sempre più spesso sono legati al lavoro e a un’esistenza decente, piuttosto che dalla riduzione del numero dei parlamentari.

L’altra parte invece parte dalla constatazione che ci sono più italiani nel centro e nella destra che nelle 5 Stelle e che a questi bisogna guardare per ricostruire il tessuto sociale lacerato del Paese, sono questi i deputati che spingevano per Marini e ora guardano a Cancellieri, Grasso o a una soluzione istituzionale e non partigiana. Il loro problema è che non sentono quanto forte è la stanchezza diffusa tra gli italiani per un certo modo di fare politica e così non si preoccupano di spiegare i passaggi con la dovuta trasparenza e efficacia.

Berlusconi silenziosamente gongola, Grillo invece lo fa rumorosamente e con il nome di Rodotà ha lanciato la sua opa sugli elettori del Pd. Probabilmente questa mattina le persone che sorridono sotto i baffi per le disgrazie del Pd e di Bersani sono maggioranza nel Paese, ma se alzassero gli occhi vedrebbero un cumulo diffuso di macerie da cui è difficile immaginare come ricostruire. Se non passa di moda in fretta il gusto di sfasciare e non ci liberiamo dall’idea che sia necessario avere sempre un nemico da eliminare, o a cui dare la colpa, rassegniamoci a uno spettacolare declino.


Dimissioni Bersani, il giorno più lungo di Pier Luigi: «Uno su quattro ha tradito »
di Nino Bertoloni Meli
(da “Il Messaggero, 20 aprile 2013)

ROMA – Novello Gesù Cristo, il quasi ex segretario Pier Luigi Bersani riunisce all’improvviso i grandi elettori del suo partito e attacca: «Uno su quattro ha tradito ». Ma i discepoli non ci stanno. «Non possiamo finire qui l’assemblea, ci vuole il dibattito, non possiamo far dimettere il segretario senza discutere », gridano dalla platea dell’ex cinema romano. È tutto un ex. Rosy Bindi è ex presidente del Pd, dimessasi anch’essa poche ore prima. Sotto accusa finisce Alessandra Moretti, il volto televisivo del bersanismo, «zitta tu che sei la prima traditrice » le urlano, non le perdonano di essersi astenuta, lei, chiamata a Roma dal segretario ormai ex.

Il leader uscente annuncia che se ne andrà «un minuto dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato », e questa volta somiglia più a papa Ratzinger con le sue dimissioni a tempo. Finanche il di solito mansueto Luigi Zanda, capogruppo dei senatori, perde le staffe non appena sente aria di contestazione, visto che il quasi ex segretario ha annunciato che il partito, da oggi, verrà guidato da lui stesso assieme ai due capigruppo. Si deve sospendere e troncare ogni discussione per evitare che si degeneri in rissa. Il Pd da oggi è retto da un segretario quasi ex, dai due capigruppo a capo di parlamentari ”felloni”, e da Enrico Letta, l’unico del vertice non dimessosi e quindi ancora vice segretario.

VENERDíŒ NERO
Una giornataccia, questo venerdì nero 19 aprile, dedicato a S.Ermogene. A bocciatura fresca fresca di Prodi, esce dall’aula il bersaniano Davide Zoggia e fa: «In questo gruppo parlamentare ci sono tante teste di cavolo ». Esce il franceschiniano Lapo Pistelli e fa: «In questo gruppo ci sono tantissime teste di cavolo ». Identico il discorso, identico il j’accuse: «Ma come si fa? La mattina in assemblea tutti ad alzare la manina e a indicare Prodi all’unanimità, poi la sera in cento, ripeto cento, a votare contro ». Esce ora il giovane turco Matteo Orfini e agita la scimitarra: «Questo è un gruppo dirigente che ha fatto il suo tempo. È ora di chiudere questa penosa vicenda, eleggiamo in fretta il capo dello Stato e poi apriamo una fase nuova, con un nuovo leader e un nuovo gruppo dirigente. Non è giusto scaricare sul Paese le nostre incapacità o fare un congresso mentre votiamo per il Colle ».

Le dimissioni di Pierluigi Bersani erano nell’aria. E sono arrivate. Del resto lo stesso segretario, proprio in piena assemblea dei grandi elettori che ha portato in mattinata alla designazione di Romano Prodi, a un certo punto, parlando dell’operazione Marini già miseramente naufragata il giorno prima, ha preso atto pubblicamente della Caporetto e a un certo punto ha scandito «di tutto questo mi assumerò le mie responsabilità con le dovute conseguenze ». Dimissioni ad horas, annunciate e poi ratificate. Ma con un dispositivo a doppio stadio. «Ci manca solo che il segretario si dimetta del tutto in una situazione del genere, no, non è cosa », spiegava e anticipava Nico Stumpo, che controlla la macchina del partito, sia pure col motore in panne.

