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Colle intercettato, Ciancimino vuole ascoltare i file fuori legge

6 Febbraio 2013

di Redazione
(da “l’Unità”, 6 febbraio 2013)

La difesa di Massimo Ciancimino – già collaboratore, indagato e poi «tifoso » di Antonio Ingroia, per il quale qual ­che settimana fa ha espresso pubbli ­camente la propria preferenza, rispet ­to all’altro magistrato-candidato Pie ­ro Grasso («lo stimo, voterei lui », ha fatto sapere) – chiede ufficialmente di potere ascoltare le registrazioni delle telefonate tra il presidente della Re ­pubblica, Giorgio Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Manci ­no.

Nel frattempo però il gip di Paler ­mo Riccardo Ricciardi ha convocato per venerdì l’esperto informatico Fulvio Schimmenti, incaricato di indivi ­duare e cancellare le tracce elettroni ­che di quelle conversazioni. Gli avvo ­cati Francesca Russo e Roberto D’Agostino hanno presentato la loro istanza la settimana scorsa, sostenen ­do di voler valutare se nei dialoghi ci siano elementi potenzialmente favo ­revoli alla difesa del loro assistito, im ­putato, come Mancino, nell’indagine sulla trattativa Stato-mafia.

La Corte costituzionale, che ha de ­ciso il conflitto di attribuzione tra po ­teri dello Stato, sollevato da Napolita ­no contro la Procura di Palermo, ha però ordinato la distruzione delle con ­versazioni, rimettendo l’esecuzione del provvedimento al giudice e non ai pubblici ministeri. Secondo la senten ­za il gip deve valutare pure se nei dia ­loghi vi siano elementi utili alla tutela di altri diritti costituzionalmente ga ­rantiti, come i beni della vita e dell’in ­tegrità dello Stato e delle istituzioni repubblicane: solo in questo caso po ­trebbe essere evitata la distruzione.


La restituzione dell’Imu attira il 4% degli indecisi
(dal “Corriere della Sera”, 6 febbraio 2013)
di Renato Mannheimer

Le proposte di Silvio Berlusconi in ordine alla restituzione «in contanti » dell’Imu sulla prima casa e alla possibilità di un nuovo condono fiscale hanno scosso il mondo politico  e suscitato l’immediata reazione negativa dei mercati. Come era forse ovvio, l’idea del Cavaliere è stata fortemente criticata dalle altre forze politiche: c’è chi l’ha giudicata impossibile, chi addirittura ridicola e chi, infine, ha ricordato il mancato rispetto delle promesse avanzate negli ultimi anni. Ma che ne pensano gli italiani? Qual è la loro reazione di fronte a una idea, nelle parole di Berlusconi, così «scioccante »?

C’è da dire, anzitutto,  che tutti – o quasi – gli italiani ne hanno sentito parlare: solo il 4% dichiara di essere all’oscuro della proposta. Ma la maggioranza esprime scetticismo: quasi 6 italiani su 10 (57%) manifestano un giudizio negativo sull’idea del Cavaliere. Più di un terzo (38%) è tuttavia del parere opposto, esprimendo una valutazione «molto » (12%) o «abbastanza » (26%) positiva sulla possibilità di restituzione dell’Imu.

È di particolare interesse, dato il suo rilievo, anche l’opinione che emerge dalla rete. Una accurata e innovativa analisi su tutti i tweet pubblicati riguardo alla proposta di Berlusconi (coordinata da Voices from the Blogs e Ispo Click) mostra come nel web il numero dei favorevoli sia tendenzialmente ancora inferiore: solo poco meno di 1 navigatore su 5 (19%) esprime un giudizio positivo sulla proposta. In particolare, il 7% ritiene che «manterrà la promessa » e il 5% suggerisce che venga finanziata con i tagli alla spesa. Sul fronte opposto, il 55% la definisce senz’altro «poco credibile ». C’è anche molta perplessità sulla capacità di Berlusconi di mantenere la promessa: solo il 6% ritiene che lo farà.

Anche nell’insieme della popolazione  – non solo nel «popolo del web » – si manifesta l’idea che la proposta non sia realizzabile: il 72% la ritiene «non credibile », a fronte del 24% che esprime un parere opposto. Va rilevato tuttavia che il quadro che emerge considerando il solo elettorato sin qui acquisito dal Pdl (che, anche a seguito della proposta, ha visto un incremento di circa 2 punti, riducendo la distanza dal centrosinistra che, tuttavia, continua a mantenere la maggioranza dei consensi) è del tutto opposto e che lo scetticismo non è condiviso. Tra i votanti per Berlusconi, il 90% risulta favorevole alla sua idea e solo il 6% contrario. Ancora, tra l’elettorato del Pdl, l’80% definisce la proposta come «credibile », anche se un 16% è del parere opposto.

