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L’Italia con la catena ai piedi (… o al collo)

20 Aprile 2013

Dunque, Napolitano è ancora il nostro presidente della repubblica. Per quanto? La mia convinzione è che ad un certo punto, quando le acque agitate della politica si saranno quietate, egli si dimetterà prima della scadenza del mandato per lasciare il posto al suo successore. Le circostanze hanno voluto che un’Italia incatenata alle sue colpe, in specie alla sua inettitudine e alle sue incapacità, non trovasse di meglio tra i suoi cittadini che un uomo che ha portato sul Colle le ombre di una conduzione più monarchica che liberale.

Dovremo tenerci Re Giorgio a guidare una fase che a dire turbolenta è come usare una parola di pace. Napolitano torna sul Colle dopo che lungo le sue pendici hanno preso a correre le fiamme di una scomposizione e di una intolleranza politica che non porterà nulla di buono.

Il Pd esce da queste elezioni massacrato. Il partito che irrideva il Pdl dichiarandone la fine, lo ha visto resuscitato da un Berlusconi che ormai quasi tutti cominciano a considerare una specie di highlander che non si piega alla morte politica, ma anzi conserva a se stesso una forza capace di annientare gli avversari. I suoi nemici stanno cadendo ad uno ad uno: Fini, Casini, Bersani, Prodi sono destinati a scomparire dalla scena politica della quale lui soltanto resta il mattatore.

Ricordate la nemesi? Il Pdl moribondo resuscita e sfracella il Pd che lo irrideva.

Quanto era patetica la Bonafé ieri sera a Porta a Porta quando invitava la Santanchè a non infierire sul Pd, dimostratosi ridotto ad uno stato confusionario.

Ma in queste elezioni, come qualcuno ha già detto, c’è un altro sconfitto, ed è Matteo Renzi. Mi dispiace per lui, ma non si è mostrato all’altezza della situazione e mi ha fortemente deluso.

L’uomo che intendeva rottamare la vecchia classe politica, l’unico nome che ha saputo offrire ai suoi simpatizzanti è stato quello di Romani Prodi, una vera e propria cariatide del passato, assai più di Veltroni e di D’Alema. Un uomo che ha attraversato tutti i possibili poteri finanziari e politici e dietro il quale si muovono forze che nessuno ancora è riuscito a decifrare del tutto. Il simbolo di ciò è la famosa seduta spiritica durante la quale – lui ci racconta ancora, credendoci dei cretini – venne a conoscere la prigione di Aldo Moro.

Non credo che Renzi, o meglio – non essendo egli grande elettore – non credo che   i suoi circa 50 parlamentari   abbiano tradito Prodi unendosi ai franchi tiratori. Credo alle sue dichiarazioni e sono convinto che è come lui si dipinge: dice pane al pane e vino al vino. Quindi se ha dichiarato di aver mantenuto il suo appoggio a Prodi, non c’è motivo per non credergli, visto che i franchi tiratori che hanno impallinato Franco Marini erano proprio una cinquantina in più di quelli che hanno impallinato Prodi. Cioè la cinquantina di parlamentari che fa capo a Renzi si è allineata al partito sul nome di Prodi facendo calare il numero dei franchi tiratori.

Però ha puntato sul vecchio e non sul nuovo. Questa è la pesante critica che gli rivolgo. Probabilmente perché vincendo Prodi, questi avrebbe rinnovato l’incarico a Bersani, il quale avrebbe lasciato la segreteria verso la quale Renzi aveva la strada spianata. Un calcolo machiavellico,   quasi di scuola dalemiana. Non   ritengo Barca, infatti, dopo averne letto il manifesto, un politico di nuove idee (vorrebbe il ritorno ad un passato impossibile), in grado di assicurare un futuro al Pd.

Dunque Renzi avrebbe avuto tutto l’interesse alla elezione di Prodi. Che avrebbe rappresentato la chiave giusta per spalancargli la porta della segreteria del Pd. Il quale Pd invece rischia ora la spaccatura tra le due anime che lo compongono: quella dei vecchi Pci-Ds-Pds e i cattolici del Ppi, di cui un grosso esponente era proprio Franco Marini, molto verosimilmente fatto fuori, oltre che da Renzi (il quale lo aveva dichiarato e i voti stanno lì a dimostrarlo) dagli ex comunisti.

La mancata elezione di Prodi la si deve, a mia avviso, alla vendetta degli ex Ppi che non hanno mandato giù la bruciatura di uno dei loro rappresentanti più prestigiosi, già presidente del Senato.

È presumibile che presto avremo la resa dei conti, e forse (ma non è detto che avvenga) l’implosione del Pd, e comunque un suo forte ridimensionamento nella considerazione dei suoi vecchi elettori. La vicenda avrà il suo caro prezzo quando arriverà il momento di tornare alle urne.

Napolitano, a mio avviso, ha oggi un compito un po’ più facile rispetto a ieri. Quanto è accaduto ha dimostrato che le riforme istituzionali sono indispensabili alla democrazia, e i ritardi con cui ci si muove in questa direzione rischiano di far precipitare il Paese nel caos più pericoloso, dal quale la democrazia faticosamente conquistata potrebbe uscire con le ossa rotte.

Approfittiamo perciò di quanto accaduto affinché si traggano alcune lezioni: la prima è che l’avversario va sempre rispettato, in quanto la sua natura è radicata nel voto democratico (in tempi non sospetti andavo scrivendo e litigando con alcuni commentatori che l’antiberlusconismo avrebbe imbestialito la politica e ischeletrito le istituzioni, e si è visto ciò che è accaduto, arrivati a dare di noi stessi uno spettacolo indecente); la seconda:   i cittadini vogliono eleggere direttamente il loro capo di Stato e vogliono che le Istituzioni siano più efficienti e meno costose: ossia siano più vicine alla realtà; la terza è di natura più soggettiva e riguarda la mia personale valutazione del comportamento di Matteo Renzi durante queste settimane: la sua proposta di candidatura di Romano Prodi non può che rappresentare, almeno per me, il risultato di una maturazione politica assolutamente insufficiente e inadeguata ai nostri tempi.

 


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Bart