Il cammino del cambio di leadership interno era stato più o meno tracciato: prevedeva l’elezione del nuovo capo dello Stato, subito dopo ci sarebbe stato il varo di un governo di scopo e tra le due operazioni la convocazione della direzione del Pd che convocava il congresso per l’autunno con un segretario che non si ricandidava più alla leadership. Ma il caos delle fumate nere per il Colle ha accelerato il cambio interno, resosi non più rinviabile. «Se dopo una sconfitta elettorale si sono dimessi nel passato segretari come Occhetto, D’Alema e Veltroni, può farlo anche Bersani », ringhiava l’altro giorno un parlamentare che bersaniano non è mai stato.

A Pierluigi viene addossata anche la colpa di avere portato in Parlamento una serie di personaggi che non sanno neanche che cosa sia la disciplina di partito, «ma che dico, alcuni sembra non sappiano neanche che cosa vuol dire stare in un partito, rispondono solo a quelli che li hanno votati alle primarie, con quel tipo di primarie calate dall’alto e volute dal vertice, e se gli mandano un messaggino dal territorio vanno in tilt », si sfoga e punta il dito Andrea Orlando.


In nome del partito, alla faccia del paese
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 20 aprile 2013)

In apparenza la scelta di Romano Prodi, clamorosamente bocciata ieri dal Parlamento, sembrava fatta apposta per salvare l’unità interna del Partito Democratico e provocare la spaccatura verticale del paese secondo il solito e ventennale schema della contrapposizione frontale tra il Mortadella ed il Caimano. In realtà la mossa su Prodi, servita sicuramente per ricompattare il più possibile il partito dopo le lacerazioni provocate dal passo falso sul nome di Franco Marini, nasce non dal ritorno all’antiberlusconismo del bipolarismo della Seconda Repubblica ma dalla paura dell’intero Partito Democratico di essere travolto da quella che l’immaginifico Nichi Vendola definisce,con la solita demagogia trombonesca, l’«irresistibile spinta al cambiamento » della Terza Repubblica.

Prodi, in altri termini, è stato gettato in pista non in alternativa a Berlusconi ma per rappresentare un ostacolo a Beppe Grillo ed al personaggio con cui il leader di Cinque Stelle intende aprire il Pd come una scatola di sardine, Stefano Rodotà. In questa luce la partita del Quirinale si è trasformata nella illuminante anticipazione di uno dei temi politici destinati a dominare la scena nazionale nel corso dei prossimi anni: lo scontro per l’egemonia tra la vecchia sinistra rappresentata dal Partito Democratico dei post-comunisti e dei post-democristiani e la nuova sinistra dei grillini del Movimento Cinque Stelle. Puntando su Prodi, Pier Luigi Bersani ha pensato di poter rientrare nella partita che sembrava aver perso dopo l’implosione interna sul nome di Marini.

E di recuperare tutti quei dissidenti che in nome dell’opposizione a qualsiasi accordo con il centro destra si erano schierati con Rodotà. Ma il calcolo è apparso sbagliato per due ordini di ragioni. Il primo è che la maggior parte dell’elettorato di sinistra cresciuto nel culto della propria diversità e superiorità è già stata conquistata dalla predicazione estremista e giacobina di Beppe Grillo. E come hanno dimostrato le manifestazioni dentro e fuori le sedi del Pd, le raffiche di insulti sulla rete e le richieste pressanti di aderire alla richiesta di Grillo di uscire con le mani alzate dal bunker di via del Nazareno, non può essere in alcun modo recuperata ad una corretta e più razionale attività politica.

Il secondo ordine di ragioni è che il conflitto tra le due sinistre non esaurisce affatto la normale dialettica democratica. Ne rappresenta una parte importante ma non esclusiva. Perché mentre il Pd cerca di frenare con il vecchio antiberlusconismo prodiano le puntate insistenti del nemico a sinistra grillino, l’altra metà del paese , quella non solo dei nemici storici della sinistra ma anche quella che si colloca tradizionalmente in una posizione centrista, non sembra rimanere indifferente di fronte alla deriva estremista, alla occupazione sistematica di tutte le cariche istituzionali, alla conversione all’estremismo più esasperato della sinistra tradizionale. I sondaggi che danno il Pdl ed il centro destra in crescita non sono una invenzione di Silvio Berlusconi.

Più la sinistra si estremizza e lo manifesta nei soliti modi esasperati ed inquietanti, più la maggioranza moderata torna a sentirsi minacciata da un pericolo addirittura più grave di quello rappresentato dalle conseguenze della crisi economica. Alle prossime elezioni, che potrebbero essere vicinissime, la vecchia regola montanelliana del turarsi il naso può ritrovare un grandissimo seguito. E dare al centro destra, si spera nel frattempo rinnovato, la possibilità di tenere ai margini gli estremisti e guarire dalla malattia del grillismo i democrats privi di difese immunitarie contro la demagogia e l’estremismo.


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Bart