Il dato più interessante riguarda  tuttavia l’opinione del vero target della comunicazione del Pdl e della proposta del Cavaliere: chi si dichiara tuttora indeciso al voto. Anche qui si riproduce lo scetticismo: il 59% giudica l’idea in modo negativo. Ma quasi un terzo, il 32%, la vede positivamente. Come si è detto, è proprio la quota di indecisi al voto, che però approva l’idea di Berlusconi, a costituire l’oggetto delle sue mire: si tratta di circa 2-3 milioni di elettori, spesso provenienti dal centrodestra, parte dei quali spera di riconquistare grazie alla sua idea. Ma, occorre ricordare, gli indecisi sono spesso anche attratti dall’astensione: non è detto che il favore al progetto di Berlusconi rappresenti un motivo sufficiente per spingerli alle urne. Richiesti direttamente se la proposta del Cavaliere li avrebbe portati a prendere maggiormente in considerazione il voto per il Pdl, solo il 4% degli attuali indecisi (escluso quindi chi ha già formato in questi giorni la propria opzione, anche a seguito della proposta di Berlusconi) risponde positivamente.

In definitiva, la proposta  del leader del Pdl è stata accolta con perplessità dalla maggior parte dell’elettorato. Ma ha colpito positivamente una porzione degli indecisi, ciò che era il primo scopo del Cavaliere, riuscendo a portare oggi a votare per il Pdl una parte di quanti ieri erano ancora tentennanti. In più, diversi, tra quanti sono oggi rimasti ancora indecisi, sono stati colpiti dalla proposta, senza essere, tuttavia, persuasi totalmente a optare per Berlusconi. C’è da aspettarsi, nelle prossime settimane, una nuova mossa del Cavaliere per provare a convincerli davvero.


Polverone di Siena. Anche stavolta si cerca il “mariuolo” e si è scelto Mussari
di Luigi Zingales per “L’Espresso”
(da “Dagospia”, 6 febbraio 2013)

“Una storia italiana dal 1472”. Così recita il motto del Monte dei Paschi di Siena (Mps). Ed è vero. La storia torbida di Mps e il suo drammatico declino rappresentano la storia italiana, lo specchio di quello che sta succedendo al nostro Paese.

Come all’epoca di Mani pulite, l’intero sistema cerca di scaricare la responsabilità su di un singolo “mariuolo” , in questo caso Giuseppe Mussari. Ma a differenza di Mario Chiesa, questo mariuolo non era un signore qualsiasi, era il presidente della Associazione bancaria italiana. «Qui assiste au crime assiste le crime » (chi assiste passivamente a un crimine, ne diventa complice), diceva Victor Hugo. In questo senso morale, anche se non necessariamente in quello giuridico, l’intera classe dirigente italiana è complice di questo disastro.

E’ moralmente complice innanzitutto il Pd di Bersani, che tramite il controllo di Regione, Provincia e Comune nomina 14 dei 16 consiglieri della Fondazione Mps. «Noi Mussari l’abbiamo cambiato un anno fa », si vanta Massimo D’Alema, non capendo che così si assume la responsabilità di aver nominato il mariuolo presidente della banca e di averlo tenuto lì per sei anni, durante i quali il valore della banca si è ridotto di 15 miliardi.

E’ moralmente complice la Banca d’Italia, che quell’istituto doveva vigilare. Se basta, come ha sostenuto il governatore Visco, un mariuolo per ingannare la Vigilanza, a cosa serve la Vigilanza?

E’ moralmente complice anche Mario Draghi, che in veste di governatore ha autorizzato il folle acquisto di Antonveneta da parte di Mps nel 2007, un acquisto fatto in fretta, violando i più basilari principi di buona corporate governance, senza una “due diligence”, a un valore di 4 miliardi superiore al prezzo pagato dal Santander solo tre mesi prima. E’ moralmente complice anche di non aver agito – a quanto risulta dai bollettini di vigilanza – dopo che i suoi ispettori nel 2010 avevano trovato «profili di rischio non adeguatamente controllati » in Mps, come evidenzia il rapporto interno Bankitalia rivelato da Linkiesta.

E’ moralmente complice Giulio Tremonti che come ministro del Tesoro avrebbe dovuto vigilare sulla solidità delle fondazioni e invece ha permesso alla Fondazione Montepaschi di indebitarsi per mantenere il controllo della banca.

E’ moralmente complice anche Berlusconi che da premier ha avallato le scelte di Tremonti, rifiutandosi di criticare «un’istituzione a cui vuole bene » perché grazie a essa potè costruire Milano 2 e Milano 3.

E’ moralmente complice Mario Monti che ha concesso 3,9 miliardi di aiuti senza chiedere prima una pulizia radicale della banca. Come è responsabile di aver accettato in lista Alfredo Monaci, consigliere di amministrazione di Mps durante la gestione Mussari e oppositore dell’operazione di pulizia promossa (molto tardivamente) dal sindaco di Siena. E’ questa la società civile che Monti porta in politica?

E’ moralmente complice l’intero sistema bancario italiano. Mussari non solo è stato eletto presidente dell’Abi, ma è stato rieletto all’unanimità dopo che erano già trapelate le notizie di indagini sul suo conto. E Mussari non è stato un presidente qualsiasi: è stato la punta di sfondamento della lobby bancaria che ha chiesto a gran voce una causa legale contro il povero direttore della European banking association Andrea Enria, “colpevole” di voler imporre in maniera rigorosa gli standard europei di capitalizzazioni delle banche. E che ha tuonato lungamente per imporre una patrimoniale a difesa dei titoli di Stato, su cui il suo Montepaschi stava speculando per ripianare i buchi di bilancio.

Se tutti sono complici, come possiamo evitare di diventare complici anche noi? Richiedendo come condizione del nostro voto che il partito di nostra fiducia si impegni a sostenere una commissione parlamentare di inchiesta, presieduta da una persona al di sopra di ogni sospetto, che indaghi a 360 gradi sull’affare Monte Paschi e le colpe in vigilando di tutti gli organi istituzionali. E se il nostro partito non lo fa, votiamone un altro. Il potere di cambiare è nostro, riprendiamocelo!


L’inciucione tra culatello Bersani e sherpa Nonti già definito
di Dagoreport
(da “Dagospia”, 6 febbraio 2013)

Nella Roma che oscilla tra inverno e primavera a seconda dell’ora e dell’altezza del sole, anche la repentina tregua tra Bersani Pierluigi e Sherpa Monti rischia di passare per un solido accordo di governo gia’ definito e addirittura con i ministri principali gia’ incasellati. Eccoli: lo Sherpa, manco a dirlo, va agli Esteri. Il direttore generale di Bankitalia, Fabrizio Saccomanni va all’Economia, Letta Enrico ovviamente allo Sviluppo economico debitamente spacchettato per accontentare altre componenti delle due coalizioni alleate (e anche per evitare di ripetere le magre figure di Passera Corrado) e gli Interni all’ex leader rottamato, D’Alema Massimo, che tanto ci tiene.

Diamo conto di tale nocciolo duro di un governo Pd/Scelta Civica solo per dovere di cronaca e perché, oggettivamente, Bersani e Monti si sono finalmente accorti che stavano facendo soltanto il gioco di Berlusconi Silvio e si sono correttamente divisi i compiti tra di loro: il primo e’ andato qualche giorno in giro per l’Europa a presentarsi, spiegare e rassicurare. Il secondo ha continuato ad attaccare Berlusconi, non mancando tuttavia nel frattempo di fare personalmente qualche promessa fiscale, sia pure meno voluttuosa della restituzione in contanti dell’Imu 2012 avanzata dal fidanzato di Francesca Pascale.

In realtà, la tregua nasce da una valutazione più realistica delle reciproche debolezze: il premier attuale sa che, pur mettendo nell’ombra il genero di Caltariccone Franco, non prenderà voti tali da essere decisivo, quindi gli conviene abbassare i toni a sinistra.

Bersani sa di non essere il D’Alema dei tempi migliori, sa che Vendola Niky (a proposito, nel futuro governo gia’ definito dove lo mettono, visto che ad ottobre si vota in Puglia?) qualche cazzata come quella della violenza sui gay nella tollerante Roma dell’imbelle Aledanno prima o poi l’avrebbe fatta e che, infine, l’ombra lunga del Monte dei Paschi nonostante i riguardi della Procura di Siena si muove comunque seguendo i passi del Pd.

Tatticamente, se dovesse esistere gia’ un accordo, si tratterebbe comunque di una mossa non appropriata, dal tempismo sbagliato e che rileva nervosismo a go go in entrambi i soggetti. Una mossa che può rivelarsi come l’ennesimo favore al proprietario del cartellino di Balotelli Mario, che non mancherà certo di additare i contraenti al pubblico ludibrio elettorale come comunisti e utile idiota dei comunisti, nonché uniti dalle tasse e dagli interessi nelle banche e per le banche.


Pd, un programma (vago) per allearsi con Monti
di Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”, 6 febbraio 2013)

l patto tacito ora è esplicito:  Mario Monti  e  Pier Luigi Bersani  si preparano a governare insieme per fermare  Silvio Berlusconi. Ma con quale  programma? Il Partito democratico ha preparato16 pagine  da distribuire a  candidati  e  militanti  per rispondere alle domande di potenziali elettori, avversari, o amici e parenti. Domande tipo “Ma volete cambiare la  riforma Fornero?”.

E’ la linea ufficiale e, in assenza di un programma dettagliato, strumento assai utile per capire come Bersani ha davvero intenzione di muoversi. Su molti temi il Pd non ha una posizione netta, sia perché al proprio interno ha linee diverse sia per essere meglio pronto a trattare con Monti, quando servirà.  Per esempio per quanto riguarda l’Unione europea. I democratici dicono che “garantiamo gli  accordi  presi in Europa” incluso il  pareggio di bilancio nel 2013. E le promesse di rivedere, rinegoziare, aggirare la gabbia attorno ai conti? Il Pd – e il suo alleato  Sel  di  Nichi Vendola  â€“ lo ripetono spesso nei talk show. Nelle risposte alle Faq, le domande frequenti, però non ce n’è traccia. E questa è una buona premessa per negoziare con Monti. Non solo: il Pd mette anche le premesse per una  manovra  correttiva, quando dice che “il 2013 rischia di essere difficilissimo per i conti pubblici” e che “bisognerà verificare i dati”. Altro che ammorbidimento del rigore. E le pensioni? L’estensore delle 16 paginette si avvita in una serie di perifrasi tipo “rendere il  sistema pensionistico  più  flessibile” e ipotizzando “forme di invecchiamento attivo”. Che vuol dire: sulle pensioni si può intervenire ancora e i lavoratori più anziani devono  rinunciare al riposto e rimanere “attivi”, cioè lavorare. Magari a salari più bassi. Elsa Fornero, ma anche lo stesso Monti, non avrebbero saputo dirlo meglio. Nei suoi comizi, invece, Pier Luigi Bersani trascura di sottolineare molto questi punti.

Non è tutto vago, ovviamente. Ci sono alcuni punti fermi sui  temi chiave  della  campagna elettorale: l’acquisto dei caccia F35  (“bisogna assolutamente rivedere il nostro impegno”), la legge elettorale (“riproporremo la nostra riforma”, che in questa legislatura non ha trovato consenso sufficiente), un provvedimento drastico sul  conflitto di interessi  e “il riconoscimento giuridico delle  coppie gay”. Ma su altre questioni c’è una prudenza prossima all’imbarazzo. Certe cose è meglio non dirle troppo forte in campagna elettorale, o gli elettori in bilico potrebbero spaventarsi. Per dire: l’immigrazione. I militanti Pd che devono spiegare “L’Italia giusta” vengono  istruiti a dire che “rendendo impossibile la regolarità, la destra ha di fatto favorito la clandestinità”. E quindi? “Occorre voltare pagina e avviarci verso una legislazione saldamente ancorata alla migliore tradizione europea”. E chissà che vuol dire. O le grandi opere.  Tav  o non Tav? Una sola certezza “basta con la stagione delle grandi opere irrealizzabili e costose”.  Meglio “selezionare pochi grandi opere strategiche”. Tipo il terzo valico? Lo sveleranno dopo il voto.

Anche la  patrimoniale  è un  ectoplasma, appare e scompare: no a “interventi generali sul patrimonio” sì a “ogni eventuale contributo dei più abbienti per l’accesso ai servizi di un Welfare che va garantito ma che bisogna mettere al sicuro dal punto di vista della  sostenibilità finanziaria” (una volta, a sinistra, sarebbero inorriditi: il dogma era imposte progressive e servizi universali). Alla domanda “avete idee particolari per sostenere sviluppo e occupazione” manca la risposta. Rimandano alla sezione politica industriale e lavoro. Anche quella poco dettagliata. Magari conviene leggere direttamente l’Agenda Monti, per integrare. Tanto, ormai è chiaro, i due programmi dovranno fondersi.


Vittorio Feltri: “Sinistra nel caos”, qui.

Cesare Geronti: “Monti ha fatto troppi errori. Sull’Imu Berlusconi ha ragione”, qui.

Maurizio Belpietro: “La Borsa sale, lo spread cala: colpa di Berlusconi?”, qui.


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Bart